Migliaia di studenti, lavoratori e insegnanti contro il riarmo, il carovita e un futuro negato. Tangenziale occupata senza scontri. La protesta pacifica mette a nudo le scelte della politica

“Più limoni, meno meloni”, “Voglio vivere e non sopravvivere”, “Scuole non bombe”. C’è tutta la rabbia e la vitalità della Gen Maranza negli slogan che hanno invaso Milano. “Meglio maranza che fascista”, cantano i ragazzi, mentre professori e genitori si uniscono al coro: “La cura e l’educazione muovano il mondo, ma i nostri stipendi sono fermi”. Carovita, scuola, formazione e diritti: sono questi i motori dello sciopero generale indetto dal sindacato di base Usb, che ha portato in strada una marea umana. Un serpentone colorato e danzante da cinquantamila persone secondo gli organizzatori (venticinquemila per la Questura). Una mobilitazione imponente, partita in mattinata da due punti nevralgici della città: un primo spezzone da piazza Leonardo Da Vinci, davanti al Politecnico, e un secondo da piazza Duca d’Aosta, di fronte alla stazione centrale, presidiata fin dall’alba da un massiccio dispiegamento di forze dell’ordine. I due cortei si sono ricongiunti in piazzale Loreto, fondendosi in un’unica onda che ha poi imboccato via Palmanova per occupare, come preannunciato, la Tangenziale Est. Lassù, all’altezza di Lambrate, i manifestanti hanno trovato ad attenderli gli agenti in tenuta antisommossa. Eppure, il blocco dell’arteria stradale – durato fino alle 16 – è scivolato via senza scontri. Qualche ragazzo è salito sulla passerella dei pannelli luminosi per appendere uno striscione con la scritta “Gen Maranza”. Solo nel finale, quando la polizia si è avvicinata per sgomberare la carreggiata e scortare gli ultimi manifestanti verso l’uscita, si è accesa qualche scintilla: cori, discussioni verbali animate e qualche diverbio, ma nessun tafferuglio. Il corteo è poi rientrato verso il Politecnico per sciogliersi.
Resta però la fotografia di una piazza che reclama un futuro, specchio di una drammatica crisi generazionale che la politica ha scelto di ignorare. Se oggi i giovani bloccano le città è perché le istituzioni li hanno lasciati a secco: tra Recovery Plan e bonus edilizi lo Stato ha bruciato quattrocento miliardi di euro in sei anni, lasciando alle nuove generazioni solo le briciole. I dati, del resto, descrivono un’emergenza nazionale: l’Italia è penultima in Europa per occupazione under 29, seconda per numero di Neet e tra le ultime per età di uscita dalla casa dei genitori. Un’emorragia di competenze certificata anche dal governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, secondo cui un laureato tedesco guadagna l’80% in più di un collega italiano, e uno francese il 30% in più. Di fronte a questo scenario, persino l’enorme opportunità del Pnrr – la grande speranza del post-Covid, il cui prezzo psicologico e sociale è stato pagato in primis dai ragazzi – si è rivelata un mezzo flop. Come denunciato dal palco di Piazza del Popolo dalla responsabile nazionale dell’Udu (Unione degli Universitaria), dei quasi duecento miliardi di euro stanziati tra prestiti e contributi a fondo perduto, ai giovani è andato appena il 2,5%: appena 5 miliardi di euro.
Ma il disinteresse della politica si fa ancora più evidente sulle priorità concrete della vita studentesca, a partire dall’emergenza casa. Una crisi che il Parlamento ha deliberatamente scelto di non risolvere, opponendosi frontalmente alle tutele europee. È arrivato infatti un doppio “no” all’Affordable Housing Act, il regolamento UE che consentirebbe a Comuni e Regioni di limitare gli affitti brevi e il mercato delle seconde case nelle zone dove il prezzo medio di un’abitazione supera di 8 volte il reddito disponibile pro capite. Facendo scudo dietro una relazione contraria del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, le commissioni Politiche dell’Unione europea di Senato e Camera hanno bocciato la proposta, approvando due pareri motivati di non conformità basati sul principio di sussidiarietà. Atti formali firmati rispettivamente dai relatori Roberto Rosso (Forza Italia) e Alessia Ambrosi (Fratelli d’Italia), che bollano la norma UE come contraria all’interesse nazionale. Una spaccatura insanabile tra il palazzo e la realtà, che spiega – meglio di qualunque discorso – perché i ragazzi abbiano deciso di riprendersi la strada. Almeno quella.

foto di Nicola Vallotto