Un viaggiatore che abbia vissuto la stagione dei movimenti per la pace degli anni Ottanta e si fosse in seguito un po’ distratto inseguendo i fatti suoi, risvegliato dal clangore di armi che domina oggi lo spazio reale e mediatico potrebbe essere assalito da un inquietante déjà vu. La minaccia nucleare, che aveva turbato e mosso all’impegno quei suoi anni lontani, e che sembrava accantonata nel passato insieme alla guerra fredda e ai blocchi contrapposti, rimpiazzata da nuove prospettive di catastrofi ecologiche e climatiche, riemerge ora con il suo corredo di orologi proiettati verso l’apocalisse della mezzanotte atomica. Riemerge però mutata, come i batteri che aggirano così i sistemi immunitari. Secondo la logica della deterrenza reciproca, condivisa dai governi di Reagan e di Breznev, gli arsenali nucleari dovevano servire a non essere usati, poiché entrambe le parti erano consapevoli che un proprio first strike avrebbe ricevuto una risposta devastante. Era il principio della mutua distruzione assicurata, non intaccato dai trattati di non proliferazione nucleare che regolavano timidamente la corsa agli armamenti. L’equilibrio del terrore che ne derivava avrebbe dovuto impedire lo scoppio di una terza guerra mondiale e su questa base erano criticati come nocivi gli appelli al disarmo, ma anche, agli inizi degli anni Ottanta, il progetto di scudo spaziale che avrebbe dovuto porre gli Stati Uniti al riparo dei missili sovietici. In effetti l’era dei blocchi contrapposti è trascorsa senza che la minaccia atomica si trasformasse in una catastrofe – più volte però sfiorata, nell’ambito di crisi internazionali come nel 1962 quella dei missili a Cuba o semplicemente per errori tecnici – e la dissoluzione del sistema bipolare in seguito alla fine dei regimi comunisti ha regalato l’illusione di un suo superamento. I conflitti che, a partire da quello nell’ex Jugoslavia, sono tornati a lambire il cuore dell’Europa non hanno messo in campo potenze atomiche, che restavano però presenti nelle crisi tra l’India e la Cina o il Pakistan, come nelle reazioni israeliane ai programmi nucleari dell’Iran.
Nuova linfa ai movimenti pacifisti
Il 30 aprile del 1965 ad Hanoi si svolse un incontro fra una delegazione del Pci guidata da Giancarlo Pajetta e il leader vietnamita Ho Chi Min. Nel corso del dialogo emerse la volontà di molti militanti italiani di partire per il Vietnam a sostenere la lotta di liberazione. Da Ho Chi Min giunse una risposta molto ferma che sintetizzata si riassume nella frase “Per aiutare la nostra causa è più importante che facciate sentire la vostra solidarietà in Italia”. Già da tempo era forte un movimento internazionale contro la guerra che si combatteva in quei luoghi e le manifestazioni riempivano le piazze di tutto il mondo. Esattamente dieci anni dopo il Vietnam era libero. Partiamo da questa vicenda importante, per la nostra storia, non casualmente. Oggi che ci sarebbe bisogno più che mai di un grande e plurale movimento per la pace, quando si è quasi sull’orlo di un conflitto di proporzioni mai viste, prevale il silenzio, la rassegnazione o, spesso, la frammentazione delle diverse istanze pacifiste. Un fenomeno non solo italiano ma che ha una dimensione globale. Con queste brevi tracce proviamo a fornire suggerimenti di ricerca ulteriori per comprendere tale carenza, gravissima a nostro avviso. Fino a quando il mondo è stato caratterizzato dal bipolarismo – semplificando Nato vs Patto di Varsavia – in qualche maniera la ricerca di un mondo senza guerre era orientata anche dalla critica verso l’uno o l’altro dei poli. Da una parte c’era l’oppressione interna che ogni tanto sfociava in conflitto esterno, praticata dai Paesi nell’orbita sovietica, si pensi all’invasione dell’Afghanistan di cui ricorrono a breve i 45 anni, dall’altra il sostegno a regimi dittatoriali, non solo in America Latina e nel continente africano, praticati con ferocia inaudita. Lo spazio conquistato fin dagli anni Cinquanta dal movimento dei Non allineati, con tutte le loro contraddizioni, era elemento di rottura ma che non poteva né economicamente né politicamente competere con i due poli. Costituiva una minaccia ideologica per entrambi ma non intaccava l’equilibrio fondato sulla minaccia nucleare.
Il sogno europeo tradito da Von der Leyen
Alla fine del 2024 il Parlamento europeo ha votato la nuova Commissione europea che vede la riconferma della presidente Ursula von der Leyen. Salita rapidamente di popolarità durante la gestione della pandemia da Covid, la presidente Von der Leyen ha traghettato l’Unione europea attraverso un altro evento di carattere epocale, lo scoppio della guerra tra la Federazione Russa e l’Ucraina. L’inconcepibilità dell’evento penso abbia lasciato sgomenti milioni di europei che, forse ingenuamente (termine spesso utilizzato con accezione negativa, ma non dovrebbe essere sempre così), hanno ritenuto per lungo tempo parole come “invasione”, “aggressione”, “guerra” un lessico arcaico e anacronistico che mal si addice al progetto che l’Unione europea difende e vuole realizzare: la pace.
Non è stato possibile trovare un orientamento tra le pressioni culturali, intellettive ed emotive prodotte da questo evento che purtroppo nel giro di pochi mesi una nuova catastrofe, vicina al genocidio, ha iniziato a consumarsi sotto il cielo sempre azzurro di Gaza, assestando un duro colpo alle speranze di chi vuole, e sogna, un mondo diverso.
Le reazioni della classe dirigente agli attacchi israeliani a Gaza sono state molto diverse da quelle immediate verso l’invasione russa in Ucraina. Nel programma politico presentato da Ursula von der Leyen al Parlamento europeo per la sua rielezione, il termine guerra compare sette volte e la maggior parte di queste per parlare della «guerra d’aggressione di Putin all’Ucraina» mentre è molto più generale il rimando alla «guerra a Gaza» o «in Medioriente», che forse non è nemmeno da considerare tale, data la disparità delle parti. Questa ambiguità è nociva per il progetto europeo che si fonda su valori e aspirazioni nettamente diverse da quelle che invece persegue l’attuale classe dirigente in quanto è innegabile che la storia del nostro continente sia costellata di conflitti e guerre sanguinose, tuttavia nei decenni precedenti il dibattito pubblico, sia politico che culturale, ha cercato di aspirare ad un cambiamento che oggi ai nostri politici appare impensabile.
Perché il governo Meloni non ripudia la guerra
Credo sia una sottovalutazione non aver prestato sufficiente attenzione, da parte della intellettualità democratica e delle forze di opposizione parlamentare, all’intervista del 12 dicembre a Repubblica del generale Carmine Masiello, da sei mesi nuovo capo di Stato maggiore. Le sue autorevoli parole, infatti, sono il segno di un vero e proprio “salto di paradigma”, di una discontinuità costituzionale. Masiello ci dice che l’esercito italiano sta effettuando un addestramento tale da diventare forza dinamica di pronto intervento; «bisogna produrre», dice, una «rivoluzione militare» perché «cambiano gli scenari mondiali; scenari complessi richiedono flessibilità per misurarsi con l’imprevisto; bisogna saper rischiare; uscire dalla comfort zone». E inoltre, come scenario geopolitico: «Occorre reagire alla situazione in Ucraina e prepararsi all’Africa», che sarà lo spazio per la dura contesa tra le grandi potenze. Masiello conclude: «L’esercito è stato a lungo ipofinanziato»; ora occorrono tanti droni, anche territoriali e tanti nuovi sistemi d’arma. E, sostiene, per quanto riguarda gli organici, diecimila persone in più non bastano. Occorre dare incarichi ai volontari in servizio, per un anno. «Penso ai volontari in ferma breve che poi alimentano la riserva. Aumenterebbe l’organico in modo meno oneroso». L’intervista di Masiello ha, come si vede, una sua organicità. Ne dovremo discutere a lungo, perché disegna un rapporto nuovo tra forze armate, statualità, cittadinanza. Per ora anticipo tre brevi considerazioni. L’esercito che stanno plasmando il ministero della Difesa e lo Stato maggiore non è l’esercito disegnato dalla nostra Costituzione nell’articolo 11, un esercito, cioè, che difende i confini e i territori della patria ed un esercito di interposizione pacifica e diplomatica per la risoluzione dei conflitti. Il generale Masiello disegna, invece, un esercito di pronto, immediato intervento bellico, prevalentemente offensivo. Le sue parole, inoltre, «prepararsi all’Africa» delinea una concezione neocoloniale di conquista, di competitività imperialista sulle materie prime, sulle risorse africane. È questo il “piano Mattei” di cui parla la Meloni?
Francesco Vignarca: «La corsa agli armamenti? Solo favori e interessi»
L’ultima legge di bilancio del governo Meloni ha stanziato 32 miliardi per la spesa militare. Francesco Vignarca, ora siamo davanti a un balzo?
C’è una forte accelerazione specie per i sistemi d’arma. Un aumento considerevole, che però non è avvenuto di colpo. Negli ultimi dieci anni abbiamo registrato una crescita del 60 per cento della spesa militare. Negli ultimi 5 anni, solo per armamenti, è salita al 70 per cento e oltre.
Ricordiamo che nel 2022 anche il ministro Guerini (Pd) propose 13 miliardi in più di spese militari.
Sì, l’incremento delle spese militari in Italia era già una tendenza in atto da tempo. Già nel 2014 la Nato cominciò a parlare di questo famigerato traguardo del due per cento del Pil in armamenti, un discorso poi supportato da molte retoriche. Negli ultimi tre o quattro anni, a causa della guerra in Ucraina le spese per armamenti sono aumentate di molto. Anche perché è più facile agire su questo capitolo. Far crescere la spesa militare aumentando gli effettivi, le basi militari, la gestione operativa, non è realizzabile rapidamente. Non è facile, di colpo, assumere diecimila soldati in più. È molto più semplice aumentare la spesa acquistando più carri armati, più aerei: basta firmare contratti. Detto in sintesi: quando si è insediato il governo Meloni fondamentalmente ha mantenuto la spesa che ha ereditato dal governo Draghi. Successivamente ha cominciato a incrementarla per i sistemi d’arma fino al record storico di quasi 13 miliardi.
È a rischio la legge 185 del 1990 che vieta l’export di armi verso Paesi che violano i diritti umani e/o che sono in guerra?
Nel 2024 il governo Meloni ha portato avanti un disegno di legge per modificare quella legge e depotenziarla, per esempio eliminando la parte sulla relazione che presenta i dati sulle banche. Del resto Crosetto, in veste di ministro della Difesa e prima, ha detto a chiare lettere che le banche che vogliono essere etiche non entrando nel commercio di armi rappresentano un problema. Addirittura ad un certo punto è arrivato a paventare la nascita di una banca solo per l’export di armi. Da qui la scelta consequenziale del governo di modificare la legge 185, peggiorandola. Fra il 2023 e il 2024 questa modifica è stata approvata alla Camera.
Le guerre sono tutte evitabili
Sarà un anno difficile, più difficile del già terribile 2024. Non è pessimismo: è realismo. Parlare di pace – non di semplice fine delle guerre, ma di un sistema integrato di vita quotidiana – con davanti agli occhi l’eccidio dei palestinesi a Gaza, l’arroganza militare di Israele in tutto il Vicino Oriente, la politica criminale di Putin in Ucraina, le situazioni del Sahel e del Myanmar, solo per citare le situazioni più note, è quasi ingenuo. Raccontare che la pace è conveniente e intelligente mentre il pianeta si spacca in fazioni armate pro o contro il dogma del “dollaro moneta commerciale planetaria”, è praticamente impossibile. Quasi impossibile.
Un po’ di speranza c’è. Sappiamo che le cose potrebbero, nonostante tutto, cambiare. Possiamo immaginare che, alla fine, i cattivi potrebbero non vincere. Perché? Provo a spiegarlo. In questo momento, ci sono 31 guerre in corso e 25 aree di crisi. Ogni guerra e ogni area di crisi ha protagonisti precisi, che non sono – come vogliamo sempre pensare e raccontare – i politici o i generali. Sono le persone come noi, i civili, quelli che la guerra la subiscono.
Sono tanti, tantissimi, questi nuovi protagonisti. In guerra oggi, ogni dieci morti, nove sono civili. Una strage confermata dai dati: 45mila morti nella Striscia di Gaza, almeno 3mila in Libano, circa 45mila nelle guerre africane. Non abbiamo numeri sul Myanmar, ma certamente non va meglio. A questi dobbiamo aggiungere i 130 milioni di profughi del Pianeta: in pratica un abitante ogni ottanta è in fuga da una guerra o da una calamità naturale.
Prima cosa da fare, quindi: spostare l’attenzione, cambiare il racconto della guerra. Noi ne parliamo sempre come causa, a cose avvenute, mai come effetto di conflitti irrisolti e diritti non garantiti. La guerra è cosa che decidono pochi politici – questo si sa, democratici o autocrati che siano -, ma poi riguarda i popoli. E allora le risposte vanno cercate lì, nelle incredibili cose che le persone comuni, quelle spaventate, ma che vogliono vivere, fanno nelle situazioni di guerra per creare una quotidianità vivibile e per uscire dalla guerra stessa.
È interessante scoprire queste storie.
Non è mai troppo tardi per fare la pace
Ormai sono quasi tre anni di guerra in Ucraina e anche aver inviato a Zelensky armi a lungo raggio per colpire in territorio russo, come ha fatto l’ex presidente Biden, non ha portato a un negoziato, anzi. L’aggressore Putin, fra missili ultrasonici e minacce di usare le armi nucleari, ha continuato a fare la voce grossa. Dopo aver arruolato truppe nord coreane e dopo la caduta del suo sodale, il dittatore siriano Assad, ha concentrato sul fronte ucraino tutti i suoi sforzi. Intanto nel Paese aggredito sarebbero 80mila i morti e 400mila i feriti, secondo un’inchiesta del Wall Street Journal che parla anche di 200mila morti e 400mila feriti tra i russi. Un’ecatombe di civili e militari.
Ancor più agghiacciante, se possibile è il massacro che è stato perpetrato nella Striscia di Gaza dall’esercito israeliano dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Mentre scriviamo il bilancio dei morti ha superato i 45mila, perlopiù civili. Fra loro 17mila circa sono bambini. Secondo The Lancet sarebbero molti di più. La prestigiosa rivista scientifica parla di 186mila decessi attribuibili al conflitto nella Striscia di Gaza. E una intera generazione di bambini mutilati, orfani, o scampati per miracolo dalle bombe ha subito traumi, ha ferite psicologiche profondissime che sarà difficile rimarginare, come su questo numero di Left scrivono l’ex ordinario di Psicologia sociale all’Università degli Studi di Milano Francesco Paolo Colucci e lo psicologo palestinese Mahmud Said. Entrambi in passato hanno lavorato in Palestina e in questi mesi hanno ricevuto numerose drammatiche testimonianze dai territori di Gaza assediati, dove i civili sono privati di viveri, acqua e medicinali, bombardati dall’esercito di Netanyahu e del suo governo di ultradestra, ma anche destabilizzati, minando la loro vitalità e resistenza psichica.
Nel frattempo oltre 50 aree di crisi e conflitti nel mondo ci tengono in apprensione. Si tratta del numero più alto registrato dalla fine della Seconda guerra mondiale, come documenta Raffaele Crocco con il suo importante Atlante delle guerre (che esce in nuova edizione).
In questo quadro non possiamo dimenticare il Sudan dove si consuma da anni una guerra di cui nessuno parla. Il conflitto ha precipitato quasi 25 milioni di persone – oltre la metà della popolazione sudanese – in stato di pericolo e di indigenza assoluta. Più di 12 milioni di persone, di cui circa la metà sono bambini, hanno dovuto abbandonare le loro case. Anche queste sono cifre spaventose.
Si dice che parlare di numeri non sia efficace per scuotere le coscienze, perché vengono registrati con indifferenza. Da donna e da giornalista sono convinta invece che rendere noti e ripetere questi dati nella loro agghiacciante realtà, generi una reazione. Perché siamo umani. Perché dietro ci sono storie, vissuti, speranze, dolori indicibili. Questi numeri sono persone e dovrebbero essere sufficienti a farci dire basta, ad alzarci in piedi e gridare “cessate il fuoco”, il tempo della pace è ora. Perché si può fare. Tante volte siamo stati vicini a un accordo di tregua in Ucraina ma poi di volta in volta qualcuno l’ha sabotato. Se gli Stati Uniti avessero voluto avrebbero potuto fermare l’alleato Netanyahu, ma Biden ha dispensato consigli paternalistici («Non fate come noi in Afghanistan») continuando al contempo ad armare Israele. E ora Trump, sedicente uomo della pace, dice che a Gaza scatenerà l’inferno se non verranno rilasciati gli ostaggi prima del suo insediamento. L’aver nominato come ambasciatore Usa in Israele il fondamentalista evangelico Mike Huckabee, convinto che la Bibbia abbia assegnato la Palestina agli ebrei e che il popolo palestinese non esista, non fa certo ben sperare.
Quel che appare chiaro all’alba di questo nuovo anno, purtroppo, è che il nuovo ordine mondiale si sta costruendo sulla base della supremazia militare. I conflitti hanno preso il posto del dialogo e dell’iniziativa diplomatica, sono aumentate in modo scandaloso le spese per nuovi armamenti a scapito degli investimenti per l’istruzione, per la salute e per la difesa del Pianeta dalla crisi climatica.
In Italia, con la legge di Bilancio, il governo Meloni ha stanziato 32 miliardi per la spesa militare, toccando il record di 13 miliardi solo per i sistemi d’arma, come denuncia su questo numero Francesco Vignarca della Rete italiana pace e disarmo. Soldi che, invece, dovrebbero essere spesi per la sanità pubblica, per la scuola, per la ricerca e l’innovazione. In questo quadro c’è anche chi, come Enrico Letta (alla festa di Atreju) ha proposto di ratificare il Mes per aumentare la spesa militare. Negli anni di docenza a Parigi evidentemente l’ex segretario del Pd ha ben assorbito la lezione di Macron che ha annunciato che la Francia è in economia di guerra. La stessa prospettiva che la presidente della Commissione Von der Leyen auspica per l’Europa. Dopo gli sforzi che erano stati fatti per uscire dalla pandemia facendo debito comune per la salute, ora l’obiettivo della Commissione europea che ha aperto all’appoggio esterno dei meloniani è la spesa militare, è la difesa, facendoci fare un balzo indietro. E il neo capo della Nato Mark Rutte si frega le mani alzando l’asticella di richiesta di spese militari al 3 per cento ai Paesi membri. Così quell’Europa che giovani partigiani rinchiusi in carcere nel manifesto di Ventotene avevano sognato senza fili spinati, ora rischia di sparire. Anche a causa della prossima entrata in vigore del pessimo Migration act, che nega i diritti umani dei migranti e il diritto d’asilo.
Non c’è più tempo da perdere.
È questo il momento, dobbiamo farci sentire, come cittadini, come massa critica per invertire la rotta sul fronte delle guerre, forti anche dei provvedimenti che la giustizia internazionale ha intrapreso. Dai mandati di cattura per Putin, Netanyahu e i capi di Hamas spiccati dalla Corte penale internazionale, all’inchiesta della Corte internazionale di giustizia che sta andando avanti per l’accusa di genocidio perpetrato da Israele a Gaza, avanzata dal Sudafrica e da molti altri Paesi. Chi è responsabile di massacri di civili e crimini di guerra deve sapere che non resterà impunito. La giustizia internazionale, certo è lenta. E sappiamo bene quali siano le pastoie in cui versa l’Onu, ma sappiamo anche che l’unica strada è il dialogo, è la diplomazia. Come è scolpito nell’articolo 11 della nostra Costituzione, ripudiamo la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti. La guerra porta solo distruzione, le armi portano solo morte, i momenti più alti della storia umana in cui sono fiorite arte, civiltà e progresso, ci dicono che la pace e la nonviolenza sono scelte politiche rivoluzionarie.
Si vis pacem
Se si chiede a chiunque, anche alla persona che consideriamo la più terribile, nessuno mai dirà che la guerra è qualcosa di auspicabile. A nessuno piace la guerra e nessuno ha intenzione di fare la guerra.
La realtà dei fatti però poi è diversa. Secondo il Global Peace Index, nel 2024 ci sono nel mondo ben 56 conflitti attivi. Sembra quindi che a qualcuno piaccia fare la guerra o perlomeno non dispiaccia. E per quanto ognuna delle parti coinvolte in un conflitto dica sempre che è colpa dell’altro se c’è la guerra, ogni volta qualcuno, da una parte o dall’altra, inizia la guerra.
Questo accade quando non si riuscirebbe più a parlare, quando non sarebbe più possibile discutere per trovare una soluzione ad un conflitto che è probabilmente prima economico, politico, di idee, di credo religioso, di identità.
Allora si perde ogni umanità e si ritiene che l’unico modo per far valere e prevalere le proprie ragioni sull’altro, far prevalere un proprio pensiero sul pensiero dell’altro che deve essere “accettato” dall’altro anche se non vuole (per esempio quel territorio ci appartiene, la nostra religione è vera, la vostra è falsa, la vostra cultura ci minaccia, etc.) sia aggredire fisicamente l’altro con strumenti che servono ad uccidere e a distruggere. La “soluzione” al conflitto del pensiero con altri esseri umani diventa la distruzione e l’eliminazione fisica dell’altro. Questo è sempre accaduto nella storia dell’uomo, perlomeno da quando esistono le civiltà. Sembrerebbe essere un destino ineluttabile, qualcosa di inevitabile, addirittura di necessario. Va anche osservato che la guerra è certamente qualcosa di umano. Nessuna specie animale fa la guerra. Certamente ci sono gli scontri tra il capobranco e l’aspirante tale per decidere chi è il più forte. Ma mai questi scontri finiscono con la morte dell’uno o dell’altro. Così come è vero che esistono le uccisioni tra individui della stessa specie, ad esempio tra i leoni, quando un nuovo leone diventa capobranco, capita che uccida la prole del precedente. Ma queste sono azioni che non hanno un pensiero che è un “non” verso l’altro, cosa che invece è caratteristica dell’essere umano. C’è un non che viene pensato in relazione all’altro, della sua realtà umana e del suo pensiero. Nei casi più estremi fino a pensare che non si tratti più in realtà di esseri umani come noi. E infatti l’etimologia di nemico è dal latino inimicus ovvero non-amico, il contrario di amico, qualcuno che ci è ostile. Io penso che per cercare di trovare un modo di realizzare una pace che non sia un’astrazione riferita ad un generico volersi bene che si opporrebbe ad una realtà umana naturalmente violenta, andrebbe proprio capito meglio che cosa è questo non che sta alla base di ogni conflitto. Per far questo dobbiamo però anche lasciarci alle spalle ogni pensiero sugli esseri umani come ineluttabilità e destino ad essere naturalmente violenti. Non possiamo in alcun modo accettare questa prospettiva perché inevitabilmente ci porterebbe a delle soluzioni che sarebbero solo dei contenimenti di questa terribile realtà che sarebbe l’essere umano.
Ma la norma di pensiero purtroppo è proprio questa: quella di un essere umano macchiato dal peccato originale (o dal nulla originario o da una originaria dissociazione) e pertanto destinato ad essere malvagio. Il pensiero filosofico e religioso che ha elaborato questa idea proporrà allora dei sistemi di contenimento di questa violenza, una morale e una etica che aiuterebbe l’essere umano a non essere violento.
Anche se quello che vediamo intorno a noi sembra dirci solo che la possiamo pensare in questo modo terribile, cerchiamo di fare uno sforzo di immaginazione e pensiamo invece ad una diversa prospettiva. Invece di accettare l’idea di un essere umano originariamente malvagio che deve essere educato a non esserlo, pensiamo ad un essere umano originariamente buono, che vuole spontaneamente stare insieme all’altro senza agire alcuna violenza e che poi possa perdere questa capacità di rapporto con l’altro e diventare violento. Questo ribaltamento di prospettiva nella ontogenesi dell’essere umano, cioè che ci sia un’origine buona che poi possa perdersi, penso che sia assolutamente fondamentale perché con essa possiamo pensare di eliminare la violenza recuperando una socialità perduta. Senza questa prospettiva ogni ambizione a creare una pace duratura è inutile perché sarà sempre possibile pensare che è inevitabile ricadere nella violenza dell’uno sull’altro visto che quella sarebbe la vera natura umana. E sarebbe altrettanto naturale pensare che l’unico modo per contenere questa violenza “naturale” sarebbe quella appunto del contenimento fisico e mentale. Pensare cioè ad una società come Stato di polizia in cui devono essere controllate le azioni e i pensieri delle persone perché la natura umana è intrinsecamente pericolosa se lasciata a sé stessa. Allora la prima cosa da fare per trovare la pace è rovesciare questa logica apparentemente corretta ma in realtà destinata a fallire perché è una logica che porta al fascismo e di conseguenza alla perdita della pace.
Qui su Left abbiamo tante volte detto che questa nuova prospettiva, del pensare l’essere umano come originariamente sano e “buono”, sia fondamentale per la sinistra. Purtroppo sappiamo che questo argomento non è ancora stato ben compreso, non ne viene compresa la portata sociale, filosofica e politica. E vediamo come di conseguenza, troppo spesso a sinistra ci si rivolga al pensiero religioso per sapere cosa fare e cosa pensare riguardo all’essere umano. Ma il pensiero religioso ha l’idea del male insito nell’essere umano, del peccato originale. Non è possibile alcuno sviluppo di una realtà di società diversa e di pace duratura se si continua a pensare che gli esseri umani se lasciati a loro stessi si ammazzino a vicenda. E che sia quindi necessario avere delle regole per evitarlo, dei comandamenti e una bibbia per fare la società. Quel pensiero non può essere un pensiero di sinistra perché inevitabilmente porta ad un’idea di non-uguaglianza tra tutti gli esseri umani; In altre parole, avrebbe ragione la destra. Uguaglianza che questo “pensiero” recupera con un’imposizione razionale dell’uguaglianza dei bisogni e la lotta per la realizzazione di tale uguaglianza. Benissimo, certamente l’uguaglianza dei bisogni è fondamentale ma non è assolutamente sufficiente.
Come sicuramente il lettore sa, qui su Left per oltre undici anni ha scritto Massimo Fagioli che ha scoperto e raccontato qual è il fondamento del pensiero umano, dove esso nasce e come si sviluppa, scoprendo una naturale e spontanea socialità originaria degli esseri umani.
Proprio quest’anno, il 2025, ricorrono i 50 anni dalla pubblicazione dei suoi secondo e terzo libro, La marionetta e il burattino e Teoria della nascita e castrazione umana. Sono libri che seguirono il primo libro, Istinto di morte e conoscenza, nell’approfondire il significato sociale e politico della teoria della nascita.
Libri attualissimi che riescono a leggere la realtà con occhi nuovi. Libri che raccontano un pensiero nuovo che dice che per realizzare la pace è necessario prima comprendere cosa sia l’essere umano che fa la pace. Altrimenti continueremo a fare la pace in attesa della prossima guerra.
A Lampedusa si annega, a Roma si brinda
Maledetti questi migranti che si permettono di turbare il capodanno degli italici patrioti andando a morire al largo di Lampedusa proprio a cavallo dei fuochi d’artificio.
Per tutta la notte sono continuate le ricerche dei 20 dispersi tra cui 5 donne e 3 bambini. I sette sopravvissuti, tra cui un bambino siriano di otto anni, sono stati trasferiti all’hotspot di contrada Imbriacola a Lampedusa per poi lasciare l’isola, diretti a Porto Empedocle con il traghetto, quelli che non si rovesciano in mare.
Maledetti quei venti naufraghi che hanno deciso di non farsi trovare, che hanno scelto di farsi inghiottire dal mare per disturbare il brindisi della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, impegnata nella caccia ai trafficanti mentre si lasciano morire le loro vittime. Maledette queste persone migranti che annegano prima di volere attaccare, almeno per dare la soddisfazione a qualche Salvini di sbattergli in faccia la chiusura di un porto in nome della difesa della patria.
Maledetti quei 1.700 che nel 2024 hanno deciso di morire nella rotta del Mediterraneo centrale, in quella lingua di mare che è un’indelebile onta sulla dignità dell’Italia e dell’Europa tutta.
Il 2025 però porta con sé una rassicurazione per i governanti: i morti sono talmente tanti, quasi tutti nello stesso tratto di mare, che alla fine vincerà l’abitudine. Una persona migrante annegata è un niente di nuovo nell’anno che verrà. Si potranno raccontare come vittime collaterali della caccia ai criminali, anche se sono affogati dalla politica di Bruxelles.
Buon giovedì.










