Torna in libreria “Le voci del fiume” di Jaume Cabré, grande romanzo sulla Catalogna del dopoguerra, sui maquis e sulle ferite mai rimarginate del franchismo. La lettura per Left dello scrittore Giovanni Dozzini

Quando Le voci del fiume è uscito per la prima volta in Italia, quasi vent’anni fa, non l’ho letto. Cerco di ricordarmi se avessi anche solo valutato la possibilità di farlo, se mi fossi accorto della sua pubblicazione, se qualcuno me ne parlò, magari qualche vecchio compagno del master in editoria all’Università di Urbino oppure uno degli aspiranti lavoratori del comparto culturale che frequentavano i posti in cui mi ritrovavo a trascorrere il mio tempo all’inizio del breve periodo, qualcosa in più di due anni, in cui avrei vissuto a Roma cercando di costruirmi una prospettiva, una rete di contatti, una credibilità, e magari imparare un mestiere, o più di uno. Ma no. Non mi ricordo. Naturalmente il più delle volte succede che il nostro destino non incroci quello delle migliaia di libri che escono ogni anno, e naturalmente di fronte a questo dato di fatto inevitabile non c’è proprio niente che possiamo fare. È così e basta. Eppure, considerando chi ero io già allora, e chi sarei stato da lì in avanti, considerando le esperienze che avevo vissuto, gli interessi che coltivavo, ciò che avevo già fatto e soprattutto ciò che avrei fatto dopo, a pensare di non aver nemmeno sfiorato la possibilità di leggere Le voci del fiume nel momento in cui, era il 2007, è stato tradotto in italiano, avverto un piccolo disagio. Lo avverto perché adesso invece l’ho letto, e perché questo romanzo di Jaume Cabré è bellissimo. In assoluto uno dei più bei romanzi spagnoli, e dei più bei romanzi sulla Spagna del ventesimo secolo, che secondo me siano mai stati scritti. Visto che si tratta di un libro uscito molto tempo fa non è possibile scriverne una recensione pura e semplice, come se si trattasse di un libro nuovo, del quale ancora pochi potrebbero aver sentito parlare. La Nuova Frontiera, che lo aveva pubblicato allora, lo ha appena fatto tornare in libreria (con la stessa traduzione di Stefania Maria Ciminelli) perché il 17 luglio è caduto il novantesimo anniversario del colpo di Stato che diede avvio alla guerra civile spagnola, ed entrambe le cose, la nuova edizione e l’anniversario, sono un buon motivo per occuparmene, però, dicevo, non posso far finta di niente e mettermi a raccontarlo come racconterei un romanzo uscito l’altroieri. Tanto più che i vent’anni che sono passati nel frattempo mi sono stati molto utili per leggere Le voci del fiume con altri occhi, con tutta un’altra consapevolezza, probabilmente anche con tutto un altro inevitabile disincanto rispetto al ragazzo, innamorato della Spagna e dell’epica della Guerra Civil, che ero allora.

Certo che mi mancavano molti pezzi. E che se me li fossi trovati in mano prima forse avrei capito prima parecchie cose in più sul passato e sul presente della Spagna. A volte, di rado, con la letteratura capita. Stavolta sarebbe stato indubbiamente così.

Quindi non so se rammaricarmi davvero o no per il ritardo. Ben presto non avrà più una grande importanza. Perché la storia raccontata da Cabré, per me, è destinata a rimanere memorabile, come lo sono almeno un paio, anzi qualcuno in più, dei suoi protagonisti. Faticherò di più a serbare una memoria esatta della struttura del libro, che è molto complessa, ma costruita in modo

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