Questa nuova messa in scena di Come gli uccelli del drammaturgo, regista e attore franco-libanese Wajdi Mouawad, per la regia di Marco Lorenzi (che abbiamo visto al Teatro Bellini di Napoli), rappresenta uno degli eventi più significativi della stagione. Questa rilettura infonde all’opera una nuova risonanza emotiva e politica, ponendosi come un dispositivo epico e tragico che interroga criticamente le fondamenta dell’identità culturale, religiosa e genetica. Il lavoro, già vincitore del Premio Ubu 2024 come miglior testo straniero (in Italia è pubblicato da Einaudi), funge da ponte tra la storia del teatro classico e le lacerazioni del presente.
Sebbene il debutto originario del 2023 al Teatro Astra di Torino avesse già segnato un punto di svolta per la compagnia Il Mulino di Amleto, la maturità di questa ripresa sprigiona un respiro epocale in un contesto geopolitico che rende le parole di Mouawad dolorosamente attuali.
Per comprendere la densità dell’opera è indispensabile raccontare la figura di Wajdi Mouawad, nato nel 1968 in Libano e cresciuto tra l’esilio in Francia e in Canada. Questa condizione di sradicamento ha plasmato una poetica in cui il teatro diventa l’unico territorio di appartenenza. Mouawad, artista totale e direttore del Théâtre National de la Colline a Parigi, ha ridefinito il concetto di tragedia contemporanea con produzioni celebri come la tetralogia Il sangue delle promesse. Il successo cinematografico di Incendies ha inoltre confermato la sua capacità di trasformare il dolore individuale in un mito universale.
La ripresa napoletana del 2026 Per continuare la lettura dell'articolo abbonati alla rivistaQuesto articolo è riservato agli abbonati
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