«There is a caricature of democratic socialism, and there’s a reality of democratic socialism. And then there is just governing…» (C’è una caricatura del socialismo democratico e c’è la realtà del socialismo democratico. E poi c’è semplicemente il governare… Le tre cose coincidono davvero?).
Con questa domanda Jon Stewart apre, il 22 luglio 2026, una delle interviste politiche più interessanti degli ultimi anni. Il suo interlocutore è Zohran Mamdani, esponente dei Democratic socialists of America e nuovo sindaco di New York. L’aspettativa dello spettatore è quasi inevitabile. Stewart gli chiede di spiegare che cosa significhi, oggi, definirsi un democratic socialist negli Stati Uniti. In altre parole, gli chiede di chiarire il rapporto tra un’identità politica, la sua rappresentazione pubblica e il concreto esercizio del governo.
È una domanda tanto semplice quanto insidiosa. Chiede a Mamdani non soltanto di spiegare ciò che pensa, ma soprattutto ciò che farà. Di passare dall’identità all’amministrazione, dalla teoria alla pratica del governo.
Il lettore, lo spettatore, si aspetta, forse, una discussione sul mercato, sul capitalismo, sulla redistribuzione della ricchezza, sul ruolo dello Stato. E invece accade qualcosa di inatteso … Mamdani risponde parlando di affitti, di autobus, di asili nido, di qualità dei servizi pubblici, di tempi di percorrenza, di cittadini che devono poter contare su un’amministrazione efficiente. Parla della difficoltà di vivere in una città nella quale il costo della vita cresce più rapidamente dei salari. Parla della fiducia che le istituzioni devono saper conquistare, giorno dopo giorno, dimostrando la propria utilità concreta.
A poco a poco diventa evidente che l’intervista sta prendendo un’altra direzione. La domanda iniziale rimane sullo sfondo, ma non scompare. Piuttosto, viene trasformata. Non si tratta più di stabilire che cosa sia, in astratto, il socialismo democratico. La questione diventa un’altra: come si governa una grande città da sinistra nel XXI secolo?
È una domanda che va ben oltre New York. Riguarda tutte le grandi metropoli occidentali, attraversate dagli stessi problemi: il costo della casa, la stagnazione dei salari, la crisi dei trasporti pubblici, le difficoltà dei sistemi sanitari e scolastici, la crescente domanda di sicurezza, la sfiducia verso le istituzioni. Ed è una domanda che riguarda anche la sinistra, chiamata a misurarsi con una sfida che non può essere affrontata soltanto attraverso nuove parole d’ordine o un diverso linguaggio politico.
È per questo che vale la pena prendere le mosse da questa intervista. Non perché Mamdani offra un modello compiuto o una teoria sistematica del governo urbano, ma perché, rispondendo alle domande di Stewart, finisce per delineare un diverso ordine di priorità. Un’idea di amministrazione nella quale la radicalità non si misura dalla distanza rispetto al mercato o dalla forza delle dichiarazioni ideologiche, bensì dalla capacità di incidere sulle condizioni materiali della vita quotidiana.
È proprio questa intuizione che proveremo a seguire nelle pagine che seguono. Non per discutere il “caso Mamdani” in quanto tale, né per analizzare una particolare corrente della sinistra americana, ma per affrontare una questione più generale: quali caratteristiche dovrebbe avere, oggi, una cultura di governo progressista capace di amministrare una grande metropoli del XXI secolo?
La radicalità del quotidiano
L’aspetto più interessante dell’intervista è forse quello che inizialmente passa quasi inosservato. Mamdani non risponde mai alla domanda «che cos’è il socialismo democratico?» cercando una definizione teorica. Non cita autori, non richiama tradizioni politiche, non contrappone modelli economici. Sembra quasi disinteressarsi dell’etichetta. Eppure, proprio attraverso questo spostamento, finisce per proporre un’idea molto precisa di che cosa significhi oggi governare una grande città da sinistra.
Per comprenderla bisogna osservare l’ordine delle priorità. Nel corso della conversazione ritornano continuamente gli stessi temi: la casa, il costo della vita, gli asili, il trasporto pubblico, la qualità dei servizi comunali, la possibilità di muoversi agevolmente nella città, di respirarne l’aria, di viverne gli spazi. Non sono esempi scelti a caso. Sono le dimensioni attraverso cui milioni di persone sperimentano quotidianamente il rapporto con le istituzioni. È qui che, secondo Mamdani, la politica dimostra la propria utilità oppure il proprio fallimento.
A un certo punto Jon Stewart osserva, con la consueta ironia, che molte delle cose appena ascoltate potrebbero essere pronunciate da qualunque candidato democratico, e forse perfino da qualche repubblicano. L’obiezione è intelligente, perché coglie un punto reale. Chi non vorrebbe una città nella quale tutti possano vivere meglio? La risposta di Mamdani, tuttavia, non consiste nell’alzare il tono ideologico della discussione. Consiste, piuttosto, nel cambiare la gerarchia delle questioni politiche.
Lo fa attraverso una frase che, a ben vedere, rappresenta il vero manifesto dell’intervista:«To me, being a democratic socialist is also sweating the small stuff.» («Per me essere un socialista democratico significa anche occuparsi delle piccole cose.»)
Negli Stati Uniti è diffusa l’espressione don’t sweat the small stuff: non perdere tempo con le piccole cose, non preoccuparti dei dettagli. Mamdani la capovolge completamente. Essere un socialista democratico significa, al contrario, preoccuparsi proprio di quelle «piccole cose» che, nella vita concreta delle persone, tanto piccole non sono affatto.
Per chi governa una metropoli, le «piccole cose» hanno il volto dell’affitto da pagare alla fine del mese, del costo dell’asilo nido, del tempo necessario per raggiungere il posto di lavoro, dell’autobus che passa oppure no, dell’ambulatorio pubblico che funziona oppure costringe a rivolgersi al privato. Non sono dettagli amministrativi. Sono il modo attraverso cui milioni di cittadini misurano ogni giorno la qualità della politica.
Qualche settimana dopo quell’intervista, un’immagine sembra riassumerne meglio di qualunque commento il significato. Mamdani tiene una conferenza stampa davanti a un banco di frutta e verdura. Accanto al podio non c’è un plastico urbanistico, né il rendering di un nuovo grattacielo. C’è un carrello della spesa. Sullo sfondo campeggia un cartello: “Reduced 30%”. Potrebbe sembrare una semplice scelta comunicativa. In realtà racconta un’intera idea di governo. Il prezzo degli alimenti, il costo della vita, il bilancio familiare non vengono presentati come problemi privati, ma come questioni politiche. È difficile immaginare una rappresentazione più efficace di quella radicalità del quotidiano della quale Mamdani aveva appena parlato a Jon Stewart.
È qui che il ragionamento cambia davvero direzione, perché modifica profondamente il significato stesso della radicalità. Per gran parte del Novecento la sinistra ha spesso identificato la propria radicalità con la capacità di proporre una diversa organizzazione dell’economia e della società. Le grandi riforme strutturali rappresentavano il punto di partenza dal quale sarebbero poi discese le trasformazioni della vita quotidiana. Nell’intervista, invece, sembra delinearsi un percorso quasi inverso. La radicalità non viene misurata dalla distanza rispetto al sistema economico esistente, ma dalla volontà di intervenire proprio su ciò che rende più difficile la vita delle persone comuni.
È difficile non riconoscere, in questa impostazione, una trasformazione significativa della cultura di governo della sinistra. L’affitto, il costo del trasporto pubblico, il prezzo dell’assistenza all’infanzia, la qualità delle scuole, i tempi di attesa negli ospedali, la manutenzione dei quartieri, la sicurezza delle strade cessano di essere semplici politiche settoriali. Diventano il terreno sul quale misurare la capacità di una forza progressista di incidere realmente sull’esistenza quotidiana dei cittadini.
Poco dopo, parlando delle difficoltà di vivere a New York, Mamdani ricorre a un esempio altrettanto concreto:
«…whether they’re able to pay for their rent or their childcare…» («…se riescono a pagare l’affitto o l’assistenza ai propri figli…»)
È una frase apparentemente semplice, ma rivela un diverso modo di guardare alla politica. La questione non è soltanto redistribuire il reddito. È ridurre il peso delle spese inevitabili che comprimono la libertà delle persone. In questa prospettiva cambia anche il significato della parola «uguaglianza». Essa non coincide più soltanto con una diversa distribuzione della ricchezza o con l’estensione dei diritti formali. Diventa la possibilità concreta di vivere con dignità, di disporre del proprio tempo, di costruire un progetto di vita senza essere costantemente schiacciati dal costo dell’esistenza.
La casa, il lavoro, i salari, il trasporto pubblico, la scuola, la sanità, il welfare, la sicurezza non appaiono più come capitoli separati di un programma amministrativo. Cominciano a comporre un’unica idea di città. Una città nella quale la qualità della vita quotidiana diventa il primo criterio attraverso cui giudicare l’azione pubblica.
È da questo punto che il ragionamento può proseguire. Perché, se la politica deve tornare a misurarsi innanzitutto con la vita quotidiana delle persone, allora la questione della casa non rappresenta più soltanto un problema urbanistico o sociale. Diventa il luogo nel quale si decide chi possa davvero continuare ad abitare la città.
All’inizio dell’intervista Mamdani ricorda un dato che, da solo, basterebbe a spiegare molte delle contraddizioni delle grandi metropoli contemporanee:
“This city is both the wealthiest city in the wealthiest country in the history of the world… and one in four people are living in poverty.” («Questa è la città più ricca del Paese più ricco della storia del mondo… eppure una persona su quattro vive in povertà.»)
Il paradosso non riguarda soltanto New York. È, con sfumature diverse, il paradosso di molte città occidentali. Luoghi nei quali si concentrano ricchezza, innovazione, investimenti, università, grandi imprese e opportunità professionali, ma nei quali diventa sempre più difficile vivere per chi quella ricchezza contribuisce quotidianamente a produrla.
È una trasformazione che cambia il significato stesso della città. Per secoli la grande metropoli è stata il luogo dell’incontro, della mobilità sociale, della possibilità di migliorare la propria condizione. Oggi rischia di trasformarsi, almeno in parte, in un luogo selettivo, nel quale la permanenza dipende sempre più dal reddito disponibile. Non vengono espulsi soltanto i più poveri. Sempre più spesso faticano a rimanere gli insegnanti, gli infermieri, gli autisti del trasporto pubblico, gli impiegati, i giovani professionisti, i ricercatori, gli operatori della cultura, gli artigiani, i commercianti. In altre parole, quella vasta area di cittadini che rende possibile il funzionamento quotidiano della città.
La questione della casa assume così un significato che va ben oltre il diritto all’abitazione. Diventa una questione di cittadinanza. Se vivere in una metropoli significa destinare una quota sempre maggiore del proprio reddito all’affitto o al mutuo, allontanarsi progressivamente dal luogo di lavoro, rinunciare a costruire una famiglia o essere costretti a trasferirsi altrove, allora il problema non riguarda soltanto il mercato immobiliare. Riguarda il diritto stesso di appartenere alla città.
Da qui deriva un’altra conseguenza, spesso sottovalutata. La casa non è un tema isolato. Si intreccia inevitabilmente con il costo complessivo della vita. L’affitto, il trasporto pubblico, l’assistenza ai figli, l’energia, l’accesso ai servizi sanitari, il tempo necessario per gli spostamenti, il costo dell’istruzione: ciascuno di questi elementi pesa sul bilancio familiare, ma è la loro somma a determinare il grado effettivo di libertà di una persona.
Per questo motivo, quando si parla di salari, non è sufficiente interrogarsi sul loro valore nominale. La domanda decisiva diventa un’altra: quale vita consentono realmente di costruire? Un reddito che, sulla carta, appare dignitoso può rivelarsi insufficiente se il costo dell’abitare, dei trasporti e dei servizi essenziali continua a crescere più rapidamente. La percezione del benessere dipende sempre meno dal salario considerato isolatamente e sempre più dal rapporto tra quel salario e il costo concreto dell’esistenza.
È proprio qui che il ragionamento di Mamdani si allontana sia da una lettura puramente ideologica sia da un semplice riformismo amministrativo. La crescita economica, l’attrazione degli investimenti, lo sviluppo immobiliare, l’aumento del valore delle aree urbane non vengono presentati come fenomeni negativi. Diventano un problema quando cessano di migliorare la vita della maggioranza di coloro che quella città la abitano e la fanno funzionare ogni giorno.
In questa prospettiva cambia anche il modo di guardare al mercato. Per molti anni il dibattito pubblico ha oscillato tra due rappresentazioni opposte: da una parte il mercato come soluzione naturale di ogni problema, dall’altra il mercato come origine di ogni ingiustizia. L’intervista evita entrambe le semplificazioni. Il mercato produce ricchezza, innovazione, investimenti. Ma una città non coincide con il mercato. Una città è una comunità politica, e una comunità politica non può limitarsi a registrare gli effetti delle dinamiche economiche. Deve interrogarsi continuamente su chi ne trae beneficio e su chi, invece, rischia di esserne progressivamente escluso.
È una distinzione importante. Troppo spesso il successo di una metropoli viene misurato attraverso indicatori economici: il valore degli immobili, l’arrivo di nuove imprese, la crescita del turismo, gli investimenti internazionali. Sono dati importanti, naturalmente. Ma non esauriscono la domanda fondamentale. Una città può diventare sempre più ricca e, nello stesso tempo, sempre meno abitabile. Può attrarre capitali e perdere cittadini. Può crescere economicamente mentre si indebolisce come comunità.
È proprio in questo scarto che torna ad assumere significato l’intervento pubblico. Non come alternativa ideologica al mercato, né come semplice funzione redistributiva. Il suo compito è più ambizioso: ricondurre a un equilibrio compatibile con la vita collettiva interessi che, lasciati esclusivamente alla propria dinamica, tendono inevitabilmente a divergere.
Da questo punto di vista, la casa non rappresenta soltanto uno dei tanti problemi che un’amministrazione deve affrontare. Diventa il luogo nel quale si misura la sua idea di città. Perché è attorno alla possibilità di abitare, di lavorare, di muoversi e di costruire relazioni stabili che si decide se una metropoli continuerà a essere una comunità oppure si ridurrà progressivamente a uno spazio economico nel quale ciascuno cerca, semplicemente, di sopravvivere.
Ma, se questo è vero, allora il problema successivo diventa inevitabile. Chi può tenere insieme una città nella quale il mercato, da solo, non è in grado di garantire questo equilibrio? La risposta di Mamdani non è teorica. È profondamente amministrativa. E conduce direttamente al tema dei servizi pubblici, dell’efficienza dell’azione amministrativa e, in ultima analisi, della fiducia che i cittadini ripongono nelle proprie istituzioni.
Se la casa rappresenta il luogo nel quale si misura chi possa davvero continuare ad abitare una grande metropoli, la qualità dei servizi pubblici rappresenta il luogo nel quale si misura il rapporto quotidiano tra cittadini e istituzioni. È qui che il ragionamento di Mamdani compie un ulteriore passaggio.
Per molti anni il dibattito sul ruolo dello Stato si è sviluppato quasi esclusivamente attorno a una domanda quantitativa: quanto deve intervenire? Quanto deve spendere? Quali servizi deve gestire direttamente? Nell’intervista, invece, la questione viene posta in termini diversi. Prima ancora di chiedersi quanto debba fare il settore pubblico, occorre chiedersi come debba farlo.
Mamdani lo riassume in una formula tanto semplice quanto impegnativa:
“The excellence and efficiency of the public sector.” («L’eccellenza e l’efficienza del settore pubblico.»)
Non è una concessione alla cultura manageriale, né un omaggio al linguaggio dell’efficienza amministrativa. È qualcosa di più profondo. Se la politica vuole riconquistare credibilità, il settore pubblico non può limitarsi a esistere. Deve funzionare. E deve funzionare bene.
È un passaggio che merita di essere sottolineato. Per molto tempo una parte della sinistra ha difeso i servizi pubblici soprattutto in nome dell’universalità dei diritti. Mamdani aggiunge un’altra esigenza, non meno importante. Un servizio pubblico non è soltanto un diritto garantito. È anche un’esperienza quotidiana. Un autobus che arriva in orario, una metropolitana efficiente, una scuola ben organizzata, un ufficio comunale capace di risolvere un problema, un parco curato, una visita specialistica ottenuta in tempi ragionevoli non sono semplicemente esempi di buona amministrazione. Sono il modo attraverso il quale una democrazia dimostra, concretamente, di mantenere le proprie promesse.
Per questo motivo l’efficienza non è una categoria neutrale. Diventa una categoria politica. Non perché la politica debba trasformarsi in tecnica, ma perché la qualità dell’amministrazione determina la qualità della cittadinanza. Ogni servizio che funziona rafforza il legame tra cittadini e istituzioni. Ogni servizio che fallisce lo indebolisce.
È in questo punto dell’intervista che compare quella che, probabilmente, è la frase destinata a rimanere più a lungo.
“I want New Yorkers to be choosing this city government every single day, as opposed to feeling as if they’re subjected to it.” («Vorrei che i newyorkesi scegliessero ogni giorno di affidarsi al governo della città, invece di sentirsi semplicemente costretti a subirlo.»)
È difficile immaginare una definizione più efficace del rapporto che dovrebbe esistere tra democrazia e governo. Mamdani non chiede fiducia preventiva. Non sostiene che le istituzioni debbano essere rispettate in quanto tali. Sostiene qualcosa di molto più impegnativo: le istituzioni devono meritare, ogni giorno, la fiducia dei cittadini.
Da questo punto di vista, l’intera intervista può essere letta come una riflessione sulla fiducia. Non una fiducia astratta, fondata sulle appartenenze ideologiche o sulle identità politiche. Una fiducia che nasce dall’esperienza concreta. Se la città funziona, se i servizi sono affidabili, se lo spazio pubblico è curato, se la sicurezza è garantita, se il costo della vita non diventa insostenibile, allora il cittadino percepisce le istituzioni come una presenza utile. In caso contrario, la sfiducia diventa quasi inevitabile.
È significativo che, parlando di sicurezza, Mamdani rifiuti di contrapporre politiche sociali e ordine pubblico. Una grande città ha bisogno di entrambe. Ha bisogno di quartieri nei quali ci si possa muovere senza paura, di trasporti sicuri, di spazi pubblici vissuti, ma anche di condizioni sociali che riducano le disuguaglianze e impediscano che l’esclusione diventi la forma ordinaria dell’esperienza urbana. La sicurezza, in questa prospettiva, non è il contrario della giustizia sociale. Ne rappresenta una delle condizioni.
A questo punto il senso complessivo dell’intervista appare più chiaro. Jon Stewart aveva posto a Mamdani una domanda sul socialismo democratico. Si aspettava, probabilmente, una riflessione teorica, una definizione ideologica, una spiegazione delle differenze rispetto ad altre culture politiche. Mamdani sceglie un’altra strada. Ogni volta che la conversazione rischia di spostarsi sul terreno delle etichette, la riporta ostinatamente sul terreno del governo.
Alla fine dell’intervista ci si accorge così che Stewart ha posto una domanda sul socialismo, mentre Mamdani ha risposto parlando della democrazia.
Non della democrazia come forma istituzionale o come insieme di regole costituzionali. Della democrazia come esperienza quotidiana. Una democrazia nella quale i cittadini giudicano le istituzioni non soltanto perché possono eleggere i propri rappresentanti, ma perché sperimentano ogni giorno la qualità dell’azione pubblica. La libertà di voto rimane il fondamento della convivenza democratica; ma la fiducia nella democrazia si costruisce anche attraverso un autobus che arriva in orario, una scuola che funziona, un quartiere curato, un affitto sostenibile, un ospedale efficiente, un’amministrazione capace di risolvere problemi invece di crearne di nuovi.
È forse questa l’intuizione più originale che emerge dall’intervista. La qualità della vita quotidiana, la qualità dei servizi pubblici, la fiducia nelle istituzioni e la stessa solidità della democrazia non sono questioni separate. Sono le tappe di uno stesso percorso.
Ed è proprio questo percorso che sembra ridefinire, almeno in parte, il significato di una moderna cultura di governo, nella quale la sinistra ritrova la propria ragione d’essere non perché parla di più dello Stato, ma perché dimostra, ogni giorno, di saper migliorare concretamente la vita delle persone.
Una cultura di governo per il XXI secolo
Se questa è la lezione che si può trarre dall’intervista tra Jon Stewart e Zohran Mamdani, allora essa riguarda molto più di New York. Riguarda il modo in cui la sinistra può tornare a pensare se stessa come forza di governo nelle grandi città del XXI secolo. Non attraverso una nuova etichetta ideologica, né limitandosi a una diversa strategia comunicativa, ma ricostruendo un rapporto concreto con la vita quotidiana delle persone.
Questo, naturalmente, non significa ridurre la politica all’amministrazione. Significa riconoscere che, nelle società contemporanee, la qualità della democrazia dipende anche dalla qualità del governo. La casa, il lavoro, i salari, il trasporto pubblico, la scuola, la sanità, il welfare, la sicurezza non sono semplicemente capitoli di un programma elettorale. Sono i luoghi nei quali milioni di cittadini sperimentano ogni giorno se le istituzioni siano realmente dalla loro parte oppure no. La qualità della vita quotidiana, la qualità dei servizi pubblici, la fiducia nelle istituzioni e la stessa solidità della democrazia non sono questioni separate. Sono le tappe di uno stesso percorso.
È una riflessione che riguarda inevitabilmente anche l’Italia. Da troppo tempo il dibattito politico sembra oscillare tra la polemica quotidiana, le grandi questioni identitarie, gli equilibri tra i partiti, le formule delle coalizioni e le strategie comunicative, mentre la vita materiale delle persone fatica a tornare stabilmente al centro dell’agenda pubblica. Eppure è proprio lì che si misura la credibilità di qualunque progetto di governo. Una giovane coppia che rinuncia a cercare casa, un lavoratore il cui salario perde continuamente potere d’acquisto, un pendolare che trascorre ore sui mezzi pubblici, una famiglia che attende mesi una visita specialistica, un anziano che vive solo, un ragazzo costretto a lasciare la propria città per trovare un’occupazione, chi un lavoro non riesce a trovarlo o, pur lavorando, continua a vivere in condizioni di precarietà: è nella risposta a queste domande che una forza progressista dimostra se possiede davvero un’idea di società.
Forse è proprio questo il punto dal quale dovrebbe ripartire una nuova cultura di governo della sinistra. Non perché gli altri temi abbiano perso importanza. I diritti civili, la transizione ecologica, l’Europa, la politica internazionale, l’innovazione tecnologica continuano a rappresentare sfide decisive. Ma la loro forza dipende anche dalla capacità di tradursi in un miglioramento concreto delle condizioni di vita. Libertà, uguaglianza e partecipazione democratica acquistano significato pieno quando diventano esperienze vissute, non soltanto principi enunciati.
La questione, in fondo, non è diventare più moderati o più radicali. È capire dove, oggi, si misuri davvero la radicalità di una forza politica. Se il terreno sul quale milioni di persone giudicano la politica è quello della vita quotidiana, allora è lì che una sinistra di governo deve dimostrare la propria capacità di incidere. Non limitandosi a promettere un futuro migliore, ma rendendo più giusto il presente.
Questo significa riportare al centro dell’azione pubblica ciò che determina concretamente la qualità dell’esistenza: salari adeguati, una casa accessibile, trasporti efficienti, una scuola capace di ridurre le disuguaglianze, una sanità realmente universale, un welfare che accompagni le persone nelle diverse fasi della vita, quartieri sicuri e spazi pubblici nei quali tutti possano riconoscersi. Non si tratta di un elenco di politiche settoriali. Si tratta di un’idea di società. Di un diverso modo di concepire il rapporto tra istituzioni e cittadini.
Forse è questa la domanda che l’intervista di Jon Stewart a Zohran Mamdani finisce per rivolgere anche alla sinistra europea e italiana. Non tanto quale nome scegliere per definire la propria identità, quanto quale idea di governo proporre alle grandi città del XXI secolo. Perché una forza politica torna a essere credibile quando milioni di persone ricominciano a riconoscere, nella propria esperienza quotidiana, gli effetti concreti della sua azione.
In fondo, è forse questa la risposta alla domanda dalla quale siamo partiti. Governare una grande città da sinistra, nel XXI secolo, significa anzitutto rendere più giusta, più semplice e più dignitosa la vita quotidiana di chi la abita. Tutto il resto viene dopo.
L’autore: Giuliano Laccetti è ordinario di Informatica della Università degli Studi di Napoli Federico II




