Nei giorni scorsi l’Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) ha pubblicato il rapporto Interim Economic Outlook, che contiene le stime di crescita del Pil, ossia le previsioni sulla crescita economica. Le notizie per l’Italia non sono incoraggianti. L’economia del nostro Paese crescerà, secondo l’organizzazione, solo dello 0,4% nel 2026. Si tratta di un taglio di 0,2 punti percentuali rispetto alle previsioni pubblicate dalla stessa organizzazione a dicembre. La zona euro, nel suo complesso, vedrà una crescita dello 0,8%, anch’essa ridotta di 0,4 punti percentuali rispetto alle stime precedenti.
Non occorre sottolinearlo: il fattore determinante alla base di questa revisione è il protrarsi del conflitto in Medio Oriente, il quale ha portato con sé una fiammata dei prezzi dell’energia e stravolto le catene di approvvigionamento globali. In sostanza, secondo l’Ocse, la crisi energetica sta generando un aumento dei costi per le imprese e un’impennata dell’inflazione. La stima della nuova ondata inflattiva per l’Italia è del 2,4% per il 2026, il che significa un +1,7% rispetto alle attese prima del conflitto. E se la guerra dovesse protrarsi, gli effetti negativi sulla crescita potrebbero essere ancora più marcati, con rischi di recessione per i Paesi più esposti agli shock energetici. In particolare, l’Italia risulta tra i Paesi più vulnerabili a causa della sua dipendenza dalle importazioni di gas e petrolio e della debolezza strutturale della domanda interna.
L’Ocse osserva, nel nostro Paese, un calo dei consumi e un collasso della fiducia dei consumatori, fatto avvalorato dai dati diffusi, sempre in settimana, dall’Istat: l’indice di fiducia dei consumatori è infatti sceso, in marzo, a 92,6 dal 97,4 di febbraio. In parole povere, gli italiani sono seriamente preoccupati per il futuro. Va un po’ meglio per quel che riguarda la fiducia delle imprese, per le quali si segnala un calo di un solo decimale: da 97,4 a 97,3.
D’altronde, le previsioni dell’Ocse ci forniscono la conferma di quanto già segnalato da altre istituzioni. Confindustria aveva già rivisto al ribasso la crescita italiana collocandola allo 0,5% per il 2026 e Banca d’Italia indicava lo 0,6%. Nonostante questa pluralità di avvertimenti, il governo non ha ancora aggiornato le ipotesi di base del suo quadro programmatico, ferme a una crescita dello 0,7%, previsione quanto mai difficile da mantenere.
Naturalmente è il quadro generale che è allarmante, come ricordato in precedenza. A essere messi male, tra l’altro, sono anche Paesi vicini e rilevanti come la Germania e la Francia, le economie dei quali sono fortemente integrate nelle catene di valore globali.
E qui vale la pena fare osservazioni specifiche su un altro Paese a noi assai vicino: la Spagna, che si distingue come un’eccezione positiva. La crescita prevista per quest’anno è del 2,1%, in ragione di una domanda interna più resiliente e di un minore impatto dello shock energetico. Come mai?
La Spagna sta utilizzando in modo molto efficace i fondi europei del Piano di ripresa e resilienza. In primo luogo, ha investito massicciamente nelle energie rinnovabili – solare ed eolico in particolare – che ora coprono più della metà della produzione elettrica nazionale, riducendo drasticamente la dipendenza dal gas al quale, invece, l’Italia è drammaticamente ancorata. Quest’anno il gas ha influenzato il prezzo dell’elettricità solo per il 15% delle ore in Spagna, contro l’89% in Italia e il 40% in Germania. I prezzi dell’energia spagnoli sono perciò tra i più bassi d’Europa: in marzo il prezzo medio è di circa 37 euro per megawattora, contro 138 in Germania e oltre 166 in Italia. Un vantaggio competitivo che si trasferisce nelle bollette di famiglie e imprese, sostenendo la domanda interna e la fiducia dei consumatori.
Centrale, dunque, il tema delle politiche economiche e industriali, drammaticamente assenti in Italia. In Spagna i programmi di investimento pubblico sono assai robusti: il governo ha varato pacchetti di aiuti mirati per assorbire l’impatto della crisi, con ulteriori sconti sulle bollette e sostegni fiscali ai settori più colpiti. Gli investimenti nella transizione energetica, nelle infrastrutture digitali e nella mobilità sostenibile hanno reso solida la domanda interna e migliorato la resilienza dell’economia anche in un momento così critico.
Non è un caso che il mercato del lavoro spagnolo, come rilevato dal Report del Centro studi di Lavoro&Welfare in Europa e in Italia aggiornato a novembre, abbia totalizzato la crescita maggiore di occupati in numeri assoluti: intorno ai due milioni e mezzo in cinque anni, seicentomila dei quali nel 2025, per un +12,4%.
Questo è quel che succede in un Paese nel quale lo Stato, senza fare il «padrone», si impegna con forza nell’indirizzare e stimolare la crescita dell’economia.
I circa tre anni e mezzo del governo Meloni sono stati invece segnati da un approccio ragionieristico, un’ossessione volta a tenere i conti in ordine che, da sola, senza una visione di sviluppo del Paese, ci ha condotto al punto morto in cui siamo: una nazione intimorita e incapace di crescere. Per quanto ancora si può andare avanti così, senza una chiara strategia, dovendo affrontare sfide globali nuove e imprevedibili?





