Cuba è l’unico Paese al mondo a non aver abiurato, nel corso degli ultimi 30 anni, al principio di universalità delle cure, dentro e fuori dai suoi confini. Forse anche questo è il motivo per cui è stata colpita dallo spietato assedio imposto dagli Stati Uniti. In termini di salute, l’Isola ha ottenuto risultati molto significativi, pur in condizioni poco favorevoli. Nonostante infatti un embargo iniziato negli anni 60, l’attenzione alla vita umana e l’elevata accessibilità alle cure hanno consentito di raggiungere indicatori di salute simili se non migliori di quelli registrati negli Stati Uniti e talvolta anche in Europa. Nel 2019 la mortalità infantile a Cuba era circa 4 per mille, negli Stati Uniti raggiungeva il 6 per mille. L’aspettativa di vita tra i due Paesi era simile, ma la vita degli americani era più spesso gravata da malattie invalidanti rispetto ai cubani. La malnutrizione infantile era stata del tutto eradicata e così la trasmissione materno infantile di Hiv e sifilide. Risultati straordinari ma non casuali, ottenuti grazie ad una precisa volontà politica di lungo periodo. Infatti questi dati appaiono tanto più rilevanti se li si confronta alle condizioni in cui versava il Paese prima della Rivoluzione. Fino al 1959 il diritto alla salute era un miraggio: la maggior parte delle prestazioni erano a pagamento, nei contesti urbani, e solo il 10% della popolazione contadina aveva accesso a qualche forma di assistenza medica. Uno dei primi obiettivi che si prefissò il nuovo governo, dopo la cacciata di Fulgencio Batista, fu quello di creare un sistema sanitario nazionale, gratuito e accessibile a tutta la popolazione. Si iniziò dalla prevenzione primaria, ossia dalle bonifiche e dalla realizzazione della rete fognaria. Le difficoltà erano molteplici, come si può immaginare, ma forse la più odiosa fu quella di dover affrontare l’iniziale mancanza di personale, visto che circa la metà dei medici allora residenti sull’isola scelse di andare via. Ma già negli immediati anni successivi si costituirono dei gruppi di sanitari che furono inviati nelle zone rurali per curare e insieme per registrare i bisogni di salute della popolazione.
A partire dagli anni 60 si promosse l’insegnamento della medicina, anche con l’aiuto di docenti provenienti dall’estero, compresa l’Italia. La Costituzione riconobbe subito il diritto alla salute, in modo abbastanza simile al nostro articolo 32.
E nel 1978 arrivò una riforma che sancì di fatto la nascita del servizio sanitario
tutt’ora in essere: totalmente pubblico (statale) e gratuito, a forte impostazione sociale, fondato su prevenzione e prossimità. Nel 1984 venne introdotta la figura del medico di famiglia o medico di comunità, che avrebbe dovuto seguire circa 120 famiglie. Conoscendo i suoi assistiti, l’ambiente domestico e le condizioni di vita e lavoro, il medico di famiglia riveste un duplice ruolo: da un lato rappresenta la porta di Per continuare la lettura dell'articolo abbonati alla rivistaQuesto articolo è riservato agli abbonati
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