Ideata dal giornalista Rai Max Brod, la campagna No Peace No Panel prova a riportare la cultura della pace al centro del racconto pubblico, dai social ai talk, contro la normalizzazione della guerra e del riarmo.

Un uomo in costume, di spalle, tira un calcio ad un pallone, altri camminano sulla spiaggia, il cielo è terso, la sabbia è bianca. «Questo, con la guerra, non lo fai più» recita così la scritta che sovrasta l’immagine, o meglio l’infografica sul canale Instagram di  , e continua in basso «Non dare niente per scontato, parla di pace

Ma come parlarne? La pace non ha i contorni vividi della guerra: armi, bombardamenti, cadaveri, frontiere, fame, carestia, sangue. Simboli ai quali ci relazioniamo ormai quotidianamente e che hanno dato forma ad un immaginario monolitico che non sembrerebbe lasciare spazio a prospettive alternative.

Colombe, ulivi, bandiere colorate o dimensioni percepite come utopie irrealizzate o irrealizzabili, poco interagiscono con la velocità e l’immediatezza del linguaggio contemporaneo e difficilmente possono contrastare caccia e bombardamenti accompagnati dalle note della macarena.

Però un meme si, forse, un meme, ce la può fare. È stata questa l’intuizione di Max Brod, giornalista Rai, founder della campagna “No Peace No Panel” , uno spazio social che favorisce la cultura della pace sui media e che oggi raggiunge migliaia di visualizzazioni.

La viralità della campagna è legata all’immediatezza dei contenuti, costruiti dall’agenzia di Firenze Mamma Studio, che ha immediatamente riconosciuto il valore della campagna.

«C’è una patina di guerra nella narrazione dei media, fatta da contenuti che generano click raccontando l’Italia come una nazione belligerante. Ma il nostro Paese non è pienamente rappresentato da questa narrazione.» spiega Raffaele Gori, a capo di Mamma Studio e prosegue «La nostra agenzia si pone l’obiettivo di raccontare la società utilizzando la dialettica grafica con ironia. Nella collaborazione con No Peace No Panel cerchiamo di andare alla radice del concetto di pace: un tema ampio, ma che, al contempo, riguarda azioni forti e puntuali. La pace è un insieme di azioni dal basso, coraggiose e dirompenti, di grandi battaglie per i diritti tanto quanto di operazioni diplomatiche e di cooperazione tra Paesi.»

Messaggi semplici e diretti: un pungiball sovrastato dalla frase «alleniamo la pace», asini con abiti militari smontano ironicamente l’idea che la pace si costruisca armandosi. Questi contenuti hanno raggiunto in questi mesi migliaia di utenti. Il meccanismo è semplice per chi usa i social, ma non è scontato nei risultati: ricondividere un meme che fa riflettere sulle alternative alla guerra è già un passo verso la pace.

Ma la campagna, a cui si può contribuire firmando qui, non si limita ai social. Il progetto ha una pretesa chiara già nel titolo: non ci siano più panel che non diano spazio ad una cultura della pace. L’obiettivo è promuovere la presenza sui giornali, in televisione, nei talk di esperti, attivisti, rappresentanti di organizzazioni che portino avanti risoluzioni alternative ai conflitti.

«No Peace No Panel spera di poter sensibilizzare sempre più giornalisti e giornaliste» Spiega Brod e prosegue «..ma non basta la comunicazione, abbiamo bisogno di gesti concreti: una Carta dell’Ordine dei Giornalisti che metta al centro l’equilibrio tra narrazione pacifista e bellicista, un decalogo che entri nel contratto di servizio del Servizio Pubblico, corsi di formazione per chi opera nella comunicazione, un mondo sindacale che sposi questo messaggio rendendolo centrale con iniziative autonome. No Peace No Panel ha inoltre messo insieme le forze per scrivere una lettera al Papa, vorremmo incontrarlo per avere il suo supporto – cambiare la narrazione è un’impresa troppo grande per chiunque, non si vince da soli.»

E se il progetto ha avuto questa risonanza è stato merito anche delle testate che hanno affiancato da subito Brod in questa sfida: Left e Il Fatto Quotidiano.

«L’abbiamo trovata una campagna concreta. La pace di solito è considerata un concetto astratto, con No Peace No Panel diventa cool”, afferma Simone Ceriotti, vicedirettore de Il Fatto Quotidiano e continua «ha un linguaggio anche provocatorio, perfetto per i social e ha trovato un approdo naturale nel nostro giornale, che da sempre alimenta la cultura della pace. Gli slogan della campagna mobilitano le coscienze a non dare nulla per scontato. La mia generazione e quella precedente hanno dato per scontata la pace. E forse addirittura qualcuno giocando col fuoco la dà per scontata ancora adesso.»

Oggi si dà per scontato che uno stato debba investire nella spesa militare, la si ritiene una manovra politica inevitabile, senza considerare, forse senza conoscere, l’alternativa concreta del disarmo. Come si legge nel rapporto di Rete Pace Disarmo la spesa militare mondiale nel 2025 ha raggiunto i 2.887 miliardi. L’Europa è tra i continenti in cui la spesa è aumentata di più con una percentuale pari al 14%, l’Italia concorre a questa percentuale con un aumento del 20%.

«Franco Fornari, medico e psicanalista, metteva in relazione il disarmo a una minacciosa interpretazione dell’abbandono della virilità», afferma Fabrizio Battistelli Presidente di Archivio Disarmo e prosegue «il disarmo viene associato all’impotenza, laddove si tratta di una semplice rinuncia all’uso della forza come recitano la Carta Costitutiva dell’Onu e tante altre Costituzioni. Parlare di pace significa parlare di alternative costruttive che sappiano contrastare qualsiasi discorso a favore della guerra, come le spese militari. Non è una dimensione ideale, sono alternative pratiche, più vantaggiose per tutti, che vanno diffuse. Max Brod ha lanciato una campagna geniale, che ha l’obiettivo di contrastare qualsiasi discorso sulla guerra con delle risposte adeguata che mettano al centro del dibattito pubblico l’alternativa.»

No Peace No Panel offre una grande opportunità: risvegliare le coscienze e contribuire alla cultura della pace compiendo un piccolo gesto, un click (inoltrare, re-postare, condividere nelle storie). Un piccolo gesto per contrastare un sentimento di impotenza diffuso. Una pratica virtuale che può incoraggiarne una reale, fatta di tante piccole battaglie come manifestazioni, scelte di consumo e altre forme di attivismo per concretizzare quel concetto astratto chiamato pace.