Lettera aperta agli studenti in piazza: non rinunciate a immaginare un mondo diverso

Il paternalismo che attraversa il Paese in lungo e in largo, relativamente alle proteste giovanili dei giorni scorsi, è davvero irricevibile. Conosciamo quanto sia una forza fisiologica (il paternalismo), che tende a manifestarsi in ogni generazione quando volge lo sguardo a quelle precedenti, e ci si può cadere anche con le migliori intenzioni in quella postura che mescola sempre disincanto e falsa preoccupazione. Io credo però che noi, noi quarantenni, che stiamo nel mezzo dell’intera tensione intergenerazionale, possiamo lasciare solo un’unica, piccola eredità a chi ha oggi ha vent’anni, condensata in un messaggio chiaro e sintetico: non fate come noi, non imitateci per piacere. Non perché non abbiamo provato a cambiare le cose pure noi, ci abbiamo provato eccome, ma forse oggi i tempi sono maturi per un bilancio onesto della nostra azione almeno fino a qui. Perché la nostra generazione è stata sempre “dirottata”, decentrata dalle sue reali esigenze, e ormai ha senso anche esercitare un minimo di autocritica sulla cosa. A vent’ anni avevamo già chiaro che vi era un intero modello di sviluppo da ripensare, ma siamo usciti dal G8 di Genova del 2001 feriti, confusi e frastornati. Quella che verrà poi certificata come la più grave violazione dei diritti umani (ad opera della Polizia di Stato) in un Paese occidentale dal dopoguerra risultava, nel racconto televisivo, solo come una città messa a ferro e a fuoco dalla protesta.
Un’intera generazione veniva presa a manganellate, e doveva anche scusarsi del disagio arrecato mentre chiedeva un ripensamento del futuro. Non vi è stato neanche il tempo di rimettersi in piedi da quel trauma che due mesi dopo saranno le Twin Towers a crollare a New York, e tutto il dibattito pubblico verrà nuovamente riconfigurato, stavolta dalle tensioni internazionali. Quelle istanze di cambiamento si ritrovano quindi, periodicamente, nel regno dell’inappropriato, fino addirittura a risultare imbarazzanti per chi le professa:  ricordo benissimo alcuni esponenti del Genoa Social Forum in televisione chiedere quasi scusa, ed elemosinare istruzioni su cosa fare, come comportarsi, alla luce della tragedia dell’11 settembre, come se voler ridiscutere gli equilibri globali e i modelli di crescita economica fosse associabile agli intenti distruttivi del fondamentalismo islamico. Ci penserà George. W, Bush a ricompattare quella tensione morale e civica, perché il suo progetto d’esportazione della democrazia con la forza e in barba al diritto internazionale di sicuro non si poteva accettare. In casa in più avevamo Berlusconi che ci ricordava tutti i giorni che immaginario etico, estetico e narrativo non volevamo. Già in quella fase è avvenuta però la prima resa, sottile, ma determinante: la protesta si è commisurata sempre più nei termini di una risposta/reazione invece che di un’immaginazione, perché era questa la forma e lo spirito in cui era nato il famoso slogan “Un altro mondo è possibile”. La tensione immaginativa, la costruzione di un pensiero alternativo, sono stati gradualmente soffocati dall’urgenza della contestazione contingente, senza che davvero ci rendessimo conto di questo scivolamento semantico e fattuale.

Sarà tra il 2007 e il 2008 che arriveranno però i colpi più mortali che la storia infliggerà al nostro futuro: la crisi economica e l’avvento dei social network. La crisi del 2008 il nostro continente non l’ha mai del tutto superata, ma in un paese a crescita zero, privo di adeguamento salariale e con un welfare essenzialmente mangiato dalla spesa pensionistica non potevamo che aspettarci una condizione di crisi e scarsità permanente, nell’età del neoliberismo. I social sono stati lo zucchero con cui abbiamo ingoiato quella pillola. E non li abbiamo capiti per tempo. Dobbiamo ammettere anche questo. Li abbiamo visti come nuove piattaforme per una circolazione più veloce e diretta delle idee, li abbiamo pensati e utilizzati come veicoli della nostra espressione personale, guadagnandone spesso anche dei vantaggi, ma senza interrogarci più di tanto sugli effetti sistemici del fenomeno.  Ora ci è tutto più chiaro, lo sappiamo che non si tratta quasi mai di strumenti neutri capaci di arricchire la nostra mappa del mondo. Ora però è tardi. Ora lo sappiamo che i social hanno incrementato il livello di frammentazione cognitiva, polarizzazione e aggressività, sarebbe stato meglio capirlo prima però.

Abbiamo snobbato l’arrivo di Instagram e adesso conosciamo i danni che ha fatto, soprattutto alle generazioni successive alla nostra. i dati riportati da Jonathan Haidt in La Generazione Ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli sono impressionanti, in particolare dall’avvento dello smartphone un’intera generazione è andata incontro ad un’infinità di disturbi mentali (e non si parla ancora abbastanza di quanto le ragazze, molto più dei maschi, siano state le vere vittime di tutto questo). Non si trattava di affrontare una svolta tecnologica rimpiangendo i paradigmi precedenti, si trattava di sorvegliare l’interesse pubblico nell’attraversamento di una mutazione imposta da interessi privati. Non abbiamo capito fino in fondo e per tempo che fare un post non è solo un semplice atto espressivo, ma significa regalare un contenuto ad un’azienda multinazionale che lo utilizzerà a suo vantaggio. Così come eravamo stati capaci di scendere in piazza contro le guerre illegali di Bush, avremmo dovuto scendere in piazza anche contro i colossi della Big Tech, contro i monopoli digitali, contro i danni dell’iperconnessione, ma non l’abbiamo fatto.

E non l’abbiamo fatto perché abbiamo vissuto nell’emergenza continua, perché nella nostra percezione non c’era neanche il tempo di fermarci a riflettere: l’individualismo che ha caratterizzato la nostra generazione è stato prima di tutto uno strumento per rimanere a galla, per non affogare. L’investimento esistenziale nel lavoro ha però tenuto il mondo lontano dalle nostre stanze, replicandolo in maniera disordinata sui nostri schermi, e così il mondo si è trasformato in un continuo attimo di pausa, tra una mail e l’altra, tra la compilazione di una pratica e la conclusione di un lavoro, tra una call e la stesura di un bando. Quello però non era il mondo, era un algoritmo, e mentre navigavamo dentro le nostre ripetizioni digitali la realtà sociale ha continuato in maniera chiarissima la sua corsa neoliberista, arrivando a costituire forbici e disparità mai viste prima nella storia dell’umanità.

Abbiamo cercato di gestire questa tempesta mantenendo la calma e l’equilibrio, cercando di praticare, ognuno nei suoi ambiti, quella deontologia che le generazioni più vecchie, anche di poco, pretendevano di insegnarci, salvo poi comprendere in maniera evidente che loro erano i primi a non rispettare quei dettami, esercitando con rapacità una tendenza all’occupazione totale dello spazio. Pensavamo che chi ci ha preceduto ci avrebbe gradualmente fatto entrare, ma abbiamo realizzato con il tempo che non ne avevano la minima intenzione.

Se grazie al nostro talento ci siamo fatti comunque largo e ci siamo affermati abbiamo sempre percepito che i nostri successi e le nostre capacità seminavano il panico in loro.

Per questo, oggi, mi viene da dire a chi ha vent’anni: non fate come noi. Non distogliete lo sguardo dal mondo reale, non fatevi convincere che la soluzione ai problemi delle vostre vite sia lavorare sempre più ore, sempre di più. Non lanciatevi nel regno dell’Intelligenza artificiale come noi ci siamo lanciati nel mondo virtuale, accontentandosi di compensazioni fittizie a bisogni strutturali. Non siate così accomodanti, rispettosi, come lo siamo stati noi, verso chi è più grande. Cercate di riconoscere in anticipo le sottili forme di potere che si nascondono nell’aiuto che non scalfisce alcun rapporto di forza. Non imitateci, per piacere.

 

 

L’autore: Matteo Manzitti è un compositore, direttore d’orchestra e insegnante

Manifestazione per la scuola del 16 ottobre 2026, Rete degli Studenti Medi