Il film ripercorre la rivolta contro il dominio britannico torna a interrogare il presente. La cineasta racconta la lotta per riappropriarsi della memoria palestinese e restituire alle donne il loro posto nella storia
Annemarie Jacir, regista di quattro film candidati dalla Palestina agli Oscar, è stata in Italia per presentare il più recente tra questi: Palestine 36, distribuito da Wanted Cinema, racconta la storia ancora troppo poco conosciuta della lunga rivolta di massa contro il dominio britannico, negli stessi anni in cui gli ebrei fuggivano dall’Europa a causa delle persecuzioni nazifasciste. L’abbiamo intervistata.
“Palestine 36” è un grande lavoro di recupero della memoria palestinese. Una risposta potente all’amnesia coloniale, fatta di violenza epistemica e quindi di quella che viene chiamata archival violence. Lei ha avuto accesso a molte fonti, tra cui i cinegiornali della British Pathé.
È un lato positivo del fatto che [durante il loro mandato] i britannici filmassero e conservassero tutto. L’intero Archivio nazionale palestinese, invece, fu confiscato nel 1982 dall’esercito israeliano nel corso dell’invasione del Libano. Tuttora quando l’IDF fa irruzione negli spazi culturali sottrae hard disk e archivi. Oggi il mio primo lungometraggio Il sale di questo mare è in qualche modo materiale d’archivio, perché i luoghi che ho ripreso non esistono più. Mi sono sentita fortunata nel poter guardare gli archivi britannici, dato che mostrano luoghi andati distrutti. Volevo sottrarlo ai britannici, riappropriarmene davvero… È roba nostra!
Ha scelto di colorizzare immagini originali?
Sì, la colorizzazione è stata un modo per riuscire in questo intento, perché infonde vita. Ci ho lavorato insieme allo studio di post-produzione: stabilivamo che il turbante dovesse avere una certa tonalità, che qualcos’altro dovesse averne un’altra… Non volevo usare gli archivi a fini puramente documentaristici, come quando guardi un film e all’improvviso le immagini sono in bianco e nero ed è come se il regista stesse dicendo: “Ecco, guarda com’era. Ma ora, torniamo alla nostra storia”. Non mi interessava quel tipo di distinzione tra vero e non vero. Credo che questo abbia conferito al film una vitalità importante.
Vitalità e continuità, perché la colorizzazione rende evidente come l’occupazione sionista abbia da subito agito attraverso prassi già collaudate sotto l’occupazione britannica?
Vediamo soldati che perquisiscono i palestinesi, frugano tra i loro effetti personali, stabiliscono posti di blocco, proprio come nella vita reale mia e dei miei genitori. Siamo costantemente criminalizzati, controllati, visti come sospetti, sottoposti a perquisizioni. Ti controllano la borsa, i capelli, il corpo… il tuo corpo è considerato di per sé criminale. Forse mi sto allontanando dalla tua domanda, ma gli archivi mi hanno fatto riflettere su questo: cosa succede a un popolo che da novant’anni subisce interrogatori? Ciò che detesto è che quando sono in auto e vengo fermata ad un checkpoint in Cisgiordania, devo mostrare ad un soldato tutto quello che c’è nell’auto, ma quel soldato non avrebbe nemmeno il diritto di essere lì, i checkpoint secondo le leggi internazionali non dovrebbero nemmeno esistere! Ma devi ugualmente fermarti e fare come ti dicono.
Grazie a Palestine 36 il grande pubblico sta conoscendo quanto sia stata importante per il popolo palestinese la Grande rivolta araba. E insieme, il ruolo fondamentale che vi hanno avuto le donne, come poi anche nel corso dell’Intifada. Quello della giornalista Khuloud, interpretata da Yasmine Al Massri, è un personaggio straordinario.
Voglio vedere le donne palestinesi sul grande schermo. Le donne sono sempre state oggetto di rimozioni storiche. Il personaggio della giornalista è ispirato a due figure realmente vissute. Durante il Mandato britannico c’erano diverse giornaliste che scrivevano sotto pseudonimo maschile, per diversi motivi: il primo è perché così si veniva prese maggiormente sul serio, come credo accada ancora oggi. Un altro motivo è che loro criticavano il potere e questo rendeva pericoloso utilizzare il proprio nome reale. Esisteva già un movimento femminista palestinese, come si vede nel film con la protesta davanti all’ufficio dell’Alto Commissario britannico. Per ricostruire quel momento è stato usato molto materiale d’archivio, la costumista ed io abbiamo stampato tutte le foto di quella manifestazione e poi con l’aerografo abbiamo fatto sì che le donne fossero molto somiglianti all’originale. Abbiamo voluto essere il più possibile fedeli alle immagini d’archivio. Stessa cosa per la sequenza dell’inaugurazione della radio. [Palestine Broadcasting Service, la radio ufficiale del Mandato] Come dice un dialogo tra una nonna (interpretata da Hiam Abbass) e sua nipote, tutti i modi in cui si partecipa ad una rivolta sono fondamentali, anche quando non corrispondono all’immagine stereotipata dei ‘ribelli’.
Come ha lavorato sulla musica? 
Nel film c’è sia musica composta appositamente, sia quella che si ascoltava realmente all’epoca. Ad esempio in una scena ambientata in un caffè si sente in sottofondo la voce di Nuh Ibrahim, il grande cantore della Rivolta. Il compositore Ben Frost, invece non è palestinese. Sapevo di non volere qualcosa come la colonna sonora di Lawrence d’Arabia, perché Palestine 36 parla anche del nostro presente. Frost inizialmente mi disse: «Non so creare musica araba…». Ma se avessi voluto quello, avrei contattato un musicista arabo, altrimenti il rischio è ritrovarsi con musica orientalista e di mer*a! Desideravo piuttosto dei brani che sapessero accompagnare in modo emozionante il film nel suo essere attuale.
Il cast è stellare: Hiam Abbass, Kamel Al Basha, Saleh Bakri, Yasmine Al Massri, Jalal Altawil, Robert Aramayo, Jeremy Irons, Liam Cunningham… Nella vita reale, tutti loro sono schierati con il popolo palestinese, ma spesso sentiamo altri attori e registi occidentali dire: “Sono solo un artista, non faccio film politici. Consideratemi solo un artista”. E contemporaneamente stiamo avendo sempre più prove di quanto il pubblico internazionale sia interessato a vedere film che raccontano la storia palestinese, così come prove dell’efficacia di boicottaggi economici e culturali. Ritiene sia possibile realizzare film apolitici, o dichiararli non politici? 
Tutto è politico. Anche il più stupido dei film di Hollywood è politico. Ciò che sceglie di mostrare e ciò che sceglie di dire è politico. Non esiste arte che non sia politica.
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