Errore sarebbe un verbale compilato male, una procedura saltata, una valutazione frettolosa. Qui c’è un uomo colpito alla testa mentre scappa

Arrivano le scuse. Arrivano per iscritto, su carta, dal carcere. Carmelo Cinturrino affida al suo avvocato una lettera: «Quel ragazzo doveva essere in prigione e non morto. Mi dispiace per la sua famiglia. Sono triste e pentito per ciò che ho fatto… Perdonatemi, pagherò per il mio errore».

La parola scelta è “errore”.

Errore sarebbe un verbale compilato male, una procedura saltata, una valutazione frettolosa. Qui c’è un uomo colpito alla testa mentre scappa, una pistola finta fatta portare da un collega e posata accanto al corpo per costruire la scena della legittima difesa, circostanza che l’indagine considera falsa. E infatti la famiglia di Abderrahim Mansouri risponde senza giri: «Gli errori si commettono a scuola, ammazzare una persona e dopo creare una messa in scena non è un errore».

Nella lettera Cinturrino parla di paura, rivendica encomi, si definisce servitore dello Stato. La famiglia replica che, se ha un briciolo di coscienza, deve confessare «tutto il male» e chiarire il ruolo dei complici. In mezzo restano i tentativi di depistaggio contestati, i colleghi indagati per favoreggiamento e omissione, un commissariato sotto la lente della Procura.

Si è scusato l’assassino primo del ministro Salvini, dei parlamentari meloniani, dei giornalisti con la bava alla bocca e dei leghisti infoiati. Quelli, no. 

Ma un agente dello Stato non chiede indulgenza pubblica. Un uomo di Stato denuncia, racconta, consegna ai magistrati ogni dettaglio, anche quello che lo riguarda. Le scuse appartengono alla sfera privata. La verità è un atto pubblico.

I familiari lo dicono con chiazza: se davvero c’è coscienza, servono confessioni piene, nomi, responsabilità. Il resto è carta. E la carta, quando si parla di un proiettile alla testa e di una scena manipolata, pesa meno dei fatti.

Buon venerdì.