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Ci vuole talento per continuare a scrivere leggi illegali

I predecessori, anche i più sfrontati come Andreotti o Berlusconi, almeno avevano il buon gusto di circondarsi di persone che le norme le conoscevano, le avevano studiate e possedevano abbastanza esperienza per riuscire a torcerle a proprio vantaggio.

Il governo Meloni ha scritto un costosissimo – per noi italiani, mica per loro – “decreto Albania” che anche uno studente al primo anno di giurisprudenza avrebbe riconosciuto come fallimentare. Bastava ripassare velocemente la gerarchia del diritto un secondo prima dell’interrogazione per sapere che il diritto europeo è superiore alle leggi del governo di turno e per ricordare che la Costituzione non si piega alle pulsioni autoritarie di nessun Consiglio dei ministri.

Ora anche la cosiddetta autonomia differenziata (che altro non è che una secessione morbida) riceve uno schiaffo dalla Corte costituzionale. La Consulta ravvisa sette profili di incostituzionalità su aspetti centrali della riforma, chiarendo che “il fine dell’autonomia non è certo di aderire alle pretese delle Regioni ma deve essere funzionale a migliorare l’efficienza degli apparati pubblici, ad assicurare una maggiore responsabilità politica e a meglio rispondere alle attese e ai bisogni dei cittadini”.

Nei corridoi della Lega ieri si bisbigliava che fosse andata «peggio del previsto». Prevedevano quindi di aver scritto una legge non del tutto legale, e nonostante questo, da mesi la peroravano come un’intuizione politica perfetta, mandando avanti il ministro Calderoli a fare il testimonial di una ciofeca.

Ora la maggioranza assicura che “interverrà in Parlamento”. Come non fidarsi?

Buon venerdì.

Aumentare le spese militari. L’obiettivo dell’Unione europea (in attesa di Trump)

Le sfide future dell’Unione europea riguarderanno conflitti militari sempre più vicini se l’Unione continua ad affidarsi alla postura militarista della Nato anche in fase di escalation delle crisi e se continuano a esistere comportamenti da autentici free rider della diplomazia come il Piano Mattei del governo italiano e le intemperanze di Orbán (dimostrate per l’ennesima volta nella sua visita post-elettorale in Georgia). Tuttavia è ulteriormente rischioso partire da questo assunto, come ha fatto l’ex-presidente finlandese Niinistö, per proporre un rafforzamento della difesa dei Paesi dell’Unione che continui a rimanere nell’alveo di un ligio atlantismo che spesso si nasconde dietro il (talvolta valido) principio della non duplicazione delle capacità Nato.
Il rapporto del politico ed attuale consigliere speciale finlandese contiene molti spunti interessanti, come una formale e netta affermazione dell’importanza della counter intelligence soprattutto per il contrasto al terrorismo. Sono a questo proposito notevoli le raccomandazioni sul rafforzamento dell’intelligence e counter intelligence sharing e sull’implementazione di una rete anti-sabotaggio comune. Tuttavia non può non preoccupare da una parte la riconferma dell’inquadramento di ogni capacità difensiva europea nella struttura Nato e una prospettiva di militarizzazione che giunge a consigliare di pianificare la trasformazione di strutture civili in strutture militari. Ad esempio nel documento, a pagina 125 e 126 si valutano positivamente gli sforzi che l’Europa sta facendo (e deve fare) per garantire un set di infrastrutture civili in grado di garantire a oltre centomila militari provenienti da Usa, Gran Bretagna e Canada di attraversare il suo territorio verso la frontiera (orientale). Nelle stesse pagine del rapporto si raccomanda una politica dual use civile/militare che venga applicata nella progettazione della maggioranza delle strutture pubbliche civili, strade comprese. Questo certo lascia pensare quantomeno a un adattamento ad una condizione di guerra anche nelle strutture e non solo nella pianificazione, come avveniva durante la Guerra fredda.

Si tratta insomma di un documento ancora fortemente sbilanciato verso l’atlantismo e che non fa distinzione tra la strategia militare vera e propria, che è allineata con la Nato anche per una questione strutturale e di principio (non duplicazione) e alcuni effetti come la deterrenza e l’influenza nelle crisi dei quali l’Unione potrebbe rendersi più indipendente dall’Alleanza. Mentre il lavoro dell’ex presidente finlandese e del suo staff dimostra sensibilità nel già citato campo della counter intelligence e nella frammentazione degli sforzi industriali per la difesa europea, non accenna se non di sfuggita, ad alcuna possibilità di una graduale emancipazione dalla Nato nella fase strategica di eventuali operazioni.
La reazione di primo acchito al documento di Ursula von der Leyen è stata eccezionalmente favorevole (come riporta www.pubaffairsbruxelles.eu), la Presidente della Commissione ha accolto il report come eccellente e ha ribadito la convinzione della necessità del lavoro dell’ex-presidente finlandese in un momento delicato per l’Europa. Ma quanto espresso dalla Von der Leyen è abbastanza naturale visto che l’incarico era stato affidato a Niinistö aspettandosi quanto avrebbe prodotto. Ciò che dovrebbe essere valutato è piuttosto l’effetto che il documento potrà avere sulle politiche economiche e militari dei 27.

Con il report si aprono decisive possibilità per gli Stati che vorranno investire in spese militari, seppure importanti in un periodo di decisiva instabilità come quello attuale, anche a discapito di altre voci del proprio bilancio (come avviene in Italia). Al contempo non viene evocata una via ulteriore per l’Europa che sia differente dalla strategia della non duplicazione dello strumento Nato e questo forse è il punto più preoccupante. Nel documento infatti si scende nei particolari del rilancio e di una strategia dell’industria di difesa europea e, come detto, della counter intelligence ma gli effetti strategici militari e la preparazione dello strumento militare sono completamente allineati alla strategia atlantica e, per forza di cose, ai dettami di Washington. Con l’elezione di Trump andrà poi visto come gli Usa saranno disposti a giocare ancora il ruolo che hanno avuto nella difesa europea e quanto questo rapporto rischi di divenire obsoleto a poche settimane dalla sua pubblicazione.

L’autore: Francesco Valacchi è cultore della materia, ha conseguito il dottorato di ricerca in scienze politiche all’università di Pisa. Si occupa di geopolitica, con particolare riguardo all’area asiatica. E’ appena uscito il suo libro A nord dell’India, storia e attualità politica del Pakistan (edizioni Aracne)

Nella foto: parata militare in Finlandia (MKFIOpera propria)

 

Migranti e tribunali, la nuova linea: cercasi giudici che dicano sì al governo

la presidente Meloni con ol presidente Rama in Albania

Tradendo un’evidente difficoltà nella comprensione delle leggi italiane e una manifesta debolezza politica nel governarle, il governo Meloni decide ora di tornare alle vecchie tradizioni berlusconiane e punta direttamente sui giudici. Se la sezione immigrazione del Tribunale di Roma prende decisioni che vanno di traverso alla maggioranza, si cambia semplicemente il giudice, poiché non possono “licenziarli” come farebbe l’eccentrico Elon Musk.

L’emendamento è firmato da Sara Kelany, deputata di Fratelli d’Italia, che lo ha presentato nel Decreto flussi in Commissione Affari Costituzionali, proponendo di modificare la normativa sulle convalide dei trattenimenti e di spostare la competenza dalle sezioni dei tribunali specializzate in materia migratoria alla Corte d’Appello.

La sezione immigrazione del Tribunale di Roma è stata istituita nel 2017 in seguito al decreto Minniti-Orlando, che prevedeva la creazione di sezioni specializzate per l’immigrazione, la protezione internazionale e la libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea. L’obiettivo principale di quella riforma era “migliorare l’efficienza e la specializzazione nella gestione dei procedimenti legati all’immigrazione, rispondendo all’aumento delle domande di asilo e alle sfide poste dai flussi migratori”.

L’emendamento proposto dalla deputata Kelany sembra suggerire che “l’emergenza migranti” sia quindi superata, spostando la gestione giuridica alla già sovraccarica Corte d’Appello. Oppure, più semplicemente, questo governo sarebbe disposto ad affidare le decisioni perfino ai salumieri, pur di trovare qualcuno che gli dia ragione.

Buon giovedì.

In foto la presidente Meloni e il presidente Rama il 5 giugno 2024 a  Gjader in Albania

I rischi che corre l’Europa

L’Europa attraversa un momento di particolare difficoltà. La stagnazione dell’economia è ormai un dato accertato che si accompagna alle tensioni accese dall’invasione russa in Ucraina e dall’esplodere del sovranismo. La Germania, locomotiva dell’Unione, si è fermata e la coalizione “semaforo” che la governa dal 2021 è giunta al capolinea. Altri fondamentali Stati europei, come la Francia, attraversano un periodo travagliato. Non ultima l’Italia alle prese con una legge di Bilancio particolarmente spinosa e dallo sviluppo assai confuso in una condizione economica quantomai severa.
In questo contesto si è tenuto, alla fine della scorsa settimana, a Budapest, un Consiglio europeo informale sulla competitività, argomento quanto mai caldo per un’Unione avvitata in una spirale recessiva.
Nella sua informalità, il Consiglio afferma nella dichiarazione finale che «accogliamo con favore i rapporti ‘Molto più di un mercato’ di Enrico Letta e ‘Il futuro della competitività europea’ di Mario Draghi che identificano sfide critiche e formulano raccomandazioni orientate al futuro. Forniscono una solida base su cui faremo progredire ambiziosamente il nostro lavoroı». Ancora, «cogliamo il loro campanello d’allarme. È fondamentale che colmiamo urgentemente il divario di innovazione e produttività, sia con i nostri concorrenti globali che all’interno dell’Ue. Lavoreremo in unità e solidarietà a beneficio di tutti i cittadini, le aziende e gli Stati membri dell’Ue». E questo perché «il business as usual non è più un’opzione. Oggi, sottolineiamo l’urgente necessità di un’azione decisa per affrontare queste sfide».
Prendiamo atto di questo impegno assunto, vale la pena di sottolinearlo nuovamente, in un consesso informale. Ma si deve avere la consapevolezza che se l’Unione non darà adesso un colpo di reni, il futuro che ci attende – e non su un lungo periodo – è più che allarmante.
I dati li ha messi in fila, con la consueta precisione, Mario Draghi, soffermandosi con i giornalisti all’ingresso del Consiglio al quale ha presentato il suo Rapporto. Fotografando un momento storico nel quale l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti segna un radicale cambio di scenario. «Le indicazioni di questo rapporto – ha spiegato il nostro ex presidente del Consiglio – sono già urgenti data la situazione economica in cui siamo oggi. E sono diventate ancora più urgenti dopo le elezioni negli Stati Uniti. Non c’è alcun dubbio che la presidenza Trump farà una grande differenza nelle relazioni tra gli Stati Uniti e l’Europa. Certamente, noi dovremo prenderne atto».
In che modo? «Dalla prospettiva del Rapporto, quindi del rilancio della competitività in Europa, un paio di cose che vengono in mente sono che questa amministrazione sicuramente darà un ulteriore grande impulso al settore tecnologico, al cosiddetto High Tech, dove noi siamo già molto indietro. E questo è il settore trainante della produttività. Già ora la differenza nella produttività tra gli Stati Uniti e l’Europa è molto ampia. Quindi noi dovremo agire. E gran parte delle indicazioni del Rapporto sono su questo tema».
Ma c’è dell’altro perché «sicuramente Trump tanto darà impulso nei settori innovativi, tanto proteggerà le industrie tradizionali. Che sono proprio le industrie – le produzioni delle quali – noi esportiamo di più negli Stati Uniti. E quindi, lì dovremo negoziare con l’alleato americano, con uno spirito unitario, in maniera tale da proteggere anche i nostri produttori europei».
Dunque, uno stretto intreccio tra politica economica, industriale ed estera che richiederebbe all’Unione uno straordinario impulso di lucidità e sagacità politica.
E a proposito di questo, si pone, più che mai, il tema del funzionamento del governo dell’Unione. Perché, spiega ancora Draghi «ci sono grandi cambiamenti in vista e credo che quello che l’Europa non può più fare è posporre le decisioni. Come avete visto, in tutti questi anni si sono posposte tante decisioni importanti perché aspettavamo il consenso. Il consenso non è venuto. È arrivato solo uno sviluppo più basso, una crescita minore e, oggi, una stagnazione. Quindi, a questo punto, io mi auguro che ritroveremo uno spirito unitario con cui riuscire a trarre il meglio da questi grandi cambiamenti». Per «andare in ordine sparso, siamo troppo piccoli. Non si va da nessuna parte».
Rebus sic stantibus, le leadership politiche che guadagnano consensi solo assecondando le sia pur legittime paure dell’elettorato e indicando il nazionalismo come soluzione appaiono terribilmente inadeguate. Ci vorrà molto coraggio per proiettarci fuori dalle criticità odierne.

L’autore: Cesare Damiano, già sindacalista e parlamentare in tre legislature, è stato ministro del Lavoro ed è presidente dell’associazione Lavoro & Welfare

“Dahomey”, indagine sul postcolonialismo

In occasione dell’uscita nelle sale del docufilm Dahomey di Mati Diop pubblichiamo l’approfondito articolo di Maria Pia Guermandi sugli effetti del colonialismo in Africa, da Left aprile 2024.

Ben poca risonanza ha avuto, sulla nostra stampa mainstream la vittoria alla Berlinale 2024 da parte di Dahomey, il film documentario di Mati Diop sulla recente restituzione di 26 opere d’arte saccheggiate dai francesi nell’omonima colonia alla fine del XIX secolo.
Difficile, del resto, che tematiche come quelle trattate nel lungometraggio di Diop risultassero appetibili ad una informazione come la nostra da sempre caratterizzata da una pervicace e generalizzata afasia sul nostro e l’altrui passato coloniale. Eppure l’attuale revival, sebbene velleitario e a tratti farsesco, di talune posture neocoloniali nel cosiddetto piano Mattei dovrebbe per lo meno sollecitarci ad approfondire un tema – quello del colonialismo europeo in Africa – che è radice ineludibile degli equilibri geopolitici di oggi e di domani.
È questo, d’altronde, l’obiettivo del lungometraggio francese, che unisce una prima parte di finzione onirica ad una seconda prettamente documentaristica e in cui gli oggetti di un tesoro artistico del passato sono l’innesco per raccontare le ambiguità e le incertezze del presente. Dahomey era la denominazione di un antico regno dell’Africa subsahariana occidentale, presente, come risulta dalle fonti, almeno dal XVII secolo e la cui ricchezza fu dovuta anche al commercio degli schiavi. La penetrazione coloniale francese, avviata fin dai primi decenni del XIX secolo, fu poi sancita nella Conferenza di Berlino del 1884-1885, durante la quale le principali potenze europee si spartirono a tavolino i territori africani, come se il continente fosse di fatto terra nullius. Fu il così detto struggle for Africa, ultima fase del colonialismo moderno europeo, caratterizzata da massacri generalizzati e dal primo genocidio del ’900, quello delle popolazioni Herero e Nama, nell’odierna Namibia, ad opera dell’esercito tedesco.
Esito collaterale delle aggressioni militari europee nel continente africano divennero i reiterati saccheggi del patrimonio culturale, considerato dalle truppe coloniali quale preda di guerra risarcitoria e che andrà ad arricchire sia i musei che, per molti decenni e ancora oggi, il commercio occidentale d’arte.
Le decine e decine di migliaia di oggetti – cerimoniali, d’uso comune, religioso, artistici – sottratti a popolazioni che si credevano – si volevano – in via d’estinzione, una volta esposte nei musei etnografici occidentali divennero, fra l’altro, elemento d’ispirazione straordinario per le avanguardie artistiche del primo Novecento.
Appena riacquistata l’indipendenza politica nella seconda metà del secolo scorso, le ex colonie africane hanno reiteratamente richiesto la restituzione o repatriation del proprio patrimonio culturale. Il rifiuto contrapposto, per decenni, da parte di musei e governi occidentali all’unisono è stato giustificato soprattutto con la mancanza di adeguate strutture di conservazione e ricerca nei Paesi africani, che si è quindi continuato a considerare incapaci di prendersi cura di quegli stessi oggetti che avevano prodotto. Sorvolando sul fatto che le condizioni di difficoltà e di carenza di infrastrutture culturali dei territori subsahariani fossero, per l’appunto, la conseguenza di decenni di sfruttamento e spoliazione coloniale.
Nel novembre 2017, il presidente francese Macron, in un passaggio di un discorso ufficiale tenuto all’Università di Ouagadougou in Burkina Faso, annunciò la sua intenzione di restituire – temporaneamente o definitivamente – il patrimonio culturale sottratto in epoca coloniale presente nei musei pubblici francesi nel giro dei successivi 5 anni. Il discorso di Macron, nel suo insieme, era pienamente ascrivibile ad un orizzonte ancora pienamente neocoloniale (aiuti economici, tecnologici, infrastrutturali a sancire un ruolo esclusivo di “protezione” geopolitica del Paese africano da parte della ex madrepatria), ma l’inaspettata apertura sul fronte delle restituzioni culturali ebbe immediata risonanza mediatica, tanto più che il presidente francese commissionò immediatamente a due noti intellettuali – l’economista senegalese Felwine Sarr e la storica dell’arte francese Bénédicte Savoy – uno studio che analizzasse il problema e proponesse linee guida utili a superare, fra l’altro, l’ostacolo legale dell’inalienabilità del patrimonio pubblico propria del sistema giuridico francese come di molti Paesi europei, Italia compresa. Il report fu presentato l’anno successivo, nel novembre 2018, e, pur con qualche limite, rappresentò un decisivo punto di svolta nelle politiche patrimoniali sui materiali provenienti da contesto coloniale. Nel rapporto Sarr-Savoy si ribadiva, senza incertezze, la necessità etica, prima ancora che giuridica, di restituire quanto sottratto durante il dominio coloniale, senza limitazioni temporali. Il documento riconosceva pienamente – e per la prima volta in un testo dotato di tale autorevolezza politica – la gravità della ferita inferta alle popolazioni africane dalla sottrazione di un patrimonio vitale per innescare quei processi di identità e costruzione della memoria collettiva fondamentali perché una comunità si riconosca come tale. Non solo, nella loro disamina, i due studiosi sottolinearono come fosse ormai necessario, da parte delle istituzioni occidentali, abbandonare quella presunzione di superiorità culturale nell’uso e gestione del patrimonio, riconoscendo la validità di altre e diverse tradizioni culturali e superando, ad esempio, il totem di una musealizzazione e conservazione in aeterno come unico e possibile approccio all’uso del patrimonio.
Il report Sarr-Savoy scatenó discussioni a dir poco animate nel mondo museale europeo e ad un più ampio livello politico, ma a distanza di oltre un lustro, è oggi considerato uno degli elementi decisivi per la riattivazione, su base più sistematica ed operativa, del processo di repatriation.
A tre anni da quel documento e dopo aver varato una legge apposita, la Francia restituì alla Repubblica del Benin, erede dell’antico regno africano, quello che doveva essere un primo lotto di materiali coloniali. Le 26 opere – statue di sovrani teriomorfe, troni di legno, oggetti per il culto – accolte ufficialmente a Cotonou, la capitale, nel novembre 2021 erano state sottratte nel 1892 durante il saccheggio del Palazzo reale di Abomey da parte delle truppe francesi.
Il racconto narrato in Dahomey si riferisce a quell’episodio che nella propaganda mediatica francese divenne l’esempio della volontà e affidabilità francese, ma che la regista franco senegalese Mati Diop nella conferenza stampa di presentazione del film a Berlino, ha definito, al contrario, come umiliante, considerata l’esiguità quantitativa del materiale sinora restituito a fronte delle molte migliaia di oggetti sottratti nel saccheggio e durante il dominio coloniale.
Nella prima parte dell’opera è una delle statue restituite, quella che si presume raffigurare Gezo, uno dei re del Dahomey, a prendere la parola, nell’antica lingua Fon, e raccontare il ritorno dai depositi del Musée du quai Branly, il costoso e patinato riallestimento delle collezioni etnografiche francesi – per la maggior parte di contesto coloniale – voluto da Jacques Chirac e inaugurato nel 2006 come testimonianza della grandeur museale francese, ma ben presto divenuto oggetto di violente critiche in senso decoloniale. Dopo le scene che illustrano le fasi della cerimonia ufficiale svoltasi a Cotonou con le più alte autorità del Benin, Dahomey riprende la discussione organizzata dalla stessa regista nell’Università di Abomey-Calavi a commento di quell’evento. Sono proprio i giovani, cioè quella generazione che non ha avuto nessuna possibilità di confrontarsi con quel patrimonio culturale ora restituito e che oggi, come rimarcano gli stessi studenti, si esprimono nella lingua degli ex colonizzatori, ad interrogarsi sul significato di quel ritorno e sulle molte ambiguità politiche che disvela.
È un dibattito acceso e in cui le posizioni espresse sono estremamente divergenti, fra chi ritiene che quella restituzione potrà ricucire ferite e aprire una nuova fase e chi vede prevalere le ragioni della propaganda politica (francese e interna) e il pericolo di un uso elitario del patrimonio stesso. La vera risposta che ne emerge è la sottolineatura della complessità di una vicenda, quella di un presente postcoloniale in cui le lacerazioni del passato continuano ad agire, ma con una nuova consapevolezza.
A confermare come il processo di repatriation sia tuttora vissuto molto problematicamente anche dalle ex potenze coloniali è d’altro canto giunto il nuovo report commissionato da Macron all’ex direttore del Louvre, Jean-Luc Martinez, proprio in occasione del ritorno delle opere del Benin. In questo nuovo documento consegnato nell’aprile 2023, l’atteggiamento di apertura e disponibilità a quella che nel report Sarr-Savoy era stata definita una nuova “etica relazionale” con le ex colonie subsahariane, è profondamente mutato e, al contrario, sono i paletti invalicabili di un quadro giuridico di concezione eurocentrica a fissare un nuovo, asfittico perimetro di manovra. Le opere potenzialmente restituibili sono così ora drasticamente ridotte nel numero e la repatriation è vincolata ad accordi di “collaborazione” – fra istituzioni francesi e istituzioni africane – dallo sgradevole sentore neocoloniale, in cui cioè si dà per scontato che la trasmissione di competenze e di saperi sia a senso unico. E non negoziabile.
La diffidenza e lo spaesamento che Mati Diop fa esprimere a Gezo, la statua parlante, sono più che giustificati dunque dal perdurante atteggiamento di molte istituzioni occidentali nei confronti delle restituzioni, ispirato ad una perdurante pretesa di superiorità scientifica che rende ragione delle inerzie e della mancanza di trasparenza sulla grande maggioranza dei dati relativi alle modalità di acquisizione delle opere da contesto coloniale.
Ma anche laddove, come nella vicenda di repatriation narrata in Dahomey, qualcosa si muove, più che fondato è il sospetto di un uso del patrimonio culturale puramente strumentale alle persistenti ingerenze economico-politiche verso Paesi che sempre più spesso dimostrano la propria insofferenza verso quella stagione postcoloniale della cooperazione allo sviluppo quasi subito degradata nell’inefficacia e nella corruzione, come esemplarmente dimostrato dal così detto “sistema Françafrique”.
Viene allora da pensare, come affermato dagli studiosi decoloniali più radicali – da Ariella Aïsha Azoulay a Françoise Vergès – che le istituzioni culturali occidentali, e il museo in primis, siano – geneticamente – irriformabili ed impermeabili a qualsiasi operazione di decolonizzazione, repatriation compresa, non puramente cosmetica o tokenistica. E che i recentissimi musei di cui negli ultimi anni si sono dotati molti Paesi africani, si limitino a replicare, in una mimesi acritica, quegli obiettivi nazionalistici e di consolidamento dello status quo sociale che costituiscono il dna del museo moderno occidentale. È il sospetto che aleggia nelle ultime immagini del film dedicate al nuovo Museo dell’Epopea delle Amazzoni e dei Re di Dahomey del Benin destinato ad accogliere le 26 opere restituite e le molte altre in attesa di repatriation. Dahomey ha il pregio prezioso di ricordarci come il patrimonio culturale, in quanto pratica sociale, sia profondamente politico e sempre contemporaneo, anche se incarnato da opere del passato, in quanto le interpreta attraverso le aspirazioni, le idee, le contraddizioni di oggi.
Da italiana sommersa dalle retoriche governative sulla “superpotenza culturale globale” non posso che guardare con invidia a quella discussione così appassionata degli studenti beninesi per i quali quelle statue e oggetti sono al contrario materia viva su cui costruire un presente e un futuro diversi.
Di fronte alla povertà concettuale della nostrana e prevalente concezione mercantil-turistica di patrimonio culturale, ben si comprende come un quotidiano come Il Sole 24 ore del 24 febbraio 2024 abbia potuto scrivere che Dahomey è stato «premiato troppo generosamente».
Un giudizio che trova ragione in quella persistente inconsapevolezza della storia coloniale e sulle sue conseguenze contemporanee che ci condanna su posizioni di arretratezza civile ormai inaccettabili. Come giustificare che nell’anno di grazia 2024, in uno dei principali musei statali – quello di Villa Giulia – in una didascalia di reperti in esposizione, un frammento di antefissa che raffigura la testa di un africano, sia definito, prima in italiano e poi in inglese, “testa di n…”?

(articolo pubblicato su Left 4/2024)

L’autrice: Maria Pia Guermandi è archeologa ed è responsabile dell’Osservatorio beni e istituti culturali della Regione Emilia Romagna. Tra le sue pubblicazioni, Decolonizzare il patrimonio (Castelvecchi)

Dahomey nelle sale e un incontro a Roma

Il docufilm di Mati Diop è in programmazione oggi, 13 novembre, in 9 sale: in Toscana (Firenze, Flora Atelier), Emilia Romagna (Bologna, Lumiere, sala Cervi), Lazio (Roma, Greenwich, Mignon, Giulio Cesare), Piemonte (Torino, Massimo Nc), Lombardia (Milano, Anteo Palazzo del cinema), Liguria (Genova, Circuito Cinema). A Roma, in occasione della proiezione del film al cinema Giulio Cesare, oggi alle 20.30 Focus on appropriazione culturale, autodeterminazione e restituzione delle opere d’arte. Partecipano Igiaba Scego, scrittrice e ricercatrice, Andrea Viliani, direttore del Museo delle civiltà, Rosa Anna Di Lella, curatrice Collezioni dell’ex Museo Coloniale, Gaia Delpino, curatrice Collezioni di arti e culture africane e dell’ex Museo coloniale, Matteo Lucchetti, curatore Collezioni arti e culture Contemporanee

 

I “fantamiliardi” di Soros e il silenzio su Musk: l’ipocrisia sovranista tra complotti e veri miliardari

Matteo Salvini e Giorgia Meloni per anni hanno concimato l’idea che un miliardario americano (di cui non dimenticavano mai di sottolineare l’origine ebrea) George Soros decidesse le sorti del mondo con i suoi fantamiliardi favorendo l’immigrazione clandestina per rovesciare le democrazie europee. 

I loro più fervidi seguaci propugnano tutt’oggi questa ipotesi, soprattutto su quella latrina che è diventata l’ex Twitter ora X. Nessuno è mai riuscito a spiegarci perché Soros avrebbe scelto come hobby quello di boicottare Lega e Fratelli d’Italia ma questo sembra non interessare a chi lamenta “le ingerenze di un miliardario” nel placido sovranismo italico. 

Un miliardario americano di origine sudafricana, Elon Musk, con i suoi soldi ha comprato il social X trasformandolo in un contenitore di propaganda e di ingerenza politica. Padrone dell’algoritmo il miliardario Musk sfrutta la sua vasta eco per rilanciare calunnie, millanterie e rutti sui sistemi democratici del mondo (ieri contro il sistema giudiziario italiano). 

Musk è la dimostrazione di come denaro e social rendano un soggetto ricco anche un soggetto politico, alla faccia del “popolo”, della “democrazia” e di un altro paio di concetti su cui si poggiano le democrazie liberali occidentali. 

Meloni e Salvini in questo caso tacciono, anzi addirittura gongolano. Di Musk e di Trump hanno detto che sono il simbolo della “vittoria del popolo sulle élite”. E questo è tutto quello che c’è da dire sull’attuale momento storico. 

Buon mercoledì. 

Nella foto: Giorgia Meloni e Elon Musk (fb ufficiale G.Meloni)

Bande armate ed estorsioni sui camion di aiuti umanitari a Gaza

Palestina, foto di Action Aid

Una recente inchiesta condotta dal quotidiano israeliano Haaretz ha rivelato che l’esercito israeliano permette a bande armate di derubare i camion degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza, privando le vittime di un conflitto già troppo lungo e crudele di ogni speranza di sopravvivenza. 

Le organizzazioni umanitarie internazionali riferiscono che queste bande, legate a potenti famiglie locali, prendono di mira i convogli di aiuti che attraversano il valico di Karem Abu Salem, imponendo un “pizzo” a ogni passaggio. Il sistema di estorsione consiste nell’installare blocchi stradali improvvisati per fermare i veicoli e chiedere somme ingenti ai conducenti, spesso ricorrendo alla forza e a minacce di rapimento o sequestro dei beni trasportati. Il pagamento richiesto dalle bande può arrivare fino a 15.000 shekel (circa 3.700 euro) per camion, costringendo le organizzazioni umanitarie a un difficile compromesso: cedere al ricatto o rischiare di perdere i beni di soccorso destinati alla popolazione in condizioni disperate.

Il crescente disordine civile a Gaza ha creato il contesto ideale per questa situazione. La maggior parte delle merci e degli aiuti umanitari deve ormai passare attraverso il valico di Karem Abu Salem, visto che il confine tra Gaza e l’Egitto è stato chiuso, limitando l’accesso ai rifornimenti. Con il controllo delle aree circostanti al valico in mano a bande armate e in assenza di un’autorità locale in grado e con la volontà di mantenere l’ordine, i tentativi di estorsione si sono intensificati nelle ultime settimane. A conferma della gravità della situazione, le Nazioni Unite hanno classificato la zona come “ad alto rischio”, poiché si è assistito a un progressivo collasso della sicurezza e delle strutture di controllo locale. Fonti internazionali riportano che l’esercito israeliano è consapevole di questi episodi di estorsione ma, nonostante le lamentele delle organizzazioni umanitarie, ha evitato interventi per fermare le bande.

A complicare ulteriormente la situazione vi è l’intervento della polizia palestinese, che ha tentato di contrastare queste bande ma si è scontrata con l’opposizione delle forze israeliane. Gli scontri si sono verificati proprio in quelle aree dove i camion di aiuti vengono intercettati, spesso con l’aggressione ai mezzi e ai conducenti. Diverse organizzazioni umanitarie hanno chiesto l’introduzione di una forza di sicurezza – palestinese o internazionale – che possa garantire il passaggio sicuro dei convogli, ma la proposta non è stata accolta favorevolmente da Israele. Le autorità israeliane, infatti, preferiscono mantenere il controllo diretto sull’area e hanno proposto che l’esercito israeliano gestisca direttamente la distribuzione degli aiuti. Questa soluzione, tuttavia, ha incontrato la resistenza delle stesse autorità militari israeliane, preoccupate per le implicazioni che una gestione diretta potrebbe avere.

La connivenza con bande criminali dedite a blocchi stradali e saccheggi sistematici dei camionisti rappresenta un chiaro tentativo di minare alla base l’ordine civile e la stabilità economica della Striscia di Gaza. Secondo osservatori internazionali, le forze israeliane avrebbero deliberatamente evitato di fermare questi gruppi armati, contribuendo così a generare un clima di insicurezza. In alcuni episodi, i conducenti hanno assistito impotenti mentre uomini armati li minacciavano con fucili AK-47 sotto gli occhi dei soldati israeliani, che hanno evitato di intervenire. Nonostante le ripetute richieste di protezione avanzate dalle organizzazioni umanitarie, l’esercito israeliano ha risposto proponendo un percorso alternativo per i convogli, ma, secondo i resoconti, anche lungo questa nuova via continuano ad avvenire estorsioni.

La popolazione civile si trova quindi intrappolata in una crisi che peggiora giorno dopo giorno. Gli aiuti internazionali faticano a raggiungere la destinazione a causa delle estorsioni, mentre il crollo della sicurezza e il disordine impediscono di ristabilire un controllo stabile dell’area.

Le organizzazioni internazionali esprimono profonda preoccupazione per l’impossibilità di far pervenire aiuti alimentari, medicinali e altri beni essenziali alle popolazioni colpite dalla crisi. Le bande armate, con i loro continui attacchi e i blocchi stradali, minacciano la vita degli operatori umanitari e mettono a repentaglio la sopravvivenza di milioni di persone.

Il rischio più concreto è che, in assenza di interventi significativi, la popolazione di Gaza continui a subire le conseguenze di una mattanza in cui anche la speranza di ricevere aiuti umanitari viene meno, ostacolata da interessi e giochi di potere che mettono a rischio la sopravvivenza di migliaia di persone.

Sotto le bombe, mani tese implorando un aiuto che non arriva. Dietro quelle mani, occhi spenti dalla fame e dalla disperazione. E in mezzo a questo dramma, bande armate, come sciacalli, impediscono che il cibo, le medicine, la vita stessa, raggiungano chi ne ha più bisogno. Un’umanità assediata, condannata a morire di lentezza.

 

L’autore: Andrea Umbrello è direttore editoriale & Founder di Ultimavoce

Migranti in Albania: la politica dell’istinto contro il diritto

Il primo aspetto – quello che segna una line netta tra chi fa politica con le persone e chi fa politica con gli istinti – è la disumanità. Sette persone sono state impacchettate su una nave militare, spedite in Albania, riportate a Brindisi nella notte, scelte nel mazzo degli arrivi sulle coste europee. Alla faccia del diritto, dell’obbligo (e l’istinto di accoglienza). Sarebbe bene ricordare che la prima vergogna è questa.

Poi c’è l’aspetto economico. Una nave militare e il suo equipaggio usati come giostra, centri costruiti in fretta e furia zeppi di militari italiani, gli alloggi. Una mastodontica e macchinosa scenografia per inscenare un pugno che vorrebbe essere di ferro e invece è di burro. Chissà se la Corte dei conti avrà qualcosa da dire. 

C’è l’aspetto politico, il fallimento di chi dimostra a tutto il mondo di non sapere governare e quindi vorrebbe comandare. Peccato per loro (e fortuna per noi) che le leggi nazionali e internazionali abbiano previsto la rabbiosa inettitudine e abbiano imparato dalla storia come contenerla. 

Infine ci sono le istituzioni. Le deportazioni in Albania non sono più una questione italiana. Ieri anche il tribunale di Roma, dopo quello di Bologna e di Catania, ha rinviato tutto alla Corte di giustizia europea. Ora avremo l’occasione di comprendere quanto Von der Leyen sia disposta a rinnegare se stessa per accontentare Meloni e il gruppo Ecr.

Intanto qui c’è la più violenta e degradante farsa politica a cui abbiamo  assistito negli ultimi anni.

Buon martedì. 

La verità è un atto di ribellione: la risposta della giudice Albano

In tempi oscuri colpisce chi usa parole limpide, senza timori reverenziali e senza mediazioni scolorite. 

Oggi sei giudici della sezione immigrazione del tribunale di Roma decideranno sulla validità del trattenimento di sette persone migranti che si trovano nel centro Gjader in Albania. Sembra che il bottino politico del governo ancora una volta si scontrerà con la legge e la Costituzione. Il decreto legge dello scorso 21 ottobre con cui il governo ha provato a superare la legge europea aggiornando la lista dei Paesi sicuri non funzionerà. 

Questa volta non farà parte della commissione la giudice Silvia Albano che già una volta non ha convalidato il trattenimento dei migranti in Albania. Albano è anche presidente di Magistratura democratica, la corrente progressista dell’Associazione nazionale magistrati, e ieri è stata attaccata ancora una volta dal vice presidente del Consiglio Matteo Salvini.

In un colloquio con la giornalista Gabriella Cerami di Repubblica, la giudice dice: «Io ho sempre fatto la giudice civile – racconta – non era nei miei pensieri essere protetta, di solito succede ai penalisti. Ma non è questo il tema, il problema è ciò che si è scatenato in seguito alla sentenza». Ora è protetta dalle forze dell’ordine. Chi sono i responsabili? La risposta è cristallina: «questa è una campagna fomentata da alcuni giornali e trasmissioni ma anche da politici, dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni in giù». 

Detta semplice, lineare, senza paura. Come si deve fare. 

Buon lunedì.

Gli artisti emergenti dei Paesi del Golfo in mostra ad Abu Dhabi

da Abu Dhabi

Between the tides (tra le maree), A Gulf Quinquennial, co-curata dal direttore esecutivo della NYUAD Art Gallery Maya Allison e dal curatore della galleria, il professore Duygu Demir, è in realtà il frutto di un fitto dialogo con gli artisti e i curatori di tutta la regione. Espandendosi oltre il panorama artistico degli Emirati, questa esposizione riunisce e rende visibile un ecosistema condiviso più ampio. Il titolo “Between the Tides”, riflette il profondo legame del Golfo con i ritmi lunari e un senso del tempo modellato da modelli naturali. Essa presenta un’ampia varietà di stili artistici, da voci emergenti a personaggi noti, ed esplora temi importanti, come lo sviluppo urbano, il cambiamento climatico, il patrimonio della tradizione, l’identità e la rappresentazione.
L’ambizione di questa iniziativa è quella di raccogliere e divulgare le opere di artisti giovani e/o affermati, ma che, provenendo da Paesi che nel circuito dell’arte contemporanea hanno una scarsa visibilità, sono troppo spesso relegati in una posizione marginale. Questa mostra che dura fino all’8 dicembre dovrebbe essere il primo appuntamento di una manifestazione a cadenza quinquennale, e anche solo per questo motivo sicuramente merita una visita e una recensione.

Un’opera di Hazem Harb

Between theTides: AGulf Quinquennial presenta 21 artisti e collettivi provenienti da tutta la regione, tra cui Emirati Arabi Uniti, Oman, Qatar, Kuwait, Bahrein e Arabia Saudita. L’ambizione dei curatori è quella di catturare i momenti chiave della scena artistica del Consiglio di cooperazione del Golfo dal 2019, presentando opere nei campi delle arti visive, dell’architettura e del design, attraverso dipinti, video, installazioni e sculture che riflettono i paesaggi culturali e ambientali unici della regione.
La mostra, corredata da un catalogo bilingue (inglese/arabo), è stata inaugurata anche per celebrare il primo decennio della NYUAD Art Gallery, uno spazio che si è guadagnato nel corso di questi primi dieci anni di attività una crescente visibilità nel panorama locale dell’arte contemporanea. Commentando il decimo anniversario e il lancio di questa prima quinquennale, Maya Allison ha detto: «Nel primo decennio della NYUAD Art Gallery e del Project Space, insieme allo sviluppo della nostra istituzione culturale, abbiamo assistito a una proliferazione di artisti, in parte grazie al supporto di nuove iniziative nel Golfo, che stanno producendo opere complesse, sfumate e provocatorie, insieme ai loro colleghi più esperti. Ampliata oltre il panorama artistico nazionale, questa mostra riunisce e rende visibile un ecosistema condiviso più ampio. Un capitolo nuovo è stato aperto nella regione e sulla scena globale».

Un’opera di Alia Ahmad

Infatti, mentre è ancora in costruzione la nuovissima sede del Guggenheim di Abu Dhabi, va avanti dal 2011 (la conclusione dei lavori è prevista per il prossimo anno), la galleria in questione ha rappresentato un importante laboratorio per lo sviluppo di un nuovo linguaggio artistico locale connesso con quello dell’arte contemporanea attraverso mostre (tra le quali occorre citare almeno But We Cannot See Them, del 2017, un’indagine ventennale sulla scena artistica d’avanguardia degli Emirati), residenze di artisti e iniziative, tra cui merita una menzione la proiezione sold out del 5 novembre di From ground zero, una serie di 22 cortometraggi realizzati a Gaza con mezzi di fortuna, presentati in sala dal rinomato regista palestinese Rashid Masharawi. Ognuno di questi film, che dura dai 3 ai 6 minuti, presenta una prospettiva unica sulla realtà attuale di Gaza (il progetto, nel quale sono rappresentate diverse esperienze di vita nell’enclave palestinese, comprese le sfide, le tragedie e i momenti di resilienza affrontati dalla sua gente, è realizzato attraverso un mix di generi, tra cui fiction, documentario, docu-fiction, animazione e cinema sperimentale).

Tra le opere più interessanti esposte in questa mostra, occorre menzionare Notes of places (2022), una monumentale tela di quasi nove metri di lunghezza (880×338 cm) realizzata da Alia Ahmad, una giovane artista dell’Arabia Saudita, nata a Riyadh e diplomata presso la Royal College of Art di Londra, la quale, nelle sue tele dalle grandi misure, traendo ispirazione dal “deserto industriale” della sua città natale, dai colori dei tessuti Sadu e dalle forme della calligrafia araba, crea placidi paesaggi onirici e impressioni lineari che indagano le connessioni tra memoria, tempo e spazio. In particolare, nell’opera in questione, l’autrice si ispira ai paesaggi arabi ritratti sulle banconote saudite (era stata concepita per una lunga parete curva del Fenaa Al Awwal art center di Riyadh, una galleria realizzata in quella che fu la sede centrale della Saudi Hollandi Bank, la prima banca commerciale dell’Arabia Saudita). I riferimenti al paesaggio rappresentano solo un primo elemento di base, che poi l’autrice deforma e trasfigura attraverso il linguaggio e le pratiche dell’espressionismo astratto. Il risultato è una originale e fascinosa sintesi di linguaggi e culture che, anche grazie alla sua dimensione monumentale, non lascia indifferente il visitatore.
Collective Exhaustion (2023), dell’artista emiratina Afra Al Dhaheri è anch’essa un’opera dalle grandi dimensioni (338x52x880 cm), ma che si sviluppa nelle tre dimensioni e che consiste una struttura di tubi in alluminio nella quale i visitatori, nel corso di una performance, per tre ore al giorno durante tre giornate, erano chiamati a manipolare pile di corde nautiche di cotone (materiale molto amato dall’artista emiratina) al suo interno. A completare l’installazione, un sottofondo sonoro realizzato da Dario Felli e una illuminazione colorata ad opera di Cristian Simon, che si ripetono a loop ogni trenta minuti e che creano un suggestivo dialogo tra la struttura dell’opera, i suoni e le luci. L’autrice, nata ad Abu Dhabi, una città che negli ultimi decenni si è sviluppata in modo vertiginoso, in quest’opera dimostra di avere assimilato, e tradotto nel linguaggio dell’arte contemporanea, le scenografie e l’impetuoso ritmo con cui cresce la capitale degli Emirati, in cui gli scheletri dei grattacieli in costruzione si affastellano, addossati a quelli appena terminati, dando la sensazione di un enorme cantiere sempre in attività.
Ce ne sarebbero molte altre di opere esposte degne di nota, ma non possiamo non segnalare Gauze (2023) dell’artista palestinese originario di Gaza Hazem Harb, il quale ha lavorato in Italia e vissuto a Roma laureandosi presso l’Accademia e l’Istituto Europeo di Design e che oggi vive tra la Francia e Dubai. L’opera consiste in quattordici cartoncini marroni incorniciati sui quali l’autore ha incollato dei frammenti di garze e che assumono forme vagamente antropomorfe, figure eteree che potrebbero ricordare fantasmi o ectoplasmi. Malgrado non vi sia alcun nesso diretto, il visitatore non può fare a meno di ricollegare Gauze con l’attuale situazione di Gaza, territorio ferito e devastato dai continui bombardamenti israeliani.

Un’immagine dell’allestimento

Malgrado le ridotte dimensioni, se comparate a quella del vicino Louvre di Abu Dhabi o agli edifici monumentali più importanti della capitale emiratina, la NYUAD Art Gallery rappresenta uno dei pochi luoghi in cui il linguaggio dell’arte ha la possibilità di esprimersi liberamente e questa mostra, così ricca di spunti e di stimoli, lo dimostra. Il linguaggio dell’arte contemporanea può fornire gli strumenti e il terreno per instaurare un dialogo fecondo tra le culture, anche le più diverse, non attraverso l’omologazione, bensì attraverso la libera espressione dell’artista.
Hanno collaborato alla cura della mostra Abdullah Al Mutairi, del Kuwait, Ali Ismail Karimi, del Bahrain, Aseel AlYaqoub, del Kuwait e Ayman Zedani, dell’Arabia Saudita

L’autore: Lorenzo Pompeo è slavista, traduttore, scrittore e docente universitario