La sinistra dovrà trasformare il rifiuto di Trump in un progetto capace di parlare alle metropoli e alle aree industriali, ai giovani e ai lavoratori, agli elettori democratici di lunga data e a quelli che nel 2024 avevano scelto Trump. Da questo dipenderà se il 3 novembre resterà una sconfitta repubblicana o segnerà un cambiamento più profondo

Le elezioni di midterm del 3 novembre cambiano gli equilibri a Washington. I democratici conquistano Camera e Senato e tolgono ai repubblicani il controllo del Congresso, a due anni dalla fine della presidenza Trump. I conteggi sono ancora provvisori: al Senato i seggi attribuiti ai democratici sono 54, contro 44 repubblicani, con due gare ancora aperte. Alla Camera la maggioranza democratica potrebbe collocarsi tra 230 e 250 seggi su 435. Il dato esatto può cambiare, non il risultato politico: entrambe le assemblee passano saldamente ai democratici.

Il voto racconta però qualcosa che va oltre la composizione del Congresso. I repubblicani perdono seggi in Stati che consideravano sicuri e i democratici recuperano terreno dopo anni di arretramento. Nel Partito democratico torna così una domanda: come trasformare il malcontento contro Trump in un progetto politico e sociale duraturo? Trump aveva invitato gli elettori a votare come se il suo nome fosse sulla scheda. Dopo la sconfitta ha sostenuto che, se fosse stato candidato, i repubblicani avrebbero vinto «in una valanga». Così cerca di sottrarsi a un giudizio che lui stesso aveva sollecitato. Secondo l’AP Voter Poll, su circa 80 mila elettori, quasi quattro su dieci hanno votato per opporsi a Trump e meno di due su dieci per sostenerlo. Sei su dieci disapprovano il suo operato; sette su dieci chiedono al Congresso controlli più incisivi.

Le ragioni del voto sono anche molto concrete. Per quasi nove elettori su dieci il costo della vita è stato un fattore importante; per circa quattro su dieci l’economia è stata la questione principale. Prezzi, affitti, spesa, carburante, sanità e salari: è su questo terreno che le promesse della Casa Bianca hanno incontrato la vita quotidiana delle famiglie. Alla preoccupazione economica si sono aggiunti la guerra con l’Iran, i dazi e l’incertezza provocata dalle scelte dell’amministrazione. Corruzione e tenuta della democrazia hanno pesato a loro volta. La campagna di Trump ha puntato su identità e conflitto culturale; per molti elettori, però, il giudizio è passato dal supermercato, dall’affitto e dalle bollette.

La cartina elettorale è forse l’aspetto più interessante di questa tornata. In Texas James Talarico ha battuto il repubblicano Ken Paxton, riportando un democratico al Senato federale per la prima volta dal 1988. Nello stesso Stato Gina Hinojosa ha sconfitto il governatore uscente Greg Abbott: è la prima donna latina a guidare il Texas e la prima democratica dai tempi di Ann Richards. Il Texas è uno dei pilastri repubblicani e nel 2024 Trump lo aveva vinto con largo margine. La doppia vittoria democratica riapre una competizione che il GOP riteneva sotto controllo. Talarico, insegnante e pastore presbiteriano, ha condotto una campagna progressista usando un linguaggio religioso diverso dal nazionalismo cristiano della destra.

I repubblicani perdono anche in North Carolina, dove Roy Cooper conquista il seggio senatoriale, e in South Carolina, dove Annie Andrews supera Darline Graham, sostenuta da Trump e sorella del senatore Lindsey Graham. In Kansas Adam Hamilton batte Roger Marshall: lo Stato non eleggeva un senatore democratico da 94 anni. Si aggiungono il ritorno al Senato di Sherrod Brown in Ohio, la vittoria di Josh Turek in Iowa e quella di Troy Jackson nel Maine contro Susan Collins. Sono risultati diversi, ma insieme mostrano che le difficoltà del GOP non riguardano soltanto le grandi città o le aree progressiste: in alcuni Stati si interrompono decenni di dominio repubblicano, in altri i democratici recuperano territori persi negli ultimi cicli.

Anche il voto dei giovani si è spostato con decisione. Secondo Circle, il 71% degli elettori tra 18 e 29 anni ha votato per un candidato democratico alla Camera, contro il 25% per un repubblicano: 46 punti di differenza, il divario più ampio mai registrato dall’organizzazione nelle elezioni nazionali. Le rilevazioni post-voto indicano un recupero democratico anche tra gli elettori latini, neri e cattolici rispetto al 2024. Sono dati da leggere con cautela: il cambiamento può dipendere da chi cambia voto, ma anche dalla diversa partecipazione. E votare democratico non significa necessariamente aderire a una proposta “socialista”. È proprio qui che si apre il confronto dentro il Partito democratico. La coalizione comprende chi voleva soprattutto fermare Trump, indipendenti, giovani, lavoratori preoccupati per i prezzi, elettori delle periferie e delle grandi città. Nessuna componente può rivendicare da sola il risultato. Ma la sinistra ha contribuito a riportare la discussione su salari, casa, sanità e distribuzione della ricchezza, temi che la destra non può più considerare propri.

A New York Zohran Mamdani ha dato visibilità a questo modo di fare politica. Affitti, trasporti, salari, servizi pubblici, costo della cura e accesso alla casa sono stati al centro del suo messaggio. È una proposta nata in una grande città, non trasferibile tale e quale in tutto il Paese. Ma indica che una sinistra capace di parlare dei problemi quotidiani può allargare il proprio spazio più di una discussione concentrata sulle identità e sulle provocazioni della destra.

Il risultato di Alexandria Ocasio-Cortez nel 14° distretto di New York va letto in questo contesto. Con oltre il 95% dei seggi scrutinati, AOC ha ottenuto il 66,18% dei voti, contro il 19,62% dello sfidante repubblicano. Nel 2024 aveva raggiunto il 68,9%. La percentuale è leggermente inferiore a quella del 2024, ma il distacco resta ampio. Il collegio, tra Bronx e Queens, è saldamente democratico e AOC è una deputata molto conosciuta: il risultato non prova un’espansione nazionale del socialismo democratico, ma conferma la solidità della sua base.

Sul piano organizzativo pesa l’elezione di cinque candidati sostenuti dai Democratic Socialists of America: Darializa Avila Chevalier e Claire Valdez a New York, Melat Kiros in Colorado, Donavan McKinney in Michigan e Chris Rabb in Pennsylvania. Con loro, gli esponenti Dsa alla Camera salgono a sette, contando anche le uscenti Ocasio-Cortez e Rashida Tlaib. Non possono imporre da soli la linea del partito, ma potranno incidere sulle priorità. Le loro campagne hanno insistito su sanità universale, assistenza all’infanzia, salari, casa e opposizione alle politiche dell’Ice, contestando anche il finanziamento aziendale della politica e il sostegno militare a Israele. Posizioni che mobilitano una parte dell’elettorato e attirano gli attacchi repubblicani.

La coalizione democratica, comunque, non coincide con la sinistra socialista. Talarico ha unito in Texas sensibilità progressista, linguaggio religioso e difesa dei servizi pubblici; Hinojosa ha insistito su corruzione, scuole e costo della vita. Abdul El-Sayed, medico e figura progressista in Michigan, ha un altro profilo. Jon Ossoff, rieletto in Georgia, appartiene a una tradizione liberal e istituzionale; Roy Cooper, vincitore in North Carolina, è un moderato. Questa varietà ha permesso ai democratici di raccogliere consensi in Stati diversi. Resta da vedere se sapranno tradurla in un programma comune senza accantonare le questioni sociali.

Dall’altra parte, la sconfitta apre un problema per i repubblicani che non si risolve con l’uscita di scena di Trump. Il trumpismo non è nato con lui. Ha raccolto il risentimento verso le élite, la crisi di molte aree industriali, la sfiducia nelle istituzioni e le spinte del Tea Party. Trump ha dato loro una guida e una lingua comune, portandole al centro del partito. Ha anche accelerato il distacco dalla tradizione “internazionale”  di Eisenhower, Nixon, Reagan e dei Bush, per la quale alleanze e presenza americana nel mondo erano strumenti essenziali della potenza statunitense.

Con l’America First è tornata al centro una corrente isolazionista e transazionale, che nella storia americana non è mai scomparsa ma che oggi condiziona tutto il partito. Le alleanze vengono trattate come accordi da rinegoziare, gli impegni internazionali come costi da tagliare, la politica estera come uno scambio di concessioni. Le divergenze su Ucraina, NATO, Israele, Iran, dazi e interventi militari riguardano il ruolo che gli Stati Uniti intendono avere nel mondo. Una parte dei repubblicani teme che l’isolazionismo indebolisca la leadership americana; un’altra considera quella leadership un costo che il Paese non può più sostenere.

La sconfitta apre la corsa al dopo-Trump, ma non chiarisce chi potrà raccoglierne l’eredità. JD Vance è il nome più vicino al mondo MAGA, ma dovrà dimostrare di avere un progetto proprio e non soltanto la fiducia del presidente. Marco Rubio rappresenta una sensibilità più legata alle alleanze e alla tradizione interventista, pur avendo fatto parte dell’amministrazione Trump. Altri cercheranno una sintesi tra populismo economico, nazionalismo e prudenza internazionale. Il movimento non sparirà: molti dei suoi temi sono ormai parte dell’identità repubblicana. La contesa sarà su chi ne raccoglierà l’eredità e su quale politica estera ne deriverà.

La conquista del Congresso non consegna ai democratici il governo degli Stati Uniti. La Camera potrà guidare le commissioni, aprire indagini, convocare funzionari e intervenire sul bilancio; il Senato avrà un ruolo decisivo sulle nomine. Trump conserva però il veto, il comando delle forze armate e la direzione dell’esecutivo. Sarà ancora lui a decidere l’indirizzo della politica estera e a condurre i rapporti con Ucraina, Israele, Iran e NATO. Il Congresso potrà condizionare gli aiuti e gli stanziamenti, chiedere conto delle decisioni e mettere sotto pressione l’amministrazione, ma non sostituirsi alla Casa Bianca. Con 54 o 55 senatori democratici non ci sono, inoltre, i numeri per superare da soli l’ostruzionismo sulla maggior parte delle leggi ordinarie o per rovesciare un veto presidenziale.

Il Congresso sarà terreno di scontro. I democratici dovranno fondare indagini e audizioni su fatti e documenti; Trump e i suoi alleati potranno presentare i controlli come persecuzione politica. La vittoria non mette fine alla polarizzazione né al conflitto sulle istituzioni. Per i democratici comincia adesso la parte più difficile: dimostrare che la maggioranza parlamentare può produrre risultati su costo della vita, sanità, casa, salari e lavoro. E chiarire quale ruolo avrà la sinistra progressista: se potrà partecipare alle decisioni o se resterà una componente da cercare durante le campagne e da tenere ai margini quando si governa.

Trump resta alla Casa Bianca e il movimento che lo ha portato al potere conserva radici sociali e organizzative. Il voto ha però mostrato che la sua coalizione può perdere e che il controllo del Partito repubblicano non garantisce quello del Paese. La sinistra dovrà trasformare il rifiuto di Trump in un progetto capace di parlare alle metropoli e alle aree industriali, ai giovani e ai lavoratori, agli elettori democratici di lunga data e a quelli che nel 2024 avevano scelto Trump. Da questo dipenderà se il 3 novembre resterà una sconfitta repubblicana o segnerà un cambiamento più profondo.

Foto dai social di Abdul El-Sayed