Mi piacerebbe, parlando di adolescenza, evitare le parole superficialità e confusione, tanto usate, tanto retoriche, ma, se il tema è la sessualità dei giovanissimi, difficile lasciarle da parte. Perché di confusione e superficialità ce n’è e non poca. Anche per noi adulti che cerchiamo di comprendere. Un tempo era impensabile scrivere di come vivessero la sessualità i ragazzi; se lo si faceva era per criticare eventuali esiti inadeguati e contrari alla morale comune. Oggi, benché la vita sessuale dei giovani sia sempre più vista come caratteristica fisiologica e identitaria dello sviluppo della persona, è comunque un tema dibattuto. Non tanto per l’apertura mentale libera da vecchi tabù, quanto, penso, per la realtà storica che non senza preoccupazione percepisce che la sessualità sta perdendo, in alcuni ragazzi, il contenuto di intimità e identità esponendoli al rischio di fallire il delicato passaggio dall’infanzia alla adolescenza. La libertà personale, conquistata fra tante ambivalenze nei decenni passati, di vivere relazioni amorose senza oppressione, sembra oggi diventata una “libertà” svincolata da coinvolgimenti emotivi e propositi di conoscenza e comunicazione reciproca che mette a rischio il benessere psichico dei ragazzi.
Ma da quale prospettiva si osserva l’intimità dei giovani? Le strade più battute sono quella della statistica (A che età lo fanno? I Gen Z sono più precoci e più attivi dei Millennials?), o quella, che nessuno nega, dell’apprensione per i comportamenti a rischio (più della metà non usa il preservativo!) o quella, forse la più limitante per la ricerca, di aiutare i genitori a parlare di sesso ai figli adolescenti. I ragazzi vogliono parlare di sessualità ma non con i genitori. E a ragione. Un conto è rispondere con naturalezza alle curiosità dei bambini, un conto è toccare con figli adolescenti aspetti di crescita intimi che, in quanto passi qualitativi di sviluppo dell’identità, si dovrebbero accompagnare a una maggior separatezza interiore dai genitori.
Come vivono la sessualità gli adolescenti della Gen Z
Prima i diritti umani cara Ai
Primi passi sulla strada di una regolamentazione sovranazionale dell’intelligenza artificiale. Il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha presentato a Roma un centro dell’Università per la pace (Upeace) dedicato all’alta formazione e allo studio dell’impatto dell’intelligenza artificiale sulla società. E nel 2025 inizieranno ad essere applicate le norme del Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale (Ai act) che il 12 luglio 2024 è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale dell’Unione europea.
Il regolamento (Ue) 2024/1689 stabilisce i principi per l’impiego dei sistemi di intelligenza artificiale, al fine di garantire il rispetto dei diritti umani fondamentali stabiliti dalla Carta dell’Unione europea, inclusa la tutela dello stato di diritto e della democrazia. Con questa complessa regolamentazione, l’Unione completa gli strumenti per la tutela degli utenti della rete e della concorrenza nei mercati digitali dell’Unione europea (con il Gdpr, il Digital services act e il Digital markets act), per cercare di porre argini agli impatti economici e sociali generati dalla rivoluzione industriale in corso. Alcune grandi compagnie e alcuni partiti della destra populista accusano apertamente le istituzioni europee di aver regolamentato in modo eccessivo l’uso dell’intelligenza artificiale, ostacolando l’innovazione e minando di fatto la libertà d’impresa e la libertà di espressione. È però lecito sospettare che queste accuse siano dirette unicamente alla difesa di interessi economici concentrati in pochissime mani a livello globale, che vanno dai gestori delle piattaforme social alle aziende che forniscono servizi digitali o gestiscono il commercio elettronico. È peraltro recente la storica sentenza con cui la Corte di giustizia dell’Unione europea ha confermato la sanzione stabilita dalla Commissione nei confronti di Google (2,4 miliardi di euro) per aver favorito attraverso la cosiddetta pratica dell’auto-preferenza il proprio servizio di comparazione degli acquisti, a discapito dei servizi offerti dalle piattaforme concorrenti. A questa sanzione se ne è aggiunta un’altra inflitta ad Apple, per il valore considerevole di 13 miliardi di euro, in quanto l’azienda statunitense dal 2003 al 2014 ha goduto di un’aliquota fiscale agevolata concessa dal governo irlandese pari all’1% anziché al 12,5%, anche in questo caso a danno delle imprese concorrenti oltre che dei consumatori e dei contribuenti.
Lezione dalla preistoria contro il climate change
Articolo scritto in collaborazione con Silvia Florindi, Daniela Puzio, Anna Revedin
Una delle problematiche più attuali e drammatiche che stiamo vivendo a livello planetario riguarda i cambiamenti climatici. Considerando la questione in una prospettiva temporale molto ampia, tuttavia, non è la prima volta che le comunità umane si trovano a fronteggiare modificazioni ambientali rilevanti per la loro stessa sopravvivenza. La storia dell’umanità è occupata per il 99% dal periodo che definiamo preistoria: appare quindi evidente che per comprendere il rapporto con l’ambiente e il clima non sia possibile prescindere da questo lunghissimo e determinante momento delle nostre origini.
Fin dai primordi le comunità umane hanno sviluppato capacità adattative a fronte di criticità ambientali e climatiche, volgendole spesso a proprio vantaggio. In tal senso è emblematico il caso di Poggetti Vecchi, area della Maremma toscana in provincia di Grosseto, dove nel 2012 vengono riportati alla luce reperti straordinari che documentano il modo in cui i nostri predecessori, di fronte a fattori ambientali critici, sono stati capaci di innescare risposte innovative. Oggetti che aspettano da oltre 10 anni una sede espositiva definitiva, e che nell’attesa l’Istituto italiano di preistoria e protostoria (IippI) – polo d’eccellenza per lo studio del più remoto passato dell’umanità che quest’anno celebra i 70 anni dalla fondazione – valorizza con una mostra allestita a Firenze tra il Museo di antropologia e etnologia e il Museo archeologico nazionale, visitabile fino al 12 gennaio dal titolo 170.000 anni fa a Poggetti Vecchi. I Neanderthal e la sfida del clima (www.iipp.it). L’esposizione presenta i risultati della lunga ricerca che ha permesso di svelare una nicchia ecologica dove, 170.000 anni fa, uomini e animali hanno trovato rifugio in un periodo di crisi climatica. L’équipe multidisciplinare coinvolta nel lavoro, composta da studiosi della Soprintendenza, dell’Iipp e di varie università, si è posta come primo obiettivo la ricostruzione del paesaggio e del contesto climatico del luogo durante l’epoca preistorica, determinando che le temperature medie erano più fredde rispetto a quelle attuali, inferiori di circa 6°C. Ci troviamo alle soglie della penultima glaciazione, un periodo in cui il clima si stava progressivamente facendo più aspro.
Nadine Galle: «Per fare una città ci vuole un albero»
Immaginare città e natura come un unico organismo. Pensare che il mondo si possa cambiare anche adesso che sospira e si affanna sotto i fumi di una crescita diseguale e devastante per la biodiversità del pianeta, è una strada possibile. A disegnare un altro mondo è una giovanissima donna nata nei Paesi Bassi e cresciuta in Canada, che ha sviluppato il suo amore per la vita all’aria aperta e il suo impegno per la natura fin da piccola. Da adolescente, leggendo le opere degli urbanisti pionieristici come Jane Jacobs e James Howard Kunstler, e oggi pensando che robot antincendio, stagni intelligenti, l’hi-tech – e anche l’intelligenza artificiale – possono essere una soluzione a una delle principali sfide urbane del nostro tempo. Dall’internet of things, all’internet of nature, un cambio di paradigma radicale che vede nell’innovazione tecnologica lo strumento più efficace per salvare la natura nelle città. A proporre questa nuova tesi è Nadina Galle, ingegnere ecologico, National Geographic explorer ma soprattutto autrice del recente The nature of our cities (HarperCollins ), un saggio illuminante che studia e approfondisce il rapporto tra tecnologia e natura.
Il libro – che ben presto sarà tradotto in italiano – articola un ampio ragionamento proprio su questo filone di ricerca inaugurato da Galle, (che abbiamo incontrato al festival torinese Utopian Hours), con l’obiettivo di capire come l’innovazione potrà tutelare e favorire la natura nelle aree urbane del mondo.
Gli ecologisti e i pianificatori urbani sono responsabili della salvaguardia del verde urbano. Quali strategie mettere in atto? Come le tecnologie emergenti aiuteranno la natura?
Per salvaguardare gli spazi verdi, le città dovrebbero adottare strategie come la “regola 3-30-300” di Cecil Konijnendijk, ovvero che tutti possano vedere almeno tre alberi da casa propria, vivere in un quartiere con una copertura arborea pari al 30%, ed avere accesso ad uno spazio verde nel raggio di 300 metri. Ciò incoraggia chi si occupa della pianificazione urbana a integrare la natura nella vita quotidiana. Le tecnologie emergenti possono misurare oggettivamente i progressi nel raggiungere questo obiettivo utilizzando immagini satellitari ad alta risoluzione, lo strumento Lidar (Light detection and ranging) terrestre e aereo e software di mappatura degli alberi per monitorare il volume della chioma degli alberi. Queste tecnologie aiutano a quantificare la presenza della natura nelle città e forniscono dati per guidare i politici e i pianificatori verso una migliore implementazione del verde urbano.
Elena Granata: «Spazio alle idee delle donne»
Nel 1405 Christine de Pinzan in La città delle dame, un’opera utopica e un manifesto femminista, immaginava la costruzione, con l’aiuto di Ragione, Rettitudine e Giustizia, di una città fortificata dove le donne potevano vivere libere da ogni legame patriarcale, da ogni pregiudizio, e soprattutto, erano protette dalla violenza «di così tanti aggressori». L’idea di creare uno spazio libero per le donne, reale o immaginario, affonda le sue radici nel Medioevo e con lo sviluppo dell’industrializzazione e la tumultuosa crescita dei centri urbani fu al centro della riflessione e dell’attivismo femminista nelle società occidentali. Il tema è oggi valorizzato da tante professioniste. Elena Granata, autrice di libri come Placemaker (Einaudi) e Il senso delle donne per la città (Einaudi) e docente di Analisi della città e del territorio e di Geografia urbana al Politecnico di Milano, racconta a che punto siamo e quale la strada da tracciare.
Elena Granata, anche nell’architettura entrano in gioco quei marcatori culturali che hanno fermato il contributo delle donne?
Ovviamente sì, ma ho la sensazione che siamo davanti a un grande risveglio da parte delle donne che hanno trascurato per troppo tempo il loro punto di vista sul mondo. E allora oggi si scrive, si studia e si ragiona tanto, ma questo non corrisponde affatto a un miglioramento della condizione delle donne nelle città. Ci muoviamo in questo paradosso.
Lei nel suo libro Il senso delle donne per la città propone una rivoluzione copernicana fondata sull’urgenza di una nuova consapevolezza. Di che si tratta?
Parlo di un rinnovamento dello sguardo, di un coinvolgimento dei sensi e della nostra responsabilità sociale nei confronti dei luoghi fisici, partendo dalle persone che li abitano e dalle loro relazioni reciproche e con il mondo. In questo c’è un elemento potenzialmente rivoluzionario. Perché il fatto che siamo state escluse dal progetto urbano, dall’architettura tradizionale, dalle grandi opere – pensiamo ai ponti e alle autostrade, costruzioni dove le donne non ci sono – ci ha costrette a dedicare molto più tempo alla qualità dello spazio pubblico, alla sostenibilità, al paesaggio, alla luce, al benessere e all’educazione.
Progettare al femminile. Sneha Visakha: «Riprendiamoci la città»
Per chi sono fatte le città? Chi le crea? E in base a quali principi? L’ambiente edificato, dopo tutto, riflette le gerarchie di potere e le disuguaglianze che esistono nelle nostre società. Pertanto, è essenziale comprendere i legami profondi e inestricabili tra relazioni sociali e spazio urbano. Con il suo lavoro di ricerca Sneha Visakha studia come le città del sud globale – specie quelle indiane – rispondono alla questione dell’urbanismo femminista.
Con il podcast Feminist City, Visakha ha approfondito i temi della sicurezza e dei diritti delle donne in uno dei Paesi con le città meno inclusive al mondo. Una lettura diversa del “fare città” capace di portare anche in India un dibattito che in Occidente è da tempo al centro delle agende urbane di governi e amministrazioni locali, bisogna dire, con pochissima convinzione e scarsissimi risultati. Visakha, con il suo approccio femminista alla progettazione, si concentra sulla relazione tra l’ambiente costruito e il ruolo delle donne nella società.
Le prime esponenti dell’urbanistica femminista criticarono le nozioni capitaliste e patriarcali alla base delle moderne pratiche di pianificazione urbana. Molte di loro hanno esplorato come si potrebbero immaginare e costruire città “non sessiste” perché, come ha affermato la geografa Jane Darke, «le nostre città sono un patriarcato scritto nella pietra, nei mattoni, nel vetro e nel cemento». Ancora oggi, la paura che le donne provano nello spazio pubblico è per molti versi “paradossale”. Da dove proviene questo timore che ci costringe a non uscire di sera, a non attraversare determinate strade, ad allungare il percorso per tornare a casa? La paura è il risultato di una costruzione sociale radicata in una storia di oppressione patriarcale, dice a Left Sneha Visakha, per la prima volta ospite in Italia al festival torinese Utopian Hours. Oggi la conquista della libertà – dice -passa anche attraverso la presenza delle donne nello spazio pubblico, soprattutto di sera e di notte, «sperando che diventi sempre di più espressione di libertà piuttosto che un atto di coraggio».
Sneha Visakha, quel è il legame tra l’ambiente costruito e il ruolo delle donne nella società?
Lo spazio non è neutro e la sua produzione coinvolge un complesso insieme di fattori. Le strutture di gerarchia e dominio, specialmente quella maschile, sono radicate nell’ambiente costruito. Esiste quindi sicuramente una relazione tra l’ambiente costruito e il ruolo delle donne nella società: in termini concreti, ciò significa che la progettazione urbana e la governance, le decisioni quotidiane sulla pianificazione della città, producono e modellano costantemente le esperienze dei vari abitanti. Diventa particolarmente importante chiedersi chi sta prendendo queste decisioni e come vengono prese, oltre a chiedersi chi viene considerato nel processo e chi viene escluso o considerato solo successivamente. È altrettanto importante domandarsi per chi è fatta la città, soprattutto se si è una donna, una minoranza razziale o religiosa, un bambino, una persona con disabilità o qualcuno che appartiene a una combinazione di queste condizioni socioeconomiche ed esperienze vissute correlate.
Bosnia, assalto alla memoria di un genocidio
Sono trascorsi poco più di trent’anni dal conflitto in Bosnia, non molti, e in tutto il Paese è ancora difficile commemorare le vittime del genocidio, o solo parlarne. In tutti i luoghi in cui sono state perpetrate le stragi, i sopravvissuti e i familiari delle vittime lottano per avere dei memoriali, lottano per rendere i campi di concentramento e sterminio luoghi del ricordo; dall’altra parte, i serbi, non solo si oppongono, ma tappezzano le strade di monumenti in onore dei criminali di guerra, e convertono i campi per eliminare ogni testimonianza del genocidio.
Quest’anno, nel programma della scuola primaria della Republika Srpska (Repubblica serba di Bosnia-Erzegovina, l’altra entità territoriale è la Federazione di Bosnia ed Erzegovina ndr), sono previste dieci lezioni sulla “guerra difensiva e di liberazione” degli anni Novanta; ai bambini e alle bambine verranno raccontate le imprese dei condottieri eroi Ratko Mladic e Radovan Karadzic, senza alcuna menzione, né del genocidio di cui si sono resi responsabili, né delle condanne all’ergastolo che stanno scontando. Del resto, Milorad Dodik, il presidente della Republika Srpska, è considerato uno dei più grandi negazionisti del genocidio e approfitta di ogni opportunità per provocare i bosniaci, rivendicando verità mai raccontate sul conflitto, a favore dell’imporsi della versione occidentale, volta a diffamare il popolo serbo, bollandolo ingiustamente come genocida. In occasione dell’istituzione di una giornata in ricordo del genocidio di Srebrenica, Dodik non si è limitato all’ennesima minaccia di un referendum per separare la Repubblica serba dalla Bosnia, ma ha reso pubblica una lista di nomi di uomini con i loro indirizzi di residenza; la lista conterrebbe nominativi di persone in vita incisi sul memoriale del massacro di Srebrenica a Potočari: vive in dispregio dei serbi, accusati ingiustamente di aver ammazzato migliaia di civili inermi.
Come riportato dall’agenzia Srna, il presidente ha solo confermato sospetti e accuse che i serbi denunciano da anni; Milorad Kojić, un deputato della Camera dei rappresentanti dell’assemblea parlamentare della Bosnia ed Erzegovina, ha parlato di 816 nomi mai registrati nella banca dati dello stato civile prebellico incisi nel memoriale. ( vedi “Perseguire i responsabili delle menzogne su Srebrenica”, srna.rs, 2 luglio 2024). La lista, secondo Dodik e gli altri negazionisti, sarebbe l’ennesima prova dell’invenzione di un massacro che non c’è mai stato, di un falso mito di Srebrenica, un finto genocidio con lo scopo di stigmatizzare i serbi, oscurare i massacri da loro subiti, e mettere in discussione la legittimità della Republika Srpska.
Vivere a Gaza, un trauma quotidiano
Le voci da Gaza e dalla West Bank che abbiamo raccolto sono di tredici persone. Si tratta di testimonianze che abbiamo ricevuto tra settembre e ottobre del 2024: nove da Gaza – tre infermieri, una infermiera, due psicologi, una psicologa, un operatore umanitario, un ex receptionist di un Hotel – e quattro dalla Cisgiordania o West Bank: un social worker, uno psicologo sociale, una psicologa, una madre del campo profughi di Jenin. A queste persone, che avevamo conosciuto per motivi professionali abbiamo chiesto: “Descrivi la tua esperienza di guerra in questo periodo: fatti, pensieri, emozioni, sentimenti e tutto quello che vuoi senza censura”. Volevamo capire i loro vissuti, cosa dà loro la forza per non crollare, su cosa si basa principalmente la loro resilienza. Qui si riportano integralmente sei di queste testimonianze: cinque da Gaza, dove la situazione è particolarmente grave, e una dalla West Bank dove la situazione dopo il 7 ottobre 2023 è diventata sempre più difficile.
Si tratta di informazioni essenziali che queste persone hanno voluto dare di sé stesse. La testimonianza di uno psicologo sessantaduenne di Gaza è stata tradotta dall’arabo per poter essere analizzata anche da chi non conosce l’arabo, le altre sono state scritte in inglese, lingua che i palestinesi di livello anche medio di istruzione conoscono. Alcune frasi delle testimonianze sono di incerta interpretazione, ovvero esprimono incertezza come è comprensibile per l’incertezza della realtà che queste persone stanno vivendo. Queste tredici testimonianze non costituiscono ovviamente un campione statisticamente rappresentativo, non consentono inferenze e generalizzazioni. Sono tuttavia significative, voci che emergono dal marasma che fanno riflettere se ascoltate.
Il nostro commento si limita a rilevare alcuni aspetti che ci colpiscono.
La prima è la “dignità”, la dignitas – ovvero il «sentimento di rispetto che l’uomo deve a sé stesso» – con la quale viene descritto l’indescrivibile; come il trovarsi, infermiera in servizio (terza testimonianza), di fronte ai corpi difficilmente riconoscibili dei figli e del marito. Una esperienza che a Gaza, con ogni probabilità, non è affatto un caso unico; e che, come scrive questa infermiera, spegne ogni speranza: «…losing hope of delight future».
La forza del dialogo tra i popoli
Vivo nel multilinguismo. A casa parliamo italiano, con i miei colleghi mi esprimo in inglese, e nella vita quotidiana, al negozio, all’ambulatorio medico, o sull’autobus, la lingua veicolare è il finlandese. Si stima che circa il 43% della popolazione mondiale sia bilingue, e che il 17% sia multilingue, ovvero che usi più di due lingue in maniera fluente. Secondo gli studi dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, nel 2024 le persone migranti nel mondo sono state circa 281 milioni, a cui si aggiungono 117 milioni di persone in movimento forzato a causa di guerre, violenze e disastri. E i flussi migratori, che certamente non si fermeranno, ma anzi aumenteranno negli anni futuri, creeranno sempre più cittadini del mondo che praticano il multilinguismo.
La diversità linguistica può portare a malintesi, che nel migliore dei casi sono facilmente risolvibili. Tuttavia, in contesti più complessi, dove si intrecciano anche differenze culturali, religiose o economiche, la comunicazione può degenerare in conflitti che, se non gestiti, possono sfociare nella violenza. La violenza è spesso quella che fa notizia, mentre la pace passa inosservata.
Oggi, nonostante la crescente presenza del multilinguismo, c’è ancora molta strada da fare per esplorare appieno le opportunità offerte dalla diversità linguistica, soprattutto in ambito teatrale. Il multilinguismo, infatti, può diventare un metodo per navigare le differenze, per imparare a comunicare in contesti diversi e, potenzialmente, trasformare i conflitti tra le persone. Inoltre, può essere visto come una forma di opposizione all’imperialismo e al colonialismo, come dimostra l’uso del translanguaging da parte di alcune minoranze indigene, dove le lingue vengono mischiate per sostenersi reciprocamente. L’idea è che tutte le lingue siano nel medesimo ‘cassetto’ del cervello e, quando una persona bilingue o multilingue parla, sceglie la parola più adatta al contesto. Alcuni concetti possono infatti essere espressi solo in una determinata lingua, e in quei casi il parlante mescolerà le lingue per necessità espressiva.
Nucleare fa rima con totalitario
L’editore Castelvecchi ha recentemente ripubblicato nella collana Lupicattivi Lo stato atomico, il saggio in forma di inchiesta di Robert Jungk con densa prefazione di Daniela Padoan, direttrice della collana che si pone l’obiettivo ambizioso e necessario di «parlare delle questioni fondamentali che riguardano la nostra permanenza sul pianeta, nell’intreccio di crisi […] che ci chiede un nuovo sguardo, in cui giustizia sociale e giustizia ambientale siano gli appigli per una radicale conversione ecologica». Il lavoro di Jungk, apparso nel 1977, venne pubblicato in italiano per la prima volta da Einaudi nel 1978 (con una seconda edizione nel 1980) nella traduzione di Nicola Paoli, traduttore e curatore in quel torno di anni – sempre per le edizioni dello Struzzo – di Cultura critica. Riflessioni sul concetto di partecipazione politica ed altri saggi di Habermas e Stelle su misura. L’astrologia nella società contemporanea di Adorno (ripubblicato tra le altre nel 2010). L’edizione Castelvecchi riprende la versione di Paoli. L’autore, nato nel 1913 in Austria, rinchiuso in un campo di concentramento in Svizzera e docente di Tecnologie del futuro a Berlino nel dopoguerra era stato una figura centrale del movimento contro il nucleare militare e civile, da lui considerati intrinsecamente connessi e niente affatto separabili. Allo sviluppo tecnologico e industriale della ricerca atomica aveva dedicato nel 1956 Gli apprendisti stregoni, tradotto e pubblicato in Italia da Einaudi nel 1964, e aveva dato conto del pellegrinaggio laico e compassionevole in Giappone in Hiroshima, il giorno dopo nel 1959, tradotto e pubblicato in Italia sempre da Einaudi nel 1960. Negli anni Settanta diviene attivista per la pace e figura di riferimento del pensiero ecologista e antinuclearista.
Fu tra i primi a mettere in guardia dalla «prometeica propensione alla distruzione» che le conoscenze tecnologiche rendevano possibili ed a cogliere, come ci ricorda Daniela Padoan nella prefazione, il nesso tra Hiroshima e la catastrofe industriale del neocapitalismo sviluppista e totalitario.










