Per presentarsi alle elezioni, in Italia, conviene essere già eletti. Martedì il Senato ha approvato con 113 sì la legge elettorale voluta dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dentro c’è la norma che restituisce il retrogusto: chi arriva da fuori del Parlamento dovrà raccogliere 6mila firme per collegio, quattro volte le 1.500 di prima, mentre i voti delle liste alleate sotto il 3% contano per il premio di maggioranza. La prima versione dell’emendamento di Fratelli d’Italia ne chiedeva addirittura 9mila, giusto per chiarire l’aria. Insomma, il cespuglio amico si annaffia e quello nuovo si recinta col filo spinato.
Il resto è l’impianto che conosciamo, premio di 70 deputati e 35 senatori a chi supera il 42%, capilista bloccati, il nome del candidato premier da consegnare col simbolo: una legge scritta da chi governa per restare dov’è. E allora, dove sono gli ultras del “free speech”, quelli che giuravano che ogni opinione ha diritto a una scheda e adesso applaudono il loro governo che le mette un tetto di popolarità? Dov’è la Commissione europea, che il 17 luglio ha pubblicato il settimo rapporto sullo Stato di diritto e coi governi sgraditi misura la democrazia al goniometro? Dove sono i liberali delle libertà scritte perfino nel nome dei partiti? In fila, tutti, a contendersi uno strapuntino nel caravanserraglio che questa legge sta allestendo.
Il 28 settembre il testo torna alla Camera per quello che dovrebbe essere l’ultimo timbro e poi Meloni avrà finalmente la sua legge cucita su misura, quella che si sceglie gli elettori prima di farsi scegliere da loro.
Buon mercoledì.




