Leggere il mondo antico con uno sguardo nuovo, senza chiuderlo in una gabbia di giudizi ex post, facendo parlare le fonti, anche quelle meno ufficiali, come quelle che afferiscono alla cultura popolare, al folklore, che inaspettatamente possono arricchire l’indagine, illuminandola da un punto di vista inedito. Nasce con questo intento di ricerca a trecentosessanta gradi il volume L’antropologia del mondo antico (Il Mulino), curato dal filologo e antichista Maurizio Bettini: un articolato lavoro a più mani che propone un nuovo metodo per storicizzare i classici, rileggendo la lezione di Vernant e Detienne e altri studiosi del Centre Gernet negli anni Settanta, caratterizzati da una forte impronta antifascista, antinazionalista e da una mentalità profondamente anticoloniale e per molti versi anticipatori del dibattito attuale: basti pensare, per esempio all’intelligenza comparatista di Detienne, fondamentale oggi in una prospettiva sempre più multiculturale.
Il libro, frutto delle ricerche del Centro di antropologia del mondo antico dell’Università di Siena (e che sarà presentato ad Atene, nell’ambito dei Dialoghi di Trani), non è solo una sintesi aggiornata delle conoscenze su Grecia e Roma, ma «vuole fornire un “modello” - come scrive Bettini nella prefazione- capace di esemplificare la natura specifica dell’approccio antropologico al mondo greco e romano: distinto cioè da quello storico, filologico, filosofico, critico-letterario». «L’originalità della nostra disciplina», spiega lo studioso, consiste soprattutto nel fornire un metodo capace di produrre prospettive nuove sui Greci e sui Romani». Non si tratta di sostituire filologia, storia, archeologia o storia della filosofia con l’antropologia, precisa lo studioso, ma di provare a modificare le domande rivolte alle fonti e il rapporto fra le categorie dell’interprete e quelle proprie delle culture antiche. Bettini Per continuare la lettura dell'articolo abbonati alla rivistaQuesto articolo è riservato agli abbonati
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