La società italiana si secolarizza sempre più in fretta, le istituzioni no: e finché i diritti dipendono dal peso della Chiesa – sull'aborto, sul fine vita, sulla scuola – la Repubblica resta incompiuta

Eccoci qua, alla ripresa di settembre con la scuola pubblica sempre più depotenziata a fronte degli ottocento e passa milioni di finanziamenti alle scuole paritarie stanziati dal governo Meloni. E imbavagliata da voti in condotta, divieto di educazione sessuale, indicazioni ministeriali che negano la storia degli altri popoli. In questo quadro è divampata la surreale querelle sulla cultura woke, mai approdata in Italia, tanto che le ultime conquiste di diritti civili in Italia risalgono alle unioni civili nel 2016. Cinque anni dopo, il ddl Zan, che proponeva il minimo sindacale contro l’omofobia e ogni forma di discriminazione, fu affossato in Senato. Poi più nulla, e con il governo guidato da Giorgia Meloni non sorprende. All’orizzonte non c’è una legge nazionale sul fine vita nonostante le promesse trasversali di Pd e Forza Italia, nonostante leggi regionali per l’accesso al suicidio assistito varate anche da una Regione amministrata dal centrodestra come il Veneto.

Peggio ancora siamo messi sul piano del riconoscimento dei diritti di cittadinanza di chi è nato in Italia, o l’ha scelta come Paese di adozione, e che paga regolarmente le tasse. E persiste la violentissima proposizione di remigrazione (cioè deportazione) dei migranti avanzata da Futuro nazionale di Vannacci che, ricordiamolo, vuole abolire il reato di femminicidio e restaurare l’ideologia patriarcale del Ventennio (e tornare a sanzionare le bestemmie come da codice fascista). Ma quella di voler far regredire il Paese a quando le donne dovevano stare a casa per fare figli da dare alla patria non è solo una questione che riguarda le frange estremiste e post-missine di Futuro nazionale.

Il governo Meloni e diverse Regioni guidate dalla destra hanno operato concretamente perché l’accesso all’interruzione di gravidanza, sancito dalla legge 194, diventasse sempre meno un diritto esigibile dalle donne, avallando l’ingresso di associazioni antiabortiste nei consultori. Per non dire dell’inesistenza di misure strutturali che colmino il gender gap. A fronte di tutto questo ci siamo chiesti quale sia lo stato di salute della democrazia in Italia.

E un modo semplice, e insieme radicale, per misurarne la qualità consiste nel cercare di capire se i diritti , sociali e civili, valgono davvero allo stesso modo per tutti, non soltanto sulla carta, o meglio sulla Carta costituzionale che sull’uguaglianza “di tutti i cittadini” si esprime chiaramente e in maniera nettissima. Ed è qui che entra in gioco il tema della laicità proposto in copertina. Un tema che i non laici tendono a negare bollandolo come una questione per specialisti o una disputa astratta fra credenti e non credenti, mentre si tratta di un concretissimo «principio supremo dello Stato» come ha sancito la Corte costituzionale nel 1989: perché senza laicità non c’è piena uguaglianza. E senza uguaglianza la Repubblica democratica resta incompiuta.

Così ci siamo chiesti: a che punto è il processo di secolarizzazione del Paese? E ancora, chi è che lo rallenta e con esso l’applicazione della Costituzione? L’Italia del 2026 racconta un paradosso sempre più evidente. La società si secolarizza sempre più rapidamente, mentre le istituzioni molto meno. Gli indici vanno tutti nella stessa direzione. Diminuisce la frequenza religiosa, crescono i matrimoni civili, aumenta il numero degli studenti che non si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica, sono sempre meno le firme dirette per l’8xmille alla Chiesa. Eppure il cattolicesimo istituzionale continua a disporre di una forza economica, patrimoniale e sociale che la politica raramente osa mettere in discussione. È una struttura di potere visibile e misurabile, alimentata da “privilegi” di cui altri soggetti non godono, da un presidio capillare del territorio attraverso, scuole, ospedali, soggetti del terzo settore etc, e da un fiume continuo di denaro pubblico che li finanzia. Lo raccontano i numeri della nostra inchiesta. Nel riparto 2026 dell’8xmille solo il 27% dei contribuenti sceglie la Chiesa cattolica, ma alla Conferenza episcopale arriva quasi il 68% dell’intera cifra: circa un miliardo. E ancora, nella scuola, quasi due terzi delle paritarie sono cattoliche, dentro un sistema non statale finanziato nel 2026 con 886,5 milioni. Nella sanità una parte importante del privato convenzionato è costituita da strutture religiose. E poi ci sono decine di migliaia di parrocchie, la Caritas, oratori, università, fondazioni, associazioni. Una presenza diffusa che, finanziata anche dai contribuenti, svolge una funzione di welfare parallelo e che proprio per questo diventa anche potere: quello di chi è difficile sostituire. Un potere religioso che innegabilmente condiziona il legislatore e le scelte di governo. Non vogliamo con questo negare alla Chiesa il diritto di intervenire nel dibattito pubblico. Sarebbe illiberale. Il punto è che la politica deve fare in modo che il suo peso non possa determinare la misura dei diritti di chi non ne condivide gli assunti. Se una donna sceglie di interrompere la gravidanza, quel diritto deve essere accessibile indipendentemente dal numero di obiettori nel territorio. Se la Corte costituzionale ha fissato le condizioni in cui l’aiuto al suicidio non è punibile, il Parlamento non può lasciare per otto anni cittadini, medici e aziende sanitarie in una zona grigia perché non trova il coraggio di legiferare.

E qui bisogna intendersi. La laicità non cancella le fedi né pretende di sostituire dogmi religiosi con (inesistenti) dogmi atei. Il pensiero laico costruisce un terreno comune nel quale nessuna appartenenza gode di un diritto di precedenza e nessuna comunità può comprimere la libertà dei suoi membri. È proprio qui che l’Italia mostra il suo ritardo.

Negli anni Settanta, quando formalmente esisteva ancora una religione di Stato, il Parlamento seppe approvare divorzio e aborto, sfidando la gerarchia ecclesiastica. Oggi, quasi 40 anni dopo la pronuncia della Consulta sulla laicità, la politica appare troppo timida. Nessuna grande forza, ahinoi, mette in discussione il Concordato e i privilegi che dispensa alla Chiesa cattolica.

Il centrodestra ha trasformato l’identità cristiana in un elemento della propria retorica. Ma anche il centrosinistra troppo spesso ha trattato i temi laici come questioni da rinviare, da mediare all’infinito, da subordinare agli equilibri delle coalizioni. È questa arretratezza politica e subalternità culturale che dà forza alla Chiesa, e rende incompiuta la Repubblica.

Quando lo Stato delega pezzi di welfare, scuola e sanità a soggetti religiosi senza assicurare la piena neutralità dei servizi, la libertà concreta dei cittadini può dipendere dall’orientamento etico del gestore. Quando finanzia specificamente reti confessionali invece di servizi accessibili, a pari condizioni, a tutti, introduce una gerarchia tra soggetti che dovrebbe trattare da uguali.

La democrazia sarà compiuta quando nessuno dovrà chiedere permesso a una morale religiosa per esercitare un diritto riconosciuto dalla legge. Non è una battaglia contro qualcuno. È il rifiuto del pensiero religioso, è scegliere di pensare invece di credere, ed è la condizione perché libertà, uguaglianza e autodeterminazione diventino definitivamente e finalmente diritti universali.

 

illustrazione di Fabio Magnasciutti