Alla chiusura del primo grande processo a Meta, riproponiamo questo articolo, che ne aveva già messo a fuoco la pericolosità. La causa – intentata da una coalizione di 29 Stati americani – si è chiusa con un accordo fino a 18 miliardi di dollari a favore degli Stati, ma senza alcuna ammissione di colpa da parte dell’azienda. Uscito su Left n. 5, maggio 2026
Lo scorso 25 marzo, una giuria di Los Angeles (California) ha ritenuto Instagram e YouTube responsabili di aver causato danni riconducibili a una dipendenza da un utente minorenne (di cui si conoscono solo le iniziali, K.G.M.). La decisione ha inevitabilmente destato molto clamore negli Stati Uniti e in Europa. Le particolarità di questo caso sono molte ed è importante soffermarsi non solo sulla decisione americana, ma anche sulla nozione stessa di dipendenza da social, su come scelte apparentemente innocue di design danneggino gli utenti e sugli interventi messi in atto dalla Commissione nell’Unione europea.
Il caso K.G.M. contro Meta e Google
La causa, durata ben due anni e appena decisa in primo grado, è di fondamentale importanza per tre motivi: primo, anche se l’esistenza di una dipendenza da social non è ufficialmente riconosciuta in psicologia, la giuria ha accettato che i social possono causare danni gravi nei minori, dovuti all’uso prolungato e compulsivo; secondo, le cause di tale uso compulsivo sono il modo in cui le interfacce sono progettate e la personalizzazione dei contenuti tramite algoritmi; terzo, le società sono perfettamente consapevoli degli effetti nocivi, e anzi ambivano a far insorgere una dipendenza nei minori, per assicurarsi di mantenerli come utenti nel tempo, continuando a estrarre dati e profitto. Secondo la giuria americana, le società sarebbero state quindi negligenti e avrebbero messo in commercio un “prodotto difettoso”. Nonostante i tentativi di Meta e Google di spostare l’attenzione dal design delle loro piattaforme ai contenuti creati da influencer e creator, e poi di attribuire i danni subiti da K. a una storia familiare difficile, la corte ha stabilito un risarcimento danni di 6 milioni di dollari.
Questa sentenza rappresenta un momento importante negli Usa, perché il caso di K. era stato scelto come test tra migliaia: anche se non è vincolante per altri casi, ha gettato le basi per capire come risolvere le oltre diecimila cause pendenti in tutto il Paese, per il risarcimento
dei danni legati all’uso di social da parte di minori. Visti i numeri, vale la pena soffermarsi su come i social generano effetti così devastanti negli utenti.
Dark patterns, algoritmi e dipendenza
Chi usa i social lo sa: quando apriamo un contenuto ne appaiono altri al seguito. Le immagini scorrono, passando da un TikTok/reel all’altro o facendo iniziare un nuovo video appena finisce il precedente. Questa somministrazione continua che non richiede alcuna azione da parte dell’utente si chiama infinite scroll o autoplay e fa parte di una serie di tecniche di design dell’interfaccia dette dark patterns. Sfruttando i meccanismi automatici con cui il nostro cervello processa informazioni e compie azioni spontanee (detti anche euristiche), i dark patterns interferiscono con il normale processo decisionale degli utenti, attirando la loro attenzione e agganciandoli, facendoli rimanere a lungo sulle piattaforme o facendoli cliccare esattamente dove vuole l’azienda. I dark patterns sono presenti sulla maggior parte dei siti, degli e-commerce e delle piattaforme online, e altro non sono che trucchetti e inganni per spingerci a fare qualcosa che non è nel nostro interesse, ma nell’interesse, specialmente economico, dell’azienda.
Infinite scroll e autoplay eliminano la frizione data dalla necessità di far partire i video, rimuovendo i momenti naturali in cui un utente potrebbe decidere di smettere di guardare i contenuti. L’utente viene assorbito in un buco nero di contenuti che si susseguono senza sosta, perdendo così anche ore. Un altro meccanismo semplice ma molto potente sono le notifiche push. Fanno scattare l’istinto di aprire la app per controllare chi ci ha scritto, messo like o commentato. È il primo lancio dell’esca nell’acqua, la prima tentazione. Aperta la app, vedere che abbiamo ricevuto like o commenti, o scoprire ogni volta nuovi contenuti, ci provoca soddisfazione, come una ricompensa, e ci spinge a cercarne ancora, investendo ancora più tempo, dati o denaro. L’alternarsi dell’amo e della ricompensa crea un circolo vizioso che ci fa tornare continuamente a controllare la piattaforma, diventando utenti fedeli nel tempo.
Affinché la ricompensa funzioni, i contenuti devono generare in noi una reazione. Sui social vediamo un misto di quello che viene postato dai contatti che seguiamo (amici, influencer, content creator, Vip) e contenuti di account che non seguiamo, ma che ci vengono proposti perché, a partire dalla profilazione in base ai nostri dati personali, un algoritmo ha decretato che potrebbero suscitare interesse o una qualche reazione emotiva. Questi algoritmi sono i cosiddetti sistemi di raccomandazione, che selezionano i contenuti da raccomandare agli utenti sulle piattaforme di streaming musicale o Tv, sui social, o anche sui siti di news. Meta (Instagram e Facebook), Google (YouTube), ma anche Snap (Snapchat) e TikTok “curano” i nostri feed, quello che ci viene mostrato, personalizzandolo in base ai nostri profili. I sistemi di raccomandazione selezionano per noi contenuti irresistibili, che amiamo o che odiamo e, agendo assieme ai dark patterns, creano la tempesta perfetta per creare dipendenza o indurre il cosiddetto effetto rabbit hole, per cui agli utenti vengono mostrati contenuti sempre più estremi, radicalizzandoli e facilitando la propaganda autoritaria, complottista, misogina, omo-transfobica o razzista. Per bambini e adolescenti, il rabbit hole include anche contenuti che inneggiano ai disturbi compulsivi dell’alimentazione, alla cultura della dieta e della chirurgia estetica, alimentati anche dai filtri che si applicano dal vivo ai video, generando dismorfia e alterando la percezione del loro aspetto fisico. Gli effetti dannosi di dark patterns e personalizzazione dei contenuti sui social affliggono tutti gli utenti, inclusi gli adulti, ma nei minori le difese naturali contro la dipendenza sono ancora basse, per via del fatto che alcune parti del loro cervello sono ancora in fase di sviluppo. Nel caso K.G.M., durante le udienze sono stati analizzati documenti e comunicazioni interne di Meta e Google, dalle quali si evince che le aziende sono da tempo al corrente degli effetti collaterali di infinite scroll, autoplay, filtri e personalizzazione dei contenuti. Anzi, le aziende cercano attivamente di identificare quali condizioni intrinseche rendono gli utenti ancora più vulnerabili per essere agganciati, hooked: adolescenti, specialmente femmine, utenti con problemi di salute mentale o provenienti da situazioni di disagio economico. Le vulnerabilità degli utenti vengono profilate e sfruttate per creare dipendenza. L’attenzione e il tempo degli utenti sono bottini ambitissimi, su cui si basa il business model di un intero settore digitale.
E mentre negli Usa si attendono, adesso, l’appello di Google contro la sentenza e lo svolgersi delle altre migliaia di casi pendenti, in Europa le autorità si sono attivate da tempo. Negli anni passati non sono mancati interventi contro i dark patterns delle autorità garanti dei consumatori e della privacy di vari stati europei. Dark patterns e personalizzazione dei contenuti sono stati analizzati anche nel Digital fitness check, l’iniziativa della Commissione europea per testare il livello di protezione dei consumatori online. Ma la vera differenza per i cittadini dell’Unione europea potrebbe farla il regolamento europeo per i Servizi digitali, in vigore dal novembre 2022.
La Commissione europea contro TikTok
L’obiettivo del regolamento europeo per i Servizi digitali (detto anche Digital services act o Dsa) è quello di stabilire regole per gli intermediari online (piattaforme, e-commerce, marketplace, motori di ricerca) per garantire un ambiente online sicuro, prevedibile e affidabile. Tra le varie norme figurano il divieto per le piattaforme online di usare dark patterns per manipolare o alterare l’autonomia decisionale degli utenti, nonché l’obbligo di adottare misure per tutelare la privacy e la sicurezza dei minori, inclusa la protezione contro i rischi alla salute fisica e mentale e il divieto di profilare minori per fini pubblicitari. Il Dsa prevede anche degli obblighi aggiuntivi per quelle piattaforme che superano i 45 milioni di utenti nell’Unione europea. Tali piattaforme molto grandi hanno l’obbligo di individuare, analizzare e, soprattutto, mitigare i rischi sistemici che potrebbero manifestarsi nel territorio Ue per via della progettazione o del funzionamento dei loro servizi. Esempi di rischi sistemici sono le interferenze con le elezioni, o la diffusione di bufale e propaganda anti-democratica. Va da sé che l’induzione nei minori alla dipendenza, su larga scala e con effetti tragici come depressione, dismorfia, autolesionismo, finanche morte, rientra tra i rischi sistemici che i social avrebbero dovuto individuare e mitigare.
Ed è per questo motivo che la Commissione europea, in quanto organo preposto a vigilare sui social di dimensioni molto grandi, non ha perso tempo e nel 2024 ha aperto due procedure ufficiali di indagine, contro TikTok e Meta, per possibili carenze nella protezione dei minori e nella mitigazione dei rischi sistemici relativi alla dipendenza da social e al rabbit hole. A febbraio 2026, più di un mese prima della sentenza nel caso K.G.M. negli Usa, in Europa la Commissione già emetteva le sue conclusioni preliminari contro TikTok, affermando che il meccanismo dell’amo e ricompensa sposta «il cervello degli utenti in “modalità pilota automatico”». La piattaforma non ha valutato adeguatamente come infinite scroll, autoplay, le notifiche push e il sistema di raccomandazione creino dipendenza, danneggiando il benessere fisico e mentale degli utenti, inclusi minori e adulti vulnerabili. TikTok adesso può appellare queste conclusioni preliminari della Commissione. Se, alla fine del procedimento amministrativo, la Commissione confermerà le sue conclusioni preliminari, TikTok sarà obbligata a modificare il design della piattaforma e potrebbe anche ricevere una multa pari al 6% del suo fatturato annuo mondiale (che nel 2025 ha raggiunto i 32,8 miliardi di dollari, portando la sanzione a circa 2 miliardi).
Per quanto riguarda Instagram, invece, le conclusioni preliminari della procedura contro Meta per i rischi derivanti da dipendenza e rabbit hole dovrebbero arrivare a breve. Nel frattempo, i rischi legati alla dipendenza non si fermano ai social, e i riflettori sono stati accesi su due giganti dell’ultra fast fashion: un procedimento per il rischio di dipendenza è già in corso dal 2023 contro Temu e a febbraio 2026 la Commissione ha aperto un’indagine contro Shein.
Due approcci diversi allo stesso problema
Da una sponda all’altra dell’Atlantico, le grandi piattaforme non possono più evitare il problema dei danni causati dall’uso compulsivo dei rispettivi social media. L’Unione europea ha giocato di anticipo: forte dell’esperienza del regolamento per la Protezione dei dati personali, ha creato il regolamento sui Servizi digitali, una delle primissime normative volte a garantire un ambiente digitale sicuro e prevedibile, cercando di bilanciare gli equilibri del mercato interno con una serie di obblighi che, supportati dalla minaccia di multe mastodontiche, incentivassero le piattaforme ad abbandonare pratiche predatorie di estrazione di valore dagli utenti a qualsiasi costo, violando l’autonomia e i diritti dei cittadini europei.
Una conseguenza di questo approccio è che gli interventi della Commissione sono di natura amministrativa e mirano a obbligare le grandi aziende tech a modificare la progettazione delle proprie piattaforme, creando una protezione persistente e a ombrello su tutti i cittadini degli stati membri. In aggiunta al Dsa e al regolamento per la Protezione dei dati, ci sono poi anche le direttive in materia di Pratiche scorrette e protezione dei consumatori, che da decenni vengono applicate ai dark patterns online e presto potrebbero venire integrate da una nuova legge. La Commissione sta infatti lavorando a un regolamento per aumentare il livello di protezione dei consumatori online, chiamato Digital fairness act. Uno degli obiettivi di questo nuovo regolamento potrebbero essere proprio i dark patterns e gli effetti manipolatori derivanti dagli algoritmi di personalizzazione. In questo senso, oltre a proteggere i minori, l’Unione sta anche facendo i conti con l’idea che mentre alcune caratteristiche, come l’età molto giovane o avanzata, rendono alcuni utenti ancora più esposti ad asimmetrie di potere e abusi, tutte le categorie di utenti dei servizi di intermediazione online (social, ma anche negozi online e altre piattaforme) sono potenzialmente vulnerabili e a rischio per via della profilazione, e vanno protette. Negli Stati Uniti, in mancanza di una norma specifica, sono stati i consumatori stessi a muoversi, intentando migliaia di cause per danni. Nella maggioranza dei casi si tratta di minori indotti alla dipendenza o esposti a contenuti o prodotti dannosi, purtroppo in alcuni casi con esiti mortali. Ci sono anche ottocento distretti scolastici e un’autorità tribale, che chiedono il risarcimento dei costi in cui stanno incorrendo per fornire supporto psicologico agli studenti con problemi psicologici dovuti ai social media. Questa mobilitazione ricorda le celebri cause che, negli anni novanta, portarono le multinazionali del tabacco a risarcire i danni causati dalla nicotina e da decenni di occultamento della verità. La portata delle cause contro i social cui stiamo assistendo oggi non è da sottovalutare e potrebbe essere ugualmente rivoluzionaria. Le cause negli Usa mirano a ottenere un risarcimento a livello individuale e non a far modificare il design dei social stessi. Tuttavia, specialmente all’indomani della vittoria di K.G.M., queste cause potrebbero mettere sufficiente pressione a Meta, Google, Snapchat e TikTok, spingendoli a eliminare alcuni dark patterns.
Dietro l’interfaccia: il business model
Il filo conduttore tra gli Usa e l’Unione europea è il riconoscimento del legame tra dark patterns, i sistemi algoritmici di raccomandazione delle piattaforme social e gli effetti nocivi per la salute mentale. Meta, Google, Snapchat e TikTok sono doppiamente sotto pressione, presi in una tenaglia tra le corti statunitensi e la Commissione europea. Il dubbio rimane, però, se davvero questo sia abbastanza per guarire un intero settore, quello degli intermediari digitali, in cui poche multinazionali dominano con un potere finanziario e infrastrutturale pari a quello di uno Stato. Alla base c’è il business model basato su dati e attenzione, che rende solamente tramite pratiche predatorie, estrazione di valore dalle persone e crescita incontrollata.
Sicuramente qualcosa si sta muovendo adesso, grazie soprattutto all’attenzione al benessere dei minori. Una possibile soluzione, sempre più discussa, è quella di proibire l’uso dei social ai minori di 16 anni. Lo ha già fatto l’Australia e il Regno Unito si sta muovendo nella stessa direzione, con un intervento aggressivo volto a risolvere il dilemma dell’identificazione dei minori online con l’obbligo di caricare documenti di identità e usare i dati biometrici degli utenti per registrarli e determinare tramite riconoscimento facciale la loro età. Dopo aver discusso fino ad ora dei rischi orribili legati alla dipendenza da social, questo approccio potrebbe apparire sensato, anche auspicabile. Non lo è, per vari motivi. Il più importante è che il riconoscimento biometrico per i servizi digitali, anche quelli più faceti come i social media o lo streaming, si va ad aggiungere alla costante sorveglianza cui gli individui sono sottoposti in qualsiasi ambito. La sorveglianza degli studenti a scuola, degli impiegati sul posto di lavoro, delle comunicazioni digitali, degli spostamenti aerei, di cosa si legge, ascolta o guarda online e perfino di strade e piazze, tramite telecamere a circuito chiuso e riconoscimento facciale, già ampiamente in uso in città come Londra. Non c’è dubbio che l’anonimato online causi problemi alla salute dei minori e anche alle vittime di troll, bullismo, e del sempre più rumoroso odio contro donne, immigrati e la comunità Lgbtq+. Ma l’anonimato online protegge anche la disobbedienza civile, protegge la stessa comunità Lgbtq+ in Paesi come Russia o Ungheria, protegge i dissidenti in Iran e Arabia Saudita. La protezione dei minori non può essere la scusa dei governi per aumentare la sorveglianza e sancire la perdita totale della privacy online, tanto più che tutti gli utenti di social sono vulnerabili e a rischio, anche gli adulti.
Quello che ci stanno dicendo il caso K.G.M. e i procedimenti pendenti in Europa è che l’innovazione e i profitti delle piattaforme digitali, cresciuti in maniera sfrenata negli ultimi vent’anni, non possono prevalere sui diritti degli individui. La soluzione non è aumentare la sorveglianza degli utenti: è tempo di intervenire con forza e severità affinché la progettazione dei social, la profilazione, ma anche e soprattutto il loro business model siano resi compatibili con i diritti costituzionali e fondamentali. Bisogna abbandonare l’idea, tecno-determinista e venduta come inevitabile, che l’unica scelta disponibile sia tra sottostare a una logica di mercato predatoria o abbandonare interamente una tecnologia: ci meritiamo una innovazione senza trappole, e se le attuali piattaforme non sono in grado di farla, che imparino o lascino spazio a qualcuno più capace.
L’autrice: Silvia De Conca è ricercatrice e docente universitaria di Diritto delle Nuove Tecnologie presso l’Amsterdam Institute for Law & Technology della Vrije University Amsterdam; ed è condirettrice del Gruppo di lavoro per i diritti umani nell’era digitale del Netherlands network for human rights research.




