Lo sterminatore di Srebrenica è morto in carcere. Ma il negazionismo, il nazionalismo e le ferite della guerra continuano a perseguitare i Paesi balcanici e l'Ue

Il 15 marzo 2019 Brenton Tarrant, suprematista bianco australiano, uccise cinquantuno persone nelle moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda. Mentre si dirigeva verso la strage ascoltò «Serbia Strong», canzone nazionalista nota anche come «Remove Kebab», nella quale Radovan Karadžić viene invocato come guida dei serbi. Il mito della guerra di Bosnia era così divenuto un repertorio globale dell’odio antimusulmano: un terrorista solitario si collegava, attraverso la rete, a una violenza nata trent’anni prima dentro istituzioni politiche e militari.

Chi è stato Radovan Karadžić? Non soltanto un criminale di guerra, ma un terrorista di Stato: impiegò il potere politico e militare per perseguitare ed espellere bosgnacchi e croati dai territori rivendicati dai serbo-bosniaci. Presidente della Repubblica Srpska dal 1992 al 1996 e comandante supremo delle sue forze armate, nel 2019 fu condannato in via definitiva all’ergastolo per genocidio a Srebrenica, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. La responsabilità militare ebbe invece il volto di Ratko Mladić, comandante dello Stato maggiore dell’Esercito serbo-bosniaco dal maggio 1992 al novembre 1996.

Mladić è morto il 27 agosto 2026, a 84 anni, mentre era ricoverato all’Aia e scontava l’ergastolo. L’Onu ha disposto un’inchiesta sulle circostanze della morte. Arrestato in Serbia nel 2011 dopo sedici anni di latitanza, fu condannato nel 2017 per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra; la sentenza divenne definitiva nel 2021. La sua morte chiude una biografia, non il problema storico e psichico che egli rappresenta. Gli omaggi tributati da alcuni nazionalisti, contrapposti al dolore delle vittime, mostrano che il capo può continuare a organizzare identificazioni collettive anche quando non esiste più.

La guerra di Bosnia provocò oltre centomila morti e circa due milioni di profughi e sfollati. Le stime delle donne violentate oscillano fra ventimila e cinquantamila: lo stupro fu anche un’arma deliberata di terrore. Sarajevo subì per quasi quattro anni artiglieria, mortai e cecchini contro i civili. Nel luglio 1995, dopo la caduta dell’area protetta di Srebrenica, oltre ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi furono assassinati e migliaia di donne, bambini e anziani deportati. I cadaveri vennero sepolti in fosse comuni e poi trasferiti per occultare le prove, spezzando i corpi e rendendo più difficile perfino restituire un nome ai morti.

Srebrenica non fu un’esplosione improvvisa di ferocia, ma il risultato di una preparazione ideologica, politica e burocratica. L’ONU aveva dichiarato la città «area sicura», ma il contingente olandese non riuscì a proteggerla e la reazione internazionale arrivò tardi. La neutralità, quando aggressore e vittima sono posti sullo stesso piano, può diventare complicità passiva. Il massacro mostra che la modernità amministrativa non è l’opposto della barbarie: elenchi, autobus, ordini, riunioni e catene gerarchiche possono diventare gli strumenti razionali di un progetto delirante.

Karadžić era nato nel 1945 in Montenegro e si era trasferito a Sarajevo, dove studiò medicina e si specializzò in psichiatria. Lavorò in ospedale, si occupò di psicologia dello sport e coltivò la poesia. Nei suoi versi ricorrevano immagini oscure e fantasie di distruzione. Sarebbe tuttavia semplicistico dedurre i delitti da una poesia o formulare a distanza una diagnosi clinica. Il punto è comprendere come grandiosità, bisogno di riconoscimento e sentimento persecutorio abbiano incontrato un’ideologia e un apparato capaci di tradurli in azione.

Prima dell’ascesa politica la sua vita appariva segnata da mediocrità professionale, ambizioni frustrate e un episodio giudiziario per uso illecito di fondi. Alla fine degli anni Ottanta entrò in politica e nel 1990 contribuì a fondare il Partito democratico serbo. Il ruolo pubblico operò come una trasformazione cosmetica: ciò che nella vita privata poteva apparire fragile o fallimentare divenne, nella scena collettiva, sicurezza profetica. Karadžić aderì alla parte del salvatore della nazione. Il vuoto identitario fu riempito dall’identificazione con un popolo immaginato come eterno, innocente e sempre perseguitato.

Qui nasce una razionalità delirante istituzionalizzata. Il delirio non consiste necessariamente in discorsi sconnessi. Può possedere una coerenza interna, produrre mappe, leggi, ordini militari e votazioni. La premessa falsa e persecutoria – l’esistenza stessa dell’altro minaccerebbe la nostra sopravvivenza – organizza deduzioni apparentemente logiche: separare, espellere, assediare, infine eliminare. La patologia individuale trova nel gruppo una conferma continua; il gruppo trova nel capo la voce che autorizza desideri distruttivi fino ad allora inconfessabili. Ciascuno rinforza l’altro e la responsabilità sembra dissolversi nell’obbedienza.

Nell’ottobre 1991 Karadžić minacciò davanti al parlamento bosniaco che l’indipendenza avrebbe potuto condurre il popolo musulmano verso la scomparsa. Non fu una profezia: fu l’annuncio di un progetto. La parola preparava l’atto abolendo in anticipo l’umanità delle future vittime. Prima dell’uccisione fisica avviene infatti un annullamento psichico: l’altro viene ridotto a contaminazione, ostacolo o nemico assoluto. La propaganda rende invisibili il volto, la storia e gli affetti della persona concreta; a quel punto la deportazione può essere chiamata «trasferimento» e il genocidio «difesa».

La teoria della nascita di Massimo Fagioli offre una chiave interpretativa: la pulsione di annullamento non mira semplicemente a dominare l’altro, ma a negarne la realtà umana, come se non fosse mai esistito. A Srebrenica tale dinamica si manifestò con radicalità. Non bastava uccidere: bisognava occultare, smembrare, disperdere i resti, cancellare le tracce. In questa prospettiva la disumanizzazione non è una conseguenza accessoria della guerra, ma il suo nucleo generatore quando l’avversario cessa di essere riconosciuto come essere umano.

Mladić fu l’esecutore militare e insieme l’incarnazione teatrale di questa onnipotenza. Le immagini di Srebrenica lo mostrano mentre entra nella città conquistata, distribuisce dolci ai bambini e promette sicurezza, mentre l’apparato da lui comandato separa gli uomini dalle famiglie e prepara le esecuzioni. Il gesto apparentemente paterno non attenua la violenza: ne rivela il carattere dissociato. La seduzione, la familiarità e persino la cortesia possono convivere con l’annientamento quando l’affettività è ridotta a recita e l’altro è già stato cancellato interiormente.

Karadžić offriva il mito e la legittimazione politica; Mladić trasformava il mito in strategia, comando e disciplina. La loro relazione impedisce di ridurre il genocidio al gesto di un individuo eccezionalmente malvagio. Tra il capo politico e il generale vi erano assemblee, ministeri, polizia, ufficiali, propagandisti, tecnici e collaboratori. Il crimine di massa richiese una cooperazione organizzata. Proprio questa normalità operativa lo rende più inquietante: uomini capaci di svolgere compiti ordinari inserirono competenze e obbedienza in un sistema orientato alla distruzione.

Lo psichiatra Douglas Kelley, che esaminò ventidue dirigenti nazisti a Norimberga, non individuò una specifica «mente nazista»: vide personalità differenti unite da ambizione, fanatismo e povertà morale. Il nazismo, dunque, non apparteneva a una specie umana separata e poteva riapparire in società normali. Jessica Stern, nel libro del 2020 «My War Criminal», descrive Karadžić in carcere come affabile, colto e manipolatorio. Non è un’assoluzione: obbliga a superare l’idea consolatoria che il male abbia sempre un volto deforme. La mostruosità politica può nascondersi dietro modi seducenti e un’apparente normalità.

Anche il funzionamento formalmente costituzionale della Repubblica Srpska impone una riflessione. Decisioni decisive passarono attraverso assemblee, dibattiti e votazioni. La legalità procedurale non garantì la realtà democratica, perché mancava il riconoscimento dell’altro come soggetto di uguali diritti. Quando un gruppo è dominato da onnipotenza e paranoia, le istituzioni possono ratificare la violenza anziché limitarla. La democrazia, ridotta al potere della maggioranza etnica e separata dall’universalità della persona, può diventare lo strumento della persecuzione.

Parlare di guerra come psicosi collettiva non significa dichiarare clinicamente malato un intero popolo né cancellare le responsabilità individuali. Significa descrivere un processo: un’angoscia storica viene organizzata da un’ideologia; l’ideologia produce un’identificazione di massa; il capo trasforma l’identificazione in obbedienza; le istituzioni convertono l’obbedienza in pratiche di violenza. Nella fase finale, ciò che sarebbe apparso criminale al singolo diventa normale perché condiviso, autorizzato e tecnicamente amministrato.

Il legame fra Karadžić, Mladić e Tarrant dimostra infine che questa costruzione può oltrepassare confini e generazioni. Una canzone nata nella propaganda serbo-bosniaca diventa la colonna sonora di un massacro in Nuova Zelanda. Le immagini digitali offrono al nuovo assassino una genealogia eroica e una comunità immaginaria. Per questo la memoria giudiziaria non basta. Occorre comprendere e contrastare i meccanismi psichici e sociali che trasformano il risentimento in identità, l’identità in odio e l’odio in progetto politico.

La morte biologica di Mladić non coincide dunque con la fine del suo fantasma. Finché il genocidio sarà negato, celebrato o ridotto a episodio inevitabile della guerra, la volontà di annullamento continuerà a circolare sotto nuove maschere. Ricordare Srebrenica e Sarajevo significa restituire esistenza e nome alle vittime, spezzare il racconto onnipotente dei carnefici e riaffermare che nessuna ideologia, maggioranza o ragion di Stato può abolire la realtà umana dell’altro. Il monito rimane attuale.