«Lo Stato ha completamente rinunciato a trattare i disturbi emotivi comuni, esternalizzando verso il privato; qui al Quarticciolo scardiniamo questa logica» Francesco De Michele, psichiatra.

È ampiamente diffusa, tra i principali mezzi d’informazione e d’intrattenimento, la tendenza ad assimilare le periferie urbane a un’idea di degrado, criminalità ed esclusione sociale. Una semplificazione che dipinge interi quartieri come terre di nessuno, definite dalla violenza di pochi e dalla rassegnazione di molti, additando tra le righe una pigra indisponibilità dei residenti a reagire. Quello che manca, o che viene considerato molto poco in questa narrazione, è che il più delle volte l’immobilismo non rappresenta una scelta, bensì la conseguenza diretta di marginalità economica, povertà strutturale e sistematico smantellamento dei servizi pubblici essenziali. È un circolo vizioso: quando mancano trasporti, scuole, presidi sanitari e tutele sociali, muoversi – in tutti i sensi – diventa impossibile.

Il Quarticciolo, nella periferia est di Roma, è uno degli esempi più evidenti di una realtà che soffre le conseguenze della disuguaglianza sociale. Secondo i dati elaborati da Open Salute Lazio a partire dal censimento Istat del 2011, il 97 per cento dei residenti si colloca in uno status socioeconomico basso – valutato secondo un indice composito su scala regionale – e solo il 25 per cento possiede un diploma di scuola superiore. Nella vicina Centocelle la percentuale di diplomati sale al 53 per cento, mentre la media cittadina romana è del 40 per cento. Alla disuguaglianza sociale ed economica si sommano, nel contesto del Quarticciolo, pressioni ambientali simultanee: la presenza di muffa nelle abitazioni è rilevata nel 72 per cento dei casi, mentre il 10 per cento è esposto al fumo indoor.

Negli spazi aperti, invece, incidono negativamente isole di calore e una perdurante scarsità di verde pubblico. L’aspettativa di vita media nel quartiere si ferma a 77 anni, ben cinque in meno rispetto a Centocelle, dove la media sale a 82. A gravare sul quadro clinico locale è la forte incidenza di patologie croniche come la Bpco – broncopneumopatia cronica ostruttiva – e le malattie cardiovascolari. Tra queste, risalta il peso del diabete: il rischio relativo di svilupparlo è del 21 per cento maggiore rispetto alla media romana – con un indice Rr di 1,21, contro il più contenuto 1,10 di Centocelle. I dati sono estratti dall’inchiesta di sorveglianza epidemiologica della popolazione residente, condotta dal Polo civico Quarticciolo in collaborazione con il Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio.

Nei lotti della borgata, comprare cibo fresco di qualità o iscrivere i figli a un’attività sportiva rappresentano costi insostenibili, a oggi affrontati esclusivamente grazie ai progetti di autorganizzazione condotti dai comitati di cittadini e dalle associazioni di quartiere.

Salute pubblica e autogestione: il welfare di comunità

«Quando ogni aspetto della vita ha un costo, promuovere salute gratuita e accessibile per tutti e tutte non ha prezzo». La scritta, impressa sul murale del collettivo Dans la Rue, accoglie chi scende le scale di via Ostuni 4. È qui che opera l’Ambulatorio popolare Roma Est, nato con l’obiettivo di denunciare il vuoto cronico lasciato dal Servizio sanitario nazionale – Ssn – in un quartiere già storicamente penalizzato dai determinanti sociali di salute. Al centro del dipinto spicca la parola “cura”, intesa come accoglienza e restituzione di dignità: l’intervento dell’Ambulatorio non si esaurisce nell’assistenza materiale, ma punta a costruire consapevolezza e percorsi di vertenza attraverso la pratica medica, iniziative di prevenzione e assemblee di autorganizzazione.

Avviato durante il lockdown del 2020, l’Ambulatorio popolare Roma Est si sviluppa inizialmente come supporto psicologico telefonico per spezzare l’isolamento della pandemia. Nel giugno 2021 il progetto attiva lo sportello socio-sanitario, pensato per aiutare i residenti a superare gli ostacoli amministrativi nell’accesso alla sanità pubblica: «Data l’indisponibilità di alternative sul territorio, in molti, soprattutto anziani, finiscono per rinunciare alle cure a causa delle difficoltà di spostamento, oltre che per le barriere burocratiche», spiega Andrea Carrozzini, medico di comunità e cure primarie e volontario dell’Ambulatorio.

Dal 2023 l’attività compie il salto definitivo: partono l’ambulatorio di medicina generale, lo sportello di ascolto psicologico e il servizio di nutrizione. Oggi la struttura garantisce una rete di prestazioni gratuite che vanno dalla prevenzione cardiovascolare alla pediatria e organizza giornate di sensibilizzazione come quella dedicata alla prevenzione del tumore al seno, che all’educazione sanitaria ha unito il supporto per l’iscrizione allo screening regionale gratuito. Un raggio d’azione che permette di intercettare anche fasce di popolazione che incontrano barriere d’accesso aggiuntive nel Ssn, come le comunità straniere, che i circuiti assistenziali tradizionali spesso respingono o rendono invisibili a causa di ostacoli linguistici e culturali.

La sfida, ci spiegano gli attivisti, è politica e rifiuta la logica della beneficenza. L’intento condiviso è quello di superare l’approccio assistenziale: non sostituirsi al pubblico, ma fornire alle persone gli strumenti per conoscere i propri diritti e trasformare il bisogno in una rivendicazione collettiva, che vada anche oltre l’assistenza sanitaria.

In questa prospettiva, l’Ambulatorio collabora con le altre realtà del Polo civico Quarticciolo – la palestra popolare, il doposcuola, il collettivo per il diritto alla casa – ricordandoci che qualunque diritto, se non è universale, si capovolge in privilegio e produce inevitabilmente disgregazione. L’esperienza del Quarticciolo e di via Ostuni dimostra che un’alternativa esiste già: la stabilità, la sicurezza e una società sana si possono costruire attraverso l’inclusione e la garanzia di quei servizi che, restituendo dignità alle persone, allargano al contempo l’orizzonte del possibile.

La salute mentale è un diritto collettivo

La salute mentale e il benessere psicologico rappresentano un pilastro centrale del presidio di via Ostuni: una risposta diretta alla rinuncia alle cure alimentata dal definanziamento progressivo e sistematico dei Centri di salute mentale – Csm. I servizi pubblici, svuotati di personale, si sono trasformati in imbuti burocratici che di fatto azzerano il tempo dedicato all’ascolto.

Anche in questo caso, i dati dell’inchiesta di sorveglianza epidemiologica restituiscono la profondità del disagio. Al Quarticciolo il rischio di soffrire di ansia e depressione è superiore del 68 per cento rispetto alla media romana – con un indice di rischio relativo che a Centocelle scende invece a 0,89. Un disagio certificato anche dal consumo di psicofarmaci sul territorio: l’uso di antipsicotici è del 73 per cento più elevato rispetto alla media cittadina, mentre quello di antidepressivi supera il dato romano del 20 per cento.

In un territorio dove operano stabilmente appena due medici di base per l’intera borgata, lo sportello di ascolto popolare ha registrato settanta nuovi accessi in pochi mesi. Come testimoniano gli stessi operatori della struttura, moltissimi utenti arrivano ai lotti perché respinti dalle liste d’attesa infinite dei Csm o, paradossalmente, inviati in modo informale dal personale dei servizi pubblici, ormai ridotti al collasso.

Il gruppo Psico-Lac – Salute mentale – dell’Ambulatorio conta oggi su circa venti professionisti tra psichiatri e psicoterapeuti, a cui si affiancano oltre trenta operatori che ruotano attorno al progetto. Il percorso terapeutico prevede una valutazione iniziale gratuita a cui seguono sedute a contribuzione libera e volontaria, affinché la cura non gravi sulle tasche di chi decide di intraprendere un percorso. «Lo Stato ha completamente rinunciato a trattare i disturbi emotivi comuni, esternalizzando verso il privato; qui scardiniamo questa logica», denuncia Francesco De Michele, psichiatra.

I disturbi emotivi comuni – abbreviati in Dec – rappresentano tutte quelle problematiche psicologiche di intensità lieve o moderata che emergono spesso all’interno della popolazione generale. Si tratta di manifestazioni non gravi di ansia, depressione, disturbi del sonno e stress cronico che, paradossalmente, a volte necessitano di molte più risorse in termini di accoglienza, ascolto e comprensione del reale vissuto di un essere umano. «Accogliere un paziente significa dedicargli tempo, risorsa che nel servizio pubblico i medici non hanno più, essendo sovraccaricati da migliaia di assistiti. Il tempo della cura è esso stesso cura». A volte la possibilità di dedicare tempo ai Dec permette di intervenire laddove un disagio psicologico si sta sviluppando, prevenendo l’aggravarsi di certe condizioni. Il giusto tempo di ascolto dedicato prima può trasformarsi in un notevole risparmio di risorse successive.

Lo stallo delle Case della comunità e la ritirata della Regione Lazio

Questo modello partecipativo e di medicina di prossimità nasce anche per opporsi a un sistema politico che risponde alle complessità e alle fragilità delle periferie esclusivamente con logiche securitarie e di controllo sociale, come dimostra la grammatica del cosiddetto decreto Caivano-bis – decreto-legge 31 dicembre 2024, n. 208. E mentre i decreti governativi militarizzano il disagio, la riforma della sanità territoriale legata al Pnrr si arena sulla carenza degli organici.

I dati Agenas – Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali – del monitoraggio al 31 dicembre 2025 mostrano passi avanti solo sulla carta: sotto il profilo edilizio il Lazio parrebbe virtuoso, perché le strutture con almeno un servizio attivo sono 96 su 145 programmate, pari a circa il 66 per cento – contro il 45 per cento nazionale – e la Asl Roma 2, cui il Quarticciolo afferisce, è stata la prima a completare formalmente i cantieri di tutte le sue 22 Case della comunità, i nuovi presidi di sanità pubblica e prossimità previsti dal Pnrr. Tuttavia, la Regione rimane ferma a circa il 4 per cento per quanto riguarda le strutture realmente operative con tutti i servizi e il personale previsti dal decreto ministeriale 77 del 2022.

Il popolamento delle Case della comunità è infatti bloccato dal tetto rigido sulla spesa per le assunzioni; le 370 nuove immissioni annunciate dalla Regione per la Asl Roma 2 non specificano se si tratterà di internalizzazioni stabili nell’organico aziendale o di contratti precari con liberi professionisti a gettone. Inoltre, il recente Accordo integrativo regionale per la medicina generale, basandosi sulla partecipazione puramente volontaria dei medici di base, fa sfumare nei fatti la promessa di un’assistenza di prossimità garantita 24 ore su 24 e rischia di trasformare queste nuove strutture in scatole vuote, prive di reale efficacia terapeutica.

«La politica dichiara di voler inserire psicologi e psichiatri in questi presìdi: ma intenderà farlo attingendo dagli stessi Csm già fortemente sotto pressione?», si chiede Andrea Carrozzini. «Si costringono così gli operatori rimasti a sdoppiarsi, svuotando ulteriormente i servizi territoriali esistenti».

Per contrastare la deriva della privatizzazione e trasformare il diritto alla cura in una vertenza collettiva, lo sportello dell’Ambulatorio popolare Roma Est ha promosso diverse iniziative, raccogliendo la partecipazione attiva di operatori della salute mentale, assistenti sociali, realtà del privato sociale e cittadini. L’obiettivo per l’autunno è quello di una grande mobilitazione che rompa l’immobilismo istituzionale, esigendo investimenti concreti, assunzioni di personale nel settore pubblico e una reale inversione di rotta nella prevenzione territoriale.

«L’ottimismo che ho in questo momento», conclude Francesco De Michele, «è che questa fase storica di crisi profonda, dal Covid in poi, abbia risvegliato una coscienza collettiva attorno al concetto di lotta e di rivendicazione sociale che, dalle giornate di Genova 2001, la nostra generazione aveva smarrito. Gli ambulatori popolari stanno crescendo in tutta Italia, si strutturano in reti nazionali e internazionali: c’è un movimento reale in atto. Non cambieremo il mondo nei primi sei mesi, ma questo è un semino politico fondamentale, che fa stare meglio chi viene a curarsi e, allo stesso tempo, chi ha deciso di mettere le proprie competenze a disposizione di questo spazio».