Il Ddl della destra rischia di trasformarsi in uno strumento ideologico che invece di rafforzare la sicurezza delle comunità ebraiche comprime la libertà di pensiero. Criticare Israele non può essere reato

Il dibattito pubblico e parlamentare sul disegno di legge sull’antisemitismo, approvato dal Senato e ora diretto verso le fasi conclusive dell’iter, ha aperto una profonda frattura nel panorama politico e culturale italiano. Al centro della controversia vi è un testo che dichiara di voler rafforzare la sicurezza delle comunità ebraiche e contrastare l’odio antiebraico, ma che solleva dubbi rilevanti su due aspetti cruciali: il rischio di comprimere la libertà di espressione e l’efficacia di una risposta normativa che potrebbe confondere la repressione del dissenso politico con la lotta alle discriminazioni.

Il nodo principale della mia critica è l’adozione ufficiale della definizione operativa di antisemitismo elaborata dall’Ihra (International holocaust remembrance alliance). Sebbene la definizione condanni l’odio nei confronti degli ebrei, la sua applicazione e i parametri che la accompagnano potrebbero estendere l’etichetta di “antisemita” a comportamenti che non sono riconducibili al razzismo, sovrapponendo l’antisemitismo alla legittima critica politica allo Stato di Israele e alle politiche del suo governo. A essere coinvolti potrebbero essere manifestazioni, articoli di stampa, inchieste giornalistiche e interventi accademici che denunciano le azioni militari o criticano l’ideologia sionista.

Il timore, condiviso da giuristi, costituzionalisti, organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International, e movimenti sociali, è che s’introduca una vera e propria “norma-bavaglio”. Giornalisti, intellettuali e manifestanti potrebbero ricorrere all’autocensura per evitare sanzioni, procedimenti o campagne di delegittimazione mediatica. Restringere lo spazio del dibattito su questioni geopolitiche complesse come il Medio Oriente significa incidere su uno dei fondamenti della democrazia costituzionale italiana: la libera manifestazione del pensiero. A mio avviso, il paradosso più evidente del provvedimento è la sua inadeguatezza rispetto all’obiettivo dichiarato. L’antisemitismo non si contrasta moltiplicando i reati d’opinione, irrigidendo i controlli sui media o imbrigliando il dibattito pubblico. Occorre invece intervenire sui contesti sociali, culturali ed educativi in cui l’odio può attecchire.

Ancora una volta, si rischia di preferire il valore simbolico della legge rispetto alla prevenzione. Le radici dell’odio razziale e dell’intolleranza affondano nell’ignoranza, nella diffusione di contenuti ostili negli spazi digitali e nei processi di radicalizzazione ideologica. Una legge incentrata soprattutto su definizioni rigide e controlli amministrativi, anche con il coinvolgimento di autorità come l’Agcom, sposterebbe l’attenzione sulla repressione delle espressioni verbali, trascurando gli strumenti strutturali necessari a promuovere inclusione e consapevolezza.

Il Ddl rischia così di diventare soltanto un vessillo ideologico, più utile ad alimentare la polarizzazione politica che a proteggere concretamente le persone di religione o cultura ebraica. La sicurezza delle comunità ebraiche richiede interventi concreti, sia nella vita quotidiana sia sul piano sociale, non provvedimenti che dividano l’opinione pubblica in fazioni contrapposte.In conclusione, ritengo che, nella sua formulazione attuale, il Ddl sull’antisemitismo rischi di produrre l’effetto opposto a quello auspicato: reprimere la libertà di critica e di dissenso, pilastri irrinunciabili di ogni Stato di diritto, senza offrire strumenti efficaci per contrastare l’odio e i pregiudizi nella società.

Quando una legge, pur ispirata a finalità democratiche, limita la libertà di parola anziché promuovere il confronto culturale e la tutela dei cittadini, l’intero sistema compie un passo indietro e indebolisce i valori che intende proteggere. Al lettore porrei dunque una domanda: questo provvedimento garantirà la sicurezza delle comunità ebraiche e la tutela costituzionale della libera critica, oppure costituirà un precedente pericoloso per la limitazione del dissenso politico?

L’autore: Vincenzo Musacchio, professore di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al Rutgers institute on anti-corruption studies (Riacs), Rutgers university of newark (USA)

 

Fonte Foto