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Meloni, Musk e Trump, un giro di affari che si scontra con i progetti dell’Europa

Il viaggio estemporaneo di Giorgia Meloni a Mar-a-Lago, fino al 1985 residenza invernale inutilizzata dei presidenti Usa e da quaranta anni proprietà privata di Donald Trump, ha suscitato interesse non solo in Italia ma anche a livello internazionale per le conseguenze nelle relazioni fra gli Stati Uniti e l’Italia, e più in generale con l’Europa, dopo il 20 gennaio, nello sviluppo di una più consolidata alleanza nella rete sempre più estesa di governi nel mondo trainati da ideologie sovraniste.

Contrariamente a quel che è avvenuto in passato, l’insediamento di Donald Trump il 20 gennaio a Washington con la cerimonia di fronte al Campidoglio sarà accompagnato dal plauso di molti leader sovranisti ma da nessun leader europeo con l’eccezione di Viktor Orban e – si parva licet – di Matteo Salvini e Alice Weidel, spingendo Giorgia Meloni a preferire il faccia a faccia di Mar-a-Lago all’inquadramento nella truppa degli amici personali di The Donald ed Elon Musk.

Le poche righe diffuse, non a caso su X, dagli staff di Donald Trump e Giorgia Meloni sintetizzano i temi del colloquio di quattro ore sulle questioni commerciali e dunque sulla minaccia dei dazi alle importazioni negli Stati Uniti, sul Medio Oriente e sull’Ucraina, sulla riduzione del sostegno Usa alla Nato e soprattutto sul caso della giornalista italiana Cecilia Sala il cui arresto il 19 dicembre a Teheran è stato collegato a quello dello svizzero-iraniano Mohammed Abedini a Milano il 16 dicembre (Cecilia Sala è stata liberata l’8 gennaio ndr).

Qualcuno ha scritto che il viaggio estemporaneo e frettoloso di Giorgia Meloni a Mar-a-Lago sia stato reso necessario per ottenere l’assenso americano a cedere al ricatto iraniano su Cecilia Sala prima della decisione del Tribunale di Milano prevista per il 15 gennaio sulla richiesta di estradizione statunitense e/o di arresti domiciliari relativa a Mohammed Abedini sapendo che il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha il potere di non dare “corso alla domanda di estradizione quando questa può compromettere la sovranità, la sicurezza altri interessi dello Stato” (art. 697 cpp), che l’iniziativa di Giorgia Meloni come leader di partito e non come capo del governo – una iniziativa di cui è difficile prevedere se avrà un esito positivo e i tempi di questo esito – ha sottratto al ministero degli Esteri e dunque ad Antonio Tajani un ruolo diplomatico che a questa amministrazione e a questo ministro spetta, che se così è, si è trattato di una grave lesione della sovranità italiana come ha sottolineato Giorgio La Malfa che rischia di irrigidire l’Iran spingendo gli Ayatollah ad alzare la posta.

Per ora ci fermiamo qui su questo tema. Ci interessa invece attirare l’attenzione delle nostre lettrici e dei nostri lettori sulle trattative – considerate negli Stati Uniti “molto avanzate” ed avviate nel 2023 con l’accordo riservato del ministero della Difesa ma non del ministro Guido Crosetto ed il consenso del Servizio di sicurezza italiano ma non della sua direttrice Elisabetta Belloni ora dimissionaria – fra l’azienda di Elon Musk SpaceX attraverso i servizi satellitari “direct-to-cell” forniti da Starlink ed il governo italiano per un accordo legato ad un sistema di sicurezza delle telecomunicazioni fra la stessa azienda e il governo relativo alla fornitura di un sistema di crittografia per i servizi telefonici e internet utilizzati dai Servizi italiani al fine di proteggerli e renderli inaccessibili.

Palazzo Chigi non ha smentito l’esistenza delle trattative limitandosi a ricordare che “le interlocuzioni con SpaceX rientrano nei normali approfondimenti che gli apparati dello Stato hanno con le società che si occupano di connessioni protette per le esigenze di comunicazioni di dati crittografati” negando – al contrario delle fonti statunitensi – che il tema sia stato affrontato in assenza di Elon Musk durante l’incontro fra Donald Trump e Giorgia Meloni a Mar-a-Lago alla presenza dei futuri segretari di Stato Rubio e Scott Present, di Mike Waltz e degli ambasciatori Usa Tilman Fertitta e italiana Mariangela Zappia già rappresentante permanente presso il Consiglio Atlantico e l’0nu.

Palazzo Chigi si è affrettato a precisare che Giorgia Meloni aveva anticipato a Ursula von der Leyen – di cui si ricorda a Bruxelles l’irritazione per le dichiarazioni di Thierry Breton contro Elon Musk che provocarono l’estromissione dal Collegio dello stesso Breton – la notizia del suo viaggio a Mar-a-Lago a cui ha fatto seguito una inedita dichiarazione del portavoce europeo secondo cui “l’Italia è uno Stato sovrano e la Commissione analizzerà le informazioni italiane quando le saranno comunicate ufficialmente”.

Si sa che il costo dell’accordo eventuale fra SpaceX attraverso Starlink dovrebbe ammontare per l’Italia a un miliardo e mezzo di euro e che tale spesa non potrà essere messa a carico del Pnrr mentre si sa che quest’accordo entrerebbe in rotta di collisione con il progetto europeo satellitare IRIS2 nel quadro del programma GovSatCom per un costo europeo di sei miliardi di euro ed un contributo dell’ESA di cinquecento milioni di euro con l’obiettivo di dotare l’Unione europea di una infrastruttura di comunicazione protetta, sicura, resiliente e autonoma con il coinvolgimento del Centro di controllo del Fucino e il partenariato fra gli altri di Telespazio.

L’eventuale accordo fra l’Italia – se tutta la coalizione e tutti i ministri daranno il loro consenso in un governo sempre più ormai bipolare e se passerà al vaglio politico, legislativo e finanziario del Parlamento italiano – e SpaceX di Elon Musk entra inoltre in rotta di collisione con il Regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio del 2021 sul programma spaziale europeo e l’Agenzia spaziale europea e il Regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio del 2023 sul programma relativo alla “Union Secure Connectivity” IRIS2.

Del resto, la Commissione europea ha annunciato che analizzerà se la conversazione in diretta prevista su X il 9 gennaio tra Elon Musk e Alice Weidel, leader dell’Afd, sia una violazione delle regole dell’Unione europea nell’ambito di una indagine in corso sulla piattaforma e sulla sua conformità al Digital services act (DSA).

Last but not least, Emilio De Capitani (Esperto di diritto comunitario e di politiche europee ndr) ci ricorda a giusto titolo la grave violazione del principio sulla cooperazione leale prevista dall’art. 4 del Trattato sull’Unione europea su cui dovrebbero esprimersi con la necessaria urgenza il Parlamento europeo e la Commissione europea perché l’accordo fra un’azienda americana e il governo italiano mette in discussione il rispetto fra Stati membri, la mutua assistenza nella realizzazione degli obiettivi dei trattati, l’impegno a garantire l’esecuzione degli obblighi che derivano dagli atti delle istituzioni europee ed il vincolo di astenersi da ogni misura suscettibile di creare degli ostacoli alla realizzazione degli obiettivi dell’Unione europea.

L’autore: Pier Virgilio Dastoli è presidente del Movimento europeo Italia

Nella foto: Donald Trump e Giorgia Meloni a Mar a Lago, Palm Beach, 4 gennaio 2025

 

C’è uno zar a Washington

C’è uno zar a Washington. Lo zar americano non si è ancora insediato nelle sue funzioni da presidente ma ha passato gli ultimi giorni a minacciare la Nato – esattamente come quell’altro – non escludendo di usare la forza per prendere la Groenlandia.
Anche questo – come quell’altro – ha accennato a non meglio specificate ragioni di sicurezza nazionale per descrivere come inevitabile l’annessione. A differenza di quell’altro non ha parlato di denazificazione, questo è vero. Forse perché al suo fianco c’è un plutocrate che è il più importante sostenitore del post-nazismo europeo.
C’è uno zar alla Casa Bianca che dopo aver minacciato l’invasione di un Paese Nato ha minacciato la Nato se non rimpinguerà le casse. Poi lo zar dai capelli carota ha spiegato che la Russia «è stata provocata dall’Ucraina», frase che dalle nostre parti viene bollata come filo-putinismo all’istante. Quindi lo zar americano – come ogni zar che si rispetti – è anche d’accordo con l’altro zar.
C’è uno zar americano che annuncia pubblicamente il desiderio di invadere Panama e che ha già indicato al successore di Trudeau la soluzione migliore per il Canada: annettersi agli Usa. In questo caso però è stato magnanimo: niente invasione, promette. Ma si sa, sono promesse da zar.
C’è uno zar a Washington che promette di perdonare coloro che hanno tentato il rovesciamento democratico del suo Stato, rivendendoli come patrioti.
Tra lo zar Usa e lo zar russo però c’è una differenza sostanziale. A Washington è già cominciata la corsa per baciargli la pantofola, pratica in cui eccelle la nostra presidente del Consiglio.

Buon mercoledì.

 

foto di Gage Skidmore from Surprise, AZ, United States of America – Donald Trump, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=149331624

Il sovranismo ci rende più deboli

Viktor Orbán si è messo nei guai. Guai molto costosi. Guai seri. Il leader continentale del sovranismo, faccia contemporanea del nazionalismo, ha perso oltre un miliardo di euro di fondi europei, cancellati dalla Commissione di Bruxelles.
È una prima volta. Mai un Paese dell’Unione aveva perso fondi in modo definitivo a causa del proprio disprezzo per le regole democratiche. Eppure, l’autocrate ungherese era più che avvertito. Era il 2022 quando l’Ungheria era stata messa in mora dall’Unione per sistematiche e ripetute violazioni dello Stato di diritto e per corruzione. Ora, è arrivata la punizione che non si limita a quel solo miliardo. I fondi per la coesione Ue che Budapest rischia di non ricevere più ammontano, nel complesso, a circa 7 miliardi e mezzo di euro.
Le regole sono regole. E, in pratica, i fondi Ue hanno un legame preciso, in base al Regolamento sulla condizionalità, con il rispetto dello Stato di diritto. E Budapest era obbligata a riparare alla subordinazione al Governo di diverse Istituzioni pubbliche, limitate nelle proprie libertà, entro il 16 di dicembre.
Orbán non ha ottemperato. Le riforme che ha proposto, in particolare per migliorare l’indipendenza del sistema giudiziario e la trasparenza negli appalti pubblici, non sono state ritenute sufficienti dalla Commissione.
E, ora, gli ungheresi pagheranno l’ostinazione del loro primo ministro. Eppure, l’Europa aveva fatto molto bene all’Ungheria. I fondi europei hanno dato un grande contribuito alla sua crescita economica, sostenendo l’aumento del Pil pro-capite, dell’occupazione e degli altri indicatori economici.
Ça va sans dire, persi i fondi, Orbán ha incassato la solidarietà sovranista della Lega. Ma la lezione è importante per tutti. Il sovranismo, forma “aggiornata”, come accenavamo sopra, del nazionalismo, è uno dei mali che più mettono a rischio non solo la costruzione dell’Unione: il pericolo riguarda tutti i Paesi che ne fanno parte. La rivendicazione della sovranità nazionale contrapposta alle dinamiche della unità politica dell’Europa e alle politiche sovranazionali, rende i Paesi più deboli, anziché più forti. Proprio nelle complesse dinamiche di una globalizzazione ormai fuori controllo e nell’attesa, con l’insediamento di Trump, di leggere gli effetti della Maganomics (Make America Great Again) che della globalizzazione vuole riavvolgere il nastro, un’Europa delle “piccole patrie” tanto cara alla destra, perdendo di solidarietà e coesione, diverrebbe definitivamente inerme.
Il processo di integrazione, di costruzione di un grande mercato interno e di uno sviluppo comune, deve avanzare. È, più che mai, l’ora del coraggio politico. E si dovrebbe partire da quanto da molti auspicato e definito dalle parole che Mario Draghi rivolse al Parlamento europeo già tempo fa: «dobbiamo superare il principio dell’unanimità, da cui origina una logica intergovernativa fatta di veti incrociati, e muoverci verso decisioni prese a maggioranza qualificata. Un’Europa capace di decidere in modo tempestivo, è un’Europa più credibile di fronte ai suoi cittadini e di fronte al mondo».
Ancor più di fronte a quel disprezzo per lo Stato di diritto che alcuni, beffardamente, chiamano “sovranità”, salvo poi esigere di ricevere i fondi messi in comune da chi rispetta i doveri della democrazia. È ora di dare all’Europa regole più intransigenti quanto efficienti nella presa delle decisioni. I furbi devono perdere il potere di ricatto.

Il fermaglio di Cesare Damiano. L’autore: sindacalista, già ministro del Lavoro, è presidente di Lavoro e Welfare

 

In foto Orban con Putin, foto di Kremlin.ru, CC BY 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=31065314

Novantun anni dopo Hitler, l’Austria ci riprova: un post nazista vicino al potere

Herbert Kickl, leader di un partito nato dalle ceneri del nazismo, il Fpö, potrebbe diventare cancelliere in Austria. Novantun anni dopo la nomina di Adolf Hitler, la storia non si ripete come tragedia o farsa: si camuffa. È il travestimento della democrazia che concede l’incarico a chi promette di “orbanizzare” un Paese, demolendo i valori europei, diffamando le persone migranti e glorificando nazionalismi rancorosi.

La scelta di Alexander Van der Bellen, presidente della Repubblica, appare inevitabile. Ma il suo volto scuro, i richiami alla libertà di stampa e alle conseguenze della guerra in Ucraina svelano la fragilità di una democrazia che concede spazio a chi la vorrebbe distruggere. La Övp, il partito popolare, ha ceduto alla pressione, sacrificando i propri principi sull’altare della convenienza elettorale. 

Ciò che colpisce, però, è il silenzio assordante dell’Europa. L’indifferenza davanti a cortei che gridano “mai più fascismi” o al rischio di un’ulteriore erosione dello Stato di diritto. La memoria si affievolisce, i valori si indeboliscono. E mentre Vienna si prepara a un governo che fa del revisionismo il proprio manifesto, Bruxelles osserva con lo stesso torpore che ha già segnato pagine nere della storia.

La democrazia non si difende concedendo spazio ai suoi nemici. Si difende con scelte coraggiose, quelle che oggi sembrano mancare. E l’Europa, ancora una volta, sembra spettatrice impotente del suo stesso declino. Del resto coloro che quotidianamente minimizzano il ritorno di fascismi e nazismi avranno buon gioco anche questa volta. Potranno dirci che le SS non sono più quelle di una volta.

Buon martedì.

Nella foto: il volto barrato di Herbert Kickl dell’Fpö su un adesivo della Gioventù socialista austriaca (Ivan Radic)

Dieci anni fa la strage nella redazione di Charlie Hebdo. La testimonianza di Zineb El Rhazoui

foto di Francesca Fago

A dieci anni dalla strage nella redazione di Charlie Hebdo ripubblichiamo l’intervista alla giornalista Zineb El Rhazoui, collaboratrice della rivista e scampata all’attentato. La sua testimonianza è stata raccolta a Parigi nel 2015 dopo l’attentato e pubblicata su Left con il titolo “E’ sopravvissuta all’attentato di Charlie Hebdo, oggi Isis la minaccia”. 

Arriva un quarto d’ora prima all’appuntamento. È scortata da alcuni agenti. Niente perquisizioni o formalità. Ma per tutto il tempo dell’intervista le guardie del corpo restano con noi nel luogo in cui la incontro, non lontano dalla redazione di Charlie Hebdo dove è avvenuta la strage. Lei è Zineb El-Rhazoui, la giornalista e sociologa delle religioni franco-marocchina scampata all’attentato del 7 gennaio 2015 solo perché quel giorno si trovava a Casablanca. Da allora vive sotto scorta e ogni due o tre giorni è costretta a dormire in un posto diverso. Una vita di spostamenti continui da quando è stata colpita da una fatwa che ordina di ucciderla.
Zineb a diciotto anni è arrivata a Parigi per studiare all’università, poi la specializzazione in sociologia delle religioni. A ventitré, all’università, quella del Cairo, comincia a insegnare. A venticinque torna in Marocco. È lì che pensa di dover “fare la propria battaglia”. Scrive su Le journal hebdomadaire e insieme a un gruppo di amici fonda Mali (Mouvement alternatif pour les libértes individuelles). Viene arrestata più volte, non molla. Anzi: partecipa alla primavera araba e nel 2011 diventa portavoce del Movimento del 20 febbraio. Ma quando la repressione si fa troppo dura, Zineb è costretta a fuggire in Slovenia, dove rientra nel programma International cyties of Refuge network che dà rifugio a scrittori e giornalisti perseguitati. È qui che la sua vita incrocia quella di Charlie Hebdo, settimanale satirico, ateo e anarchico. Comincia a scrivere per loro articoli sul mondo arabo e sulla «decostruzione dell’ideologia integralista». Poi un giorno la chiama Charb, il direttore, e le dice: «E se raccontassimo la vita di Maometto?». Lui disegna, lei scrive. Era il 2013. Ora è tutto cambiato.

«Quanto tempo abbiamo? Venti minuti»? «Non c’è fretta, ho tutto il tempo che le serve, viene da così lontano…»risponde sorridendo. Davanti a una tazza di caffè, cominciamo a parlare. L’eleganza distaccata della giovane intellettuale, nata a Casablanca e che ha girato il mondo, lascia presto il posto al tono appassionato e indignato. La voce a tratti si rompe dall’emozione. «Dal 7 gennaio è cambiato tutto. La mia vita è letteralmente esplosa. Io sto cercando una mia stabilità da così tanti anni…», accenna. «Ho trovato rifugio in Slovenia. E poi nella redazione di Charlie», racconta. «Prima come collaboratrice esterna, poi dal 2013 sono entrata a far parte del team». Tre settimane prima dell’attacco dei fratelli Kouachi, aveva deciso di tornare a vivere in Marocco. «Lo scorso ottobre mi sono sposata, volevo tornare a casa. L’ultima volta che ho pranzato con Charb, gli avevo detto che ero stanca. Eravamo d’accordo che avrei mandato i miei articoli da Casablanca e sarei tornata a Parigi di tanto in tanto. Così sono partita, ma non ho avuto neanche il tempo di aprire le valigie».

Vivere in Marocco è diventato impossibile per Zineb, l’Isis la minaccia di continuo: «Scritto in un arabo altisonante e antico, con alcuni versetti del Corano il messaggio diceva “Sei scampata al glorioso attacco di Parigi dove i tuoi compagni di ateismo di Charlie Hebdo sono morti. Ma noi non chiuderemo occhio fin quando non ti avremo tagliato la testa». Lo stesso giorno, il 18 gennaio, un anonimo gruppo di giovani musulmani ha pubblicato un video su youtube: «Una voce meccanica diceva che la Sharia è chiara: chi ha offeso Maometto deve morire». Poi una terza minaccia, la più violenta, che intimava «l’obbligo di uccidere Zineb El-Rhazoui perché ha offeso il profeta» descrivendo macabri modi di esecuzione (schiacciarle la testa con sassi, sgozzarla o darle fuoco). «Hanno individuato e reso pubblico l’indirizzo del mio compagno e hanno diffuso una mappa di Parigi cerchiando i posti dove sono stata. Devono aver inter- cettato mie telefonate. Inevitabilmente, tutto questo cambia la vita. Devi schedare tutto, devi cambiare tutte le abitudini, non puoi an- dare a comprare il pane, non puoi incontrare chi vuoi. Non sono le condizioni migliori per lavorare, specie per chi, come noi, deve anche tentare di ricostruire il giornale». Non è difficile immaginare che tutto sia cambiato.

Nessun ripensamento da quando con Charb decise di pubblicare la vita di Maometto?
No, assolutamente. Sarebbe inutile. Lo avremmo fatto prima. Chi di noi è sopravvissuto lo deve al caso, ora abbiamo un dovere. Charlie deve sopravvivere. I valori per cui ci battiamo non consentono compromessi. Siamo in guerra con persone che non vogliono uccidere solo noi, ma anche quello che rappresentiamo. Se molliamo, cosa resta? Oggi uccidono giornalisti a Parigi perché disegnano Maometto, domani potrebbero eliminare chi non ha pregato cinque volte al giorno, o in qualche altra parte del mondo, chi beve una birra o una donna che mostra i suoi capelli.

Come hanno reagito i media di fronte a ciò che è accaduto? Sono stati solidali?
Sì, gran parte dei media europei ha ripubblicato le vignette. Molto deludenti invece gli Stati Uniti, per esempio mi ha colpito la scelta del New York Times: nonostante rivendichi la sua libertà di parola, ha evitato di prendere posizione ed era un’occasione storica.

Qualcuno ha detto che Charlie Hebdo se l’è cercata, che siete andati oltre.
Va bene, diciamo pure che i redattori se la sono meritata… ma persone come Frédéric Boisseau che era al suo primo giorno di lavoro come portiere di una ditta che si trova nello stesso palazzo della redazione, che colpa aveva? I fondamentalisti troverebbero comunque un pretesto per uccidere. Questi criminali si definiscono musulmani e ci hanno condannato giudicandoci non musulmani. Applicano i dettami della Sharia.

Ci spieghi?
La giurisprudenza sunnita ha quattro “scuole”, in Francia prevale la dottrina Maliki, perché è la più diffusa in Paesi africani come Senegal, Mali, Algeria, Marocco e Tunisia. Gli ulema (gli uomini di legge coranica) di tutte e quattro le scuole, in effetti, dicono la stessa cosa: chi ha insultato il profeta deve essere ucciso senza dare la possibilità di redimersi, pur sapendo che l’espressione “insultare il profeta” non è chiara. Faccio solo degli esempi, per capirci: se io dico che la sua faccia ha la pelle nera, è un insulto e devo essere uccisa. Se dici che i suoi vestiti sono sporchi, idem. Certamente nell’Islam ci sono insegnamenti che incoraggiano a essere positivi e generosi. Vale per tutte le religioni, ma ci sono anche passaggi che spingono ad uccidere. È impossibile non vedere tutto questo. Come il fatto che questa ideologia criminale è finanziata dai potenti dell’Arabia Saudita e del Qatar.

Pensa che questa violenza sia intrinseca ai monoteismi?
Penso che tutte le religioni, anche i monoteismi, e molte ideologie, siano fonte di violenza. Come il nazismo, il comunismo sotto Stalin o Pol Pot. Per quel che riguarda l’Islam il problema non è il Corano che è semplicemente un libro scritto molti secoli fa e in un certo con- testo storico. Il problema è se un movimento politico come i Fratelli musulmani, divenuto partito che siede nel Parlamento egiziano, sostituisce la Costituzione con l’Islam. Gli integralisti non credono nella democrazia, pensano che si debbano applicare non le leggi degli uomini ma quelle di Dio. Un mio collega diceva che anche un libro di cucina, se preso alla lettera, può diventare micidiale: ti uccido se metti due cucchiai di zucchero invece di tre come è scritto! Il Corano contiene i pensieri di un beduino di quindici secoli fa. Possiamo leggerlo come opera letteraria, ma è un guaio se viene usato per il governo di una nazione. Lo stesso si può dire della Bibbia.

Più dei musulmani, sono stati i cattolici a querelare Charlie Hebdo per intimidirvi?
Spesso si dice che Charlie è contro l’Islam ma è falso. In più di trent’anni di vita, la rivista ha dedicato tre o quattro copertine alla religione musulmana. Siamo stati portati davanti alla Corte solo una volta, da un’associazione musulmana francese, nel 2006 quando il giornale prese la decisione di pubblicare le vignette danesi su Maometto. Conosco bene quella storia anche se non c’ero ancora, fu un gesto simbolico a favore della libertà di vignettisti e giornalisti di rappresentare e raccontare chiunque. Un modo per dire: non lasceremo mai che i terroristi stabiliscano le regole. Quando ripubblicammo quelle vignette satiriche con la copertina di Cabu, partì la denuncia. Vincemmo il processo, perché in Francia non esiste il reato di blasfemia. Va detto, invece, che la Chiesa cattolica ci ha querelato e trascinato in tribunale undici volte, per delle vignette sul papa, su Gesù, su Dio. Ma abbiamo vinto tutte le cause.

Dopo la strage, i partiti di destra hanno soffiato sul fuoco, speculando sulla paura e ali- mentando il razzismo.
Ci sono punte di estremismo da entrambi i lati degli schieramenti, come se si specchiassero gli uni negli altri. La destra sfrutta il terrore e alza la tensione, ma certa sinistra filoislamista non sembra rendersi conto che nei Paesi arabi i fondamentalisti sono l’estrema destra conservatrice. Quando c’è stata la protesta in Francia contro i diritti degli omosessuali, in piazza c’erano estremisti musulmani e cattolici. Andavano mano nella mano. Quando si tratta di coartare le donne, il Vaticano va perfettamente d’accordo con l’Islam estremista.

Il Marocco ha una lunga tradizione pre-islamica, i libri di Fatema Mernissi ci hanno fatto conoscere l’antica cultura berbera in cui le donne godevano di una libertà impensabile nell’Islam.
Quei libri sono stati fondamentali per la mia formazione di giovane marocchina in lotta per i diritti delle donne. L’ho incontrata molte volte, è una donna meravigliosa. Ma sono cambiate tante cose da quando Mernissi scriveva. Il Marocco conserva l’immagine di Paese tollerante, grazie alla corrente Sufi, raffinata e poetica. Negli anni 70 però la politica di Hassan II contrastò apertamente la sinistra, il nemico dei musulmani era proprio il comunismo. Lo Stato incoraggiò e sostenne la nascita di scuole e associazioni musulmane che si opponevano ai progressisti, in particolare dentro le università. Così è cresciuto un mostro. Oggi abbiamo un governo musulmano, eletto il 25 novembre del 2011, dopo una veloce revisione costituzionale, che nei fatti non ha rinnovato nulla, perché molte leggi non vengono applicate: ciò che conta è la decisione del re. Ci ritroviamo un governo islamico che è contro la differenza culturale portata dai vari gruppi etnici, che è contro l’amazighes, la lingua berbera, che è contro le donne. Abbiamo un ministro che accusa le donne che lavorano di creare disoccupazione, prendendo il posto degli uomini. Abbiamo anche un ministro delle Donne, della famiglia e dello sviluppo sociale, Bassima Hakkaoui, che va in giro velata sostenendo che una ragazzina di 14 anni può sposarsi se è già ben formata.

In Marocco c’è ancora una parte laica della società…
Certo, che discute di diritti delle donne, di aborto e altro. Abbiamo ancora i bar e andiamo in spiaggia non coperte da capo a piedi, ma quando parliamo di secolarizzazione della società i primi a contrastarla sono proprio la polizia, il governo, lo Stato. Oggi la monarchia marocchina si auto descrive come argine contro il fondamentalismo musulmano, ma il re governa il Paese con una legittimazione religiosa molto forte, quindi non si può criticare né lui né l’Islam. Possiamo discutere se sia moderato o meno, ma non cambia molto.

Alcuni intellettuali davanti al vuoto della politica, sostengono che le religioni debbano entrare nel dibattito pubblico. E accusano di razzismo chi critica le religioni. Lei cosa ne pensa?
Questo mi porta a parlare di Islamofobia. Il termine fu usato da un mullah iraniano ed è rimbalzato nella dialettica democratica occidentale. Serve per chiudere la bocca a chi critica l’Islam. D’altro canto, se islamofobia significa temere l’Islam radicale, penso sia legittimo. Boko Haram in Nigeria ha fatto stragi, ucciso bambini. Mi pare normale averne paura. Ma questo non significa essere razzisti verso i musulmani. Anch’io sono cresciuta nella cultura musulmana, ma il mio modo di pensare è completamente diverso e per molti aspetti opposto. Io sono atea. Nelle teocrazie musulmane, anche negli stati più moderati come l’Egitto e l’Algeria dove l’Islam è al governo, hanno strumenti legali (e non) per metterti a tacere, ti mettono in prigione, ti ammazzano. Nei Paesi secolarizzati non hanno strumenti legali, perciò usano l’unico che hanno a disposizione, ovvero accusarti di islamofobia. Lo fa anche certa sinistra, ma è un’impostura intellettuale. Dire alle persone che criticare dogmi religiosi scritti secoli fa nel deserto del Sahara vuol dire essere razzisti, è inaccettabile.

Bisogna saper criticare senza attaccare la persona?
Certo. Faccio un esempio: io sono contraria al velo, penso sia una prigione per le donne ma non significa che critichi chi lo indossa. Una cosa è criticare un dogma o decostruire una credenza, altra cosa è attaccare la persona. Quando critico anche aspramente l’Islam non voglio colpire le persone che si definiscono musulmane. Per me razzismo è quello di certi scrittori di sinistra che per non essere accusati di razzismo, accettano per gli altri quello che non vorrebbero per se stessi. Razzismo è pensare che siccome quelle persone appartengono ad un’altra cultura non sono in grado di condividere i valori universali di libertà e di uguaglianza.

Foto in apertura di Zineb El Rhazoui realizzata da Francesca Fago

 

Effetto Trump e non solo. Cosa c’è dietro la crisi della sinistra

La vittoria di Trump negli Stati Uniti, da alcuni definita “incredibile” e la crisi della sinistra in Europa sono fenomeni diversi in quanto è diverso il contesto. Consentono tuttavia alcune riflessioni comuni.
Si può iniziare col ritenere che la vittoria di Trump confermi il fallimento di sondaggi e sondaggisti: avevano previsto quasi all’unanimità un risultato incerto, se non una probabile vittoria di Kamala Harris. Tale fallimento può essere dovuto a problemi metodologici; si veda, tra gli altri, la critica ai sondaggi di Giovanni Busino alla voce Opinione nella Enciclopedia Einaudi. È comunque sostenibile che il sentire e il pensare delle elettrici e degli elettori possa essere rilevato dai discorsi con le loro proposizioni e non da singole parole; tanto meno da risposte a domande a scelta multipla se non binaria, con i risultati sottoposti a elaborazioni statistiche più o meno raffinate che coprono la debolezza metodologica di fondo.
Si può anche ipotizzare che il fallimento dei sondaggi possa essere attribuito alla appartenenza dei sondaggisti a una élite, fallita in quanto ha perso qualsiasi contatto con quella che veniva chiamata ‘la massa’; in quanto cieca e sorda, incapace di comprendere il sentire e il pensare, i bisogni di elettrici ed elettori, tanto che la vittoria di Trump appare “incredibile”. Una élite afona, incapace di comunicare per la estraneità del suo linguaggio.

Si conferma nello stesso tempo, e di conseguenza, il successo delle non élites: gruppi e singoli individui che hanno il potere e lo usano per i loro fini; in Italia il defunto Berlusconi, ora la Meloni con i suoi supporter ed alleati, negli Stati Uniti i Musk, i Trump; opportunamente definiti ‘tycoon’, parola di origine giapponese che significa anche dominazione. Ovvero, si conferma la capacità di tali non élites di cogliere il sentire e il pensare delle elettrici e degli elettori, individuandone i bisogni per manipolarli con false promesse e soluzioni illusorie.
Si può inoltre ritenere che la vittoria di Trump confermi il potere delle nuove reti di comunicazione e di chi le possiede e controlla, i social network che intrigano in primo luogo i giovani prevalentemente estranei ai mass media tradizionali, giornali e televisione.

Mass media tradizionali che svolgono anch’essi un ruolo significativo nello spiegare vittorie e sconfitte elettorali. Si osserva infatti una distinzione tra giornali e reti televisive rivolte a un pubblico di livello culturale più elevato e giornali e reti televisive che, per brevità, potremmo definire ‘pop’. Se ci si riferisce all’Italia, tra i primi, La Repubblica, La Stampa, MessaggeroCorriere della Sera, la Terza Rete della Tv di Stato, La 7, che oltre a essere più critici nei confronti del governo, approfondiscono temi politici ed economici; tra i secondi, quelli pop, i giornali del gruppo Quotidiano Nazionale, (Nazione, Resto del Carlino), la prima e la seconda Rete della Tv di Stato, i canali del gruppo Mediaset; tutti favorevoli senza se e senza ma alla maggioranza al governo, glissano sulle sue difficoltà, e dedicano molto spazio alla cronache mondane e nere. Così, se i mass media tradizionali, compresi i giornali di partito o di parte possono solo confermare e rinforzare opinioni già formate, le nuove reti di comunicazione, i social, hanno campo libero nel trasformare, deformare, manipolare le opinioni.

Anche in riferimento al ruolo dei mass media tradizionali e nuovi, andrebbe preso in considerazione il problema posto dal cambiamento in atto del livello culturale del corpo elettorale. Al di là delle diversità tra Europa e Stati Uniti si può ipotizzare un generale progressivo abbassamento di tale livello culturale, soprattutto un processo di anomia dovuto alla rapidità dei cambiamenti oltre che alla crisi delle élites, della scuola, delle agenzie di socializzazione con la scomparsa dei vecchi partiti, in Italia la Democrazia cristiana e il Partito comunista, che svolgevano una funzione educativa e di formazione. Una manifestazione di tale anomia è la sfiducia e diffidenza verso gli esperti – emersa prepotentemente nel periodo del Covid – compresi insegnanti e medici; sfiducia e diffidenza che talora si manifestano con aggressività.
Si pone, ultimo non per importanza, il problema dell’astensionismo da spiegare nelle sue molteplici cause. Tra queste la sfiducia verso le istituzioni a partire da quelle in più diretto rapporto con i cittadini: i Comuni con la polizia locale, gli uffici tributari, le/gli assistenti sociali. Sarebbe interessante verificare se l’astensionismo è più elevato dove tali istituzioni funzionano peggio.

Di fronte alla complessità di questi e altri problemi, colpiscono le spiegazioni della crisi e degli insuccessi elettorali della sinistra sovente date da giornalisti, opinionisti, esperti vari; spiegazioni che non sono altro che slogan ripetitivi: “la sinistra non fa opposizione”, “è chiusa nelle Ztl”, “è arrogante, antipatica”, o più semplicemente “l’opposizione non esiste”; e così via cantando o talkshoweggiando. Solo slogan, in quanto pretendono di spiegare senza essere spiegati. Alcuni studiosi, volendo approfondire l’argomento, attribuiscono gli insuccessi della sinistra – della Harris come della nostrana – all’aver “rinunciato alla stella polare dell’eguaglianza a favore di quella dell’inclusione”, così tra gli ultimi Ricolfi estrapolando da Bobbio (La Stampa, 10 Novembre ‘24). La sinistra inoltre sarebbe stata coinvolta o infettata dalla “crisi woke” con la sua cancel culture, dalle ridicolaggini del politicamente iper corretto ecc. Ma questi rischiano di essere dei “luoghi comuni”, common places come vengono definiti nella letteratura internazionale che si occupa del senso comune, del suo linguaggio e delle sue retoriche (M. Billig, Ideologia e opinione. Studi di Psicologia retorica, Laterza ditore, 1995). Se si analizzasse la comunicazione della sinistra in Italia, dei suoi leader, si potrebbe scoprire che i suoi contenuti ampiamente prevalenti riguardano l’uguaglianza e non l’inclusione. Può succedere però che anche un semplice riferimento ai diritti dei transgender o al genere come libera scelta possa avere un “effetto di salienza”, emergendo e catturando l’attenzione, ponendo in ombra, annullando quasi la pur prevalente comunicazione sull’eguaglianza o, ad esempio, sul salario minimo.
È paradossale, se non ridicolo, che a cascare in simili luoghi comuni non siano, come si ritiene usualmente, delle persone comuni (laymen) ma studiosi ed esperti.
È inoltre legittimo chiedersi perché “l’eguaglianza” e “l’inclusione” debbano essere considerate delle alternative: aut aut. Dopo aver respinto certe assurdità della cancel culture, che possono essere spiegate solo da un eccesso di ignoranza, dopo aver analizzato e individuato diritti che non possono essere considerati tali, perché non lottare per avere il pane e le rose?
La “incredibile” vittoria di Trump, le sconfitte della sinistra negli Stati Uniti e in Europa pongono quindi problemi che andrebbero indagati in primo luogo empiricamente, a partire dall’analisi dei sistemi elettorali e dei risultati, del loro andamento, di come si disgregano, della misura delle vittorie e delle sconfitte. Indagini e ricerche come quelle presentate nel recente volume curato da Marc Lazar, Crisis and Challenges of the European Left (Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Milano 2024).

Sarebbe inoltre necessario condurre ricerche qualitative che rilevassero ed analizzassero il linguaggio, i discorsi, per (tentare di) rilevare il sentire e il pensare delle persone. Ricerche in grado di analizzare tra l’altro “i cambiamenti che stanno avvenendo nel femminismo e nel comportamento elettorale delle donne” opportunamente indicati da Ricolfi come “uno dei fenomeni sociali più significativi degli ultimi anni”.
Allo stesso modo si continua a ripetere autorevolmente che i “I dem stanno perdendo il favore dei lavoratori e della middle class e che non hanno fatto nulla per riconquistarlo… che le élites democratiche sono generalmente distanti dai lavoratori.” (Daron Agemoglu, premio Nobel per l’economia). Ma manca una analisi che spieghi perché questo è successo. Se la politica di Biden ha favorito i lavoratori perché non li ha riconquistati, non in misura sufficiente? Quali gli errori della sinistra? Quale il peso del suo atteggiamento, per altro non ben spiegato, indiscriminatamente a favore dell’immigrazione? Quando e come è successo che le élite democratiche, negli Stati Uniti come in Italia, hanno perso il contato con quelle che venivano definite ‘masse’? Una definizione fuorviante se fa pensare a un tutto indifferenziato o tendenzialmente omogeneo, essendo invece un insieme in continuo cambiamento di categorie e classi sociali (si veda su questo da ultimo G. Ardeni, Le classi sociali in Italia oggi, Laterza editore, 2024 e l’articolo di Brotini, ” Le classi sociali esistono. E anche il conflitto” in Left, dicembre 2024). A quali cambiamenti del contesto storico e culturale e delle (ex) masse può essere attribuita tale perdita di contatto? Può essere attribuita anche allo “stile”, alle modalità di comunicazione di certi leader della sinistra? Non trascurando il ruolo della comunicazione non verbale che è quella più diretta ed efficace. Pensando a quello che in un momento decisivo di cambiamento (gli anni 90 del secolo scorso) fu un leader della sinistra italiana, e a quanti lo attorniavano adulanti, si ricordano le scarpe di pregio esibite, i gusti culinari ostentatamente raffinati, la “barca” che non era più la barchetta familiare di Berlinguer. Comportamenti politicamente motivati forse dal voler conquistare la fiducia delle classi più elevate. Queste sono rimaste dove erano, le classi lavoratrici e medie si sono allontanate. Comunicazioni non verbali, stili di comportamento lontani e che allontanano, caratteristici talora di leader e opinion leader della sinistra; dettagli certo che tuttavia meriterebbero di essere considerati.
Si delinea in definitiva un ampio e complesso campo di ricerca per studiosi che, non limitandosi a criticare con livore la sinistra, volessero dare un contributo al suo riscatto.

L’autore: Francesco Paolo Colucci già professore ordinario di Psicologia sociale, Università di Milano Bicocca

Nella foto: primo maggio a New York, 2017 (Alec Perkins from Hoboken)

Ogni sterco ha il suo profumo

Quando nel 2018 la Lega Serie A firmò l’accordo con l’Arabia Saudita per la Supercoppa italiana Giorgia Meloni e Matteo Salvini parlarono di «schifo» e «vergogna». L’accordo era quadriennale e poiché ieri si è giocata la prima partita (stasera ce ne sarà un’altra) significa che qualcuno ha rinnovato quel patto. Indovinate chi? Il governo di Meloni e Salvini. 

I 92 milioni di euro sauditi evidentemente puzzano solo quando si sta all’opposizione. A pensarci bene non puzzano nemmeno i 363 milioni di armi venduti al governo di Riad, poco sotto ai 417 milioni in armamenti spediti a Kiev. 

Qualcuno, come Amnesty International, fa notare che poco lontano dallo stadio in cui giocano Inter, Milan, Atalanta e Juventus aleggia il record di condanne a morte (più di 300 nel 2024) che hanno toccato chi si batte per i diritti umani. Da quelle parti impegnarsi per i diritti significa dissentire dal governo e questo è tutto quello che c’è da dire sul presunto “Rinascimento saudita” strenuamente pubblicizzato da un ex presidente del Consiglio italiano. 

Del resto sono sempre Meloni e Salvini, insieme a Tajani, ad avere tolto nel 2023 il bando sulla vendita delle armi italiane al regime di bin Salman, nonostante continui a fare la guerra allo Yemen. Le autocrazie in Italia hanno vita facile: basta che scucino la giusta cifra. Solo se nella loro tela detentiva finisce qualche italiano allora diventano davvero brutti, sporchi e cattivi. È il sovranismo del denaro sonante. Il più ipocrita, il più empio, il più vigliacco. 

Buon venerdì. 

Le vele di Scampia e il diritto alla casa di migliaia di persone

È stato completato oggi, 2 gennaio, lo sgombero delle vele di Scampia, il quartiere di Napoli dove un crollo nel luglio scorso ha provocato la morte di 3 persone. Sulle condizioni di vita degli abitanti delle vele e sul diritto alla casa interviene Nicola Nardella, presidente della Municipalità 8 di Napoli. 

La mattina del 23 luglio 2024 c’era la sensazione di una montagna invalicabile.
I soccorsi, nella vela celeste di Scampia, erano durati tutta la notte. A causa del crollo di un ballatoio c’erano stati tre morti. Sette bambini feriti che lottavano per la vita. Solo molti giorni dopo si poté tirare un sospiro di sollievo sapendoli fuori pericolo.
Fin dal principio era chiaro che bisognava svuotare le vele alla svelta. Oggi, a distanza di cinque mesi, le vele sono completamente vuote, e presto un mucchio di gente inizierà a raccontarla questa storia, ma i veri protagonisti, quelle migliaia di persone che hanno lasciato casa, potrebbero finire ai margini delle narrazioni o incastrati in qualche luogo comune.
La grande dignità con cui uomini, donne, bambini, anziani hanno lasciato le loro case in maniera pacifica potrebbe finire in una vasta voragine di rimozione o d’oblio. Non sarebbe giusto.
A tratti la corsa per lo svuotamento si trasformava, nei report che quotidianamente venivano elaborati, in numeri; ma quei numeri erano persone.
Un giorno, durante un sopralluogo nella vela gialla ormai vuota, trovai a terra dei giocattoli che erano l’ultima testimonianza della vita che aveva attraversato quell’inferno di cemento.
Nel quartiere si sentiva il dolore delle persone arrivare da un’estremità sconfinata della solitudine. Nella gestione dell’emergenza bisognava ricercare il dialogo ad oltranza. Da questa storia bisognava uscirne come comunità, non come corpo dilaniato. A tratti la dismisura dell’impresa ci faceva sentire come Gulliver nella città dei giganti. Se non ci fosse stata la comunità popolare delle vele, la dimensione delle cose ci avrebbe sovrastati tutti.
Ho visto uomini, donne e bambini cercare casa incassando dei “no” per lo stigma sociale che su di loro gravava, li ho visti comportarsi con dignità eludendo i tentativi di speculazione, li ho visti aiutarsi reciprocamente e chi aveva qualche soldo in più pagava la spesa a chi era in condizioni peggiori, così come pure ho visto il lato peggiore dell’umanità e l’indifferenza per calcolo, il male letale del nostro mondo capitalista.
Ogni mattina, quello che veniva fatto il giorno precedente, si presentava alla mia coscienza come il cammello che deve attraversare la cruna di un ago. Il tempo mi consentirà un bilancio.
Poi nel cuore della notte profonda si è finalmente disvelata la realtà. Quella della comunità delle vele è stata una lotta per i diritti e nello specifico per il diritto alla casa e da quest’angolo di universo preme raccontare che anche la povertà, per ciò che abbiamo visto coi nostri occhi, ha avuto una mutazione. Essa è divenuta ormai palesemente un fattore complesso, in cui si intrecciano disagio economico, psichico, precarietà della salute, spoliazione e fame culturale. Questa è la realtà.
Coltivo la speranza che tutto questo dolore si mantenga nei canali della lotta per i diritti. Migliaia di persone hanno tenuto per troppo tempo lo sguardo fisso nel buio. Ora la storia si capovolgerà. Da queste parti la rivendicazione dei diritti è stato un processo naturale della comunità, quasi immanente alla stessa, non un prodotto artificiale. In un tempo di solitudini e frammentazione bisognerebbe interrogarsi su quanto è accaduto.
In termini giuridici, l’aggettivo abnorme indica qualcosa che pur essendo astrattamente legittimo, in realtà avviene fuori dalle ipotesi previste. L’imprevedibilità è una parte importantissima della vita e, la comunità popolare, con la sua condotta abnorme, ha dato l’ennesimo contributo ad un quartiere che sta compiendo un coraggioso balzo in avanti.

L’autore: Nicola Nardella, avvocato, è presidente della Municipalità 8 di Napoli 

 

Ndr  Nel luglio 2024  la Municipalità 8 di Napoli ha trovato soluzione ai 200 nuclei della vela celeste, 104 della gialla, ed altri 200 della rossa. Migliaia di persone. Tutti hanno ricevuto il contributo di autonoma sistemazione. Le fragilità sono state collocate in case della curia. Tutto presi in carico dai servizi sociali. Nell’arco di due anni avranno la casa nell’ambito del progetto restart Scampia

Antihero, un suono dal più profondo dei mari

Marco Calderano

“Antihero” è il nome d’arte scelto da Marco Calderano, musicista e cantautore attivo sulla scena del cosiddetto rock indipendente sia in progetti individuali che con il gruppo ELLE, un trio con il quale ha già pubblicato due album di studio.
Lo abbiamo incontrato in occasione dell’uscita di The Deepest Sea, il suo secondo lavoro da solista come Antihero, dopo l’esordio di Melodia plebea del 2022.
Il nuovo album si muove di nuovo in un ambito intimo e minimalista, caratterizzato da un tappeto di chitarre acustiche sulle quali si innestano volta per volta le voci dei singoli cantanti, scelti con cura e diversi per ciascuna canzone. Domina su tutto un’atmosfera sospesa, spesso malinconica, arricchita dai calibratissimi interventi di elettronica e percussioni, realizzati, assieme alle parti di chitarra e piano, dallo stesso Calderano, e sottolineata dai suggestivi interventi della viola di Ambra Chiara Michelangeli.
Quali sono le analogie e le differenze con il precedente album Melodia plebea?
In Melodia plebea c’erano diversi brani scritti molto tempo prima che, anche a causa della pandemia, erano rimasti nel cassetto per un paio d’anni; sono stati poi rivisitati con una maggiore elaborazione degli arrangiamenti, grazie anche alla presenza di alcuni musicisti di area jazz. Viceversa questo nuovo lavoro è stato scritto di getto in un tempo relativamente breve e con un approccio ancor più “minimalista” con una precisa scelta dell’essenziale e del minimo ornamento.

Gramsci ritratto dal vero

Nel tempo “liquido” nel quale viviamo, in questa fase di costruzione di una “controegemonia”, una biografia imponente di 800 pagine (Angelo d’Orsi, Gramsci. La biografia, Feltrinelli, 2024), che ripercorre non solo la vita complessa e per tanti versi drammatica di Antonio Gramsci, ma anche il «ritmo del suo pensiero in movimento» (per usare un’espressione gramsciana), i contesti nel quale è nato e si è sviluppato, è quasi confortante perché restituisce, anche “fisicamente”, quella dimensione di serietà e rigore della ricerca e dello studio che sempre più, oggi, sembra essere messa in discussione.
Questa edizione “definitiva” della biografia gramsciana, segue ad un’edizione del 2017 più volte ristampata (Gramsci. Una nuova biografia, Feltrinelli, pp. 387) e ad una successiva del 2018 (Biblioteca Universale Feltrinelli, pp. 487), già rivista e arricchita. L’Autore precisa che sono state le «notizie di nuove ricerche, di acquisizioni documentarie, di suggestioni interpretative» a spingerlo ad un ulteriore sforzo di scrittura per sistematizzare ulteriormente decenni di studi, sviluppi e analisi, opera sia dell’autore, ma anche delle decine di studiosi italiani e internazionali che hanno lavorato su Gramsci negli ultimi decenni.
Stupisce che nella sterminata mole di studi gramsciani (la bibliografia supera oggi 20mila titoli in una quarantina di lingue) non fosse presente una biografia del pensatore sardo “aggiornata”: oltre a quella di Giuseppe Fiori, conterraneo di Gramsci, datata 1966, alla quale avevano finora fatto riferimento gli studiosi (Vita di Antonio Gramsci. Laterza, ristampata nel 2021 con prefazione di Alberto Asor Rosa), un tentativo in questa direzione si registra nel 1998 con il volume di Aurelio Lepre (Antonio Gramsci. Il prigioniero, Laterza), che già dal titolo rivela però una certa interpretazione della vicenda gramsciana e della stessa ideologia comunista, inevitabilmente destinata al fallimento.