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Rapporto agromafie: duecentomila lavoratori sfruttati in Italia

Dietro i numeri che il settore agricolo italiano continua a vantare si nasconde un dramma sociale ed economico che tocca decine di migliaia di vite. Nonostante l’agroalimentare rappresenti una delle locomotive del sistema Italia, con un valore economico di 73,5 miliardi di euro nel 2023, il suo successo si regge spesso su un sistema che sfrutta i lavoratori più vulnerabili, marginalizzandoli e privandoli dei diritti fondamentali. Come sottolinea Giovanni Mininni, segretario nazionale della Flai-Cgil, «per noi, battersi per la legalità è battersi anche per la giustizia sociale. Ecco perché continuiamo a chiedere un’applicazione completa della legge contro il caporalato, per una società e un modello di sviluppo che tutelino lavoro e ambiente».
Il VII Rapporto Agromafie e Caporalato, redatto dalla Flai-Cgil, evidenzia come un’ampia fetta del settore agricolo italiano si basi su pratiche al limite della legalità, sfruttando la vulnerabilità di lavoratori precari, migranti senza permesso di soggiorno e donne costrette a subire violenze. Secondo il rapporto, oltre duecntomila lavoratori agricoli operano in condizioni di irregolarità, con un tasso del 30% tra i dipendenti. Tra loro, circa 55mila sono donne, spesso invisibili agli occhi delle istituzioni e vittime di pratiche para-schiavistiche. A queste si aggiungono i migranti extra-Ue, particolarmente esposti a violenze, discriminazioni e condizioni di vita degradanti. La loro fragilità è alimentata da leggi come la Bossi-Fini, che, come sottolineato dal segretario nazionale della Flai-Ccgil Giovanni Mininni, «alimentano la fragilità lavorativa, permettendo l’infiltrazione di pratiche al limite dello schiavismo».

In alcune aree, lo sfruttamento è un fenomeno endemico. In Basilicata, più di 10mila lavoratori, tra residenti e stagionali, vivono condizioni degradanti, soprattutto durante la raccolta dei prodotti agricoli. In Calabria, nel Crotonese, si stima che tra 11mila e 12mila persone siano impiegate in nero o in grigio, con una prevalenza di migranti stagionali. In Piemonte, tra Asti e altre zone limitrofe, fino a 10mila lavoratori operano in condizioni disumane, spesso sotto il controllo di sistemi di caporalato che sfruttano ogni aspetto della loro vulnerabilità.
Nonostante l’introduzione della legge 199/2016 per contrastare il caporalato, i progressi sono ancora insufficienti. Nel 2023, i controlli dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro sono aumentati del 140%, portando a un incremento degli arresti (+80%) e delle denunce (+207%). Tuttavia, la repressione non basta a eradicare un sistema che trova terreno fertile nell’assenza di politiche migratorie inclusive e nell’esclusione sociale. Il rapporto evidenzia che tra i 7.915 lavoratori coinvolti in violazioni accertate nel 2023, 1.668 erano impiegati in lavoro nero e 146 erano stranieri privi di permesso di soggiorno, un dato che sottolinea il ruolo centrale della mancanza di tutele per i migranti nello sfruttamento lavorativo.
Al vertice di questa piramide dello sfruttamento si trovano i lavoratori italiani, che pur regolarmente assunti percepiscono salari inferiori alla soglia di povertà. In media, guadagnano appena seimila euro all’anno. Alla base, però, la situazione è ancora più drammatica: donne e migranti extra-UE, soggetti a violenze e condizioni di lavoro degradanti, subiscono un futuro negato. Anche i lavoratori regolari vivono una precarietà cronica: «Quasi 300mila lavoratori agricoli regolari hanno rapporti di lavoro intermittenti», evidenzia il rapporto, con retribuzioni che non superano i 12mila euro lordi annui, scendendo spesso sotto i 10mila euro nelle regioni del Centro-Sud.Il rapporto denuncia che questa precarietà si traduce in una “normalizzazione» dell’irregolarità lavorativa, creando una spirale in cui i diritti diventano un’eccezione anziché una regola. Per molti, il passaggio da un settore all’altro non rappresenta una via di emancipazione: oltre il 20% dei lavoratori agricoli che si spostano in altri ambiti continuano a percepire retribuzioni inferiori alla soglia minima oraria. Come evidenziato nel rapporto, “continuare a sfruttare gli anelli più deboli della filiera significa costruire su fondamenta fragili, destinate a crollare”. Non si tratta solo di un problema umano: la criminalità organizzata gioca un ruolo significativo nella filiera, contribuendo anche al degrado ambientale. Il rapporto documenta un aumento dei reati ambientali del 9,1% nel 2023, con sequestri più che raddoppiati (+220,9%). “La devastazione ambientale e umana è il frutto di un sistema produttivo che sacrifica tutto sull’altare del profitto”, si legge nel documento.
Eppure, segnali di speranza emergono. Tra le iniziative virtuose, si distingue quella della Flai-Cgil di Pordenone, che attraverso il “sindacato di strada” porta i rappresentanti sindacali direttamente nei campi. Grazie a questo approccio, sono stati rilasciati contemporaneamente 46 permessi di soggiorno per sfruttamento, un risultato definito “unico in Europa”.
Come sottolinea Jean-René Bilongo della Flai-Cgil, «l’istantanea che emerge da questo VII Rapporto Agromafie e Caporalato mette in luce la spersonalizzazione dell’intermediazione lavorativa, una questione antica del Paese che riemerge con grande forza. Si tratta di uno schema losco e poco visibile sul quale abbiamo il dovere di mantenere alta l’attenzione». Il rapporto ribadisce che riformare le politiche migratorie, superando leggi come la Bossi-Fini, è essenziale per spezzare il circolo vizioso del caporalato. Solo costruendo un sistema basato sull’inclusione, la giustizia sociale e la tutela dei diritti si potrà garantire un futuro sostenibile all’agroalimentare italiano. «Per garantire un futuro sostenibile, bisogna spezzare il legame tra profitto e sfruttamento, puntando su un’economia più giusta, che tuteli chi lavora la terra» conclude il rapporto del sindacato lavoratori agricoli.

 

Antonioni, il regista che amava le donne

Il volume biografico Infinito Antonioni, una ricerca rivoluzionaria sulle immagini (L’asino d’oro edizioni e presentato a Più libri più liberi a Roma), può essere letto anche come un giallo in cui le autrici (le due curatrici Elisabetta Amalfitano e Giusi De Santis con i contributi di Giulia Chianese, Iole Natoli e Francesca Pirani) indagano su un delitto, quello commesso dalla cultura nei confronti di uno dei più grandi autori della storia del cinema. Le cinque autrici di questo saggio (che viene presentato il 7 dicembre alla fiera Più libri più liberi a Roma), anch’esse registe, artiste e scrittrici, cercano di comprendere attraverso l’opera di Antonioni la causa e gli effetti di una sparizione, che è il tema, il fulcro di molte opere del regista di Ferrara: che cosa è sparito, che cosa è andato perduto nella lettura dei suoi film, e che cosa emerge dalla filmografia che la cultura non ha voluto vedere, comprendere, sentire. Nel compiere quest’indagine artistico-biografica, si immergono per identificare genesi e metamorfosi di quelle opere, disegnando una sorprendente mappatura della nostra storia recente. «I romanzi e i racconti di delitti che spiegano il delitto hanno per argomento il delitto: ma i romanzi, i racconti di delitti che non spiegano il delitto hanno per argomento qualche altra cosa. Che cosa?» chiedeva Moravia ad Antonioni in un’intervista nel gennaio del 1967 dopo l’uscita di Blow up. Ora potremmo dire che il delitto che è stato commesso dal cinema italiano, e non solo, nei confronti di Antonioni ha legami culturali e artistici complessi. Se dovessimo attribuire un peso alla cinematografia degli ultimi decenni, lo ascriveremmo alla duplice influenza di Fellini e Pasolini (sulla cui strada si sono avventurati Sorrentino e Garrone). Medea, Mamma Roma, o le giunoniche amanti di Fellini sono contraltari delle custodi del focolare domestico. Per Antonioni, al contrario, non si tratta semplicemente di mettere al centro del quadro un’immagine di donna, come fa Fellini, ma di sentire il pensiero femminile manifestarsi in sé, e questo equivale ad una vera rivoluzione. Ci sono autori che hanno saputo vedere le cose (Kubrick e Kurosawa), altri che hanno espresso un sentimento appassionato ed originale sul mondo (Truffaut e Kieslowski), altri hanno pensato cose nuove (Tarkovskij e Bergman). Antonioni era le tre cose insieme.

Editoria per ragazzi. Il mondo raccontato ai ragazzini

Scegliere è sempre difficile, ma la scelta è un meraviglioso esercizio», ci dice Silvana Sola, pedagogista libraia, docente di Storia dell’illustrazione presso l’Isia di Urbino, che incontriamo fra gli scaffali della storica libreria Giannino Stoppani di Bologna. «Mi piace pensare che una libreria è luogo del tempo lento, dove l’assenza di accelerazione aiuta a scegliere. E una libreria per ragazzi è un luogo speciale perché, come ci ricorda Mac Barnett, i libri per bambini sono una cosa serissima».

A Silvana chiediamo come orientarci nel panorama editoriale dedicato ai più giovani, non sempre facile da decifrare. Quali sono a suo avviso le tendenze del settore e quali le eccellenze da consigliare. Perché, come sostiene Beatrice Masini, scrittrice, traduttrice e direttore editoriale di Bompiani, «non bisogna lasciare pascolare i bambini da soli ma guidarli nella lettura che pure resta un piacere solitario».

Per la nostra libraia si fa fatica a parlare di tendenze, in un panorama ricco di suggestioni le più diverse dove convive l’editoria cosiddetta di nicchia insieme a proposte meno di ricerca. È di questi giorni per esempio l’uscita de Il segreto di Rosie di Maurice Sendak, un libro del 1960 pubblicato negli Stati Uniti per i tipi della Harper Collins che oggi arriva finalmente in Italia nel catalogo della casa editrice Adelphi. Un tipo di offerta certo non isolata nel panorama editoriale degli ultimi anni per restituirci sguardi d’autore, grandi classici che si collocano fuori dal tempo, proposte le più diverse da un passato più o meno remoto. Contemporaneamente si traduce molto e molto si produce, in un settore che occupa il 20% del mercato per una editoria, quella italiana, posizionata al quarto posto in Europa e al sesto nel mondo.

C’è una forte attenzione al visivo in questa proposta per lo più di albi illustrati che sono oggetti d’arte totale e si rivolgono spesso ad un pubblico senza età, che va dai piccoli ai grandi lettori.

Terrinoni, le parole sono atomi

«Quando gettiamo un sasso in acqua, partono immediatamente onde concentriche il cui esito, la cui fine, dipende dal posizionamento degli argini, delle rive. Il sasso è l’opera, e noi siamo le rive. Ed è il nostro posizionamento, la nostra localizzazione storica, geografica, culturale a determinare la lettura o le letture, tra le tante possibili, dei libri, e dei fenomeni». Questa è una delle belle metafore disseminate nell’ultimo saggio di Enrico Terrinoni, La letteratura come materia oscura, edito da Treccani nell’ottobre scorso, un’opera straordinaria per acume critico e qualità di scrittura. Terrinoni ci ha abituato ormai da tempo ad accettare sfide affascinanti, non di rado ardite, per tutto ciò che riguarda la traduzione e l’interpretazione di un testo letterario, ma quella che propone nella sua ultima opera è particolarmente attraente: far incontrare la fisica quantistica con la letteratura. Ma in che modo? Negli otto capitoli che compongono il volume l’autorevole studioso e traduttore di James Joyce delinea un percorso in cui i principali principi della meccanica quantistica vengono letti e declinati nell’ambito di quella che è una dimensione ermeneutica apertissima. Enrico Terrinoni pratica sempre il dubbio e lo sconfinamento; pone continue domande e abbatte steccati; si spinge in territori dove molti altri non osano indagare. È la sua marca principale, la sua qualità più grande. La sua ricerca richiama quella rivoluzionaria interpretazione del reale prodotta dalla fisica quantistica, che ha di fatto sconvolto i canoni della fisica classica, proponendo una visione (e una conoscenza) del mondo di natura non deterministica ma probabilistica, in continua evoluzione, e continuamente interpretabile e traducibile perché di fatto mai del tutto prevedibile.

Dai primi vagiti al linguaggio

L’identità senza parola. Origine e sviluppo del linguaggio è il nuovo libro di Federico Masini, sinologo e professore di lingua e letteratura cinese alla Sapienza di Roma, uscito per i tipi de L’Asino d’oro. Già dal titolo il volume si prospetta come un’opera di rottura nell’ambito degli studi linguistici, paleoantropologici, filosofici e psicologici in quanto propone che le origini e gli sviluppi del linguaggio (parlato e scritto) non possano essere studiati e capiti se non si considerano, si studiano e si mettono a fuoco i primi due – tre anni di vita del bambino, quando non parla e si muove nel mondo soltanto con il corpo, la sensibilità e un “pensiero per immagini”. Masini decide dunque con quest’opera di rompere un tabù, un diktat che fin dalla metà dell’Ottocento ha dominato in modo più o meno silente nel mondo della linguistica: studiare e comprendere le origini del linguaggio, avvolte da una tale nebbia che avvicinarsi significava varcare le “Colonne d’Ercole” della conoscenza e oltraggiare ciò che soltanto i religiosi potevano credere di sapere. E il sinologo lo fa consapevole di avere tra le proprie mani uno “strumento” speciale, la teoria della nascita dello psichiatra Massimo Fagioli, una sorta di caravella, che lo farà navigare in un mare fino ad ora inesplorato. Possiamo affermare che Identità senza parola rappresenta il primo tentativo di estendere la teoria della nascita dall’ambito della psichiatria a un altro ambito di ricerca: quello della linguistica.  «Il mio tentativo di trovare nella teoria della nascita, elaborata da Fagioli oltre cinquant’anni fa, risposte nuove sull’origine del linguaggio e della scrittura potrà suscitare critiche o obiezioni… me ne prendo la responsabilità» scrive Masini nella sua Introduzione. Affermazione coraggiosa che rivela la consapevolezza di andare a scardinare secoli di certezze accumulate nell’ambito della filogenesi e della ontogenesi che hanno sempre considerato l’essere umano tale perché in grado di parlare e di possedere il pensiero razionale, escludendo tutti coloro che razionali non lo sono ancora o che lo saranno meno di altri. 

Xue Fucheng: «Italiani istupiditi dalla religione»

Mentre in Italia si susseguono le celebrazioni per ricordare i 700 anni dalla morte di Marco Polo, è uscito quasi in sordina un saggio che sposta l’attenzione su altri viaggiatori e altri tempi curato da Federica Casalin per i tipi di Orientalia che ricentra la percezione europea delle narrazioni odeporiche con un contributo molto originale dedicato al diplomatico cinese Xue Fucheng. Rappresentante del Celeste Impero in Inghilterra, Francia, Belgio e Italia, come d’uso ai tempi presso la corte Qing, il mandarino nel marzo del 1891 è a Roma ma è costretto dagli eventi ad attendere di essere ricevuto da re Umberto I e consegnargli le proprie credenziali a causa delle due settimane di lutto proclamate dal re per la morte del cognato, il principe Napoleone Giuseppe Carlo Bonaparte. Quello che per Xue Fucheng è inizialmente uno sfortunato contrattempo, si rivela invece un’ottima opportunità per visitare la capitale e descriverla minuziosamente. È così che prende vita il suo diario, che Casalin ci restituisce in un italiano ricco ed elegante accompagnato dal testo originale a fronte. Un diplomatico cinese a Roma non si limita a proporre in traduzione le memorie del soggiorno romano di Xue Fucheng, è infatti arricchito da un denso saggio, che già di per sé varrebbe come una pubblicazione a parte, dove la curatrice ripercorre con l’occhio attento e curioso della storica e della filologa la “genealogia” dei viaggiatori cinesi che scrissero dell’Italia dall’avvio delle relazioni diplomatiche (1866) e la genesi del testo, scaturito dalla necessità pressante della corte Qing di conoscere il più possibile quelle potenze europee che stavano mettendo in ginocchio l’economia e la sicurezza dello Stato dopo le umilianti sconfitte delle guerre dell’oppio. Era stato in quel momento che la corte si era dovuta arrendere alla cruda realtà: per conoscere il mondo bisognava percorrerlo e le opere geografiche gesuite, redatte quasi duecento anni prima, non erano più sufficienti ad affrontare le sfide poste dall’avanzata dell’imperialismo europeo in Estremo Oriente. Prima di Xue Fucheng, i resoconti cinesi sull’Italia si contano sulla punta delle dita. Nel 1720, Luigi Fan Shouyi aveva scritto dei suoi anni italiani in un conciso rapporto per la corte, che però venne pubblicato solo a inizio Novecento dopo essere stato ignorato per oltre cento anni. Dopo di lui, fu Pietro Guo Liancheng a dare alle stampe una Breve relazione sul viaggio in Italia (1863). Anche in questo caso, l’opera rimase circoscritta alla comunità cattolica dello Hubei, sua provincia natale, senza quasi che nessuno se ne accorgesse. A partire dal 1866, una serie di diplomatici e viaggiatori si susseguirono sul territorio italiano, alcuni dei quali non lasciarono che poche annotazioni sull’Italia, considerata una mèta secondaria, perché strategicamente meno importante di altre potenze europee. Molti di questi viaggiatori, com’è comprensibile, visitarono Roma e questo offre lo spunto a Casalin di compiere un’interessante operazione. La curatrice mette insieme estratti di alcuni di questi diari, concentrandosi sulle diverse osservazioni e descrizioni della basilica di San Pietro. Roma è infatti soprattutto il centro della cristianità per i viaggiatori cinesi di fine Ottocento. Nonostante il nome di Xue Fucheng, al contrario di quello di Marco Polo o di altri viaggiatori europei, sia sconosciuto ai più, il suo diario romano vanta incredibilmente un’altra traduzione italiana risalente al 1902 curata da Eugenio Zanoni Volpicelli, di cui la curatrice tiene conto nel testo.

Han Kang: scrivere è camminare avanti e indietro

Non sempre abbiamo le parole per dire tutto, ma i sentimenti esistono anche senza di loro. Per questo dovremmo sceglierle con cura, oppure farne a meno. Come le piante.

Ho conosciuto Han Kang a un convegno organizzato dal dipartimento di Studi Orientali della Sapienza di Roma nel dicembre del 2014. Era un convegno internazionale, ed erano invitati scrittrici e scrittori coreani e italiani. Han Kang mi colpì soprattutto per la sua disarmata timidezza – era completamente immune dalla pienezza di sé – e al tempo stesso per la forza e la sincerità di ciò che diceva: «In un certo senso, scrivere narrativa può essere paragonato al camminare avanti e indietro. Si va avanti e poi si torna indietro, riflettendo su domande che scottano e raggelano. A volte si torna al punto di partenza. Alla fine, non si è in grado di guardare al proprio viaggio se non quando è passato molto tempo». Poco prima ci aveva rivolto una domanda urticante, che aveva continuato a lungo a risuonare nell’aria e nella mia coscienza: «È davvero possibile per gli esseri umani vivere una vita innocente in questo mondo? Che cosa succederebbe se qualcuno sognasse di essere completamente innocente e cercasse di realizzarlo nella propria vita? Se distruggesse sé stesso per evitare di fare del male a qualcun altro e paradossalmente distruggesse altre persone in questo processo?». Da allora non ho più smesso di leggerla. L’inermità assoluta come protesta scandalosa contro l’ingiustizia del mondo e la nostra relazione con il linguaggio sono due dei grandi temi che ricorrono nei suoi romanzi. Nata a Gwangju nell’inverno del 1970, e figlia di «un giovane e povero scrittore», l’unica cosa che abbondava a casa sua erano i libri. Riempivano tutto lo spazio, «come se fossero mobili, come le acque di un’alluvione». L’essere involontariamente sfuggiti alla sanguinosa repressione di una rivolta popolare ordinata dal dittatore Chun Doo-hwan nel maggio 1980, lasciò nella sua famiglia, trasferitasi a Seoul da soli quattro mesi, «un senso di colpa profondo e duraturo». Tre anni più tardi, il padre tornò a Gwangju per un viaggio e vi acquistò un album di foto con la macabra documentazione fotografica del massacro che vi era avvenuto e delle tante persone uccise. «Rimanemmo tutti in silenzio fino all’ora di andare a letto, quella sera». All’epoca Han Kang aveva soltanto 13 anni, ma sfogliare per la prima volta quell’album le suscitò delle domande che non l’abbandoneranno più: che cosa sono gli esseri umani? Qual è la natura del potere? Anni dopo, racconterà quella carneficina nel romanzo Atti umani.

Quando Emmy Noether stupì Einstein

Per celebrare il centenario della habilitation di Emmy Noether (1882-1935) avvenuta all’università di Gottinga il 4 giugno 1919, l’ensemble Portraittheater Vienna, in cooperazione con la Freie Universität Berlin e il Theater Drachengasse, ha prodotto l’opera teatrale Diving into Math with Emmy Noether (diretta da Sandra Schueddekopf e con Anita Zieher nel ruolo di Emmy) che ha debuttato proprio il 4 giugno 2019. Lo spettacolo racconta la vita della brillante algebrista Emmy Noether, figura iconica per le donne nella scienza moderna, la quale, seppur di genio, ha avuto, come tante, il suo problema “di cristallo”: ha cioè incontrato indicibili difficoltà nel realizzare le sue legittime aspirazioni.
Questa storia, questa vita sono state raccontate mirabilmente nelle pagine di due notevoli libri: il primo scritto in inglese; il secondo in italiano. Sono rispettivamente Proving It Her Way. Emmy Noether, a Life in Mathematics di David E. Rowe e Mechthild Koreuber (Springer 2020) e Emmy Noether. Vita e opere della donna che stupì Einstein (1882-1935) di Elisabetta Strickland (Carocci 2024).
Proprio come è successo con lo spettacolo teatrale, anche gli autori dei libri portano il lettore non esperto all’interno di un affascinante percorso narrativo. «I always went my own way in teaching and research», (Ho sempre seguito la mia strada nell’insegnamento e nella ricerca) scrisse una volta Emmy Noether verso la fine della sua vita. Questa breve osservazione riflette non solo il suo approccio alla matematica, ma anche il tono di base della sua biografia. Noether è stata una dei matematici più importanti del XX secolo. Attraverso la ricerca e l’insegnamento ha dato un contributo decisivo allo sviluppo dell’algebra moderna e all’emergere e alla diffusione dell’approccio strutturale alla matematica. Allo stesso tempo, era una figura visionaria profondamente convinta della fecondità dei concetti astratti, non solo per chiarire problemi concreti, ma anche per costruire teorie generali che vanno ben oltre le teorie classiche del XIX secolo, scrivono Rowe e Koreuber.

Il talento delle donne per la scienza raccontato da Elena Cattaneo

«C’è una rivoluzione in corso da cui difficilmente si potrà tornare indietro», scrive Elena Cattaneo in Scienziate, storie di vita e di ricerca (Raffaello Cortina). è la rivoluzione silenziosa delle studentesse, delle ricercatrici, delle donne che si dedicano allo studio di materie Stem e non solo. Con passione e determinazione, dovendo affrontare mille ostacoli. Nei panni inediti della “giornalista”, per scrivere questo libro la senatrice a vita e scienziata di fama internazionale è andata a incontrare colleghe che hanno primeggiato in differenti ambiti del sapere e in questo libro ci regala undici ritratti inediti e un generoso spicchio di autobiografia. Incontriamo così l’astrofisica Mariafelicia De Laurentis, che è riuscita a vedere l’invisibile dei buchi neri, e la scienziata che ha sfidato la fisica quantistica, Catalina Oana Curceanu. E poi la genetista Vittoria Colonna, l’etologa Alessandra Mascaro e tante altre. Alle loro spalle balenano tanti ritratti di pioniere che hanno aperto loro la strada (brilla per esempio il ritratto della paleontologa Mary Anning che, sfidando i pregiudizi, ebbe il coraggio di perseguire un’intuizione avuta a soli 12 anni). Non tutte sono scienziate di materie Stem in senso stretto: ci sono anche studiose come la chimica Costanza Ferrari e la filologa Silvia Ferrara che hanno fatto le loro importanti scoperte superando le rigide compartimentazioni del sapere.

Senatrice Cattaneo, in un certo senso, potremmo dire che questo suo libro è una “autobiografia collettiva” di scienziate?

Sono storie in cui mi sono rivista completamente. Pur occupandosi di ambiti del sapere molto diversi, sono donne che hanno molto in comune, a cominciare dalla passione per la ricerca. Le unisce l’idea che “si possa fare”, che nulla possa essere precluso ad una donna o un uomo per il solo fatto di essere donna o uomo. Forse questo è il messaggio collettivo.

Ogni storia diventa qui affascinante racconto. Quanto è importante comunicare la ricerca?

Io sono una fan della comunicazione, penso che il vostro lavoro sia il collante della società. E il racconto è anche un modo per spogliarsi dai ruoli prestabiliti e avvicinare le persone. Racconti così i tuoi inizi, le fragilità, che cosa vuol dire avventurarsi in un campo che magari è erroneamente considerato prerogativa maschile. Nelle storie che ho raccontato ci vedo i sogni, l’audacia, i fallimenti, inevitabili per ciascuno di noi e che non devono mai essere vissuti come una caduta senza ritorno.

Fatima Muriel: «Noi donne siamo forti, non ci distruggono»

«Questa storia nasce dal dolore». Ha ripetuto molte volte questa frase Fatima Muriel durante gli incontri e le conferenze che ha tenuto in Italia nel corso del suo lungo tour autunnale. Fatima Muriel, attivista e femminista colombiana, quando parla di «questa storia» si riferisce a quella dell’associazione di cui è fondatrice e presidente, “Alianza de mujeres tejedoras de vida” (Alleanza delle donne tessitrici di vita, Atv), e il dolore di cui parla è anche il suo. «Sono 25 anni che Atv è nata, 25 anni in cui abbiamo costruito una vera e propria rete tra le molte organizzazioni di donne del Putumayo e con cui lavoriamo per dare lavoro, dignità e ascolto alle tante donne che sono state le prime vittime del conflitto. E lo sono state in molteplici modi: come madri, come mogli, come figlie. Morte anche loro, anche se sopravvissute». Fatima stessa ha perso due fratelli, un cognato e il marito è stato ferito gravemente in un attentato. Quando parliamo del conflitto dobbiamo ricordare che la Colombia negli ultimi 60 anni ha vissuto una vera e propria guerra intestina e fratricida che ha visto contrapposti negli anni, gruppi di estrema sinistra come le Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia) o l’Eln (Esercito di liberazione nazionale) – nati per rivendicazioni sociali e sfociati nel narcotraffico – all’esercito colombiano e a gruppi paramilitari organizzati dai cartelli della droga con la connivenza dello Stato per combattere la guerriglia. Circa 500mila morti civili per mano degli uni o degli altri, secondo i dati della Commissione verità (istituita nel 2016 ndr). Ad oggi, sempre secondo la stessa fonte, sono circa 8milioni i desplazados ovvero rifugiati interni, che si sono spostati da un luogo all’altro, da una regione all’altra cercando di allontanarsi dalla violenza e lasciando dietro di loro case, appezzamenti di terra, la vita precedente. Ma sulla violenza è imperniata tutta la storia recente di questo meraviglioso Paese. E il Putumayo, caratterizzato da una selva intricata e da imponenti fiumi che fungono da vie di comunicazione, è stato a lungo la regione che ha visto il maggior numero di attori armati combattersi tra di loro o creare qui i loro quartieri generali. Durante questi anni guerriglieri e paramilitari a seconda dell’area di influenza, entravano nei villaggi, reclutavano i ragazzi anche molto piccoli per arruolarli e prendevano le ragazze per violentarle. Per questo Fatima dice che le donne sono state quelle che hanno sofferto di più. «Sono quelle che sono rimaste sole, vedove, senza figli. In molti casi sono loro che si sono immolate per cercare di farsi restituire, anche cadavere, un figlio o un marito, finendo per essere a loro volta uccise oppure violentate dai soldati. Molte hanno partorito figli e figlie della violenza sessuale e alcune solo oggi trovano il coraggio di confessare questo segreto ai figli e di affrontare insieme un percorso che è anche un percorso di riconciliazione, come quello che avviene nel Paese».