Amministrano a quarantotto ore per volta un Paese che si indebita di 26 miliardi al mese

Io lo so che a parlare di debito pubblico sembra di ripiombare nella Prima Repubblica, quando quello era un fardello scaricato sui figli e sui nipoti e ce ne vergognavamo. Poi la vergogna è passata e il debito è rimasto. Anzi, si è fatto adulto, si irrobustisce ogni anno e sparisce dai radar di un dibattito infestato dalle vannacciate del programma di Roberto Vannacci, più pasdaran lui di quelli che vorrebbe remigrare, o dai contorcimenti woke di alcuni nel centrosinistra che non trovano parole nuove per la loro voglia di essere di destra.

E il debito sta lì, con numeri che fanno impressione. A giugno la Banca d’Italia l’ha contato in 3.207,2 miliardi: 26,2 in più di maggio e 136 sopra il livello di dodici mesi fa. Nel Documento di finanza pubblica il rapporto col prodotto interno lordo sale dal 137,1 al 138,6 per cento e ci porta davanti alla Grecia che scende al 136,8, mentre il sorpasso era atteso per il 2028. Il primato che mancava. Gli interessi valgono il 4,1 per cento del PIL e sono attesi al 4,5 nel 2029, calcola l’Ufficio parlamentare di bilancio. La sanità pubblica resta congelata al 6,4 e alle Regioni mancheranno 30,6 miliardi, stima la Fondazione Gimbe. Ai creditori paghiamo due terzi di quello che spendiamo per curarci.

Domenica Giancarlo Giorgetti ha prorogato il taglio delle accise sul gasolio: 20,8 milioni, due giorni. Amministrano a quarantotto ore per volta un Paese che si indebita di 26 miliardi al mese, e a giugno Francesco Filini, di Fratelli d’Italia, ci vedeva “un vero e proprio miracolo economico”. Il debito è cresciuto, la vergogna no: quella l’hanno estinta in anticipo.

Buon martedì.

Foto Gov