ll generale Min Aung Hlaing ha intensificato le iniziative diplomatiche dopo essere diventato presidente del Myanmar nell’aprile 2026, in seguito alle contestate elezioni di inizio anno.
Da quando è diventato presidente, Min Aung Hlaing ha visitato molti Paesi della regione e partner esterni: dalla Cina all’India, dalla Thailandia al Vietnam, fino a Russia, Bielorussia e Kazakistan. È un’attività diplomatica che punta a consolidare i rapporti con i Paesi vicini, attrarre investimenti e attenuare l’isolamento seguito al golpe del 2021, che ha scatenato una devastante guerra civile nel Paese. La sua visita in Cambogia del 10 e 11 settembre scorso si inserisce in questo quadro e rappresenta la quarta missione in un Paese dell’Asean, dopo Laos, Thailandia e Vietnam. L’Asean – Association of South-East Asian Nations – continua a fare riferimento, per fermare in Myanmar la violenza, al Five-Point Consensus, il piano in cinque punti adottato all’inizio del conflitto per favorire il dialogo politico e garantire l’accesso agli aiuti umanitari. Un piano rimasto però in gran parte inattuato. Queste missioni nel Sud-est asiatico segnalano il tentativo del regime di ricucire i rapporti con l’organizzazione regionale, dalla quale i rappresentanti politici della giunta restano esclusi dai vertici di alto livello.
La recente visita in Cambogia ha suscitato aspre critiche da parte di organizzazioni per i diritti umani, dietro la ricerca di legittimità internazionale della giunta c’è però un Paese segnato da decenni di guerra e da fratture etniche mai risolte. Ne parliamo con Nant He Sein, giovane dottoranda birmana della comunità Karen, proveniente da una famiglia che ha vissuto direttamente l’esperienza dello sfollamento. La sua storia personale si intreccia con una delle questioni centrali del conflitto: il rapporto tra il potere centrale e le diverse comunità etniche del Myanmar.
Nant He Sein, l’ultimo rapporto dell’Independent investigative mechanism for Myanmar, pubblicato nell’agosto 2026, documenta una nuova escalation degli attacchi aerei contro la popolazione civile, particolarmente intensa nei mesi a cavallo delle elezioni farlocche organizzate dalla giunta tra dicembre 2025 e gennaio 2026. L’Iimm ha identificato alcune delle unità militari responsabili e le rispettive catene di comando, mentre continua a raccogliere prove su torture, detenzioni arbitrarie e violenze sessuali.Il numero dei crimini internazionali è aumentato massicciamente dal golpe del 2021 e il 2025 è stato l’anno più letale per i bambini.
Da quando i militari hanno preso il potere con il colpo di Stato del febbraio 2021 – una situazione che persiste ancora oggi -, in Myanmar continua a esserci un regime militare. I militari hanno condotto attacchi incessanti contro i civili, ricorrendo anche a raid aerei, bombardamenti e al rogo di case e villaggi civili. Queste azioni hanno causato una distruzione diffusa e hanno costretto moltissime persone a fuggire dalle proprie case. Il regime militare ha inoltre imposto severe restrizioni ai giovani, tra cui il servizio militare obbligatorio, seminando paura e incertezza tra le nuove generazioni. Molti giovani hanno cercato di fuggire dal Paese o di nascondersi in aree più sicure per evitare l’arruolamento forzato. Di conseguenza, il golpe ha avuto un impatto profondo sui civili, in particolare sui giovani, che stanno lottando per difendere la propria vita e trovare un futuro sicuro. La verità, dunque, è che mentre il regime cerca la normalizzazione attraverso i rapporti con Cina, India, Thailandia e cerca un’accettazione internazionale per attenuare la pressione diplomatica, sul terreno la repressione continua e il conflitto rimane aperto. È in questo quadro che va letta la gestione di Aung San Suu Kyi. Il suo trasferimento dal carcere agli arresti domiciliari non rappresenta un’apertura democratica. Va interpretato piuttosto come un tentativo del nuovo potere di cambiare il significato politico della sua figura: da prigioniera simbolo del golpe a figura neutralizzata e controllata.
Prima dell’arrivo degli europei, il territorio dell’attuale Myanmar era caratterizzato da diversi regni e sistemi politici. Il centro della valle dell’Irrawaddy era prevalentemente abitato dai Bamar di fede buddista, mentre nelle aree periferiche vivevano numerosi gruppi etnici, tra cui Shan e Mon, di fede prevalentemente buddista, Kachin e Chin, dove vi sono importanti comunità di cristiani, Rakhine, dove è concentrata la minoranza musulmana dei Rohingya, e Karen, religiosamente diversificati. È importante questa frattura tra un centro politico e culturale e una periferia etnicamente frammentata?
Il Myanmar è un Paese composto da molti gruppi etnici, ciascuno con la propria cultura, storia, lingua e territori tradizionali. Il colonialismo britannico di fine Ottocento ha esasperato questa frattura. Gli accordi di Panglong del 1947 tra la maggioranza Bamar e le numerose minoranze etniche fallirono a seguito dell’assassinio di chi maggiormente li aveva voluti, Aung San, il padre di Daw Aung San Suu Kyi. Così, quando arrivò l’indipendenza del Paese nel 1948, il nuovo Stato ereditò non soltanto un territorio, ma anche divisioni politiche e identitarie che non erano state risolte. Per molti decenni, le comunità etniche hanno vissuto in conflitto con l’esercito, in particolare per il controllo delle loro terre ancestrali. I militari hanno combattuto contro varie organizzazioni armate etniche e hanno cercato di estendere il proprio controllo sulle aree in cui le comunità etniche rivendicavano maggiore autonomia e autodeterminazione. I civili appartenenti alle minoranze etniche hanno subito le violenze dei militari, tra cui attacchi ai villaggi, sfollamenti e violazioni dei diritti umani. Molte comunità etniche hanno continuato a difendere i propri territori perché desiderano vivere in pace e proteggere la propria gente dal controllo e dalle violenze dei militari. Durante il periodo di transizione democratica (2011-2021), Daw Aung San Suu Kyi ha promosso una maggiore cooperazione e unità tra i diversi gruppi etnici del Myanmar. Tuttavia, il conflitto tra l’esercito e le organizzazioni armate etniche è proseguito e gli attacchi nelle aree etniche non si sono fermati.
Questo conflitto ha segnato direttamente anche la sua storia personale e quella della sua famiglia?
Io appartengo alla comunità etnica Karen e molte persone Karen hanno sofferto enormemente a causa di questo conflitto. La mia comunità ha vissuto l’esperienza dello sfollamento a causa degli attacchi militari contro i villaggi, che hanno incluso sparatorie e bombardamenti. Quando ero giovane, la mia famiglia e altre persone hanno dovuto abbandonare le proprie case e cercare luoghi più sicuri. A quel tempo, la democrazia non era ancora saldamente stabilita e i civili avevano pochissima protezione o voce in capitolo. Queste esperienze hanno segnato profondamente la comunità Karen. Molte persone continuano a lottare per la propria dignità, sicurezza e per il diritto di vivere pacificamente sulla terra dei propri antenati. Migliaia di persone Karen sono state sfollate e vivono da molti anni nei campi profughi lungo il confine tra Thailandia e Myanmar. Per molte famiglie, questi campi sono diventati rifugi temporanei dopo essere state costrette a fuggire dalle proprie case. Così uno dei conflitti armati più longevi al mondo non termina, anzi peggiora.
Facciamo un passo indietro e ripercorriamo le fila della storia passo passo. Il socialismo birmano imposto dal generale Ne Win, artefice del colpo di Stato del 1962, portò a una crisi inflazionistica e a un impoverimento generale. La rivolta del 1988 portò in strada migliaia di persone per chiedere democrazia, ma fu repressa. È lì che emerse la figura di Daw Aung San Suu Kyi, figlia di Aung San, che, dopo aver contribuito a costituire la National league for democracy ed essere stata posta agli arresti domiciliari, divenne il simbolo dell’opposizione al regime militare. Il regime perdurò e nel 2007 scoppiò un’altra rivolta repressa, la cosiddetta Rivoluzione dello zafferano, guidata dai monaci buddisti. È quindi sempre stato un regime fragile?
Nel Myanmar la religione non è una dimensione separata dalla politica: il buddhismo theravada è parte integrante dell’identità nazionale della maggioranza Bamar e il Tatmadaw ha costruito strumentalmente anche su questa identità una parte della propria legittimità. Ma la guerra civile ha trasformato il rapporto tra religione, etnia e potere in una questione ancora più complessa: cristiani Chin e Kachin sono spesso associati alle aree della resistenza, i Rohingya musulmani rimangono una delle comunità più perseguitate e persino monasteri e monaci buddhisti vengono colpiti quando sono percepiti come ostili alla giunta. Il periodo tra il 1988 e il 1989 ha lasciato i ricordi più indelebili, che il popolo della Birmania non potrà mai dimenticare. Tra l’agosto del 1989 e l’agosto del 1990, con i leader studenteschi imprigionati e Daw Aung San Suu Kyi agli arresti domiciliari, i monaci buddisti del Myanmar scesero in campo come fulcro morale della resistenza. Durante questo movimento, noto come la rivolta “8888” perché iniziato l’8 agosto del 1988, migliaia di monaci capovolsero le proprie ciotole laccate per le elemosine. Questo atto, chiamato Patta Nikkujjana Kamma (noto anche come Patta Mandana, ovvero scomunica), simboleggiava il loro rifiuto di accettare offerte o di celebrare rituali religiosi per il personale militare. In seguito, molti monaci furono brutalmente uccisi dal regime militare. Successivamente, nell’agosto del 1990, a seguito di un’altra violenta repressione militare a Mandalay che costò la vita a monaci e studenti, la comunità monastica organizzò un massiccio e coordinato boicottaggio nazionale contro l’esercito, infliggendo un durissimo colpo psicologico e religioso ai generali al potere, noti per la loro profonda superstizione. Da allora il regime è rimasto esattamente lo stesso, senza mai cambiare. La Rivoluzione dello zafferano ha avviato una parziale transizione democratica, una liberalizzazione controllata però dall’esercito, che continuava a detenere il vero potere coercitivo.
Nel 2011 la giunta venne sciolta e nel 2015 si tennero elezioni relativamente libere, nelle quali stravinse Aung San Suu Kyi. Ma la questione delle minoranze etniche rimase irrisolta: nel 2017 una massiccia operazione militare provocò l’esodo di oltre 700.000 Rohingya verso il Bangladesh e accuse internazionali di pulizia etnica e gravi violazioni dei diritti umani. Le accuse coinvolsero Aung San Suu Kyi, che difese l’operazione militare. Il consenso della Nld era legato a un nazionalismo Bamar che non coincideva necessariamente con un progetto pienamente inclusivo delle minoranze. È così?
Dal mio punto di vista, Aung San Suu Kyi non ha mai difeso il golpe militare; è una donna estremamente onesta. Ha aiutato tantissimo il Paese e il suo popolo. È stata strumentalizzata per ragioni che non possiamo spiegare senza prove concrete. È da moltissimo tempo che il regime militare fa soffrire la popolazione: non solo i Rohingya, ma anche i loro stessi civili. Il potere dei militari è stato immenso per decenni. Il colpo di Stato del 2021 è stato diverso dai precedenti: una nuova generazione aveva conosciuto l’apertura politica. Sono nate proteste di massa e il Civil Disobedience Movement. E la repressione militare ha trasformato progressivamente una protesta politica in un conflitto armato: dopo il golpe nacque il National Unity Government, un governo parallelo composto da esponenti della Nld, giovani attivisti e rappresentanti di gruppi etnici, che costituì la People’s defence force. Così gruppi che per decenni avevano combattuto separatamente contro il governo centrale hanno trovato un interesse comune nella lotta contro la giunta. Sì, è così. Le persone che si oppongono al colpo di Stato militare non possono più vivere al sicuro in Birmania. Molte hanno dovuto fuggire dal Paese per il timore di essere arrestate, imprigionate, torturate o uccise. Il Governo di unità nazionale (Nug) e moltissimi giovani continuano a opporsi al regime militare, anche dall’estero. Alcune persone si sono dovute nascondere nelle foreste o sono scappate nei Paesi vicini. Per coloro che riescono a partire, raggiungere un altro Paese rappresenta la possibilità di sopravvivere e di cercare un futuro più sicuro.
La storia del Myanmar può essere letta come una lotta irrisolta per definire che cosa significhi essere birmani e, soprattutto, quale debba essere la forma dello Stato: un sistema centralizzato, nel quale il Tatmadaw si attribuisce il ruolo di garante dell’unità nazionale e dell’identità maggioritaria Bamar-buddhista, oppure una federazione democratica capace di riconoscere e condividere il potere con le diverse comunità etniche e religiose del Paese?
La soluzione ottimale resta una federazione democratica capace di riconoscere e condividere il potere con le diverse comunità etniche e religiose del Paese, perché la Birmania è una nazione ricca di tradizioni e contesti culturali. In questo modo si smetterebbe di spezzare i sogni e le speranze delle nostre nuove generazioni e il Paese diventerebbe molto più conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. Il loro futuro dipende dalla possibilità di ricevere una buona istruzione e questi ragazzi dovrebbero avere gli stessi diritti di tutti gli altri ragazzi e bambini che crescono in contesti di pace e democrazia.
Foto di Pyae Sone Htun su Unsplash




