Un concetto facile facile: le armi si fabbricano per essere usate, e lo sanno meglio di tutti quelli che le fabbricano. Al porto di Bari un furgone con targa francese scende dal traghetto di Patrasso, la Guardia di finanza apre i cinque contenitori per sistemi anticarro che ci trova e in tre ci sono i missili Akeron, che per la perizia dell’Esercito sono armi da guerra. Sui tubi c’erano le bande blu che negli standard Nato segnalano l’addestramento. Era nastro adesivo. Sotto c’era il giallo e nero che segnala l’alto esplosivo.
L’autista, 46 anni, dice di lavorare per MBDA France e mostra un’autorizzazione della Difesa francese, ma la gip Valeria Isabella Valenzi ci ha trovato timbri difformi e date che non tornano, e nessuna autorizzazione italiana al transito. Il fermo è di giugno, la notizia è di adesso. Del resto Giovanni Ceraolo, del coordinamento Porti dell’USB, l’ha spiegato a Fanpage: «Quasi ogni giorno ci arrivano segnalazioni di piccoli trasporti di armi nei nostri porti».
Nel frattempo l’Unione ha messo in campo i 150 miliardi di Safe, primo pezzo di un riarmo da 800, la spesa militare del continente è salita a 864 miliardi di dollari in un anno secondo il Sipri, e la stessa Commissione europea conta 620mila armi da fuoco smarrite o rubate già in circolazione qui dentro, ammettendo per iscritto che senza dati armonizzati il fenomeno non si riesce nemmeno a misurare.
Le armi non hanno bisogno soltanto di essere prodotte, hanno bisogno soprattutto di essere usate. Provate a bisbigliarlo e diventate pacifisti sabotatori. Poi la fotografia è quella di un furgone al porto, ed è quello che siamo.
Buon giovedì.
Foto di Антон Дмитриев su Unsplash




