Tredici anni di cause per togliere un crocifisso dall’aula, otto anni di attesa per una legge sul fine vita. Dalle conquiste degli anni Settanta in Italia la laicità procede per ricorsi, sentenze e iniziative civiche più che per coraggio politico e istituzionale

La laicità in Italia «conta fino a un certo punto». La famigerata affermazione pronunciata dal vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani si riferiva al diritto internazionale ma calza purtroppo a pennello cambiando in questo modo il soggetto. E calza nonostante la Corte costituzionale, con la storica sentenza 203 del 12 aprile 1989, definì «il principio supremo della laicità dello Stato, che è uno dei profili della forma di Stato delineata nella Carta costituzionale della Repubblica».

Non a caso il convegno organizzato dall’Uaar all’Università di Firenze nel 2019 per celebrare la ricorrenza conteneva nel titolo una domanda retorica: Trent’anni di laicità dello Stato: fu vera gloria? Sia chiaro, dobbiamo rivendicare quel principio supremo. La stessa Consulta, nella sentenza in cui lo esplicitava, lo applicava a tutela della libertà di coscienza di chi deve essere messo nelle condizioni di scegliere liberamente di non frequentare l’insegnamento della religione cattolica a scuola. Allo stesso tempo dobbiamo amaramente constatare che la laicità all’italiana riesce a essere compatibile con molteplici decisioni clericali della classe politica. Per assurdo fu negli anni Settanta, quando vigeva ancora la religione di Stato, che arrivarono epocali conquiste civili come l’aborto e il divorzio, grazie a leggi varate da un Parlamento capace di prendere le distanze da tradizioni retrograde e confermate dal popolo che sconfisse sonoramente i referendum abrogativi voluti dagli schieramenti reazionari capeggiati dalla Chiesa. I quasi quattro decenni in cui la laicità è un conclamato principio supremo hanno visto scendere l’Italia da una posizione d’avanguardia a quella di fanalino di coda europeo su vari fronti: in ritardo sull’accesso all’aborto farmacologico, con le unioni civili al posto del matrimonio egualitario, senza una legge sull’autodeterminazione nel fine vita, con il fardello dei costi della Chiesa che grava sulla fiscalità generale appaltando nelle mani dei vescovi i settori chiave dell’istruzione, della sanità, del welfare.

Le pessime condizioni di salute della laicità in Italia derivano quindi dalle scelte

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