«E tu che farai?» Non è una domanda ipotetica. È l’unica che conta, perché quello che Bruno Arpaia racconta ne Il mondo senza inverno non è fantascienza: è cronaca del futuro prossimo

Il messaggio, doloroso, drammatico, che sta alla base del nuovo romanzo di Bruno Arpaia, Il mondo senza inverno (ed. Guanda), è il seguente: è folle pensare che i cambiamenti climatici che da qualche tempo e sempre più di frequente stanno flagellando il nostro pianeta, siano qualcosa da affrontare - qualora ci sia la volontà di farlo - come problema a sé stante, qualcosa di separato da altre questioni nodali, altrettanto urgenti. Nella visione dell’autore, che di fantascientifico non ha nulla, se non l’ambientazione del suo racconto in un futuro prossimo non troppo lontano, gli sconvolgimenti legati al clima porteranno necessariamente a radicali cambiamenti di carattere politico, sociale, sanitario e di organizzazione delle società. E non saranno cambiamenti in senso democratico. Marta, sua figlia Sara, e il giovanissimo orfano Miguel, adottato dalle prime due, già protagonisti della tragica migrazione verso nord raccontata nel precedente lavoro di Arpaia, Qualcosa, là fuori, credono di aver trovato una sorta di equilibrio una volta raggiunta la meta del loro esodo, la Scandinavia. Ma nemmeno il tempo di tirare il fiato e si accorgono di essere, forse, caduti dalla padella alla brace. Perché la Scandinavia, tra i pochi luoghi al mondo che ancora consentono una parvenza di vita - il sud del mondo è ormai arso dalle alte temperature che rendono impossibile la permanenza di ogni forma di esistenza - non è altro che un nuovo modello statale basato su una spietata dittatura tecnologica, ancora peggiore, se possibile, delle tirannie di vecchio stampo: l’Intelligenza artificiale, vero fulcro del potere, non ha anima né cuore, e scandisce l’esistenza degli esseri umani con un sistema di sorveglianza totale, nonché attraverso una rigida divisione in caste della società. Sara, giovane ragazza con un futuro che credeva a portata di mano, è sconvolta - ancor più della madre, e di Miguel, ancora troppo piccolo per comprendere la situazione in cui si sono venuti a trovare - e non riesce ad accettare quella nuova condizione, fatta di chip impiantati sottopelle che monitorano all’istante gli spostamenti di ogni individuo, capaci di generare elettricità e di arrostire chi tenta di avvicinarsi a zone della città non consentite, droni che controllano ogni singolo momento dell’esistenza di ognuno, sensori biometrici, barriere e posti di blocco ovunque. Ma la cosa più sconvolgente e inaccettabile è il divario presente nella collettività, l’iniquo trattamento riservato ai tre gruppi sociali presenti sul territorio. I cittadini «A» sono i privilegiati, quelli che la scienza negli anni precedenti ha selezionato, attraverso l’ingegneria genetica, per guidare le sorti del Paese. La creazione di questi superuomini

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