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L’ordinanza della corte di cassazione sui paesi sicuri spiegata bene

Assistiamo ad un imbarazzante stillicidio di dichiarazioni strampalate da parte di politici e membri del governo di centrodestra, secondo i quali, la Suprema Corte, rinviando la causa alla Corte di giustizia Ue, avrebbe dato ragione al governo sulle politiche migratorie e le deportazioni in Albania.
Nulla di meno vero.
Per quanto non sia semplice riassumere in poche righe e in modo comprensibile anche ai “non addetti ai lavori” un’ordinanza di 35 pagine, quello che segue è il succo della questione.
1. Il giudice che è chiamato ad esprimersi sulla convalida del trattenimento in Albania della persona migrante deve verificare se sussistono tutti i presupposti di legge per autorizzare la limitazione della libertà personale con una misura così impattante come la deportazione e il trattenimento in un centro chiuso, che può durare anche molti mesi;
2. Uno di questi presupposti è la designazione di un Paese come “sicuro” o meno, nel senso che le persone migranti che provengono da un Paese designato come sicuro possono subire deportazione e trattenimento nei centri per i rimpatri;
3. Secondo la normativa (a scendere, di livello europeo, costituzionale, ordinario e amministrativo) la lista dei Paesi considerati sicuri deve essere compilata dal governo ma sono ovviamente i giudici a doverla applicare (o disapplicare) in ogni singolo caso concreto;
4. Se, ad esempio, il giudice è chiamato a convalidare il trattenimento di un cittadino d’origine egiziana e l’Egitto è nella lista dei Paesi considerati sicuri, detto giudice non convaliderà automaticamente il trattenimento ma dovrà valutare in concreto e in termini di attualità se la valutazione di sicurezza operata dal governo sia legittima o, al contrario, irragionevole o arbitraria (perché, ad esempio, le libertà di ricercatori, sindacalisti, oppositori politici in quel Paese non sono garantite…)
5. In altre parole, il governo esercita un potere discrezionale (nella compilazione della lista) che deve essere sindacato (messo in dubbio, valutato) dal Tribunale nel caso concreto.
Ecco cosa dice esattamente la Corte: “Il giudice ordinario, sebbene non possa sostituirsi all’autorità governativa sconfinando nel fondo di una valutazione discrezionale a questa riservata ha, nondimeno, il potere-dovere di esercitare il sindacato di legittimità del decreto ministeriale, nella parte in cui inserisce un certo Paese di origine tra quelli sicuri, ove esso contrasti in modo manifesto con la normativa europea vigente in materia” e ancora “il giudice della convalida, garante, nell’esame del singolo caso, dell’effettività del diritto fondamentale alla libertà personale, non si sostituisce nella valutazione che spetta, in generale, soltanto al ministro degli Affari esteri e agli altri ministri che intervengono in sede di concerto, ma è chiamato a riscontrare, nell’ambito del suo potere istituzionale, in forme e modalità compatibili con la scansione temporale urgente e ravvicinata del procedimento de libertate, la sussistenza dei presupposti di legittimità della designazione di un certo paese di origine come sicuro, rappresentando tale designazione uno dei presupposti giustificativi della misura del trattenimento. Pertanto, egli è chiamato a verificare, in ipotesi limite, se la valutazione ministeriale abbia varcato i confini esterni della ragionevolezza e sia stata esercitata in modo manifestamente arbitrario o se la relativa designazione sia divenuta, ictu oculi, non più rispondente alla situazione reale”.
In definitiva, il diritto di asilo è regolato da un sistema normativo multilivello, obiettivamente complesso, in cui ogni soggetto istituzionale deve esercitare il proprio potere-dovere nel rispetto dei principi generali, di rango europeo e costituzionale.
Non dimentichiamo che la nostra Costituzione, all’art. 10, ascrive al diritto di asilo una latitudine applicativa amplissima: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.”

L’autore: Andrea Maestri, avvocato immigrazionista e attivista per i diritti umani. E’ autore del libro Il penultimo respiro di Gaza, edito da Left (Left libri)

L’anno che verrà. E la pace che cerchiamo, non è quella di Trump

Ma la televisione – cantava Lucio Dalla nel 1979 nella canzone “L’anno che verrà” – ha detto che il nuovo anno porterà una trasformazione e tutti quanti stiamo già aspettando…». Se una delle caratteristiche dei poeti è la preveggenza, mai poeta fu più profetico di Lucio Dalla nel descrivere lo stato d’animo mondiale alla fine del 2024, in attesa che il 20 gennaio 2025 ascenda al soglio americano Donald Trump.
Tra le mirabolanti promesse di una nuova età dell’oro, Donald Trump ha garantito che, se avesse vinto le elezioni, in un batter di ciglia avrebbe dato termine alle guerre che insanguinano il pianeta. Per limitarsi ai conflitti più eclatanti e trascurando quelli meno appariscenti (il Sudan, per esempio), due erano i conflitti in corso il 5 novembre quando Trump ha vinto le elezioni: l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia iniziata il 24 febbraio 2022 e la reazione di Israele all’attacco terroristico del 7 ottobre 2023 a Gaza e in Libano. Trump era appena stato eletto, che il 29 novembre è scoppiato un terzo scontro in Siria. E ancora il neoeletto non si è insediato! Se il buon giorno si vede dal mattino …tempi duri per chi persegue la pace.
Il problema sta nell’arginare i capi di Stato malati di guerra ed è qui che si pone il problema dei pacifisti perché, sino al 2022, l’argine alla guerra è stata la deterrenza: tante bombe atomiche hai tu, altrettante ne ho io; il sistema di allerta sparerà le nostre bombe appena avremo il segnale che tu hai sparato le tue sicché ci sarà solo distruzione senza né vinti né vincitori.
Questo equilibrio che ha funzionato per decenni, dopo il 1945, è stato rotto dalla Russia il 24 febbraio 2022 alle ore 4,55 del mattino e l’impegno di tutti i Paesi è stato fino ad ora quello di evitare il ricorso alle bombe atomiche proseguendo con i metodi tradizionali di combattimento, sia pure evoluti nell’uso dei droni e dei missili ipersonici.
Ora il dilemma dei pacifisti consiste nel trovare un nuovo equilibrio che si aggiunga alla deterrenza ed eviti l’accendersi continuo di confronti armati. Pace si, ma quale pace?

C’è la pace della non violenza, quella alla Ghandi, la risposta passiva all’aggressione che abbiamo vista applicata, per esempio, dai giovani che manifestano bloccando le strade per poi farsi caricare di peso sui cellulari della polizia per essere tolti dall’asfalto. Un ottimo metodo dimostrativo, ma da utilizzare nei Paesi che rispettano i diritti umani e la salvaguardia dell’incolumità dei cittadini; meno adatto ai Paesi sottoposti a regimi autoritari, come stiamo vedendo in Iran con il movimento “Donna vita libertà” dove le autorità rispondono ai manifestanti col terrore delle impiccagioni. In ogni caso, è un metodo assai rischioso su un campo di battaglia e potrebbe produrre una rapida estinzione dei pacifisti gandhiani, un po’ per sterminio e un po’ per la difficoltà di rinnovare le fila dei disposti ad immolarsi.

Ci sarebbe, in alternativa, l’ipotesi del pacifismo diplomatico, quello che vorrebbe portare i belligeranti ad un tavolo di trattative per risolvere il conflitto con la negoziazione, ma questo metodo presuppone una ragionevolezza dei contendenti di cui, allo stato, v’è penuria. Difficile condurre alla ragione chi ormai ne è privo e, anzi, è alterato dalla frustrazione di non poter raggiungere i propri fini con tutto quello che ne discende circa la responsabilità verso i propri suddit… pardon: cittadini, ai quali si deve dare giustificazione dei sacrifici imposti e del sangue versato.
Del resto, le trattative si sono sin qui potute imporre ai Paesi che dipendevano da una delle grandi potenze la quale veniva chiamata a svolgere un’opera di persuasione dall’alto, appunto, della sua potenza. Ma cosa fare quando a belligerare è una grande potenza in prima persona? Prospettiva difficile da realizzare quella del tavolo delle trattative, tanto più che il mondo sembra ormai diviso in due blocchi, l’americano occidentale e il cinese terzo mondista sicché, se uno dei due applica sanzioni ad un altro Paese, il rivale interviene per attenuarne l’efficacia.

C’è ancora la possibilità dell’uso dosato delle armi, col quale si vuole mettere in stallo il conflitto così da costringere i combattenti a prendere atto dell’impossibilità di prevalere sull’altro e, quindi, accettare la trattativa.
Ma si può chiamare questo un percorso per la ricerca pace? Per il pacifismo ci sono diversi approcci ma tutti hanno in comune il rifiuto della guerra dovendosi ormai dare per assodato che la pace è la via migliore per la soluzione più efficace, funzionale e conveniente dei conflitti. Ogni conflitto esplode in un suo proprio contesto che, a sua volta, richiede l’individuazione di una particolare strada per recuperare la pace sicché non tutte le soluzioni del passato possono valere per il presente o per il futuro. Dal passato, cercando in contesti assimilabili, possiamo prendere ispirazione, ma è guardando all’oggi che si deve inventare una soluzione pacifista adatta al momento. Il contesto mondiale attuale è pressoché inedito: due blocchi si contrappongono come in precedenza, ma la deterrenza non basta più perché le leggi internazionali vengono violate impunemente e gli organismi sopranazionali non hanno più il prestigio dei decenni trascorsi. Allora anche il pacifismo deve reinventarsi pena la sua marginalizzazione ed ininfluenza. E’ forse il tempo di un pacifismo globale e movimentista che, mutuando la trasversalità del movimento “Fridays for future”, invada contemporaneamente le piazze di tutto il mondo invocando la pace sotto le ambasciate dei belligeranti.
Nuove iniziative appaiono necessarie perché, più i mesi passano dal 24 febbraio 2022, più esplodono conflitti in varie parti del mondo come la Siria di questi giorni. Qui il sincero pacifista entra in una crisi profonda perché, se un miliziano jihadista come Abu Muhammad al-Jawlani, fino a ieri tagliagole del gruppo di Al Nusra, parallelo all’ISIS e legato ad Al Qaeda, si mette a capo di un cartello islamista e spodesta il re del terrore Bashar Al Assad, non si sa se gioire o preoccuparsi. Con questo capo che sceglie di abbandonare il soprannome di battaglia “Al-Jawlani” per recuperare il suo vero nome di Ahmed al-Sharaa onde accreditarsi come neo moderato, c’è da rallegrarsi oppure è un trucco? Certo, se neppure più dei talebani ti puoi più fidare perché cambiano livello di jihadismo a seconda del momento, tutte le strade sembrano aperte e, infatti, allo stato lo sono e il mondo resta per la Siria con il fiato sospeso. Verrebbe da dire “Non ci sono più gli islamisti di una volta, signora mia!” e invece ci sono e basta allungare lo sguardo verso l’Afghanistan per rimangiarsi l’osservazione. Ma in Siria, che posizione prendere? Più i giorni passano, più da Damasco arrivano segnali di effettiva moderazione: le carceri sono scoperchiate; le torture cui sono stati sottoposti gli oppositori del dittatore vengono illustrate nei loro dettagli raccapriccianti lasciando libero accesso alla stampa occidentale tra le celle ormai liberate; le fosse comuni per decine di migliaia di scomparsi torturati vengono scavate e le salme restituite ai loro cari; il sostegno finanziario del dittatore spodestato, ottenuto con l’esportazione della droga captagon, viene ampiamente documentato con le foto dei magazzini nelle mani del fratello di Bashar ancora pieni; in cambio della consegna delle armi viene concessa l’amnistia. Il tutto perseguendo un fine di verità su cosa è stato il regime degli Assad per cinquant’anni che riempie di orrore e soddisfazione per la sua fine. La vita normale nella capitale siriana sta riprendendo, ma ancora manca qualcosa di importante alla piena riabilitazione del Paese in questo suo nuovo corso. Quale sarà la libertà di stampa? Quale sarà il ruolo delle donne? A che livello verrà loro chiesto di indossare l’hijab? Quale livello di istruzione e politico potranno raggiungere (oppure: verrà loro concesso di raggiungere?). Solo il tempo potrà rispondere a queste domande.
Intanto accontentiamoci di qualche elemento di ottimismo: un tiranno sanguinario è stato spodestato ed è fuggito presso il suo protettore Putin (le disgrazie non vengono mai sole! Dio li fa e poi li accoppia. La mela non cade mai lontana dall’albero….). La sua caduta è fortemente limitante per le mire accerchiatrici di Israele da parte dell’Iran. Le scelte di Ahmed al-Sharaa sono oggi assai limitate dalla presenza in territorio siriano di ben quattro eserciti stranieri (Usa, Russia, Israele e Turchia). L’irrompere sulla scena internazionale di Ahmed al-Sharaa al posto del precedente Al-Jawlani e le sue prime parole di moderazione sono una realtà che per ora incoraggia una ulteriore via al pacifismo: quella del miracolo. Se San Paolo si convertì sulla via di Damasco duemila anni fa, perché il miracolo non potrebbe succedere ancora da quelle stesse parti?
Tuttavia, contemporaneamente, una singolare epidemia colpisce le democrazie occidentali: dalla Germania alla Francia, dalla Corea del Sud alla Georgia, dalla Romania ai Paesi dell’Africa come il Senegal e il Ciad. E che dire delle elezioni negli Usa dove, senza possibilità di errori, si è tornati ad insediare Donald Trump a capo della più importante democrazia mondiale! Proprio quel Donald Trump che aveva ingiustamente contestato come false le precedenti elezioni che lo avevano spodestato e che aveva incitato i suoi sostenitori all’assalto a Capitol Hill il 6 gennaio 2021. Il Donald Trump che aveva pagato con i fondi elettorali il silenzio di una porno star che frequentava mentre la moglie era incinta. Il Donald Trump condannato a New York per frode finanziaria ed a pagare una multa di 355 milioni di dollari. Il Donald Trump che alla fine del precedente mandato presidenziale si era portato a casa i segreti di Stato. Il Donald Trump che ha predisposto l’abbandono degli afghani nelle mani dei Talebani poi attuato da Biden. Il Donald Trump che ha ridimensionato l’impegno americano in Somalia contro i terroristi di Al Shabab. A quest’uomo, che non conosce certamente l’art. 54 della nostra Costituzione – che impone onore e disciplina a chi riveste funzioni pubbliche – vengono adesso affidate le speranze di riportare il mondo alla pace. Un paradosso che conduce all’apoteosi delle più bizzarre contraddizioni: adesso dobbiamo pure sperare che ne sia capace.
“L’anno che sta arrivando, tra un anno passerà…” proseguiva Lucio Dalla nella canzone citata in epigrafe e questa certezza pare il più solido ancoraggio per le speranze di pace.

L’autrice: Shukri Said è una giornalista italo somala, corrispondente per la BBC e Voice of America. E’ autrice e conduttrice della rubrica “Africa oggi” su Radio Radicale. Fondatrice dell’Associazione Migrare – Osservatorio sul fenomeno dell’immigrazione (www.migrare.eu). Già autrice per La Repubblica del blog “Primavera africana”

Shukri Said

La persona dell’anno sono i figliocci di Mussolini

Nella redazione del quotidiano Libero, diretta dall’ex portavoce della presidente del Consiglio, hanno passato un lunedì furioso di pensieri e immaginazioni. Alla fine qualcuno probabilmente ha pensato che non ci fosse niente di meglio che dedicare l’ultima prima pagina del 2024 a Benito Mussolini, sbattendolo in una foto grande e poi costellandolo di irridenti editoriali. L’uomo dell’anno è Mussolini perché è pieno di gente che evoca un pericolo fascismo: questo è il ragionamento editoriale. 

Ci sono andati vicini. La persona dell’anno di questo 2024 sono coloro che hanno aperto gli sfinteri potendo evocare Mussolini in assoluta tranquillità. Sono quelli che usano la nostalgia fascista come termometro della tenuta del proprio potere, sono quelli che ammiccano al fascismo giocando vigliaccamente su rimandi mai troppo espliciti (vigliaccamente, proprio come Benito Mussolini). 

Sono quelli che intendono la libertà come il diritto di spargere la loro merda oppure quelli che rivendicano il diritto di non occuparsi (più) di alcune categorie di cittadini perché non sono utili all’Italia che hanno in mente. Sono quelli che vomitano sui dissidenti la loro maggioranza parlamentare, quelli che riscrivono la storia con quei pochi fatti che conoscono e hanno superficialmente studiato. 

La persona dell’anno sono i figliastri di Mussolini che tra di loro si dicono che lui finalmente è tornato e che in pubblico si lamentano che se ne parli troppo, complimentandosi per averlo fatto succedere. 

Buon 2025. 

Giornalismo e patriarcato. Al fianco di Cecilia Sala, vittima due volte

Cecilia Sala

Desta grandissima preoccupazione l’arresto a Teheran della giornalista Cecilia Sala, sequestrata il 19 dicembre alla vigilia del suo ritorno in Italia. Nonostante le rassicurazioni della Farnesina, essendo ben note le violazioni di diritti umani nelle carceri iraniane non si può non temere per la sua incolumità fisica e psichica: Sala è in isolamento a Evin, una delle più famigerate prigioni iraniane, dove tanti dissidenti politici, attivisti per i diritti umani sono stati torturati. In quello stesso carcere a breve sarà rinchiusa di nuovo anche la premio Nobel per la pace Narges Mohammadi, che rischia la vita, anche perché gravemente ammalata.
Mentre scriviamo l’agenzia Irna comunica che «La cittadina italiana è arrivata in Iran il 13 dicembre con un visto giornalistico ed è stata arrestata per aver violato la legge della Repubblica islamica dell’Iran. Il suo caso è sotto inchiesta». In pratica una carcerazione preventiva. Da più parti viene avanzata l’ipotesi che sia trattenuta come ostaggio nella trattativa per il rilascio di Mohammad Abedini Najafabadi, ingegnere iraniano dalla doppia cittadinanza svizzera, arrestato dalla Digos il 16 dicembre a Malpensa. È accusato di aver fornito tecnologia e informazioni strategiche ai Pasdaran. E gli Stati Uniti ne chiedono l’estradizione.
Purtroppo non è un fatto nuovo per il regime iraniano che tante volte in passato ha usato questi mezzi di ricatto. Purtroppo non è un fatto nuovo neanche che gli Stati Uniti chiedano all’Italia obbedienza e vassallaggio. Ora saranno i giudici della Corte di Appello di Milano a dover decidere dell’estradizione di Abedini. L’ultima parola, però, spetta al ministro della Giustizia Nordio. Ma come si muoverà il governo? Dovremo aspettare la visita del presidente uscente Biden il 9 gennaio per capirlo? Sarà in grado la presidente del Consiglio di difendere l’autonomia italiana dalle pressioni Usa che considerano l’Iran nemico? Sarà in grado di non sottostare ai ricatti di una teocrazia che ha in odio la libertà delle donne, la libertà di espressione e di stampa? Non è facile risolvere questa delicatissima partita che dolorosamente si gioca sulla pelle di Cecilia Sala.
Di sicuro certa stampa italiana, incurante dei rischi che corre la collega, non aiuta a tenere alta la bandiera di Sala e di tutti i giornalisti ingiustamente presi di mira e incarcerati solo per aver fatto il proprio lavoro. In Iran- Paese fanalino di coda di tutte le classifiche che riguardano la libertà di stampa – più di un’ottantina sono in prigione.
Inaccettabile in questo difficilissimo contesto è l’attacco all’identità professionale che Sala sta subendo in Italia da parte di svariati media: un tripudio di paternalismo, sessismo, nonnismo. Si va dal book fotografico della giornalista decontestualizzato dal suo lavoro pubblicato dal Messaggero alla celebrazione della perfezione dell’ovale del suo volto (Ferrara su Il Foglio), fino a chi è andato a riesumare tweet di dieci anni fa nei quali Sala polemizzava sul caso dei marò (Il Giornale e Libero) e a chi lamenta la troppa attenzione che i media hanno dedicato al suo caso rispetto a quello di Assange (Travaglio su Il Fatto quotidiano). Ma la medaglia dell’attacco più vergognoso spetta senza alcun dubbio a Vittorio Feltri che scrive «Cecilia Sala è nei guai per colpa sua, ossia a causa della sua condotta superficiale, per la sua avventatezza, per la sua sottovalutazione dei rischi, per la sua inesperienza», concludendo poi con un climax di offese. Insopportabile per la gerontocrazia giornalistica maschile che una giovane donna possa essere professionalmente preparata e impegnata, al punto di non pontificare in editoriali scritti dal divano di casa ma andare a vedere davvero come è fatto il mondo. Cecilia Sala è andata in Iran, avendo fatto tutti i passi necessari e con regolare visto di lavoro, per raccontare la straordinaria lotta non violenta che le donne del movimento Donna, vita, libertà portano avanti per la libertà, la laicità, per i diritti di tutti, a costo non di rado della vita (come purtroppo ci dicono tanti stupri, uccisioni, sfregi al volto subiti dalle attiviste e dai loro compagni), tutto questo per combattere quel patriarcato, islamista o occidentale, di cui l’esimio collega è un campione. Tutta la nostra solidarietà a Cecilia Sala che ha dato voce a coloro che sono state silenziate. Siamo al suo fianco. E al fianco della rivoluzione culturale che grida Donna, vita, libertà.

aggiornamento del 2 gennaio 2025:

Purtroppo l’anno nuovo non porta buone notizie riguardo a Cecilia Sala, la giornalista de Il Foglio e di Chora Media detenuta nel carcere di Evin in Iran. Le rassicurazioni fatte dal regime riguardo alle sue condizioni di detenzione non trovano conferma nei fatti. Non le è stato consegnato il pacco che le era stato inviato con generi di prima necessità. Niente libri, niente mascherina per poter dormire in una cella di isolamento che ha la luce costantemente accesa. A Cecilia Sala sono stati tolti anche gli occhiali da vista.

Il governo iraniano non ha formalizzato accuse specifiche, al di là di una presunte “violazione delle leggi della Repubblica islamica”.

Che cosa intende fare il governo Meloni per riportare a casa Cecilia Sala e perché siano rispettati i suoi diritti umani in questi giorni durissimi di detenzione?

E al fondo una domanda: perché dopo l’arresto dell’ingegnere iraniano Abedini, essendo nota e non da ora la strategia di ricatto iraniana che, all’occorrenza, usa gli stranieri come ostaggi, non ha avvertito e non ha messo in sicurezza la collega?

L’8 gennaio la giornalista italiana Cecilia Sala è stata liberata dal carcere iraniano

Il 12 gennaio il ministro Nordio annuncia che l’ingegnere iraniano Mohammad Abedini è stato liberato dal carcere italiano

Il giornalismo ai tempi di X: indignarsi è un affare

Non sopportano coloro che ficcano il naso nelle questioni italiane. Per Giorgia Meloni, per Matteo Salvini e per i loro elettori, Macron, Scholz, prima la Merkel, Von der Leyen e qualsiasi altro leader di Stato che non sia iscritto nella lista dei “sovranisti compiacenti” devono farsi i c***i loro.

Poi è arrivato Elon Musk, immigrato sudafricano e “criminale universale” (per ricorso alla gpa) , e loro l’hanno applaudito. Musk attaccava i giudici, Meloni e Salvini sorridevano sornioni. È toccato a Mattarella fare il patriota: i patrioti erano tutti intenti a spellarsi le mani.

Ora Musk ha deciso di rivolgere lo sguardo alla Germania. Sia chiaro, il cipiglio è quello di sempre, piuttosto stralunato e fuori fuoco. Sul giornale tedesco Welt am Sonntag Musk ha preso carta e penna ed ha scritto uno squinternato articolo per rilanciare il suo sostegno al partito di estrema destra Alternative für Deutschland (Afd – Alternativa per la Germania). Per il ceo di Tesla , “la rappresentazione dell’Afd come estremista di destra è chiaramente falsa, considerando che Alice Weidel, la leader del partito, ha un partner dello stesso sesso proveniente dallo Sri Lanka! Vi sembra una cosa da Hitler? Per favore!”. Un’analisi politica sopraffina, non c’è che dire.

La caporedattrice della sezione opinioni del giornale, Eva Marie Kogel, ha deciso di rassegnare le dimissioni. Il direttore e l’’editore del giornale hanno spiegato che “le posizioni polarizzanti” sono “libertà di espressione” e che l’articolo “ha avuto 340 commenti” in poche ore. È il prodotto interno lordo della provocazione e della sua indignazione.

Ma allora non vale la pena leggere il giornale, basta starsene su X. Che, tra l’altro, è proprio di Musk.

In foto Elon Mask, scattata da NORAD and USNORTHCOM Public Affairs – https://www.northcom.mil/Images/igphoto/2002117234/ (archived), Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=80448544

La cultura dello stupro precede lo stupro

Tutto è cominciato il 12 dicembre 2024 quando ci è arrivato un comunicato stampa della presidente dell’Assemblea Capitolina Svetlana Celli in cui ci informa già dal titolo che “Al concerto di capodanno di Roma video su maxi-schermi per dire no alla violenza contro le donne” e nel testo afferma che “Durante l’evento, saranno proiettati su maxi-schermi dei video della campagna #Nessunascusacontrolaviolenzadigenere, realizzata in occasione del 25 novembre, per ribadire che il nostro deve essere un impegno quotidiano e concreto. Attraverso queste immagini e messaggi, vogliamo sensibilizzare il pubblico, e in particolare le nuove generazioni, sull’importanza di un’azione costante per combattere ogni forma di violenza e promuovere la parità di genere. Il concerto sarà un’occasione preziosa per riflettere su un tema cruciale per la nostra società, unendo la forza della musica al valore della consapevolezza. L’amministrazione capitolina, anche attraverso questo grande evento che ci accompagnerà al nuovo anno, ribadisce il proprio impegno a tutela delle donne e per la parità di genere, promuovendo azioni concrete e valorizzando il ruolo delle giovani generazioni”
Un comunicato che dice molto per le donne, che ci fa stare tranquille e che ci piace.
“Chi parteciperà potrà godere di un concerto di grande livello ed è bello che un anno impegnativo come quello giubilare, possa essere salutato con una serata piacevole e di grande livello”, ha commentato il Sindaco di Roma Gualtieri.
Ha aggiunto l’assessore ai Grandi eventi Alessandro Onorato: “Non è mai facile organizzare questo concerto perché per Capodanno si scatena una specie di campagna acquisti per assicurarsi i nomi più in voga. Ma noi abbiamo sempre avuto gli artisti del momento, basti ricordare quelli degli anni passati come Lazza o Elodie. Il messaggio che lanciamo è che Roma è una città che ha ripreso vigore ed è tra le grandi città mondiali per la musica live. Ci aspettiamo il tutto esaurito, almeno 70/80mila persone.”
Sono rassicurazioni dove dentro troviamo la certezza di una coerenza onorevole e questo ci fa stare tranquille.
Poi l’annuncio in pompa magna dei nomi prescelti. Tra questi Tony Effe.
Con poche colleghe, presidenti delle Commissioni Pari Opportunità di cinque municipi, iniziamo a messaggiarci, incredule, sconvolte. Un tradimento, una coltellata in pieno petto, uno stupro alle tante parole spese, diventiamo la voce silenziata come quella delle donne afgane…
Ci hanno zittite ma possiamo usare le parole scritte per dirlo. Scriviamo un invito al Sindaco per chiedere di rivedere le scelte, motivando la nostra richiesta. La lettera diventa comunicato stampa. Ci fanno eco Silvia Costa e Elisa Ercoli a nome di Differenza Donna, poi le consigliere di Azione. Un silenzio assordante attorno a noi. La grande cagnara è venuta dopo.

L’uso improprio della parola censura. O forse cosciente: donne e uomini scesi al volo dai carri del gay pride, dalle manifestazioni del 25 novembre e dell’8 marzo, dal femminicidio di Giulia Cecchettin e da quello di Giulia Tramontano, dalle tabelle della conta di tutte le donne uccise per mano di un uomo, anno per anno, dalle interviste che parlano di censura, a corto delle nozioni principali dell’uso proprio e improprio delle parole, dimentichi di come si sfoglia un vocabolario, ignavi danteschi e indifferenti gramsciani, non colpiti da amnesia ma seriali cancellatori di quei loro stessi della settimana prima.

L’uso improprio delle scuse. Dice Gualtieri: “E’ risultato evidente che quella scelta avrebbe diviso la città e urtato la sensibilità di tanti abbiamo ritenuto opportuno chiedere un passo indietro. Avremmo dovuto compiere prima questa valutazione e di questo ci scusiamo con Tony Effe.”

Ci scusiamo con Tony Effe? Abbiamo buttato in vacca decenni di battaglie, di posizioni, di protocolli sottoscritti e pubblicizzati, progetti, bandi, incontri, convegni, dei CAV aperti in pompa magna, incontri nelle scuole. Alle donne nessuno ha chiesto scusa. Alle donne, una per una, a quelle che lottano ogni giorno dentro i propri ruoli, a quelle vittime di tanta efferata violenza, a quelle morte e agli orfani di femminicidio, a quelle che non si arrendono.

C’è una immensa violenza nelle stragi silenziose del silenzio. Un silenzio che è stato preceduto dal rumore di una amministrazione che aveva messo le donne nel suo piano programmatico, aperto bandi per l’imprenditoria femminile pensando proprio alle donne che, uscite da una vita di violenza, devono riprendersi la vita ed anche approntato, attraverso il CUG, un compendio sull’uso corretto della lingua in ottica di genere. Mi viene da pensare che le battaglie contro tutte le violenze sulle donne, per troppi siano solo una moda da seguire, almeno due volte l’anno, nelle “feste comandate”.

Quando io mi batto pubblicamente perché ogni quartiere sia a misura di donna, nonostante i sorrisini e gli sbuffi di uomini e donne del “oddio questa ancora con ‘ste storie”, voglio che tutti comprendano quanto un luogo strutturato per le donne sia adeguato per tutti, quanto la cultura possa vincere sul pressappochismo e sull’idiozia, sulla violenza, sull’ineducazione ai sentimenti ed al rispetto di genere e sul linguaggio, sulla lingua che viene usata, che essa sia scritta, parlata o della strada, come suggeriva Luca Serianni.

Allo stupro precede sempre la cultura dello stupro, alle violenze precede sempre la cultura della violenza. I femminicidi e gli stupri sono l’apice estremo di una cultura piramidale che passa anche dal linguaggio (e dal silenzio). La rappresentazione delle relazioni duali donna/uomo è uno dei temi di cui ci dobbiamo far carico affinché non si ceda alla normalizzazione della violenza.

Quello di Tony Effe è un linguaggio ascoltato dai ragazzini. Tutti gli altri non conoscono i testi, li hanno scoperti oggi. C’è chi parla di censura e chi si mette le mani nei capelli trasformandosi in uno scandalizzato urlo di Munch. C’è chi, invece, non ha detto una parola, chi ha continuato quella strage del silenzio perché non capisce o forse per non spoltronizzare uno status.

“Quindi da ora in poi sdoganiamo qualsiasi linguaggio misogino, omofobo, contro i disabili, sul body shaming… Perché chi si oppone a questo linguaggio viene tacciato di censura. Si fanno gli interessi delle donne o delle case discografiche”, ha scritto con consapevolezza Vladimir Luxuria su Instagram.

Poi c’è il silenzio, più grave, dell’unico responsabile, l’assessore Onorato, a cui bisognerebbe chiedere le dimissioni e una lettera pubblica di scuse.

Lo sappiamo bene: non arriveranno né le une né le altre.

L’autrice: Stefania De Angelis è presidente della Commissione pari opportunità Municipio Roma XV

Post scriptum, nota di redazione: Alla fine Tony Effe farà il suo concerto il 3i dicembre al Palazzetto dell’Eur con i colleghi e colleghe di scuderia che si sono schierati con lui.

Il concerto di Capodanno di Roma sarà come previsto al Circo Massimo con Pfm, l’Orchestraccia e altri. Ingresso gratuito. Qui l’intervista all’assessore alla Cultura Massimiliano Smeriglio

La strategia israeliana che considera centinaia di vittime civili un danno accettabile

Ci sono storie che non vogliamo sentire, verità che ci disturbano, ma che restano lì, pronte a gettare una luce impietosa sulla nostra esistenza. Una di queste arriva dalle pagine del New York Times, che ha rivelato una vicenda dai contorni inquietanti: nei primi mesi dell’assalto a Gaza l’esercito israeliano ha abbassato la soglia di tolleranza per le vittime civili, perseguendo obiettivi militari a ogni costo.

Venti morti. Un asterisco sanguinante ai margini della storia. Venti morti. È  la quota di vite civili che si poteva sacrificare per eliminare un solo combattente di Hamas. Così recitava un ordine segreto impartito agli ufficiali israeliani, un decreto che puzza di morte. Venti civili per uno. Un calcolo freddo, una agghiacciante matematica del sangue.

“Harbu darbu”, si diceva tra le file dei militari. Un’espressione mutuata dall’arabo, che significa attaccare senza ritegno, senza risparmio, senza pietà. Le regole, quei confini fragili che in teoria distinguono una guerra da una mattanza, sono state sventrate da una logica spietata: la minaccia esistenziale. Era il 7 ottobre 2023, giorno dell’attacco dei miliziani di Hamas, quando il comando militare israeliano ha cambiato registro, giustificando il cambio di regole con una ragione apparentemente inoppugnabile: la sopravvivenza stessa dello Stato di Israele.

Da quel momento, la Striscia di Gaza è diventata una scacchiera su cui muovere i pezzi senza pietà. Ogni edificio, ogni vita, una pedina da sacrificare sull’altare della guerra. Un teatro di orrore dove l’unica regola è colpire, colpire ancora. Quasi 30.000 munizioni sono state sganciate nei primi due mesi, più di quante se ne verranno usate nei successivi otto mesi messi insieme. Ogni bomba, una lacrima di fuoco che brucia vite indifese. Un’equazione amara dove la precisione militare incontra l’imprevedibilità della sorte. E gli innocenti pagano il prezzo più alto.

Cinque ufficiali superiori hanno descritto lo spirito prevalente con la stessa frase: “harbu darbu”. Due parole che condensano la logica brutale di questa guerra, dove la distruzione più che un mezzo rappresenta un fine. Mentre Gaza moriva a piccole dosi, i comandi militari continuavano a iniettare veleno nelle sue vene, approvando attacchi che mettevano in pericolo centinaia di civili al giorno, autorizzando bombardamenti con un potenziale devastante mai visto prima in un esercito occidentale contemporaneo.

In questa guerra sporca, la tecnologia è l’ultimo carnefice, un assassino invisibile che opera dietro le quinte, rendendo la morte ancora più fredda e calcolata. Un sistema di intelligenza artificiale, ribattezzato Lavender, è stato utilizzato per individuare nuovi obiettivi. Un’innovazione tecnologica che, però, ha mostrato tutti i suoi limiti. I calcoli si basavano su modelli statistici e su dati frammentari, come il traffico di cellulari in un’area, piuttosto che su un’osservazione puntuale e approfondita. È un po’ come decidere di abbattere un intero edificio solo perché ci sono luci accese in un appartamento.

E quando gli attacchi erano diretti a leader di Hamas particolarmente importanti, il prezzo saliva, infatti, fino a 100 civili potevano essere considerati sacrificabili. Uno degli episodi più evidenti riguarda l’uccisione di Ibrahim Biari, comandante di Hamas, in un raid che, secondo l’osservatorio Airwars, ha causato almeno 125 morti civili.

Le vite di chi è rimasto intrappolato in questo calcolo crudele spesso non trovano spazio nei rapporti ufficiali. Un padre, una madre, un bambino che dormiva nella stanza accanto diventano statistiche, numeri che si dissolvono tra i dati delle operazioni militari. Il NYTimes ha scoperto che l’esercito israeliano ha ridotto drasticamente l’uso dei cosiddetti “roof knocks”, quegli avvertimenti che permettevano ai civili di mettersi in salvo prima di un attacco. Al loro posto, bombe da una tonnellata hanno raso al suolo interi palazzi, cancellato quartieri, trasformando una città in un cimitero a cielo aperto. Un’apocalisse annunciata, dove l’uomo ha dimostrato, ancora una volta, di essere più bravo a distruggere che a costruire.

Questa non è solo una storia di bombe, numeri e strategie militari. È la cronaca di un massacro, la storia di un’umanità gettata al macello, di vite sacrificate sull’altare di interessi più grandi. Un sistema che macina uomini come carne da cannone. È la denuncia di una logica che, in nome della sicurezza, sembra dimenticare che la sicurezza vera non può essere costruita sul sangue degli innocenti.

Il report del New York Times offre uno sguardo inedito su una delle guerre più letali del nostro tempo, ma non basta. Dietro le fredde righe dell’inchiesta ci sono storie di violenza e di sopraffazione. C’è una responsabilità collettiva, un’eredità di dolore che dobbiamo affrontare. La Striscia di Gaza, oggi, è uno specchio che ci costringe a guardare cosa siamo diventati quando smettiamo di chiederci cosa valga davvero una vita umana.

 

L’autore: Andrea Umbrello è direttore editoriale & Founder di Ultimavoce

Le tele parlanti di Antonino Saggio raccontate da Franco Purini

S. Caterina di Antonino Saggio

Antonino Saggio è un teorico dell’architettura, il che rende solo in parte la cifra di un lavoro posizionato in una terra di confine tra information technology e architettura. Da questo osservatorio propone e sperimenta, in quanto coltiva una dimensione laboratoriale che da anni si estrinseca nell’attività della sua cattedra a Sapienza e nel Sicily Lab, modelli teorici tesi ad affrontare quelle che definisce “crisi”, faglie aperte nello spazio sociale. Possono riguardare gli Urban voids romani o un intervento fondato sul recupero del Tevere e della sua infrastruttura viaria o la ricucitura del legame tra un antico insediamento greco (Gioiosa Guardia) e uno contemporaneo (Gioiosa Marea).

Dona e Lele di Antonino Saggio

Il metodo coincide con la ricognizione sulle stratificazioni, dal digitale, alla storia dell’architettura (ove prevale la predilezione per l’organicismo e il razionalismo del suo maestro Zevi), allo scandaglio di tutto ciò che di nuovo si muove sulla scena dell’architettura, con un occhio particolarmente attento anche a quel che si muove Oltreoceano.

Osservando dall’esterno il suo lavoro, mi sembra che il concetto prevalente sia quello di connessione/intersezione. L’architettura come una delle attività attraverso cui sviluppare relazioni, non limitate agli umani, il cui scopo è il contributo alla creazione di forme di vita nuove; gli architetti partecipano, come gli artisti, i poeti, i filosofi, all’edificazione di quest’opera collettiva dell’umanità. Di qui la sua predilezione per il flusso che è estensione della piega del barocco, allegoria di un mondo che si dilata, multidirezionale, contaminato (centrale il concetto di mixité). Per questo una delle sue opere predilette è il Maxxi, un vero e proprio inno alla tessitura, così come i “suoi” architetti non possono essere che i maestri della decostruzione: Eisenman, Hadid, Gehry.

“paesaggio” di Antonino Saggio

Al che si pone una questione. La pittura di Antonino Saggio in che relazione è con la sua idea di architettura? A prima vista, si potrebbe pensare alla scissione tra una dimensione raziocinante, l’architettura, ed un’altra, l’arte, dominata da una sorta di slancio vitale volto a celebrare la natura nel colore; impressione suggerita sia dalla predilezione per l’en plein air, sia dal timbro deciso del colore che nel corso degli anni, si vedano le opere a tema siciliano, trova conferma ulteriore. Il punto di partenza è quasi sempre il paesaggio, su cui si staglia una luce abbagliate connessa a tre colori dominanti: blu, giallo, verde. Il blu, utilizzato in una tonalità chiara, non ha nulla di introspettivo rimanda piuttosto alla forza visiva del mare e del cielo siciliani, il verde è ancora più intenso tanto da non corrispondere né ad un effetto moderatore tra colori caldi e freddi né ad un generico richiamo alla natura come sfondo pacificante. Sull’esempio di Matisse, in queste tele prevale la volontà di vivere con pienezza la relazione con il vivente, fonte di gioia e potenza generatrice. A differenza dell’architettura, la pittura di Antonino Saggio non si inscrive nel flusso, sceglie uno spazio e lo trasforma, ma si muove dentro un come se posto al di fuori dei confini immediati della nostra coscienza quotidiana. Una pittura che scommette sulla vita a partire da un rapporto creativo con quanto ci circonda, poiché grazie all’immaginazione possiamo produrre milioni di paesaggi possibili. Ed è qui che il lavoro di Antonino Saggio sull’architettura e quello sulla tela si incontrano.

Laicità, l’unica garanzia di libertà, giustizia e uguaglianza

L’etica si occupa dell’agire umano. È scienza dell’agire. E come tale permette di giudicare la fondatezza morale delle azioni, perché dà i presupposti formali dell’agire bene. Non è quindi un elenco di norme, ma riflessione sulle condizioni e possibilità che garantiscono l’esercizio della libertà di scelta. L’etica, quindi ci dà i fondamenti (επιστήμη – epistème) che ci permettono di dire se un’azione è buona e giusta.
Ma come facciamo a capire se quel che scegliamo sia più o meno giusto? Ed è questa la questione centrale della complessità e difficoltà della scelta; delle scelte che determinano la nostra esistenza e caratterizzano quel che siamo e diventiamo. In un modo o in un altro… o in tanti altri ancora! Ecco allora che l’etica è davvero una cosa seria.
Ogni azione implica una intenzionalità in vista di un risultato ipotizzato e necessita della volontà per cercare di conseguirlo. L’azione è quindi messa in opera della individuale libertà di scelta. Una libertà che ci fa pronunciare ogni volta un sì, o un no.
Pertanto, anche nelle situazioni in cui magari non vorremmo mai trovarci, comunque scegliamo. Siamo sempre noi i padroni di quella scelta. Scegliere in un modo o in un altro è sempre e comunque un fatto. Un fatto nostro. Ineludibile. E se troviamo più semplice adattarci alla consuetudine, non possiamo rifugiarci nel mantra “del così fan tutti” di cui restiamo in ogni caso complici.
Poiché ogni scelta determina risultati, essa è un atto creativo, con cui strutturiamo il nostro individuale particolare esser-ci nel mondo. Nella successione delle scelte e nelle loro interrelazioni, si determina la realtà esistenziale di ogni persona.
La scelta è il nostro peso e la nostra leggerezza!
Nasciamo per caso. Dobbiamo morire. Tra la casualità della nascita e la certezza della morte, c’è la gestione della vita: in spazi e tempi finiti.
È la mia esistenza a tempo, che non permettendomi di vivere di là del tempo storico-biologico, mi fa assumere la responsabilità del mio particolare esser-ci nel mondo.
La mia individualità diventa così consapevolezza proprio nella responsabilità della mia esistenza, a cui dò forma attraverso la successione delle mie scelte.
Ma poiché nessuno è un’isola, le mie scelte non determinano soltanto chi io sono, ma incidono anche su quanto e quanti mi circondano. E non solo nell’immediato.
Noi viviamo infatti nel mondo. È questa condizione di fatto che implica interazione reciproca di condotte. Ecco allora che scegliendo ho anche la responsabilità per il tipo di società che contribuisco a determinare con le mie azioni.
Poiché la responsabilità non è mai comoda, c’è chi spera forse di potervisi sottrarre ponendosi sotto la cappa consolatoria di modelli già dati. Crede insomma di potersi salvare dalla fatica di scegliere e dalla responsabilità di quello che fa o che non fa, affidandosi alla consuetudine.
È pura illusione! Costui infatti sceglie e come! Sceglie di adeguarsi a una precettistica. E ha la responsabilità di essere portatore di un pacchetto morale che esige conformismo per sé e per gli altri nell’adeguamento a un modello precostituito, assoluto e totalitario a cui fideisticamente aderire.
E lì dove questo accade, c’è il circolo tutto concluso dei replicanti in nome di un qualche supremo Essere. Dove prevale l’Essere dilegua l’esser-ci, perché la pluralità dei possibili dilegua, perché la vita presupposta come “virtuosa” è già tutta sigillata in norme indiscutibili.
Si pensi a quelle stabilite nei così detti libri sacri, di cui per altro si arrogano l’interpretazione i così detti “detentori del sacro”, che hanno cercato e cercano di esercitare un potere di controllo sociale.
Per parlare di casa nostra dove, di fronte alla sempre maggiore riduzione dell’ortodossia degli stessi credenti, l’ecumenismo non demorde: «la Chiesa si interessa agli aspetti temporali del bene comune in quanto sono ordinati al Bene supremo, nostro ultimo fine.» (Catechismo della Chiesa cattolica, canone 2420). Tutto blindato, stabilito, indiscutibile! Così la scelta è risolta nella docilità dell’obbedienza.
Non a caso il religiosissimo Kierkegaard affermava in Timore e tremore che «la fede comincia dove il pensiero finisce», e affogava la singolarità dell’autonomia morale nell’afasia di Abramo pronto a eseguire il “divino ordine” con «infinita rassegnazione».
Abramo è la negazione dell’etica, perché non si interroga su quell’ordine di uccidere suo figlio. La sua fede è il paradosso logico che vanifica l’etica in sé e per sé: «Egli ha cancellato con la sua azione tutta l’etica ottenendo il suo telos superiore fuori di essa, rispetto al quale ha sospeso questa».
Al contrario, per il laico l’azione non ha la sua giustificazione in un ordine posto sulle ginocchia di un qualche dio, né in un’abitudine e neppure in un capriccio.
La garanzia della bontà dell’azione, ciò che la rende eticamente fondata, è la scelta dell’azione per il fine che ha in sé stessa. È questo che fa buona la scelta. Ed è proprio questo a costituirne il fondamento etico.
Ad esempio: se scelgo di aiutare una persona in difficoltà, la mia azione non può avere scopo altro, fine altro, al di fuori del fatto che ritengo positivo portare aiuto. Lì ed ora.
Del tutto differente è se quell’aiuto io lo elargisco in funzione di un tornaconto, perché magari la persona che aiuto mi potrebbe garantire un premio, o essermi utile in futuro.
Sarebbe allora il premio che ne riceverei, a determinare la mia volontà di agire. E se per avere quel premio dovessi fare l’esatto contrario, lo farei.
È questo utilitarismo il regno dell’eteronomia morale, che proprio nell’uso strumentale dell’azione, ne vanifica la moralità ponendo il fine (telos) al di fuori dell’azione stessa.
Ma non solo! Agendo così, uso strumentalmente anche me stesso, assoggettando la mia scelta ad altro/altri. A un potere esterno, la cui assolutizzazione è proporzionale alla povertà della mia autonomia morale.
La fondatezza della scelta non può allora risiedere nella obbedienza/adeguamento a una autorità infallibile e indiscutibile, dispensatrice di ricompense finanche differite in un qualche immaginifico cielo dopo la morte. Ed è questo il massimo dell’eteronomia, nella subordinazione a precetti codificati da un qualche potere clericale che pretende di averne il sigillo morale.
In nome di assoluti, nell’esaltazione del «Dio lo vuole» l’umanità ha commesso e continua a commettere le peggiori atrocità.
Ed è la stessa logica dissennata di chi eleva un qualche “libro sacro” a legge universale farneticando scontri di civiltà e seminando terrorismo: per imporre al mondo il suo totalitario ordine politico-sociale.
Un mondo dominato dal narcotico di un pensiero unico e di un’univoca morale. Un mondo dove ognuno, in una sorta di automatismo psichico, obbedisce a chi ha stabilito per lui cosa è bene e cosa è male. Una volta per tutte e universalmente.
Così che ogni alterità va eliminata, fagocitata, schiacciata in un totalitario replicante assoluto identitario io, che tarpa e ingabbia ogni esistente.
Al contrario, se si assume come strategia etica il principio laico della verificabilità, è chiaro che ogni segmento della praxis obbliga a continue rivisitazioni nell’io, e alla comunicazione dialogica con ciascun altro io. In una correlazione in cui anche l’io si oggettiva e si vede come un tu.
Solo così l’egoità si apre alla visione degli esistenti possibili. È l’occhio che guarda l’altro occhio di memoria socratica (Platone, Alcibiade I), e specchiandovisi vede sé stesso non per cercare replicanti, ma per rendere realistico quel conosci te stesso (γνῶθι σαυτόν – gnōthi sautón), che non a caso nel mondo greco era anche augurale saluto a cercare di conseguire comune saggezza e serenità: nel sistematico esercizio di dubbio e scelta: radici laiche della democrazia. Nel reciproco riconoscimento che, come Kant affermava nella Fondazione della metafisica dei costumi: «non possiamo essere costretti da altri a nulla più di ciò a cui possiamo reciprocamente costringerli».
Su queste basi lo stato liberal-democratico, al controllo sulle coscienze ha sostituito il diritto umano all’autodeterminazione nell’individuazione solidale delle libertà, che divengono accrescimento della comunità dove ogni singolarità si riconosce nel bene comune della laicità, per promuovere prospettive multiple e plurali di esistenza nella pari dignità.
E non a caso il riconoscimento della pari dignità è l’incipit della Dichiarazione universale dei diritti umani che in essa individua il fondamento su cui edificare libertà, giustizia, pace: «Il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo».
E vale appena ricordare che la Costituzione della Repubblica italiana, promulgata un anno prima (27 dicembre del 1947), pone la pari dignità in corrispondenza dell’uguaglianza in quel formidabile articolo 3 che di essa è pilastro e disegno: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
Un articolo questo che è nel contempo di denuncia per quanto c’è da costruire, e di chiamata all’azione nell’individuare le disuguaglianze e all’impegno a spazzarle via.
Si chiama giustizia e uguaglianza, senza le quali la libertà è parola vana. Chi non dispone delle stesse possibilità di sviluppo, non ha infatti lo stesso potere. Infatti, chi si vede negate le pari opportunità per la sua emancipazione individuale e sociale, si vede negata anche la pari dignità.
E contro tutto questo, la nostra Costituzione fonda la parità di cittadinanza democratica, vincolando alla rimozione degli ostacoli che ne siano d’impedimento. Solo così la pari dignità si fa strada nel dovere sociale della realizzazione della paritetica ed equipollente uguaglianza.
È in questa prospettiva che la dignità di ciascuno diviene bene irrinunciabile per la società, e su questo bene comune si diventa costruttori di democrazia.
La giustizia sociale, la lotta ai pregiudizi, agli stereotipi, al conservatorismo reazionario di chi sogna mondi patriarcali e società gerarchizzate e razziste, è incardinata in questo caposaldo costituzionale per far sì che ognuno sia pienamente padrone della propria vita.
È infatti l’individuo storico concreto a essere portatore di dignità. Perché ricongiunto alla sua corporalità. E in questa si pensa sceglie agisce.
È il suo habeas corpus che riporta l’attenzione sull’individuo nella sua fisicità: proprietario del proprio corpo: unicità storico-biologica della singolarità contro assolutistici moduli cui adeguarsi.
Un habeas corpus che implica il diritto all’autodeterminazione e con esso il riconoscimento giuridico di individualità uniche e diversificate come legittimazione stessa della democrazia di cui la laicità diviene anima e motore.
Infatti, se l’astrazione di individuo ha costituito il presupposto del principio giuridico dell’uguaglianza tra gli individui, è nella riappropriazione della propria corporalità che si è fatta strada la consapevolezza del diritto di ognuno di sviluppare autonomia esistenziale nel principio laicità.
Allora, se da una parte possiamo e dobbiamo dialogare per edificare la civile e pacifica convivenza democratica; dall’altra, dobbiamo avere il coraggio dell’intransigenza contro la pretesa totalitaria di chi vorrebbe far coincidere i diritti umani con i doveri confessionali con relativa imposizione di usi e costumi incompatibili con la democrazia.
Laicità quindi non è neutralità, ma forza e garanzia per un’organizzazione sociale a vantaggio di tutti. È qui che oggi si gioca la partita fondamentale nel creare l’appartenenza nella cittadinanza. E la si vince quando lo Stato diviene luogo dell’incremento dei diritti umani sul cui maggiore o minore ampliamento si giudica l’affermazione di quella dignità individuale e sociale, che oggi si declina anche in termini di accesso alle nuove dimensioni biologico-sanitarie e a quelle scoperte scientifiche e applicazioni tecnologiche che permettono sempre più di essere padroni della propria esistenza senza arrecare danno ad altri.
Pertanto, fondare all’insegna della laicità l’interrelazione umana è quanto mai urgente per contrastare chi, col proibizionismo della norma ad una dimensione, impedisce di sottrarre all’inferno sulla terra sempre più spicchi di esistenza: più libera e giusta.
A conclusione di Le città invisibili, Italo Calvino ci lascia questo ammonimento: «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà: se ce n’è uno è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiano stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continui: cercare e saper riconoscere che e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».
Del resto, come scriveva J. S. Mill in On Liberty (Sulla libertà) preoccupandosi dei danni del conformismo: «Gli individui umani traggono maggior vantaggio dal permettere a ciascuno di vivere come gli sembra meglio, che dal costringerlo a vivere come sembra meglio ad altri».
Potrebbe essere una buona bussola di orientamento laico. Soprattutto quando il confessionalismo suona costantemente le proprie campane per affermare una omologazione a tutto vantaggio della identitaria cittadella della sua fede.
Qualora questo accadesse, il rapporto tra individuo e Stato sarebbe di discriminazione e non di inclusione nella cittadinanza. Qualche esempio per riflettere insieme.
La castità per il cattolico è sempre viatico di grazia per la conquista del cielo, e il rapporto sessuale è giustificato solo al fine di procreare (Catechismo, titolo II). Il credente faccia pure. Anzi è proprio la laicità dello Stato a tutelarlo in questo.
Ma sarebbe accettabile se si vietasse o boicottasse l’uso degli anticoncezionali in omaggio al canone 2370: «É intrinsecamente cattiva ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo e come mezzo, di impedire la procreazione»?
E, visto che secondo il catechismo ogni donna sarebbe strutturata nell’ontologia del modello del fiat mariano, dobbiamo eliminare le leggi sull’interruzione volontaria di gravidanza? Già per altro minata – in ossequio al Vaticano – dall’introduzione dei medici obbiettori. E ancora, se il catechismo cattolico continua a definire l’omosessualità oggettivo disordine morale (canone 2357), e invita gli omosessuali a vivere nel «sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione» (canone 2358), cosa dovrebbe fare lo Stato democratico? Aiutarli ad espiare escludendoli dall’accesso ai diritti?
E se il confessionalismo dominante diventasse quello di un altro gruppo che impone l’escissione ai genitali delle bambine? Fornire un servizio medico che garantisca questa barbarie? Oppure continuare a chiudere occhi e cervello di fronte al fatto che indossare il velo – bandiera dell’islam politico – è segno patente della sottomissione delle donne? E non è falsità continuare col mantra che hijab, burka, chador – o come altro si vuole chiamare il velo islamico – sono le stesse donne a indossarli?
Ma dopo secoli e secoli che una tale abitudine è inculcata fin dall’infanzia, ce la sentiamo onestamente di poter affermare che non è il risultato ancora più subdolo con cui si maschera l’indottrinamento per scelta personale?
Usi e costumi non sono eterni e non possono essere utilizzati come ipocrita accondiscendenza verso i Paesi islamici, per il fatto che abbiamo con loro interessi commerciali. Paesi dove oggi c’è un grande fermento, in particolare delle donne, per conquistare libertà e autodeterminazione, opponendosi alla tirannide della sharia che identifica norma religiosa con legge statale.
Ecco allora che tenere la barra ferma sulla laicità, garanzia di libertà giustizia uguaglianza e quindi motore di emancipazione dalla soggezione, non solo serve a contrastare il patriarcato di casa nostra, ma aiutare l’accesso alla parità di quelle “immigrate” che cercano di uscire dalla “segregazione amichevole” in cui sono tenute dal clan religioso-familiare.
I detentori degli Assoluti ci accusano di relativismo morale. Ma, a pensarci bene: rinserrarsi in gabbie di enunciati, sottratti ad ogni dimostrabilità e riscontro, ma spacciati come veri per fede, non è il massimo del relativismo?
A chi ancora oggi pretende di porre come essenze immutabili una costruzione di modelli comportamentali ancorandoli alle idee assolute di Dio – Anima – Mondo, bisogna ricordare che il fondamento di tutto questo è solo mera concatenazione di supposizioni, che per il fatto di essere pensate e assolutizzate non possono avere automaticamente garanzia di essere vere. Si tratta di enunciati, di connessioni linguistiche sigillate nella fede.
Ma i paladini del confessionalismo morale non vogliono accettare che sempre più individui possano prendere coscienza, che attraverso gli assoluti morali si perpetuano i rapporti di potere dominanti!
Una presa di coscienza che nella modernità, inizia a imporsi con la rivoluzione di quel Sapere aude: «Abbi il coraggio di usare il tuo proprio intelletto!» con cui Kant sintetizzava l’importanza dell’Illuminismo. Che alla consuetudine dell’ordine costituito sulla cieca obbedienza contrapponeva l’uso pubblico della ragione per affermare in un’Europa ancora imbrigliata di medioevo il coraggio della ragione.
Iniziava, come si suol dire la separazione tra leggi umane e leggi divine, sottraendo così al precetto il ruolo di ordinatore del mondo. Mentre in parallelo secolarizzazione e laicizzazione si facevano strada contro la norma a una dimensione per fare spazio alla discussione e relatività delle norme.
Relativismo e secolarizzazione non sono allora il “demoniaco” da rifuggire, ma la constatazione che proprio dalla liberazione degli assoluti si può produrre una società più giusta. Dove finalmente, potremmo riappropriarci del significato originario della parola ethos, come «posto del vivere concreto», per essere creatori di norme che garantiscano a tutta la comunità sempre migliori possibilità di convivenza democratica, nel patto laico di cittadinanza che la garantisce. Dove, nessuno può pretendere che i principi morali di una qualsivoglia chiesa vengano trasformati in precetti ispiratori del Diritto. Quando questo accade, si crea un corto circuito di tale portata che anche la democrazia ne è fulminata.
Ecco allora l’importanza della tensione dubitativa, che guarda ovunque e scopre l’inusuale: nell’esercizio alla curiositas di una mente che si affaccia sul mondo senza fini precostituiti. Nella forza di un pensiero che sa porsi di traverso contro il bieco utilitarismo che vuole servi consenzienti.
Allora si scopre il turbamento di quel pensiero che è agitazione, turbinio di idee, contrasto, contraddizione. Pensiero che diverge. Che ci spinge a intraprendere altre strade, anche quando sembra impossibile che ve ne siano, oltre quelle rassicuranti che ci tengono nell’eterna minorità mentale, invischiati e narcotizzati nella massa acquiescente.
Ora et labora, si diceva all’uomo del medioevo, così non contraddiceva il precetto e non peccava. Produci e compra, ci dice un turbocapitalismo dove tutto è merce nel meccanismo denaro-potere-denaro, mentre avanza la pulsione al livellamento del riduzionismo culturale: affinché la ragione divenga, come già denunciavano Horkeimer e Adorno «un semplice accessorio dell’apparato economico onnicomprensivo».
Eppure possiamo dire: «No. Non è così!»; «No. Voglio un’altra cosa!». Per questo occorre riappropriarsi della concretezza del pensiero.
Noi ragioniamo per idee, “vediamo” con le idee. Atto fisico di intellezione. Ricordate l’Odissea, quando Ulisse torna a Itaca ed è riconosciuto dal suo cane Argo? Il verbo greco che Omero usa è noeìn (νοεῖν Odissea, XVII, 301) ed esprime l’azione dell’intellezione.
Argo non è ingannato come tutti gli altri dal travestimento di Ulisse. Argo connette intelligentemente la realtà fisica col pensiero e nella sua mente si configura l’idea di come stanno effettivamente le cose. L’idea che ne scaturisce è risultato del nesso tra realtà e rappresentazione mentale di ciò che è. Pensare e pensarci nella nostra fisicità apre al nesso tra pensiero e azione nell’assunzione della responsabilità per quel che affermiamo e facciamo.

L’autrice: Maria Mantello è giornalista e saggista, presidente della Associazione nazionale del libero pensiero “Giordano Bruno”. Tra i suoi saggi, “Sesso Chiesa Streghe (Fefé editore 2022)

Nord di Gaza. L’ospedale Kamal Adwan ridotto in cenere

Un’altra alba, un altro orrore: il nord di Gaza si è svegliato prigioniero di un incubo che si ripete ininterrottamente. L’ospedale Kamal Adwan di Beit Lahiya, un luogo che dovrebbe incarnare speranza e guarigione, è stato trasformato in un campo di distruzione e umiliazione.

Quando il sole era appena un’idea dietro l’orizzonte, il rombo dei mezzi corazzati israeliani ha squarciato il silenzio. Accompagnati da droni che volteggiavano come predatori in cerca di prede, i soldati hanno circondato il complesso sanitario. Quattro ordigni piazzati attorno all’ospedale sono esplosi con un boato che ha piegato l’aria. Le fiamme, come serpenti, si sono insinuate tra i corridoi e le sale operatorie, divorando tutto: letti, strumenti medici, frammenti di vite.

Alle 7:15, il comando è arrivato tramite altoparlanti: evacuare. Il direttore dell’ospedale, il dottor Hussam Abu Safiya, ha avuto appena quindici minuti per svuotare ogni stanza, per convincere chi non poteva nemmeno reggersi in piedi a lasciare quel fragile rifugio. Quindici minuti, come se il tempo potesse misurare la dignità umana. Pazienti seminudi trascinati fuori al freddo, medici e infermieri umiliati, i loro volti schiacciati da una forza che sembra dimenticare cos’è l’umanità.

È difficile immaginare un livello più profondo di disumanità. Video e immagini, che già inondano i social come grida disperate, mostrano malati inermi spogliati anche della loro dignità, trascinati via verso un ignoto che profuma di paura. Ma l’orrore non è iniziato oggi. Per settimane, il Kamal Adwan era già stato ridotto a un simbolo di resistenza morente. Le scorte di medicinali erano finite, e anche l’acqua potabile si era trasformata in un miraggio. Ogni giorno era una battaglia per strappare alla morte chi si aggrappava a un filo di speranza.

Il giorno precedente, un assalto preliminare aveva già incendiato parte della struttura, ma il personale aveva continuato a lavorare. Una lotta contro l’impossibile, spinta da un senso del dovere che nessuna bomba era riuscita a cancellare. Fino a questa mattina. Le ambulanze inviate sul posto non sono più tornate, e i contatti con l’ospedale sono stati interrotti. L’unico messaggio è il silenzio. Un silenzio che urla.

Il Kamal Adwan, ora ridotto a cenere, è un simbolo tragico di una terra assediata, un luogo dove la sopravvivenza stessa è un atto di ribellione. Non si combatte solo contro le bombe, ma contro l’assenza di tutto ciò che rende la vita possibile: cibo, acqua, cure mediche, sicurezza.

Hani Mahmoud, giornalista palestinese, racconta che il dottor Abu Safiya è stato minacciato di arresto, mentre osservava impotente il suo ospedale bruciare. Le fiamme erano visibili da chilometri di distanza, come un monito macabro. Ogni mattone distrutto è un colpo inferto non solo a Gaza, ma all’intero corpo lacerato dell’umanità.

Eppure, ciò che resta impresso è l’immagine di quei volti, sbiaditi e sofferenti, che la nostra mente è costretta a immaginare. Camici bianchi di medici che, fino all’ultimo respiro, hanno cercato di salvare vite. Persone reali che probabilmente dimenticheremo troppo in fretta, inghiottiti dalla voracità della nostra indignazione momentanea. Scrolliamo un video, scriviamo un commento, e poi torniamo alle nostre vite. Ma Gaza brucia ancora.

Questo è il paradosso del nostro tempo: un mondo connesso eppure distante, dove la sofferenza può essere osservata in diretta, ma è sempre qualcun altro a doverla vivere. Mentre leggiamo, mentre guardiamo, mentre ci indigniamo per un istante, una parte del mondo continua a bruciare sotto le bombe.

l’autore: Andrea Umbrello è direttore editoriale & Founder di Ultimavoce