Dopo un lungo e straordinario lavoro d’indagine sulla condizione di emigrante come identità profonda di Picasso culminata nel libro Picasso. Una vita da straniero (Marsilio) e nell’omonima mostra in Palazzo Reale a Milano la storica dell’arte Annie Cohen-Solal continua la sua ricerca sul tema arte e migrazione con una sorprendente biografia di Mark Rothko, l’artista lettone di origini ebraiche, cresciuto nella Russia zarista e antisemita e poi fuggito negli Stati Uniti dove non si sentì mai a casa, soffrendone profondamente il nazionalismo xenofobo e il capitalismo omologante. Sradicato, discriminato, messo ai margini, tuttavia Rothko non smise mai di lottare contro pregiudizi e stereotipie. Lo fece fin da ragazzino fondando giornali scolastici a Portland e poi con una fitta attività di polemista e scrittore. L’interesse per la pittura sarebbe arrivato molto dopo. Con la biografia Mark Rothko, riparare il mondo (Einaudi) Cohen-Solal ci regala un ritratto sfaccettato e complesso dell’artista, rivelandone un volto per tanti versi inedito, liberandolo dal cliché del genio isolato, meditativo e introverso. Ma anche mostrando quanto il tema dell’immigrazione innervi profondamente la sua opera. «La realtà dello sradicamento, la stigmatizzazione con cui ha dovuto misurarsi per conquistarsi un posto tramite l’arte – scrive Cohen-Solal – costituiscono la fonte della sovversione estetica che Rothko ha infitto nel nucleo della società moderne».
Annie Cohen-Solal, Picasso patì l’indigenza, il controllo poliziesco in Francia, ma poi riuscì a fare della propria condizione di emigrato una orgogliosa identità e una dimensione di libera ricerca. Rothko visse il suo essere straniero in maniera in parte diversa?
La loro traiettoria fu molto diversa sotto questo e molti altri riguardi. Diversamente da Picasso, Rothko non era nato per essere artista, non era destinato a diventarlo. Era uno studente molto brillante, un intellettuale molto precoce, sarebbe potuto diventare un filosofo, uno storico e altro. Fin da ragazzino era molto impegnato. Era nato con una missione, una mesimà, come si dice in ebraico. Sentiva il dovere di aiutare il mondo, di aiutare gli altri. E l’ha fatto, nei 25 anni di insegnamento anche aiutando i giovani artisti ad emergere. Era molto altruista. Picasso non ha mai insegnato. Fin da piccolo sapeva disegnare. Rothko non sapeva disegnare. Rothko ha scritto tanto, Picasso non ha mai scritto.
Fu una ferita indelebile per Mark Rothko essere costretto ad approdare negli Usa a dieci anni con l’abito nero della scuola talmudica e con al collo un cartello con su scritto «I don’t speak english»?
Pativa il fatto di non saper parlare inglese, di avere un nome difficile da pronunciare (Markus Rothkowitz, ndr) che ti fa sentire sempre fuori posto, soffriva di non avere più la cultura di famiglia. Rothko precocemente ha perso il padre, ha perso la lingua, ha perso la relazione con il proprio Paese d’origine. Si trova prestissimo a doversi reinventare da zero. Mi ha colpito molto un suo quaderno di poesie in ebraico scritte all’età dei dieci anni a Portland. Non scrive in russo, non scrive in tedesco – lingue che conosce bene – non scrive in inglese, sceglie di scrivere in ebraico. E sono delle poesie incredibilmente mature. Avrebbe potuto diventare un grandissimo scrittore. Fin da giovanissimo – quando aveva dodici, tredici, quindici anni – scriveva articoli politici in cui spronava ad alzarsi in piedi, ad essere cittadini con senso civico, ad ascoltare cosa succede in guerra. La sua era una presenza al mondo fortissima.
Poi, arrivato a Yale con una borsa di studio, qualcosa si spezza? Rinuncia a un futuro da intellettuale, da professionista integrato perché?
A Yale immediatamente avverte l’oppressione del numerus clausus. Per questo se ne va. Però fonda un giornale dove scrive che quel sistema di education fatta solo per i Wasp non va! Lo denuncia perché l’America era un Paese chiuso. Da sempre gli Usa sono fatti da gente come Trump, da pionieri con le armi sotto il letto, da banchieri interessati solo al denaro. E lui non è mai andato per quella via, mai, fino alla fine. Ha ascoltato sé stesso, la propria voce interiore, creando una lingua nuova, la lingua del colore, delle forme fluttuanti, una cosa straordinaria. L’ha fatto in modo radicale, senza mai pensare alle conseguenze. Rifiutò commissioni anche dopo aver lavorato al progetto per un anno restituendo i soldi, perché sentiva che non gli corrispondeva l’intento di chi lo sovvenzionava. Come fece con i ricchissimi cristiani che si erano proposti di finanziare il suo sogno di creare una cappella interculturale. Non è facile trovare persone come lui.
Una lettura mainstream depoliticizzata del suo percorso, che non racconta il suo essere stato profondamente impegnato nella società è servita per cercare di sussumerlo all’orizzonte americano?
Penso che questi aspetti non possano essere trascurati, io faccio storia sociale dell’arte, non mi interessa una lettura formalista. Cerco di uscire dai confini e di integrare tutti gli elementi che sono alla base della genesi creativa di un’opera, perciò mi occupo di antropologia, di storia, di sociologia, di economia, la filosofia eccetera. La sua pittura è fatta di idee filosofiche e di impegno, è una pittura che ripara il mondo. Perciò ho voluto includere questa espressione nel sottotitolo del libro. La pittura di Rothko è fatta di colori senza confini, la sua arte è inclusiva. Esattamente come il Paese dal quale proveniva che quando nacque era ancora Russia , non era ancora Lituania. Di fatto lui ha superato tutti i confini. Anche del mestiere, della religione. Oggi la Rotkho chapel (che fu inaugurata a Houston in Texas dopo la sua morte, ndr), è una cappella interreligiosa diretta da un presidente musulmano che viene dalla Turchia, una persona considerata non grata nel Paese di Erdoğan. Allora questa cappella voluta da una protestante diventata cattolica, disegnata da un ebreo è diventata un punto di riferimento per il mondo pacifista e del dialogo. Ne stiamo creando una anche in Italia. Stiamo lavorando a una casa della pace e dell’arte in Toscana. La sua lotta è così contemporanea!
Un aspetto che contraddistingue anche la sua biografia di ebrea, nata in Algeria e impegnata per la Palestina.
La mia famiglia in parte veniva dalla Palestina, in parte della Spagna dopo l’inquisizione, un’altra parte proveniva dalla Grecia, un’altra ancora da Livorno. E io, fin da piccola, ho sempre visto le differenze come positive, come valore. Si parlava spaziando dal francese all’arabo e al giudeo-arabo. E mi sentivo felice in quel multiculturalismo. Poi però sono andata a lavorare in un kibbutz. Era il 1968 e avevo venti anni. Ci volli andare per vedere con i miei occhi come funzionava quella comunità democratica. C’erano persone che venivano dall’Europa, scappate dalla povertà ma parlavano almeno dieci lingue. Alla prima colazione recitavano poesie di Verlaine… era bellissimo. E suonavano musica classica dopo il lavoro nei campi. Poi sono tornata, ho finito la mia tesi e ho avuto un incarico di docente all’Università ebraica di Gerusalemme. È lì che nel 1976 ho visto i primi coloni, le occupazioni e gli attacchi contro i palestinesi. È stato uno choc. Ci sono stata malissimo E mi sono chiusa. La scorsa estate però ho pubblicato un lungo articolo su Le Monde che è diventato virale. Mi hanno scritto tanti musulmani condividendone i contenuti. In Francia il confronto è più duro che in Italia, perché ci sono grandissime comunità ebree e musulmane. E c’è il ricordo della colonizzazione. Ma oggi sento fortemente questo impregno.
Un aspetto che emerge fortemente dal suo libro è che Rothko rimase sempre un anticapitalista criticando il mercato dell’art e la Pop art con la sua apologia delle merci.
Rothko era un grumpy old man, era un vecchio brontolone, uno che si arrabbiava. Non era uno stratega come Picasso, per niente. Quando nella galleria che lo aveva reso famoso vide arrivare opere di Andy Warhol e Roy Lichtenstein decise di andarsene. Purtroppo optò per la Marlborough gallery e si rivelò una scelta tremenda, perché era interessata solo ai soldi e gli chiedeva di produrre sempre più opere. Poi dopo un aneurisma entrò in depressione, si dette all’alcool, lasciò la moglie. Ma anche in quel periodo, che precede il suo tragico suicidio, non smise di impegnarsi. Lo fece anche creando una fondazione per vecchi artisti. Lui che apparteneva a una generazione di pittori venuti della vecchia Europa aiutava i nuovi pittori americani a emergere. Fu importante per Barnett Newman, per Pollock, per una intera generazione di artisti americani.
Quale messaggio ci trasmette oggi Rothko?
Il suo messaggio è estremamente contemporaneo. Tanto più in questo caos che stiamo vivendo adesso, sia in America che in Medio Oriente. Indica la strada giusta quella dell’inclusione, la strada della luce, la strada democratica. Anche perché pensava che l’arte è per tutti, non solo per un’élite, per i cattedratici, per gente con tre Phd. La pensava per la gente che non sa leggere. Il suo percorso è tra politica, arte e etica. Ed è di grande ispirazione. Per me è un grande onore insegnare ai giovani in questi tempi di caos. Le loro risposte sono commoventi. Sento la responsabilità di scrivere, parlare con i giornalisti, con i lettori in tanti Paesi diversi. Di recente sono stata in Cina in occasione della traduzione di Picasso. Una vita da straniero. E poi in Brasile, in Polonia e altrove. Io credo che il ruolo degli intellettuali sia importantissimo in questi tempi in cui c’è troppa ignavia e troppo silenzio rispetto a tutto quello che sta accadendo.
In apertura, immagini tratte dal catalogo della mostra Mark Rothko a Firenze




