C’è un momento in cui le notizie smettono di essere notizie. Quando i morti in mare diventano una statistica, i bambini uccisi sotto le bombe una cifra da aggiornare, i naufraghi una categoria dentro il dibattito politico sull’immigrazione. Questo è il momento in cui la tragedia diventa ordinaria amministrazione e l’indignazione, consumata in pochi secondi, lascia il posto alla notizia successiva.
Poi succede qualcosa che rompe questa distanza: una nave che intercetta un’imbarcazione alla deriva nel buio, una frase pronunciata da chi quella morte l’ha vista da vicino. «Un conto è sentire parlare delle morti in mare, un conto è viverle». A dirlo è stato Giovanni Soldini, navigatore oceanico, uno che il mare lo conosce come pochi, ma che questa volta ha scelto di attraversarlo da un’altra prospettiva: quella di chi non cerca un record, ma prova a salvare vite.
La Life Support, la nave di ricerca e soccorso di Emergency, è salpata dalla Sicilia per la sua 46ª missione nel Mediterraneo centrale. A bordo, un equipaggio di 29 persone: nove marittimi e venti membri dello staff dell’organizzazione, tra capomissione, soccorritori, sanitari, mediatori culturali e logisti. A loro si è unito proprio Soldini, questa volta non per inseguire un record oceanico, ma per mettere la propria esperienza al servizio del soccorso in mare. Quella del Mediterraneo centrale è una delle rotte migratorie più letali al mondo. Secondo il Missing Migrants Project dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), dal 2014 a oggi si contano oltre 35.600 vittime nel Mediterraneo, di cui più di 26.800 morte o disperse nel solo tratto centrale, dove opera la nave di Emergency.

Tra il 27 e il 28 ottobre, in zona Sar libica-maltese, la nave ha portato in salvo 113 persone, intercettate in due distinti interventi: 73 su una barca di legno sovraffollata, altre 40 su un gommone. Tra loro donne incinte, bambini e decine di minori, alcuni non accompagnati. Con questi interventi, la nave di Emergency, operativa nel Mediterraneo centrale dal dicembre 2022, ha soccorso complessivamente 3.588 persone.
Imbarcazioni fragili, persone senza giubbotti di salvataggio, un viaggio durato oltre un giorno e mezzo, il buio e condizioni meteo difficili. Non c’è niente di epico in queste traversate, soltanto la disperazione di chi affida la propria vita a un pezzo di legno o a un gommone, perché restare dall’altra parte può significare non avere più un futuro. E allora c’è chi tenta. Chi muore in mare, chi riesce ad arrivare in Europa, chi viene intercettato, riportato in Libia e sottoposto nuovamente alla violenza di un sistema di detenzione nel quale, come documentano da anni le organizzazioni umanitarie, si consumano abusi, torture e trattamenti disumani. Molti ripartono, anche più volte, perché restare intrappolati in quei luoghi può significare vivere senza diritti, senza protezione, senza possibilità di futuro. È una delle brutalità più profonde di questa frontiera: costringere le persone a scegliere tra il rischio di morire attraversando il mare e quello di subire violenze rimanendo bloccate sulla terraferma.

C’è un dato che dovrebbe impedirci di archiviare tutto sotto la voce emergenza migratoria. Da gennaio a ottobre 2026, gli sbarchi sulle coste italiane sono diminuiti di oltre la metà rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Una riduzione che Emergency collega soprattutto al crescente sostegno ai Paesi nordafricani per bloccare le partenze, con gravi conseguenze sul piano dei diritti umani. Ma mentre diminuiscono gli arrivi, aumentano le vittime: nei primi dieci mesi del 2026, secondo il Missing Migrants Project dell’Oim, le persone morte o disperse nel Mediterraneo sono state 2.034, contro le 1.606 registrate nello stesso periodo del 2025.
Meno arrivi, dunque, ma più morti. Sono i naufragi fantasma che segnano il confine tra ciò che vediamo e ciò che accade davvero. E che si fa sempre più sottile, mentre il mare continua a inghiottire persone, anche quando non occupano più le aperture dei telegiornali.
Giovanni Soldini ha raccontato di aver incontrato storie umane: padri, madri giovani, persone che rischiano la pelle per inseguire una possibilità. È una considerazione apparentemente semplice, eppure contiene una verità che il linguaggio politico spesso cancella. Prima di essere migranti, sono persone. Prima di essere numeri, sono nomi. Prima di essere una questione da risolvere, sono vite da proteggere.
La disumanizzazione, però, non riguarda soltanto chi attraversa il mare. È un meccanismo che si ripete, in forme e contesti diversi, ogni volta che una vita viene privata della propria individualità, quando una persona diventa una categoria, un bambino una vittima collaterale, un essere umano un numero dentro una contabilità politica o militare. È qui che il Mediterraneo incontra idealmente un altro luogo, un’altra tragedia, un’altra forma di memoria.
Il 2 ottobre, a Palermo, migliaia di studenti hanno attraversato i quartieri del Cep e di Borgo Nuovo portando un sudario bianco lungo settanta metri.

Una staffetta che attraversa la Sicilia e affida alle comunità il compito di non lasciare cadere nell’oblio i nomi dei bambini uccisi a Gaza.
Qamar. Rwaida. Nomi che potrebbero appartenere a una bambina incontrata a scuola, a una compagna di giochi, a una figlia che aspetta qualcuno a casa. Sono alcuni dei nomi impressi sulla grande tela bianca realizzata dagli studenti dell’Istituto superiore Giorgio La Pira di Pozzallo, con i nomi di 18.500 bambine e bambini. Non numeri da aggiornare nelle statistiche di una guerra, ma vite che non ci sono più. Storie interrotte prima ancora di avere il tempo di cominciare.
Nomi che provano a trasformarsi in responsabilità collettiva.
Un sudario. Un lenzuolo che nella nostra cultura accompagna i morti, ma che in Sicilia è diventato uno strumento per tenere insieme la memoria dei vivi. Perché scrivere un nome significa riconoscere un’esistenza. Significa sottrarre una persona alla contabilità della morte, rifiutare che un bambino possa essere soltanto una vittima collaterale, una conseguenza inevitabile, un numero che disumanizza.
Non si tratta di sovrapporre Gaza ai naufragi del Mediterraneo. Ma esiste un filo che le attraversa: la facilità con cui la vita di qualcuno può diventare meno importante agli occhi di qualcun altro. La facilità con cui si costruiscono distanze, si stabiliscono gerarchie tra le sofferenze, si decide, anche attraverso le parole, chi merita compassione e chi può essere lasciato fuori dal nostro orizzonte. La strumentalità con cui, attraverso una guerra, creiamo nuovi razzismi, nuovi «anti-qualcuno», nuovi nemici.
È una questione che riguarda anche noi, europei, cittadini di un continente che ha costruito la propria identità attorno ai diritti e alla dignità della persona, ma che troppo spesso sembra ricordarsene soltanto quando a essere minacciati sono i propri confini.
Il Mediterraneo è diventato una frontiera da presidiare, un luogo da amministrare attraverso accordi, respingimenti, decreti e porti assegnati a centinaia di miglia di distanza. E chi salva vite finisce spesso per dover spiegare il senso del proprio lavoro, difendersi da accuse, affrontare fermi e sanzioni. Come se il problema fosse la presenza di chi soccorre e non l’assenza di risposte davanti a chi rischia di annegare.
Come se la cosa più scomoda, in questo tempo, fosse trasformare un principio di umanità in un gesto concreto.
E allora la nave di Emergency e il sudario portato dagli studenti di Palermo e di Pozzallo, pur così diversi, finiscono per raccontare la stessa resistenza. Da una parte c’è chi si mette in navigazione per impedire che altri corpi scompaiano nell’acqua. Dall’altra ci sono ragazzi che tengono tra le mani i nomi di migliaia di bambini, perché non scompaiano anche dalla memoria. Il soccorso e il ricordo. La possibilità di salvare una vita e il dovere di non dimenticarne una perduta.
Per difendere non soltanto il diritto di arrivare a un porto sicuro, ma il diritto di essere riconosciuti come esseri umani, ovunque si nasca e qualunque sia il destino che ci è toccato.Ed è paradossale che una nave nel Mediterraneo e un sudario lungo settanta metri possano ancora insegnarci che nessuna vita dovrebbe diventare invisibile.
L’autrice: Valentina Colli è archeologa, attivista e collaboratrice di Tp24




