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A scuola di pace e nonviolenza

Questo articolo è stato scritto per Left dal “Gruppo nazionale di ricerca educazione alla pace e alla nonviolenza” del Movimento di Cooperazione Educativa (Mce) che sta portando avanti per l’anno scolastico 2024-2025 il progetto Facciamo la pace a… una proposta di educazione alla pace con incontri tra docenti che si conclude ad aprile. A marzo è in programma uno stage nazionale alla scuola di pace di Montesole (Marzabotto).

«Si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai, sorgente di vita» (Sandro Pertini,  9 luglio 1978,  giorno del giuramento da Presidente della Repubblica)

I riferimenti sulla pace
Il Mce ha a fondamento della sua proposta politico-pedagogica l’educazione interculturale, la necessità di costruire una coscienza ecologica del rapporto umanità-natura, la valorizzazione delle interdipendenze e la condivisione di responsabilità nella costruzione di una cultura di pace, di soluzione nonviolenta dei conflitti, per una cittadinanza planetaria. Quando ci confrontiamo sull’educazione alla pace ci riferiamo a Célestin Freinet, e a Mario Lodi che hanno aperto le strade verso la cooperazione, la lotta all’emarginazione scolastica e sociale, il contrasto alle disparità, una pedagogia internazionalista

Un regime autoritario a scuola non può formare cittadini democratici. La scuola del popolo non può essere che una scuola democratica preparando con l’esempio e l’azione la vera democrazia. Ogni volta che alleniamo gli alunni a riflettere da se stessi, a coltivare una personalità intelligente, a sentire e a vedere, al di sotto delle parole, la realtà dei pensieri e dei fatti, quando ci impegniamo a farne uomini individualmente, cooperativamente e socialmente consapevoli, noi prepariamo la pace La pace si costruisce.(C. Freinet)

I princìpi sui quali ho fondato l’attività delle mie scolaresche, tendono a realizzare una comunità in cui i bambini si sentano uguali, compagni, fratelli; essi non hanno al di sopra uno che li comanda e li umilia, ma un maestro che li guida alla esplorazione della vita. In questo tipo di comunità non c’è il voto e nessun altro timore. C’è invece la motivazione a tutto ciò che si fa. E tra i fini dell’attività c’è quello della felicità. (M. Lodi)

Il gruppo Educazione alla pace e alla nonviolenza
Il Mce da sempre riferimento per insegnanti democratici, da poco ha costituito il gruppo Pace ([email protected]), collegato alla commissione Pace della Fimem, federazione di Movimenti in vari continenti, aderenti alla pedagogia popolare di C.Freinet, importante sbocco internazionalista.

Nel mondo sono attivi 56 conflitti, il massimo dalla II guerra mondiale. Preoccupanti sono le conseguenze di terrorismo e guerre sulla popolazione civile. Uniche a goderne le industrie delle armi, che condizionano i governi, anche perché la guerra sostiene l’economia.
I media diffondono lessico improprio, inducono polarizzazioni (amico/nemico), dando risonanza alle propagande di guerra. Noi riteniamo che la nonviolenza sia condizione indispensabile per risolvere tutte le controversie, piccole o grandi.
In questa difficile situazione il nostro ruolo di educatori, che hanno uno sguardo verso il futuro, è fondamentale. Occorre impegnarsi ogni giorno nella vita quotidiana: a casa, sul posto di lavoro e anche a scuola, per favorire idee e pratiche nonviolente tra i nostri alunni, adulti del futuro, nelle relazioni interpersonali e per arrivare poi ai rapporti tra le nazioni.

Tre sono le piste per lavorare su Pace e Nonviolenza.
L’educazione nella pace riguarda la struttura stessa dell’atto di educare, la vita e l’organizzazione della classe, il clima di lavoro senza competitività, prepotenza, umiliazione.
L’educazione sulla pace riguarda l’informazione e la formazione di conoscenze sui meccanismi della guerra, del militarismo, sugli armamenti, i rapporti Nord/Sud
L’educazione per la pace si pone l’obiettivo che gli atteggiamenti costruiti a scuola abbiano ricaduta nel sociale, condivisa sul territorio.

L’iniziativa “Facciamo la Pace a…”
Il progetto “Facciamo la Pace a…” , non ha linee guida, ma solo tracce. Ogni singola realtà aderente (classe, scuola, Reti del territorio, gruppi di insegnanti, movimenti e associazioni) avvia un percorso di Educazione alla pace, su realtà conosciute, per contribuire a trasformarle in senso positivo. Nel 2024 hanno partecipato al progetto diverse realtà di tutt’Italia: scuole dell’infanzia, primaria, secondarie, insegnanti, reti educative, associazioni pacifiste. A conclusione si è svolto un webinar con insegnanti e alunni delle varie realtà (il video qui).
In base all’interessante esperienza del 2024 si propone:
1) L’ uscita dalla scuola coinvolgendo nel progetto la realtà territoriale del quartiere con il tessuto sociale che comprende.
2) Allargare il progetto (per classi che studiano lingue straniere) a corrispondenze e relazioni con scuole internazionali di insegnanti della Fimem (lingue ufficiali francese, inglese, spagnolo), per avviare esperienze  di scambi e cooperazione internazionale a partire dai bambini, e se possibile, con le realtà più difficili nel Sud del mondo. Con la Fimem abbiamo già organizzato webinar con insegnanti e alunni.
Un primo incontro online con gli insegnanti finora aderenti, si è svolto il 26 novembre 2024, un secondo incontro  sarà a febbraio e un momento conclusivo, a fine aprile, per socializzare le esperienze, con la presenza in diretta webinar anche degli studenti come nel 2024. (Per aderire riempire il form). Il gruppo sosterrà il lavoro degli insegnanti con tutoraggi, suggerimenti, stimoli, indicazione di materiali, interventi specifici in loco, sostegno per aspetti tecnologici/multimediali

Contatti con insegnanti, associazioni, reazioni e contributi di bambini
Nel corso degli ultimi anni numerosi sono i contatti con diverse associazioni che, come gruppo, abbiamo avuto nelle occasioni di webinar, incontri, scambi.  Per esempio: Movimento nonviolento, Mir Movimento Internazionale Riconciliazione, Iriad Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo, Assopace Palestina (con Luisa Morgantini), Combatants for Peace (associazione israelo-palestinese per la liberazione collettiva con la quale stiamo organizzando incontri a distanza con le classi), Peacelink, Rete educativa quartiere Sanità Napoli (cui aderisce Alex Zanotelli), Centro sviluppo creativo Danilo Dolci, Caritas Roma, Laboratorio Permanente per la Pace di Firenze,  Associazione Percorsi di pace Casalecchio di Reno (BO), Tavolo oace di Savigliano (CN), la WeBottega per la Pace, Tavolo Saltamuri.
Molti insegnanti che partecipano non sono iscritti al Mce e mostrano notevole interesse alle proposte, ma  denotano spesso sfiducia, senso di frustrazione, solitudine, ricerca di scambi e confronto e carenza di confronti corretti sul posto di lavoro. Questo ci fa capire che un’associazione di volontari, anche se con pochi mezzi, costituisce un punto di riferimento utile per molti insegnanti democratici.
Quello che emerge, anche dai webinar in occasione di confronti internazionali sulla pace, sull’educazione ambientale e sui diritti dell’infanzia è che bambine e bambini, ragazzi e ragazze sanno comprendere una situazione mondiale così delicata, segno che probabilmente come sosteneva Elsa Morante, il mondo sarà salvato dai ragazzini!
Recentemente, anche se il progetto è appena iniziato, abbiamo ricevuto dalla maestra Carla Fedele la registrazione audio del Gr delle notizie positive, realizzato dalla classe  4^ B della scuola Collodi – IC 10 di Modena. Ecco il link per ascoltare la voce dei bambini.

Militarizzazione
Sta diventando molto intensa, una sorta di militarizzazione subdola della scuola e contro la quale occorre intervenire, come fa l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole.
Le scuole di ogni ordine e grado, vengono invitate a partecipare a uscite didattiche aventi per oggetto: visite a basi militari,  parate,  addestramenti, alza-bandiera, ecc …
La Professoressa Patrizia Londero ha scritto una lettera aperta: “Quasi ci sfuggiva una nota ministeriale che invita gli studenti a visitare la base militare di Ghedi (Bs) ,…  ove si esortano i ragazzi a prendere spunto per il loro futuro professionale …Tutto questo stride con quanto per anni ho cercato di costruire nei percorsi di Educazione civica, quando l’attenzione in primis era posta all’art.11 della Costituzione …”.
Ghedi è la base da cui si sono alzati in volo aerei con il loro carico di morte da riversare su Paesi cosiddetti “canaglia” (Iraq 1991, Serbia 1999), e dove sono custodite armi a testata nucleare”.
Pensiamo sia necessaria un’azione di controinformazione sulla militarizzazione nelle scuole in cui vengono proposte attività con esercito, polizia, etc.., Nello stesso tempo è necessario promuovere azioni di contrasto a livello collegiale  con una proposta di documento da sottoporre al Collegio docenti.

Educazione civica e Indicazioni nazionali
Le nuove Linee guida per l’educazione civica riassumono l’ideologia autoritaria del governo che, anziché promuovere i valori di cooperazione globale racchiusi nelle Indicazioni nazionali e nell’Agenda 2030, adottano una prospettiva centrata sull’identità nazionale e sull’individuo imprenditore di se stesso.
Espressioni come “incoraggiare l’iniziativa economica privata, tutelare il patrimonio privato”, sono in tutto il documento. “Proprietà privata” compare più di 10 volte, “bene comune” solo 3 volte.
Nessun riferimento all’appartenenza a una stessa comunità di destino e planetaria presente nelle Indicazioni nazionali del 2012: “Il sistema educativo deve formare cittadini che partecipino consapevolmente alla costruzione di collettività più ampie e composite, siano esse quella nazionale, quella europea, quella mondiale”.
Nel tempo in cui ognuno è inserito in scenari oltre i confini nazionali, geografici, culturali, linguistici, insegnare l’Italia viene ricondotto allo scopo di rafforzare la separazione tra un noi e un loro, mantenere il paradigma amico/nemico, sostenere la retorica dei confini nazionali.

Nella foto: gli insegnanti di Facciamo la pace a… del Mce

Quarticciolo, periferia di Roma, si ribella: “No al decreto Caivano e alla politica del pugno di ferro”

Il 23 dicembre 2023, il governo ha approvato un decreto che individua sei periferie in Italia in cui esportare il modello Caivano (Decreto-legge 15 settembre 2023, n. 123). Tra i quartieri interessati dal provvedimento, per Roma, c’è Quarticciolo – sono inoltre inseriti nel decreto Caivano bis i quartieri di Scampia (Na), Rozzano (Mi), Rosarno (Rc), San Cristoforo (Ct) e Borgo Nuovo (Pa).
Quarticciolo è una borgata della periferia est di Roma, quadrante caratterizzato da un’altissima densità abitativa, una significativa carenza di risorse e dalla conseguente asimmetria rispetto ai quartieri più benestanti della città.

Palazzine del Quarticciolo

La tendenza italiana a considerare le periferie urbane come un connubio di esclusione e marginalità rischia oggi di apparire ineluttabile, ma corrisponde in effetti a precise scelte di gestione o, se si guarda al lungo termine, alla totale assenza di esse. In quartieri come il Quarticciolo, la presenza istituzionale si è prevalentemente ridotta a operazioni spot; interventi di polizia ad alto impatto, sollecitati per lo più da eventi di cronaca amplificati da una forte sovraesposizione mediatica. Si pensi, ad esempio, alle passeggiate di Vittorio Brumotti per Striscia la notizia o alle frequenti apparizioni in televisione di Don Coluccia, il “prete anti-spaccio”. Andando oltre la faciloneria dei toni strillati e la superficialità del giornalismo sensazionalista, occorre sottolineare che queste narrazioni poco contribuiscono all’attuazione di interventi a medio e lungo termine che siano davvero trasformativi di una realtà senz’altro complessa e piena di contraddizioni.

Parlando di contraddizioni, una cosa che colpisce arrivando a Quarticciolo è l’immediata sensazione di ordine e armonia che si prova svoltando per entrare nel quartiere, da via Togliatti o dalla Prenestina. Le palazzine gialle, di massimo 5 piani, sfilano in blocchi regolari, tutte disposte lungo un cardo e un decumano (via Manfredonia e via Ostuni) e si susseguono con un ritmo tanto regolare da finire per essere seducente. Tra i lotti, le corti interne e gli spazi aperti restituiscono le atmosfere di un’Italia rurale, lenta, paesana, distante nel tempo e nello spazio dal caos di traffico e umanità che le circonda. Come in un paese, arrivando da fuori si ha anche la netta sensazione di essere molto visibili, evidenti agli avventori delle piazze e dei bar.

Quando Roberto Nicolini la progettò, alla fine degli anni 30 per l’Ufficio progetti dell’Istituto fascista autonomo case popolari (Ifacp), Quarticciolo fu pensato come una periferia “a misura d’uomo”. Un quartiere autarchico, con questura, mercato, chiesa, scuole e servizi. Fortemente isolato dal resto della città per mancanza di collegamenti, oltre che per la distanza, Quarticciolo esiste tutto chiuso in sé stesso, addossato al raccordo, a circa un quarto di miglio da Piazza Maggiore: Quart… appunto.
Diversamente da altri quartieri di edilizia residenziale pubblica che ne precedono o ne seguono la costruzione – si pensi ai casermoni di Donna Olimpia (anni 20) o ai quartieri di case Iacp degli anni 60 e 70 come Corviale, Laurentino 38, Serpentara – a Quarticciolo non ci sono palazzoni. L’unica eccezione è rappresentata dal palazzo dell’ex-Questura, situato nella piazza centrale del quartiere, che coi suoi 6 piani di altezza fungeva da torre d’avvistamento durante gli anni del regime. Abbandonato per anni, dal 1997 l’edificio è occupato dai movimenti di lotta per la casa e oggi ospita 40 famiglie, oltre a una serie di spazi sociali. Tra questi, gli ultimi nati sono il doposcuola, la micro-stamperia e il birrificio popolare, tutti gestiti dal comitato di quartiere Quarticciolo Ribelle che da circa dieci anni ha avviato un cammino di rivendicazione e confronto con le istituzioni locali, trasformando la borgata in un laboratorio di idee e azioni capaci di cambiare profondamente la vita di chi la abita.

Opera di Blu sulla facciata della ex Questura

Uno dei primi e più significativi progetti a prendere piede è stata la Palestra popolare, inaugurata nel 2015 all’interno dei locali occupati (poi assegnati) di un ex-locale caldaie, abbandonato da Ater da oltre 20 anni. Questo spazio è stato sistemato e attrezzato nel corso di un anno di lavori che hanno visto la partecipazione degli attivisti e degli abitanti dei lotti circostanti. Nel frattempo era stata chiusa la piscina comunale di via Trani – della quale da allora si chiede il ripristino – e da subito, la risposta del quartiere ha confermato la giusta intuizione che vedeva nella boxe uno strumento di coinvolgimento, costruzione di legami e riscatto sociale. «Siamo più di una palestra, siamo una comunità» dice Manu, tra i fondatori del progetto, oggi allenatore a Quarticciolo e tecnico della nazionale italiana di pugilato.

Il ring in piazza

La boxe, come spiegano i tecnici, consente di affrontare una serie di aspetti molto ampi della vita degli atleti. Dall’alimentazione alla qualità del sonno, fino alla regolarità complessiva delle giornate. Darsi un obiettivo e praticarlo insieme. «Lo sport qui non è solo un’attività fisica, ma una porta che si apre verso nuove opportunità» continua Manu. «Chiunque può venire ad allenarsi, a prescindere dalla propria condizione economica, trovando uno spazio di crescita e formazione». Oltre all’attività fisica, la ASD Quarticciolo si impegna a promuovere la crescita dei ragazzi come cittadini consapevoli e partecipi, organizzando residenze sportive, scambi internazionali, iniziative di approfondimento sui temi più vari, cercando di stare in ascolto delle richieste e necessità che provengono dagli atleti e dal quartiere. Fabrizio, nato e cresciuto a Quarticciolo, ex-pugile, oggi è al fianco di Manu come tecnico affiliato alla Federazione pugilistica italiana. Nel 2023, ha passato 10 giorni a Gaza per Boxe contro l’assedio, uno dei progetti di scambio e solidarietà internazionale sostenuti dalla palestra.
Dal 2022, la Palestra popolare si è trasferita nei locali della ex-bocciofila, presso il Centro anziani di via Ugento. Negli spazi lasciati liberi dalla vecchia palestra, è nato un altro progetto fondamentale per il quartiere: l’Ambulatorio medico popolare. Questo ambulatorio, aperto nel 2022, è una risposta concreta alla carenza di servizi sanitari gratuiti e accessibili nel quartiere. Il consultorio di via Manfredonia, uno dei soli due interamente funzionanti nel municipio, ha rischiato la chiusura nel 2024. Alessia, tra gli attivisti che hanno promosso l’iniziativa, racconta che l’ambulatorio popolare non si limita a offrire cure mediche di base, ma è anche uno spazio di educazione alla salute, dove si organizzano screening gratuiti, supporto psicologico e nutrizionale e attività di prevenzione: «Stiamo organizzando uno screening pubblico per malattie comuni come problemi cardiaci e pressione sanguigna, e offriamo anche un servizio di salute mentale con uno psicologo».
Intanto, il trasferimento ha segnato una nuova fase di consolidamento e crescita della palestra. Nel 2024, 8 atleti hanno debuttato nel circuito amatoriale e Milos Jovanovic, che era solo un bambino quando la palestra ha aperto i battenti nel 2015, a novembre 2024 ha vinto il titolo di campione regionale dei 63,5 kg, portando per la prima volta Quarticciolo ai campionati italiani assoluti.

Oggi il Centro anziani di via Ugento ospita anche la Casa di quartiere. Qui, tramite uno sportello settimanale gratuito, il comitato Quarticciolo Ribelle offre sostegno contro la diffusa emergenza abitativa. Il tavolo aperto con Ater (Azienda territoriale per l’edilizia residenziale) lavora per ottenere una sanatoria degli inquilini in difficoltà e il completamento degli urgenti interventi di manutenzione, già approvati per diversi condomini. Tra gli altri problemi riscontrati: l’accesso ai servizi alla disabilità, la necessità di aiuti alimentari e il diritto alla salute. La Casa di quartiere ospita anche la rete di mamme contro la solitudine e rappresenta lo spazio nevralgico per le attività del Polo civico che si sta costruendo in collaborazione con l’Università Sapienza, nonché per i progetti di costituzione di una comunità energetica che vede la partecipazione di varie altre associazioni ed enti.

Con l’allargarsi delle esperienze della palestra e del comitato di quartiere, è emersa una significativa difficoltà delle famiglie a seguire i ragazzi nei compiti. Difficoltà che si somma agli confortanti dati su povertà educativa e abbandono scolastico. A Quarticciolo, il 43% della popolazione ha il diploma di scuola secondaria, mentre solo l’8,5% ha conseguito una laurea, a fronte del 76% di diplomati e del 45% di laureati residenti nel quartiere Salario (Censimento Istat 2021). Questi ultimi dati sono stati elaborati dagli attivisti del Comitato di quartiere e divulgati in occasione di un incontro pubblico svoltosi a marzo 2024 contro il dimensionamento dell’istituto comprensivo I.C. Pirotta, unica scuola presente nel quartiere, oggi accorpata all’I.C. Ghini di Tor Tre Teste.


L’iniziativa del Doposcuola popolare nasce nel 2018 in modo spontaneo, in risposta alla richiesta delle famiglie; poi cresce rapidamente grazie all’impegno di un gruppo di educatori e genitori. «Oggi siamo organizzati per accogliere decine di bambini e ragazzi, divisi in base ai diversi livelli scolastici», spiega Michele, docente di fisica in un liceo romano ed impegnato come educatore presso il Doposcuola popolare. «Quando lavoriamo tanto su una materia, o su una difficoltà specifica e alla fine la pagella è buona, sia noi che i ragazzi troviamo la carica per fare ancora meglio», sorride, «non ci accontentiamo mai». Dopo il periodo della pandemia di Covid-19, la necessità di unire tutte le realtà educative e sociali del quartiere ha portato la Palestra, il Doposcuola, gli insegnanti delle scuole, le associazioni locali e le realtà istituzionali come il Teatro Quarticciolo, a confluire nella Comunità educante di Quarticciolo.
Nonostante i progressi fatti, Quarticciolo resta uno dei quartieri più vulnerabili di Roma. Il reddito medio della settima zona urbanistica che comprende Alessandrino e Quarticciolo (zona 7d: 20.268 euro) ammonta a meno della metà del reddito medio del quartiere Salario (zona 2d: 43.719 euro). Gli occupati totali sono il 54% della popolazione residente (Censimento Istat 2021). L’isolamento dal resto della città e la sostanziale mancanza di alternative, uniti al reiterato arretramento delle istituzioni nel governo del territorio, lascia ampi spazi all’autogestione e all’individuazione di risposte informali alle necessità quotidiane, alcune delle quali intrecciate con economie criminali: Quarticciolo è oggi una delle maggiori piazze di spaccio a Roma.

Incapace di affrontare la complessità di questo scenario con una visione trasformativa, il governo adotta un approccio emergenziale con il Decreto Caivano bis, introducendo «misure urgenti di contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile». Tra le soluzioni proposte, un inasprimento delle pene e l’abbassamento dell’età per l’imputabilità penale e la detenzione. Un dossier dell’ottobre 2024 dell’Associazione Antigone denuncia, tra gli effetti del decreto già attivo a Caivano da oltre un anno, il sovraffollamento senza precedenti degli istituti penitenziari minorili.
Sono stati inoltre previsti fondi per 180 milioni di euro destinati a opere pubbliche, da gestire tramite un commissario straordinario. Sebbene questo stanziamento rappresenti un passo positivo, l’assenza di politiche strutturali a lungo termine alimenta il timore di un’operazione di facciata, che rischia di non incidere davvero sul miglioramento delle condizioni di vita dei residenti e che propone invece la triste visione di quartieri segregati e considerati irrecuperabili, da contenere o, al massimo, assistere. Il provvedimento, inoltre, ignora deliberatamente il lavoro di numerosi progetti già in corso, così come i tavoli di collaborazione tra enti, istituzioni locali e realtà auto-gestite, che promuovono un modello di sicurezza basato sulla comunità, costruito su relazioni, opportunità e spazi di aggregazione. Alcuni degli effetti prodotti a Caivano da questa incomunicabilità, primo tra tutti l’ingente spreco di risorse, sono stati denunciati dalla puntata di Report andata in onda domenica scorsa, 12 gennaio.

Per questo è importante sostenere Quarticciolo e raccogliere l’appello di incontrarsi in Piazza del Quarticciolo sabato 18 gennaio alle 18, per il lancio della campagna “Caivano non è un modello”. Per ribadire che nelle città e nel paese che abitiamo, non esistono cittadini di serie b e che il riscatto di chiunque deve partire dalla possibilità di immaginare una vita migliore. La criminalità si combatte costruendo alternative alla solitudine e all’isolamento tramite relazioni paritarie, tra persone libere di scegliere. Cambia chi riesce a intravedere un’alternativa. Cambia le cose chi riesce a farlo con gli altri, oltre che per sé stesso. Fortunatamente, ancora una volta, il sogno è anche collettivo.

Se uccidere moglie e figlia è ‘comprensibile’, aboliamo pure il reato

«Hanno tolto l’ergastolo a lui per darlo a noi». Conviene partire dalle parole di Elena, sorella di Gabriela Trandafir e zia di Renata, uccise a fucilate da Salvatore Montefusco per comprendere lo sdegno di fronte alla sentenza dei giudici di Modena che la senatrice del Pd Valeria Valente definisce un provvedimento da ‘manuale del patriarcato’.

La Corte di Assise ha condannato il femminicida a 30 anni, e non all’ergastolo, in ragione della “comprensibilità umana dei motivi che hanno spinto l’autore a commettere il fatto di reato”. “Arrivato incensurato a 70 anni, non avrebbe mai perpetrato delitti di così rilevante gravità se non spinto dalle nefaste dinamiche familiari che si erano col tempo innescate”, scrivono i giudici. Insomma, c’è un comprensibile motivo, anche se non buono, per uccidere la moglie e sua figlia.

L’imputato provava – dicono i giudici – “disagio, umiliazione ed enorme frustrazione” e quando la moglie gli ha detto che avrebbe dovuto lasciare la casa avrebbe avuto un “black-out emozionale ed esistenziale che lo avrebbe condotto a correre a prendere l’arma”.

C’è nero su bianco tutto l’armamentario delle giustificazioni che la cattiva stampa e i maschi assassini usano per lenire la gravità culturale dei femminicidi. Se è umanamente comprensibile ammazzare a fucilate una moglie e sua figlia, a questo punto, possiamo anche stracciare le conferenze, i libri, le panchine e le commissioni parlamentari sul femminicidio.

Che ci sia sempre un comprensibile motivo per concimare il patriarcato è da secoli la sua forza. Ora è anche sentenza.

Buon martedì.
Una foto di Gabriela Trandafir, 47 anni, con la figlia, Renata, 22

Per Gaza non vale

Abubaker Abed, 21 anni, con la voce che trema ma non si spezza, ha gridato l’ovvio davanti a un mondo che tace. “Quanti giornalisti dovranno ancora morire per scuotere le vostre coscienze? E se fossimo ucraini, bianchi con gli occhi azzurri?”. Un’osservazione che taglia come un bisturi. Non è un invito alla solidarietà, è una denuncia senza attenuanti.

Da ottobre, più di 200 operatori dell’informazione sono stati uccisi nella Striscia di Gaza. Non vittime accidentali, ma bersagli. I giubbotti con la scritta “Press” non proteggono più, sono diventati bersagli mobili per i cecchini israeliani. Cronisti come Sa’ed al-Nabhan, colpito mentre raccontava il soccorso a dei feriti, sono l’emblema di un giornalismo che non si arrende, neanche davanti alla morte.

Ma le immagini di corpi mutilati e occhi spenti non bastano. Non bastano a un’opinione pubblica occidentale che riconosce il dolore solo se è familiare, se ha tratti europei. Abed lo ha detto chiaro: se quei reporter fossero stati biondi e con gli occhi azzurri, le loro morti avrebbero suscitato indignazione globale. Perché la morte palestinese, ormai, non fa rumore.

Non è solo una questione di coscienze. È una questione di responsabilità. I governi che forniscono armi a Israele, i media che filtrano la tragedia attraverso il prisma di una narrativa unilaterale, le istituzioni che scelgono il silenzio: tutti complici.

“Il giornalismo non è un crimine”, ha ricordato Abed. Eppure, a Gaza, sembra esserlo. Qui eravamo tutti d’accordo fino a ieri. Per Gaza non vale. 

Buon lunedì.

Ne “L’attesa” Marco Rovelli canta la rivolta alla peste neoliberista

Il cantante e scrittore Marco Rovelli

Marco Rovelli è uno degli artisti più eclettici oggi in circolazione. Musicista e cantautore (dopo l’esperienza con Les Anarchistes intraprese la carriera solista nel 2009 con LibertAria) si presenta ora con un nuovo lavoro, L’attesa, di cui parleremo in questa intervista. Marco Rovelli è anche drammaturgo, scrittore di reportage, romanzi e saggi, tra i quali ricordiamo Lager italiani, Rizzoli 2006, Servi, Feltrinelli 2009, La parte del fuoco, Barbès 2013, Il contro in testa, Laterza 2013, La guerriera dagli occhi verdi, Giunti 2016, Siamo noi a far ricca la terra. Romanzo di Claudio Lolli e dei suoi mondi, Minimum fax 2021, Soffro dunque siamo. Il disagio psichico nella società degli individui, Minimum fax 2023.

Nell’introduzione al tuo ultimo lavoro, composto da un libro e un disco, scrivi “Questo non è un libro (e nemmeno un disco)”, riportando alla mente del lettore il celebre quadro di Magritte La Trahison des images, quello della pipa che non è una pipa ma solo la sua rappresentazione. Vuoi spiegarci, allora, che cos’è l’oggetto “misterioso” che il lettore/ascoltatore si trova tra le mani?

È un discolibro, tutto attaccato. Sono tre oggetti insieme: il disco ha dignità autonoma di disco, avrebbe potuto essere pubblicato come ogni altro disco. E tale resta, e sicuramente è per me l’elemento prioritario. Però, allo stesso tempo, entra in una relazione con il libro, che nasce dal disco. Le canzoni, come ogni altra forma d’arte, sono sempre entità singolari, certo, ma rappresentano un universale: quando creiamo, noi stiamo sempre dando forma a un universale, a qualcosa che riguarda tutti, sempre, che riguarda l’umano nel suo essere umano.

Come sono nate le canzoni del disco?

Ho pensato ciascuna delle canzoni del disco in relazione a un concetto che definisce l’umano, la sua vita, la sua esistenza; Ne ho parlato con alcune persone che ho incontrato in tanti anni di attività come scrittore e anche come musicista. Prendi una canzone come “La finestra”, che è una di quelle più energicamente rock del disco (e il disco per me doveva essere questo, un disco rock): nasce nel lockdown, quando la finestra era l’intercapedine tra l’umano isolato e il mondo fuori. L’immagine della finestra ha preso forma: quanto sarebbe diversa la nostra vita se smettessimo di guardare un fuori da un dentro, ma divenissimo finestra, divenissimo lo sguardo e ogni oggetto dello sguardo, che a quel punto non sarebbe più oggetto ma noi stessi… Divenir finestra, in questo senso, è sperimentare nuove forme di vita. Beh, la canzone è conchiusa in sé stessa: e però poi è capitato che abbia letto un libro di Felice Cimatti, Filosofia dell’animalità. Così gli ho scritto, e abbiamo dialogato a margine di questo, e del concetto “divenir-altro”.

Nella parte testuale del tuo progetto dialoghi – con una poetessa, uno scrittore, due filosofi, uno psicanalista, un neuroscienziato, un regista teatrale, uno psichiatra, uno storico e due “filosofi attivisti” – su una costellazione, così l’hai definita, di concetti fondamentali che riguardano “una vita che voglia dirsi davvero umana”. Quali sono questi concetti, e qual è il fil rouge che li unisce?

Una costellazione non ha un fil rouge se non la sua forma stessa. Che è, come dicevo, la forma dell’umano. Una forma parziale, sia chiaro, mica ambisco a aver esaurito i valori che fondano l’umano. I territori di senso che ho attraversato sono Attesa, Amore, Divenir-altro, Metamorfosi, Meraviglia, Creazione, Corpo, Empatia, Cura, Utopia, Resistenza, Diserzione, Liberazione. Un piccolo percorso per cantare e per riflettere su quello che siamo, e su quello che dovremmo essere.

Nel libro parli spesso, in opposizione al termine “individui”, di “condividui”, parola importante che ha implicazioni con l’antropologia, la biologia, la psicologia. Il significato di quest’ultimo vocabolo, facilmente intuibile, fa però pensare che, nelle società moderne soprattutto occidentali e ipercapitalistiche, il primo non possa che predominare sul secondo… 

Non c’è dubbio che sia così. Anzi, la società individualista e ipermoderna è proprio quella che ci induce a credere che esistano prima gli individui e poi le relazioni tra gli individui che prima ci sono gli elementi atomici, i mattoncini, le isolette che sono gli individui, i quali solo in un secondo tempo si connettono, e questa connessione – pensiamo a Hobbes, che fonda la moderna filosofia politica dell’Occidente – avviene in termini di competizione e di sopraffazione. Invece no, è la relazione a fondare l’individuo, e lo fonda così come c’è il mare con le sue correnti e ci sono le onde che emergono dal mare: le onde sono mare, sono modalità di darsi del mare, sono i suoi modi (come li chiama Spinoza), i modi – singolari – della sostanza marina. Non siamo individui, dunque, ma condividui – termine coniato dall’antropologo Francesco Remotti, contestualmente a quanto in campo biologico hanno fatto Manuela Monti e Carlo Alberto Redi. Siamo condividui che si formano in uno spazio noi-centrico, come afferma il neuroscienziato Vittorio Gallese, perché la relazione, “precede l’individuazione e configura una dimensione del noi nella quale si individua il soggetto”. È in questo spazio noicentrico che si individua una qual cosa che si chiamo Io – che non è una cosa, ma un processo che emerge da un sistema dinamico, un sistema fatto di cervelli, corpi, azioni e relazioni.

Il tuo è un libro complesso. Sarebbe troppo lungo toccare tutti gli argomenti affrontati nel corso dei vari dialoghi con i tuoi ospiti, quindi estraggo dal mucchio un intervento che mi ha toccato particolarmente, quello dello scrittore Antonio Moresco, nel capitolo Metamorfosi, il quale a un certo punto dice, riferendosi a un suo testo: “gli alberi cominciano a capovolgersi, e alla fine c’è tutto questo bosco con le radici nel cielo, nello spazio, e le chiome di foglie sottoterra. Credo, con questa immagine, di avere cercato di dire che dobbiamo capovolgerci anche noi, che dobbiamo mettere le nostre radici nel cielo, ho cercato di dire che anche noi abbiamo bisogno di una metamorfosi… abbiamo bisogno che l’impossibile faccia irruzione nel possibile, come avviene nelle fiabe, perché il possibile – lo stiamo vedendo e toccando con mano – ci ha portato esattamente al punto in cui siamo arrivati”. Pensare l’impossibile. Guardando il panorama desolato che ci circonda, temo che quella di Moresco resti solo una fantastica suggestione…

Sicuramente il mood dominante è questo: che non ci sia più nulla da fare. Che non ci sia alternativa (alla società capitalistica, al suo disastro). Ma questo – “There is no alternative” – non è esattamente ciò che diceva Margaret Thatcher, la matrigna di questa società neoliberale, la stessa che diceva (e le due affermazioni stanno insieme) che “non esiste una cosa chiamata società, esistono solo gli individui”? L’assenza di futuro è la percezione dominante, specialmente tra le giovani generazioni. Ma, come sempre nella storia, alla scrittura del potere i corpi fanno attrito, e producono risposte inedite, prima inimmaginabili. Non sappiamo se l’impossibile farà irruzione nel possibile – che poi è la metafora che Antonio Moresco ha utilizzato nel suo libro Canto degli alberi, e abbiamo ripreso nella canzone che abbiamo scritto insieme, Il canto degli alberi; ma sappiamo che non saper più immaginare un futuro è la peste depressiva propagata dall’egemonia neoliberale che, molecolarmente, trova sempre più forme di dissenso. E dare spazio e voce a questo dissenso è ciò che oggi tocca a tutti noi.

Sempre con Moresco, nel capitolo Utopia, parli di Don Chisciotte. E proprio in quelle pagine trovo dei ragionamenti che mi attraggono e spaventano allo stesso tempo. Dice Moresco: “Cervantes ha scaraventato dentro la letteratura, e quindi dentro l’immaginario, qualcosa di esplosivo, e cioè l’indistinzione tra la realtà e il sogno e l’immaginazione. Questa è una caratteristica che hanno i primitivi, e i bambini, i quali quando giocano non distinguono tra la realtà e il gioco. […] A me interessa moltissimo perché è esattamente di questa facoltà di indistinzione che avremmo bisogno in un momento terribile in cui dovremmo essere tutti centrati, orientati su un problema di reinvenzione della nostra specie minacciata di estinzione”. Io credo che il non riuscire a distinguere tra realtà e finzione – come già avviene per l’estrema invasività dei social, della diffusione di fake news, della realtà virtuale e dell’ipertecnologia nelle nostre vite – possa essere addirittura un pericolo per le democrazie, per la vita sociale, per il rispetto delle vite altrui. Cosa pensi di questo diverso punto di vista?

Quando Antonio dice questo, si riferisce alla necessità di “reinvenzione”, appunto. E per inventare, per creare, bisogna delirare – uscire dal solco, come dice notoriamente l’etimologia di delirio. Senza confondere i piani – ciò che è possibile e ciò che non lo è, ciò che è realistico e ciò che è utopistico ovvero folle ovvero stupido – non sarà possibile reinventare alcunché, significa consegnarci all’estinzione. Per quanto riguarda il virtuale (che però, non dimentichiamolo, è una realtà), presenta certo moltissimi rischi – ma, ancora, quando nella storia si sono presentate trasformazioni antropologiche che non li presentassero? Sono convinto che occorra ripartire dai corpi, e dai corpi in relazione (mi ci soffermo in particolare nei dialoghi con Miguel Benasayag e Silvia Federici); ma questo non entra in opposizione con la tecnologia in quanto tale. Per me a questo riguardo, mi si perdoni l’ellissi, la questione fondamentale è – come disse Brecht nel ’35 al congresso degli scrittori a Parigi – “Compagni, parliamo dei rapporti di produzione”.

E veniamo ora alle canzoni. Non credi che l’aver legato ogni singolo brano a un capitolo del libro abbia in qualche modo “costretto” quelle parole e quelle note, legandole indissolubilmente a quei dialoghi tra intellettuali sottraendo così alle canzoni la possibilità di vivere e di risplendere di luce propria?

Lo scrivo nell’introduzione, ogni canzone ha una sua forma propria, i dialoghi non sono un commento o una “corretta interpretazione”. Credo che uno dovrebbe prima ascoltare la canzone, e poi leggersi il dialogo, perché il dialogo è la canzone che tracima fuori da se stessa, e crea qualcosa d’altro. Prendi Gardenia, che è una canzone d’amore, di quando l’amore erompe in nuove visioni, in nuove possibilità di vita, in sperimentazioni e concatenamenti sensoriali e ideali. Poi mi metto a parlare d’amore con Maria Grazia Calandrone (con la quale peraltro ho scritto un’altra canzone del disco, All’inizio del mondo), e il nostro dialogo assume anch’esso la sua forma autonoma.

Nel disco troviamo tre cover di brani illustri. A cominciare da Sympathy For The Devil dei Rolling Stones, che nella tua versione diventa Lo Specchio Del Diavolo , passando poi a Ferita, omaggio a Hurt dei Nine Inch Nails e forse ancor più alla fantastica interpretazione che ne diede Johnny Cash, per finire con Fino All’Ultimo Minuto di Piero Ciampi, brano che ti è valso il Premio Ciampi per la miglior cover. Perché proprio queste tre canzoni?

La canzone degli Stones è da sempre uno dei miei “cavalli di battaglia”, l’ho imparata ad amare peraltro nella versione dei Jane’s Addiction, dopo averla cantata per tanti anni mi è venuto naturale adattarla in italiano. Per me è la canzone rock per eccellenza – e l’attesa è un album rock. Ci sta per questo, e perché quest’album è un precipitato di senso di tutto il mio percorso, dunque era naturale ci fosse. Hurt – sì, proprio nella versione di Cash – era l’esergo del mio romanzo La parte sul fuoco, che racconta (anche) pratiche di autolesionismo: incidersi la pelle, per trovare un senso. E l’adattamento che ho fatto va in questa direzione. Il brano di Ciampi, infine, nasce dalla mia lunga storia d’amore col premio Ciampi, da quando nel 2002 venne premiato il disco d’esordio de Les Anarchistes, poi ci sono tornato più volte (anche insieme a Claudio Lolli), e adesso questa targa per la miglior cover, che è stata una grandissima soddisfazione, perché è anche un po’ un premio alla carriera, dove la motivazione mi definisce “uomo del Rinascimento” e “artista ciampiano”…

Parto subito dicendo che ho amato troppo la versione originale di Sbandati, contenuta in LibertAria, il tuo disco d’esordio da solista, per sentire mia la versione riarrangiata per L’attesa. Detto questo ho trovato questa tua nuova produzione un lavoro sontuoso, sia per quanto riguarda i testi che per le musiche e gli arrangiamenti. Due brani in particolare, secondo i miei personalissimi gusti, considero le punte di diamante di un disco, ripeto, di altissimo spessore artistico: Angelica e L’attesa. Il primo brano per quel sottrarsi che la protagonista rivendica, da ogni proiezione che i maschi vogliono imporre al suo corpo e al suo essere. Il secondo, invece, per quella che tu definisci una condizione umana, fatta di inquietudine, ricerca, di anticipazione del futuro e, spesso, di angoscia. Ce ne vuoi parlare?

Anzitutto, mi fa piacere una forma d’affezione per il mio primo album solista, che ho sempre l’impressione che nessuno conosca. All’epoca lo autoprodussi con una certa difficoltà, io ero il cantante de Les Anarchistes, nessuno mi conosceva personalmente come musicista, eppure il disco ebbe la sua piccola diffusione, e mi fa piacere la tua testimonianza a distanza di anni. Ma sentivo l’arrangiamento di Sbandati non più mio, perciò ho deciso di rivederla, riscriverla e riarrangiarla con Teho Teardo, per l’album dedicato alla Resistenza che avevo ideato e curato, Nella notte ci guidano le stelle, che poi ha vinto la targa Tenco. Angelica è, come dici tu, un canto alla protagonista dell’Orlando furioso, e Orlando s’infuria e perde il senno proprio perché lei non ricambia il suo amore. Ma l’amore di quei cavalieri non è amore, ma una forma di dominio, di idealizzazione, di proiezione fantasmatica a cui lei si sottrae. Angelica diserta, prima nei boschi con un Medoro che non è un cavaliere, e poi scompare. Sottrae il suo corpo al dominio, consapevole che il nostro corpo, come canto in un’altra canzone, è un campo di battaglia. E insegna l’arte della diserzione.

L’attesa è una condizione esistenziale?

Sicuramente è la mia, fatta di inquietudine e ricerca, ma credo che sia, a un livello più generale, quella della condizione umana. Non a caso l’attesa è tornata nei suoi molteplici sensi in diversi dei dialoghi fatti per dar forma alla costellazione per una vita umana; e per questo è diventato il titolo di questo discolibro. Ho scritto la canzone L’attesa una domenica che eravamo andati, la mia compagna e io, alla Zisa di Palermo. Aspettavamo un autobus che non passava mai, e lì, in quell’attesa esausta, scrissi i versi di questa canzone, che prese corpo narrativo in una città che come poche altre è uno luogo di tempi e di sensi sedimentati. L’attesa però è altro dall’angoscia. Porta con sé l’angoscia quando è legata a un oggetto. Ma se stai nell’attesa, in una pura attesa senza oggetto, puoi trovare che essa ha al suo cuore l’attenzione: lasciar essere il mondo, lasciarlo alla sua pura dimensione del divenire. L’attesa, allora, risuona con l’amore, se l’amore – come scrisse Etty Hillesum – è lasciar essere. E questo certifica la verità di quanto apparentemente è il suo rovescio: Agisci senza attendere il frutto della tua azione, come dice Krishna a Arjuna nella Bhagavadgita. Nella pura attesa, non manca nulla.

Per quanto ti conosca, sei un artista sempre in movimento e in tensione creativa. Sono certo, pertanto, che hai già nuove idee in cantiere. Ci dai qualche piccola anticipazione in merito ai tuoi progetti futuri?

Ho appena chiuso un libro per Laterza, uscirà ad aprile, il titolo provvisorio è Non siamo capolavori. Il disagio e il dissenso degli adolescenti. È un libro in continuità col precedente Soffro dunque siamo. Il disagio psichico nella società degli individui. Qui mi sono focalizzato sulla condizione esistenziale degli adolescenti nella società della performance, dove il fallimento è un incubo perché si tratta di essere sempre all’altezza di uno standard, di un modello, partendo ovviamente dal mondo della scuola, dove lavoro. E ho raccontato come le loro forme di sofferenza prevalenti sono anche forme di dissenso implicito rispetto alla società. Sono, anch’esse, forme di diserzione.

Il disco libro, l’attesa,  è acquistabile sul sito di Marco Rovelli

L’autore: Giuseppe Ciarallo è scrittore e saggista, nonché direttore della rivista Zona letteraria. E’ da poco uscito il suo nuovo libro “Era bello il mio ragazzo

In foto: il cantante e scrittore Marco Rovelli

Il manuale israeliano per l’impunità dei propri soldati

Con la pressione internazionale che aumenta e sempre più Paesi che chiedono che si indaghi sui crimini di guerra commessi a Gaza, i media israeliani hanno pubblicato una guida, pensata per i propri soldati e per chiunque abbia avuto un ruolo diretto o indiretto nelle operazioni di massacro e distruzione nella Striscia, per eludere la giustizia internazionale quando si trovano a viaggiare all’estero. Si tratta di una guida al crimine perfetto, confezionata ad arte per depistare le indagini internazionali. I media israeliani, da sempre al servizio del potere, ci offrono una dimostrazione lampante di come la propaganda possa essere utilizzata per nascondere la verità e proteggere i colpevoli. Un manuale che trasforma i soldati in burattini, addestrati a mentire e a manipolare la realtà.

Il sito israeliano Ynet, in un articolo apparentemente innocuo intitolato “Ecco come comportarsi se si viene arrestati all’estero”, ha di fatto pubblicato un vero e proprio manuale di occultamento per i propri soldati. Dietro la facciata di una semplice guida per viaggiatori, si nasconde un tutorial dettagliato su come cancellare tracce, evitare interrogatori e, in definitiva, sfuggire alla giustizia.

Le indicazioni fornite da Ynet, che si avvale del prezioso contributo di Nick Kaufman, un avvocato della Corte Penale Internazionale, non lasciano spazio a dubbi, l’obiettivo è quello di proteggere i militari da potenziali accuse, anche quelle più gravi. Un vero e proprio manuale di sopravvivenza legale, che trasforma i soldati da presunti difensori della patria in potenziali criminali in fuga.

È inquietante notare come un’istituzione internazionale come la Corte Penale Internazionale venga citata in un documento che sembra volerla eludere. L’avvocato Kaufman, pur agendo nell’ambito della legalità, fornisce consigli che, se messi in pratica, potrebbero contribuire all’impunità di chi ha commesso crimini di guerra.

La guida avverte esplicitamente i soldati di non pubblicare foto o video legati al loro servizio militare, specialmente immagini che mostrano edifici distrutti o momenti di festa intrisi di violenza e canti razzisti. Anche un contenuto apparentemente innocuo può essere utilizzato come prova di crimini di guerra. È una lezione di silenzio e cancellazione, che risuona come un invito a rendersi invisibili davanti alla crescente ondata di richieste di giustizia. Inoltre,  l’avvertimento di possibili arresti anche in Paesi amici come il Regno Unito, la Francia e la Spagna, e la decisione di non assicurare più i soldati contro i rischi legati a crimini internazionali, sono la spia di una consapevolezza diffusa che vede le azioni israeliane a Gaza in modo così grave da dover essere perseguite in tutto il mondo.

La pubblicazione del manuale da parte di Ynet non è un episodio isolato, rientra in una strategia governativa volta a proteggere i propri militari da eventuali responsabilità penali internazionali. Come rivelato da Haaretz, il governo israeliano ha messo in atto una complessa rete di assistenza legale, coordinandosi con studi legali in diversi Paesi e istituendo una task force ad hoc.

Questa task force, composta da rappresentanti del Ministero degli Esteri, del Consiglio per la Sicurezza Nazionale e dell’agenzia di intelligence Shin Bet, ha il compito di monitorare costantemente la situazione internazionale, individuare potenziali rischi legali per i militari israeliani e fornire loro assistenza legale immediata. In pratica, si tratta di una sorta di “scudo protettivo” che ha l’obiettivo di prevenire arresti e incriminazioni per i soldati coinvolti nelle operazioni a Gaza.

Un recente caso esemplare che ha visto coinvolto un soldato israeliano in Brasile cristallizza le dinamiche più inquietanti di questa vicenda. Denunciato per crimini di guerra dalla Hind Rajab Foundation (HRF), un’organizzazione internazionale per i diritti umani, il militare si è trovato al centro di un’indagine giudiziaria in un Paese straniero.

La reazione immediata e determinata del governo israeliano, che ha agevolato la fuga del soldato, genera interrogativi inquietanti sulla sua volontà di garantire l’impunità ai propri cittadini, anche a costo di violare le leggi internazionali. L’accusa dell’HRF di ostacolo alla giustizia e di distruzione di prove compromette seriamente l’operato di Israele, confermando i sospetti di coloro che denunciano una consolidata protezione dei responsabili di crimini di guerra.

L’episodio in questione rappresenta l’ultimo anello di una catena di eventi che si protrae da tempo. Nell’ottobre del 2024, l’HRF presentò alla Corte Penale Internazionale una denuncia di portata storica, incriminando mille soldati israeliani per una vasta gamma di crimini internazionali come crimini di guerra, crimini contro l’umanità e il drammatico reato di genocidio, commessi nella striscia di Gaza. Le accuse non lasciano spazio a dubbi. I soldati israeliani vengono indicati come responsabili di distruzione di infrastrutture civili, saccheggi, blocchi disumani, attacchi diretti contro i civili. Azioni che violano palesemente il diritto internazionale e che trasformano Gaza in un teatro di orrori

La documentazione allegata alla denuncia è di una mole impressionante e vede oltre ottomila prove, sottoposte a rigorosi processi di verifica, tra cui materiale video, registrazioni audio, analisi forensi e un’attenta disamina dei contenuti pubblicati sui social media. Tra gli individui incriminati figurano non solo soldati di nazionalità israeliana, ma anche militari con doppia cittadinanza – americani, francesi, canadesi – e alti ufficiali, presumibilmente coinvolti nella pianificazione strategica delle operazioni.

Tutto ciò dovrebbe farci capire facilmente che chi ha scritto, approvato e diffuso questa guida è complice di un crimine. Si tratta un vademecum per chi ha le mani insanguinate. Dietro ognuna delle sue parole asettiche si cela un’ideologia criminale, un sistema che produce assassini e poi li istruisce su come nascondersi. È un’apologia dell’impunità, un insulto alla memoria delle vittime.

L’autore: Andrea Umbrello è direttore editoriale & Founder di Ultimavoce

“La grazia a Julian Assange”. Appello a Biden prima che lasci la Casa Bianca

«Oggi sono libero perché mi sono dichiarato colpevole di giornalismo», ha detto in estate Julian Assange a Strasburgo. Sono trascorsi sei mesi dalla sua liberazione, avvenuta in seguito al patteggiamento con le autorità americane, ma sul cofondatore di WikiLeaks grava una condanna a 5 anni di carcere (in pratica già scontata nel quinquennio di detenzione in isolamento) che ha macchiato la sua fedina penale, sottoponendolo a restrizioni lavorative e di viaggio, il prezzo della sua libertà. È una pena che implica un pericoloso antecedente in giurisprudenza rispetto alla libertà di stampa e di parola, soprattutto nei confronti del giornalismo investigativo, in quanto i giudici del procedimento hanno stabilito che sia criminale «ogni aspetto del comunicare con una fonte, dal possedere informazioni riservate al pubblicarle».
Perciò The Assange Campaign ha lanciato una petizione #PardonAssange – attiva anche nel nostro Paese – per chiedere al presidente americano Biden (in carica ancora per 10 giorni) di concedere la grazia al giornalista australiano. L’idea è venuta a suo fratello, Gabriel Shipton, durante un viaggio negli Usa. A Washington ha incontrato numerosi sostenitori al Congresso in quanto la lotta per liberarlo è stata trasversale, coinvolgendo opposte parti politiche.
Tutto ciò fino a che due membri del Congresso, James McGovern democratico e Thomas Massie repubblicano, hanno redatto una lettera congiunta al presidente degli Stati Uniti, chiedendogli la grazia e aprendo un sito internet con più domini, rivolto ad altri Paesi oltre all’America e all’Australia, per una petizione pubblica aperta a tutti che ha raccolto oltre 30mila firme. A breve però si profila l’insediamento di Trump, previsto per il 20 gennaio.
Visto il gran numero di clemenze di Biden, la campagna per Assange ha fiducia in una sua riuscita. «Prima della sentenza di chiusura del processo, la risposta dell’amministrazione americana è sempre stata quella del non volere interferire con il dipartimento di Giustizia. Ora che il processo è terminato, dipende tutto da Biden: può schierarsi a favore della libertà di stampa o contro di essa», ha sottolineato Gabriel Shipton, promotore della campagna.

«Julian è libero, ma la giustizia attende. Unisciti a noi e chiedi la grazia oggi stesso» si esordisce nella petizione. «Il 26 giugno 2024, Assange è diventato il primo editore a essere condannato ai sensi dell’Espionage Act degli Stati Uniti per aver denunciato i crimini di guerra dell’esercito americano. Julian potrebbe ora essere libero, ma questa campagna non è mai stata solo per lui. Questa condanna, la prima del suo genere, stabilisce un precedente pericoloso che minaccia la libertà di stampa a livello globale e mette a rischio la sicurezza dei giornalisti che denunciano le malefatte del governo, proprio le cose per cui Julian ha rischiato la vita».
«Sappiamo che il presidente Biden è guidato dal suo impegno verso i valori della Repubblica americana – prosegue il documento – Abbiamo una finestra ristretta per sostenere la giustizia. Concedendo la grazia, il presidente può non solo correggere una grave ingiustizia, ma anche inviare un messaggio forte: può riaffermare la dedizione dell’America alla verità e al Primo Emendamento».
In Italia, intanto, gli attivisti di FreeAssangeRoma, rimarcano che il 23 dicembre scorso il presidente Biden ha commutato le condanne a morte di 37 prigionieri federali, segnalando così al Congresso e ai singoli Stati degli Usa la necessità di eliminare questo flagello. «Ha difeso la vita con coraggio e sarà ricordato per questo», afferma Patrick Boylan, portavoce degli attivisti e autore del libro Free Assange edito da Left. «E se grazierà Julian Assange, sarà ricordato anche come chi ha difeso con coraggio la libertà di parola e la libertà di stampa». #PardonAssange mr. president Biden!

Per firmare:
https://www.action.assangecampaign.org/

Foto di FreeAssangeItalia 

Hitler era comunista

«Hitler era socialista, era comunista, e l’errore più grande è stato etichettarlo come un uomo di destra». A pronunciare sorniona la bestialità è la co-presidente del partito neonazista tedesco Alternative für Deutschland (AfD) Alice Weidel. Dall’altra parte del filo, stralunato e divertito, c’è il miliardario con sogni da plutocrate Elon Musk. I due sono in diretta sul social X, giocattolo del capriccioso imprenditore sudafricano, seguiti da duecentomila persone.

Ieri sera è andata plasticamente in scena la tecnocrazia che si è ingoiata gli Usa e che stende la sua ombra anche sull’Europa. I due si gingillano tra “agenda woke” e il “gender” che starebbe rovinando il sistema educativo tedesco. Ridono molto, i due. C’è da capirli: meritarsi una trasmissione in prima serata nonostante i contenuti del loro dialogo sia una cosa da ubriaconi appoggiati al bancone del bar è una dimostrazione di potenza eccitante.

Weidel racconta della Germania che sarebbe «un buffo Paese» perché non rispedisce indietro gli immigrati irregolari «che buttano via i documenti appena oltrepassano il confine». Musk scomposto scoppia a ridere come se avesse trovato la pentola d’oro: «Come negli Usa! Alla frontiera col Messico ci sono pile di passaporti buttati», urla sguaiato. Bugie su bugie, la rappresentazione di un mondo che esiste solo nella propaganda.
«Voglio dare qui un consiglio forte: votate AfD, è solo senso comune, non hanno tesi radicali», dice Musk. C’è da capirlo: in una favola in cui Hitler è comunista Weidel potrebbe essere considerata perfino una statista. L’importante è rovesciare il vero, poi ci pensa Musk a rimettere insieme i pezzi.

Buon venerdì.

Contro i mercanti del clima. Il libro di Left sulla macchina del negazionismo

Un viaggio nella macchina del negazionismo climatico dove la disinformazione si intreccia con l’interesse economico. È il contenuto del libro di Left di gennaio Contro i mercanti del clima di Giacomo Pellini di cui pubblichiamo l’introduzione.

Nessuno può veramente dimostrare che fumare faccia male. Cosa rispondereste se qualcuno facesse una simile affermazione? Molto probabilmente lo prendereste per pazzo, senza perdere tempo nel tentare di convincerlo del contrario argomentando con tesi scientifiche, dati e statistiche. Dopotutto, è universalmente assodato che il fumo compromette gravemente la salute umana, causando patologie più o meno gravi. Non si può dimostrare il contrario.
Eppure, in tempi non sospetti, ci fu davvero chi provò a sdoganare l’idea che, tutto sommato, non fosse poi del tutto provato che le sigarette fossero nocive per la salute: negli anni Settanta e Ottanta, le potenti lobby del tabacco americane cercarono attivamente di minimizzare i rischi legati al fumo, diffondendo l’idea che i danni delle sigarette alla salute non fossero ancora pienamente dimostrati. Attraverso il sostegno di alcuni scienziati compiacenti, misero in atto una strategia di disinformazione accuratamente pianificata, volta a seminare dubbi nella comunità scientifica e nell’opinione pubblica. Questo approccio mirava a ritardare o ostacolare l’adozione di politiche restrittive, proteggendo così i loro interessi economici a discapito della salute collettiva.
È importante fare una precisazione: l’industria del tabacco non ha mai cercato di dimostrare che il fumo facesse bene. Sapeva che sarebbe stato impossibile, essendo pienamente consapevole degli studi che collegavano il fumo al cancro, a problemi cardiovascolari e ad altre gravi patologie, spesso mortali.
Non potendo dimostrare l’impossibile, le grandi aziende del settore nicotinico adottarono una strategia completamente diversa, e forse ancora più insidiosa: vendere dubbi. Il loro obiettivo era instillare nelle persone comuni l’idea che la scienza fosse ancora incerta sull’argomento e che la comunità scientifica non avesse raggiunto un consenso definitivo sui rischi legati alle sigarette. Per questo decisero di ingannare il pubblico, seminando dubbi su questioni su cui la scienza aveva già fornito prove solide e consolidate.
Per i fumatori, il piacere di accendersi una sigaretta era un’abitudine difficile da abbandonare. E, se non c’era la certezza assoluta che facesse male, perché smettere? Questa strategia si rivelò efficace, perché sfruttava uno dei pilastri della scienza trasformandolo in apparente fragilità: il principio secondo cui un modello scientifico, per essere considerato valido, deve essere dimostrato e sottoposto a continua verifica. Questo lo rende sempre aperto a critiche o a sostituzioni con teorie ritenute più plausibili.
Come osservava il filosofo austriaco Karl Popper, per essere davvero scientifico, un modello deve essere falsificabile, ossia testabile e potenzialmente confutabile sulla base di nuove prove oggettive. È questa la famosa teoria della falsificabilità: l’osservazione di un numero qualsiasi, ma finito, di cigni bianchi non può servire secondo Popper a formulare con un procedimento di induzione una legge universale, cioè valida per un insieme potenzialmente infinito di casi. L’osservazione di un singolo cigno nero, invece, può falsificarla.
In questo caso specifico, manipolando il principio della falsificabilità per seminare incertezze, i lobbisti del tabacco agirono come autentici mercanti di dubbi, espressione coniata dagli scienziati statunitensi Naomi Oreskes ed Erik Conway. Mercanti di dubbi è anche il titolo del loro celebre libro, in cui analizzano con rigore le strategie di disinformazione messe in atto dai gruppi di potere per minimizzare i rischi legati al fumo e ostacolare politiche dannose per i loro interessi.
Si tentò quindi di dare una parvenza di scientificità a questa iniziativa attraverso la promozione di una campagna per l’equilibrio, arrivando a parificare le opinioni strettamente scientifiche con le bufale antiscientifiche, inquinando il dibattito con la disinformazione sistematica. Una strategia che è paragonabile a un dibattito culinario in cui uno chef stellato spiega come preparare una pasta perfetta, e al suo fianco viene dato lo stesso spazio a qualcuno che sostiene con fervore che la pasta vada cotta in acqua fredda, magari con una spruzzata di ketchup a crudo per esaltare i sapori. Il pubblico, confuso dalla parità di tempo e importanza data a entrambe le opinioni, finisce per chiedersi se non ci sia davvero un fondo di verità nella proposta del ketchup, lasciando il dubbio come ingrediente principale del piatto.
Notoriamente, ci sono diversi modi per oscurare la verità: da un lato c’è la censura, tipica dei regimi dispotici e autoritari, che limita la libertà di espressione e l’accesso all’informazione con l’intento dichiarato di tutelare l’ordine sociale e politico. Dall’altro c’è il suo esatto – ma apparente – opposto, ossia l’infodemia, un termine che combina “informazione” ed “epidemia” per descrivere la diffusione rapida e incontrollata di un’enorme quantità di informazioni, spesso contraddittorie, durante una crisi. Se accanto ad informazioni accurate cominciano a circolare anche disinformazione e fake news si genera una grande confusione, rendendo difficile per le persone distinguere ciò che è vero da ciò che è falso. Gli effetti provocati da questa tecnica possono essere devastanti: distorsione della realtà, sfiducia nelle istituzioni democratiche, società divise e polarizzate. Si verifica quello che il filosofo Maurizio Ferraris ha chiamato «tribalizzazione della verità»: le persone iniziano a percepire e interpretare la verità non più come un valore universale e oggettivo, ma come qualcosa che è “di parte”, legato ai gruppi a cui appartengono.
I produttori di sigarette con questa campagna per l’equilibrio adottarono questa tecnica, facendo pressione affinché gli organi di informazione dessero spazio sia alla scienza che sosteneva i danni del fumo, sia a chi invece li negava. Nessuna censura: le lobby del tabacco non vollero nascondere i fatti ai giornalisti, tutt’altro, gliene fornirono a bizzeffe. Così l’opinione pubblica fu invasa con opuscoli, interviste, articoli e con tutta una serie di informazioni che disorientarono gli utenti e ne sviarono l’attenzione. Ad esempio, si provò a far concentrare il pubblico sulle altre cause delle malattie polmonari, dando così l’erronea impressione che il fumo non fosse poi così pericoloso. Il fumo fa male. E allora le foibe?
A supporto dei negazionisti intervenne poi un altro fatto: gli scienziati che imputavano la colpa delle malattie respiratorie al fumo divulgavano i loro risultati su riviste specialistiche soggette a peer review (o “revisione tra pari”) – un processo di valutazione e controllo della qualità di un lavoro di ricerca che avviene attraverso la revisione da parte di esperti nel campo specifico. Una pratica che permette di filtrare le pubblicazioni scientifiche in modo da pubblicare solamente quelle che abbiano una certa scientificità. La campagna di disinformazione finanziata dai produttori di tabacco, invece, si dirigeva direttamente verso i principali organi di informazione, spesso incapaci di trattare la questione con rigore tecnico e ignari dei risultati della ricerca scientifica consolidata. In questo modo, il pubblico finiva per credere a qualsiasi falsità, inclusa l’idea che la questione dei danni del fumo fosse ancora in dubbio e incerta.
Ciò che caratterizza la scienza ed il suo metodo sono il dubbio, la curiosità. E fu proprio l’apertura mentale degli scienziati il cavallo di Troia che ha permesso ai negazionisti di sdoganare l’idea che forse non esiste un collegamento diretto tra sigarette e cancro ai polmoni. Questa strategia ha confuso l’opinione pubblica e ha ritardato l’accettazione scientifica dei danni causati dal fumo, con la conseguenza che milioni di persone hanno continuato a fumare, esponendosi a un rischio mortale che, se affrontato tempestivamente, avrebbe potuto essere evitato.
Insomma, quella portata avanti dai “mercanti di dubbi” può essere considerata una delle prime vere campagne di manipolazione di massa, mentre il copione usato per screditare gli scienziati e disorientare l’opinione pubblica nel campo del fumo di sigaretta venne poi replicato anche in altri ambiti – basti pensare alla popolare credenza (falsa) secondo cui alcuni vaccini siano causa di autismo. La dinamica è sempre la stessa: nonostante la grande maggioranza degli scienziati supporti una teoria, una minoranza, negando i principi fondamentali, pretende di essere ascoltata in nome della par condicio. Così, anche chi promuove teorie alternative ottiene spazio e visibilità. E magari un giorno, chissà, qualcuno di questa minoranza potrà diventare il presidente degli Stati Uniti e durante una pandemia globale consigliare ai propri cittadini di bere candeggina per curarsi anziché propendere per un vaccino sicuro e testato. Assurdo no?
Questo principio della parità di trattamento è sacrosanto in politica, ma la scienza funziona diversamente, non essendo democratica ma fondata sulla competenza delle persone. Banalmente, non possiamo mettere sullo stesso piano chi sostiene che la terra è piatta con un gruppo di ricerca fondato da geologi.
Il campo di battaglia nel quale, al giorno d’oggi, si usa di più la disinformazione come arma mediatica è proprio quello del cambiamento climatico. La comunità scientifica sostiene che l’esistenza del riscaldamento globale sia inequivocabile, e che il colpevole della crisi climatica sia solo uno: l’essere umano, che bruciando i combustibili fossili – gas, petrolio e carbone – al fine di produrre energia, ha immesso in atmosfera milioni di tonnellate di anidride carbonica e altri gas serra, portando la quantità di CO2 al doppio rispetto all’epoca preindustriale.
Come si possono negare le evidenze? Dall’aumento repentino delle temperature, all’innalzamento dei mari, allo scioglimento dei ghiacciai sino alle calamità naturali che colpiscono sempre più usuali nelle nostre città e nei nostri territori, l’esistenza del global warming è impossibile da negare, vista anche la sostanziale quasi unanimità della comunità scientifica internazionale – intorno al 99% – a riconoscere la sua esistenza e ad imputarne la responsabilità all’uomo.
Eppure, c’è ancora chi contesta l’origine antropica dei cambiamenti climatici, chi minimizza i rischi e avanza tesi che mettono radicalmente in discussione l’esistenza stessa del problema. Per definire questo tipo di teorie e indicare il rifiuto delle evidenze scientifiche più robuste su cui la comunità scientifica ha raggiunto un consenso è stato utilizzato il termine negazionismo climatico.
I mercanti di dubbi sono tornati, ma questa volta non si scagliano più contro chi denuncia i danni del fumo, bensì contro gli ambientalisti, le energie rinnovabili, le auto elettriche e le politiche green, seminando incertezze su tutto ciò che potrebbe contrastare il cambiamento climatico.

L’autore: Laureato in cooperazione internazionale, Giacomo Pellini è giornalista ed esperto dei temi dell’ambiente e del clima

introduzione del libro di Left Contro i mercanti del clima di Giacomo Pellini che si può acquistare qui

Salvare le persone, prima di tutto

Salvare prima le persone, ad ogni costo. Che i diritti umani siano una questione pre-politica, ovvero vengano prima di tutto, è la convinzione di un folto gruppo di persone sparse nel mondo. Salvare le persone, prima di tutto, e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni – più o meno in concerto con i suoi ministri – l’ha fatto. 

Salvare le persone, prima di tutto, anche se servono irrituali razioni diplomatiche (non rispettare la richiesta di estradizione degli Usa) e anche con sgrammaticature istituzionali (un accordo con un presidente Usa eletto ma non ancora insediato). La presidente del Consiglio l’ha fatto e incassa un plauso bipartisan, coronando il sogno di essere primaria protagonista nei rapporti con Trump in Europa e diffonditrice degli italiani nel mondo. 

L’onestà intellettuale spinge a riconoscere l’ottimo lavoro fatto dal governo per la veloce liberazione di Cecilia Sala. Ora sarà il tempo di valutare gli innegabili costi politici dell’operazione. “L’importante è che Sala sia libera”, si diceva. È successo. 

Salvare le persone, prima di tutto, vale anche per le donne e i bambini annegati nel Mediterraneo, cadaveri ben prima di ogni legittima idea di gestione delle migrazioni. Salvare le persone, prima di tutto, vale anche per i disperati a Gaza. Salvare le persone, prima di tutto, vale per i giovani delle periferie ammazzati da divise dello Stato. Salvare le persone, prima di tutto, vale per i detenuti, perfino per i colpevoli, come dice la Costituzione.

Salvare tutte le persone, tutte, prima di tutto. 

Qui la ricostruzione della storia e il commento della direttrice di Left Simona Maggiorelli “Giornalismo e patriarcato, Cecilia Sala vittima due volte

Buon giovedì. 

Nella foto: l’arrivo di Cecilia Sala a Roma, 8 gennaio 2024 (foto governo.it)