Dall’Avana il pittore Ramiro Zardoya racconta la crisi energetica, l’isolamento imposto dalle sanzioni Usa e le difficoltà della società cubana. Ma gli artisti continuano a cercare nuovi linguaggi di resistenza

Questa è la peggiore crisi che abbiamo vissuto dalla vittoria della Rivoluzione nel 1959. Ci troviamo di fronte a una politica di massima pressione da parte del governo statunitense e il popolo cubano è più isolato che mai», ci racconta l’artista Ramiro Zardoya dall’Avana.

Ramiro, come leggi questa congiuntura, mentre le minacce di Trump si fanno sempre più forti?

Per poter articolare una lettura, dovrei fare una analisi storica e geopolitica ampia. Ma per essere sintetico, riguardo alla stretta attualità, va detto che il blocco delle forniture petrolifere ha un impatto diretto su ogni aspetto della nostra vita quotidiana. Governo e singoli cittadini hanno modificato i propri stili di vita per adattarsi alla catastrofica situazione energetica. Abbiamo sopportato intere giornate con appena due o tre ore di elettricità, a volte anche meno. Le fonti di energia rinnovabili ci interessano molto, anche se le attrezzature necessarie sono molto costose. Il governo sta accelerando l’installazione di impianti solari fotovoltaici - progetti in cantiere da anni e che ora hanno iniziato a generare energia - ma questa capacità ancora non è sufficiente a soddisfare la domanda dell’isola.

Intanto siete sempre più isolati?

Qualunque nazione, istituzione o persino singola persona che tenti di stabilire legami con Cuba rischia severe sanzioni. Le più recenti sanzioni statunitensi hanno costretto aziende di tutti i settori a ritirarsi dall’isola. Anche gli aiuti umanitari, principalmente container di forniture mediche, sono bloccati in Paesi terzi a causa delle restrizioni che impediscono alle compagnie di navigazione di operare con Cuba. Insomma

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