“La prossima alluvione se lo ricorderanno”. L’epigrafe per analizzare il voto in Emilia Romagna, dove il centrosinistra ha vinto le elezioni regionali, è firmata da Rita Dalla Chiesa che risponde così su X a un post del suo collega di maggioranza, il leghista Claudio Borghi, che lamentava i preparativi “per la fanfara”.
Forse la deputata di Forza Italia non lo sa ma in poche parole è riuscita a esprimere il vulnus della destra di cui fa parte: la vendetta, sempre, ad ogni costo. Le elezioni politiche di qualsiasi rango per i partiti di governo sono l’occasione di accendere una sarabanda di umiliazione degli avversari (in caso di vittoria) oppure come in questo caso di malaugurio e disprezzo in caso di sconfitta.
La politica per molti di loro è semplicemente uno strumento di prevaricazione, fine ultimo del raggiungimento del potere. Per questo quando il risultato non conviene ai loro desiderata non resta che tingere foschi futuri evocando ed evocare tragiche conseguenze.
In fondo non è nient’altro che complottismo radicale, quello che lucra su ciò che potrebbe accadere per non prendersi la responsabilità di analizzare il presente con tutte le sue responsabilità.
Rita Dalla Chiesa non è, come erroneamente molti pensano, una parvenu televisiva in gita per un quinquennio in Parlamento. Dalla Chiesa è vicecapogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati. È quindi classe dirigente del partito che Tajani vorrebbe presentare come diverso e illuminato nella fronda di maggioranza.
«Parlo con il cuore. Speravo che gli emiliani capissero che era il momento di cambiare», si giustifica Dalla Chiesa. E anche il cuore come metafora altro non è che sensazionalismo applicato alla politica: populismo, tecnicamente.
A quanto pare, una tra le prime, estremamente vistose, conseguenze dell’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti sarà che il capitano della prima casa produttrice di auto elettriche, del più grande fornitore della Nasa di vettori e navi spaziali, del proprietario di un social network noto per la disinvoltura dei suoi algoritmi, entrerà nella nuova Amministrazione. Elon Musk, capo di Tesla, SpaceX e X (il fu Twitter), sarà a capo di un dipartimento per la spending review del governo federale degli Stati Uniti. In pratica avrà, occhio e croce, mano libera per demolire quel medesimo governo. Il cielo aiuti i dipendenti e gli utenti dei servizi pubblici federali.
Dunque, quello che potrebbe essere indicato come leader (politico) del super-cartello delle maggiori imprese High Tech degli Stati Uniti – e perciò del mondo – non sarà più un interlocutore privato di quel governo. Ne sarà parte.
In molte e recenti occasioni abbiamo citato un ragionamento di Mario Draghi, offerto alla stampa in occasione del Consiglio informale dell’Ue a Budapest, in merito al Rapporto sulla produttività da lui curato. Ci permettiamo di riproporlo: dalla prospettiva del Rapporto, quindi del rilancio della competitività in Europa, un paio di cose che vengono in mente sono che questa Amministrazione Trump sicuramente darà un ulteriore grande impulso al settore tecnologico, al cosiddetto High Tech, dove noi siamo già molto indietro. E questo è il settore trainante della produttività. Già ora la differenza nella produttività tra gli Stati Uniti e l’Europa è molto ampia. Quindi noi dovremo agire. E gran parte delle indicazioni del Rapporto sono su questo tema.
Con buona pace dell’economia di mercato, i principali pilastri della quale sono la libera iniziativa e, perciò, la concorrenza, un piccolo numero di giganti dell’High Tech americana, che hanno come soli concorrenti le imprese del capitalismo a trazione governativa cinese, guida la produttività mondiale e, già che c’è, mette direttamente le mani in pasta nella nuova Amministrazione Usa.
Il malinconico contrappunto a questo stato delle cose potrebbe essere indicato in quanto fotografato, per quel che riguarda il tessuto produttivo italiano, dall’ufficio studi della Cgia di Mestre in un rapporto sulla condizione del credito delle imprese italiane. Imprese, per lo più, piccole e micro. Quella vantata tradizione italiana della piccola imprenditoria che, nella globalizzazione, respira sempre più faticosamente.
In poche parole «sono quasi 118mila le imprese italiane – spiega il Rapporto – che si trovano a rischio usura».
«Si tratta – prosegue la Cgia – prevalentemente di artigiani, esercenti, commercianti o piccoli imprenditori che sono “scivolati” nell’area dell’insolvenza e, conseguentemente, sono stati segnalati dagli intermediari finanziari alla Centrale dei rischi della Banca d’Italia. Di fatto, questa “schedatura” preclude a queste attività di accedere a un nuovo prestito». Con la conseguenza che «chi finisce nella black list della Centrale dei rischi difficilmente può beneficiare di alcun aiuto economico dal sistema bancario, rischiando, molto più degli altri, di chiudere o, peggio ancora, di scivolare tra le braccia degli usurai».
Ora, esistono, sì, dei Fondi di solidarietà che hanno il compito di sottrarre le imprese alla spirale dell’usura. Ma si tratta di misure più che insufficienti, di fronte a problemi indubitabilmente strutturali. In un sistema produttivo provato dalla crisi industriale dell’intera Unione Europea – crisi che comincia ad aggredire, ormai, anche il terziario – e che si deve guardare dallo strapotere dei concorrenti globali, le misure proposte da Mario Draghi, accolte dallo scetticismo di molti, non sono un attacco di “benaltrismo”. Piuttosto, sono quel che si potrebbe definire il minimo sindacale per dare un futuro al nostro sistema economico.
Il fermaglio di Cesare Damiano. L’autore: sindacalista, già ministro del Lavoro, è presidente di Lavoro e Welfare
Qual è l’attualità della Federazione laburista? A distanza di trent’anni dal congresso costitutivo (4-6 novembre 1994) della forza politica – presidente Valdo Spini -, oggi, 18 novembre, si tiene un incontro a Firenze (ore 16 presso lo Spazio Rosselli, via degli Alfani 101 rosso). Partecipano Fabio Martini inviato de La Stampa, Anna Salfi già sindacalista e presidente della Fondazione Altobelli, Roberto Speranza deputato ed ex ministro, Francescomaria Tedesco associato di filosofia politica all’Università di Camerino, Pierluigi Regoli già segretario dei giovani laburisti. Presiede Valdo Spini. Durante l’incontro verrà presentato il sito che raccoglierà i documenti della Federazione laburista, partito attivo fino al 1998. I documenti della direzione centrale della Federazione Laburista sono conservati nell’archivio storico della Camera dei Deputati che ne sta predisponendo un riordino in vista di una pubblicazione del relativo regesto. Ecco alcuni brani della presentazione di Valdo Spini.
Trent’anni fa, dal 4 al 6 novembre 1994 si svolgeva al Palazzo dei congressi di Firenze l’Assemblea costituente della Federazione Laburista. Una struttura agile, di tipo federativo che riuniva varie componenti come Rinascita Socialista di Enzo Mattina.
La Costituente Laburista intendeva rispondere alla crisi, ormai manifesta, del Psi. Nelle elezioni politiche generali del 27 marzo 1994, nella quota proporzionale, il Psi aveva ricevuto il 2,19% dei voti e nelle successive elezioni europee del 12 giugno, era addirittura sceso all’1,83%.
Era necessario quindi quello che chiamammo un nuovo inizio. Un fresh start come mi disse, incoraggiandomi, uno dei leaders laburisti Robin Cook, quel ministro che poi si dimise in dissenso con Blair sull’intervento in Iraq.
Era un periodo di intensa modificazione del panorama delle forze politiche. Al congresso di Rimini del 1991 il Pci aveva completato la sua trasformazione in Pds, assunto come simbolo la quercia alla cui base era stato collocato il vecchio simbolo del Pci con la falce e martello, mentre la Dc, di cui Mino Martinazzoli aveva assunto la segreteria, si trasformava in Partito popolare italiano (l’antico nome di don Luigi Sturzo) proprio prima delle elezioni, nel gennaio 1994.
Pensammo allora, già nel luglio di quell’anno 1994, con molti compagni e compagne, che anche il Psi, il partito più in difficoltà tra quelli tradizionali, avrebbe dovuto essere capace di un vero cambiamento, scegliendo un nuovo nome, che appartenesse alla tradizione socialista europea, ma che segnasse una visibile discontinuità con quella italiana. Ci sembrava appropriato il nome laburista, il partito protagonista storicamente di quella che Piero Calamandrei aveva chiamato la rivoluzione socialista in Gran Bretagna (1945-1951), la più alta e concreta realizzazione del Socialismo liberale teorizzato da Rosselli. Del Labour party aveva appena assunto nel precedente luglio la leadership il giovane Tony Blair, che doveva riportarlo alla vittoria nelle elezioni politiche del 1997 in Gran Bretagna.
In Italia, nelle elezioni politiche del marzo aveva vinto Berlusconi alla guida del Polo delle libertà che nell’uninominale della quota maggioritaria aveva raggruppato Forza Italia, Alleanza nazionale e Lega Nord, e battuto i Progressisti di Occhetto e il Patto per l’Italia di Martinazzoli-Segni, presentatisi separatamente. Ci sembrava che un’unità delle forze di centro-sinistra potesse partire proprio dai tre sindacati Cgil, Cisl, Uil. Riservammo una tavola rotonda della Costituente proprio alle tre centrali sindacali. La Cgil venne rappresentata da Guglielmo Epifani.
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In una situazione di disorientamento provocato dalla vittoria di Berlusconi e dalla sconfitta delle forze di centro e della sinistra, da un lato noi ci proponevamo un’azione di recupero di quell’elettorato socialista che di fatto non si era sentito rappresentato nelle elezioni politiche del 1984. Dall’altro, in un contesto così radicalmente nuovo, intendevamo esercitare una funzione di stimolo verso la sinistra democratica e in particolare verso il Pds perché facesse sul serio e fino in fondo la scelta della costruzione di un grande partito socialdemocratico o laburista come quelli che si stavano avviando a governare gran parte dell’Europa nella seconda metà degli anni Novanta. Partiti ad un tempo riformisti e radicati sul territorio.
Si ricorderà che nel dicembre 1992, all’Aja era stato costituito il Pse, Partito del socialismo europeo, di cui sia il Psi di Bettino Craxi che il Pds di Achille Occhetto erano stati cofondatori.
Non era quindi né pensabile né possibile ripercorrere all’indietro la strada elettorale del Psi, ma volevamo comunque costituire un punto di aggregazione che non disperdesse la tradizione socialista italiana pur nel contesto di un panorama politico nuovo. Era una condizione indispensabile perché un grande partito del socialismo europeo in Italia non nascesse solo come trasformazione del vecchio Pci. Ecco perché nell’anno successivo, 1995 presentammo dove potemmo liste laburiste ed eleggemmo in particolare in Toscana e in Basilicata, sia consiglieri regionali che comunali. In Puglia eleggemmo un nostro consigliere con una lista Laburisti-repubblicani-socialdemocratici. Ottenemmo un buon risultato anche in Umbria, ma non tale da conseguire un seggio.
Nelle elezioni politiche del 1996, che videro la vittoria dell’Ulivo di Romano Prodi, potemmo rieleggere od eleggere più di una decina di deputati e di senatori nei collegi uninominali, grazie ad un accordo con il Pds di cui era nel frattempo diventato segretario Massimo D’Alema.
La strada per la costruzione di un grande partito del socialismo europeo in Italia sembrava tracciata e nel febbraio del 1998 furono indetti a Firenze agli Stati generali della sinistra, che dettero vita ai Ds, togliendo dalla base della Quercia il simbolo del Pci e sostituendolo con quello del Pse, partito del socialismo europeo. La Federazione Laburista, che nel frattempo si fu tra i cofondatori firmatari della costituzione del nuovo partito, con Pds, Cristiano sociali, repubblicani di sinistra, comunisti unitari. Nella partecipazione agli Stati Generali ci eravamo federati con altre associazioni politiche della nostra area, tra cui quella di Giorgio Ruffolo.
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Nel gennaio 2000 i Ds celebrarono il loro primo congresso nazionale a Torino. Segretario era diventato Walter Veltroni dopo che Massimo D’Alema aveva lasciato il partito per assumere la presidenza del Consiglio. Largo spazio venne dedicato nel dibattito congressuale anche al riferimento ai Rosselli e al socialismo liberale, simboleggiato dal saluto che al congresso portò Alberto Rosselli, purtroppo recentemente mancato. Seguirono atti simbolici ma significativi, come l’intitolazione della sezione di Figline di Prato ai fratelli Rosselli, con una manifestazione cui parteciparono lo stesso Veltroni e chi vi parla nel frattempo eletto presidente della Direzione. Ma nel 2001 arrivò la sconfitta elettorale del centro-sinistra guidato da Francesco Rutelli, per effetto del ritorno della Lega Nord all’alleanza con Berlusconi. Walter Veltroni si candidò e fu eletto sindaco di Roma e lasciò la segreteria del partito. Cominciò nei Ds quel processo che doveva portare al Partito democratico, ma con modalità che di fatto ci escludevano.
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Oggi quale attualità riveste il nome laburista? Certo tutti noi guardiamo con speranza e partecipazione all’azione del nuovo governo laburista britannico di Keir Starmer, la cui vittoria ha rappresentato uno dei pochi momenti in controtendenza nel socialismo europeo, anche se purtroppo in una nazione fuori dall’Unione per effetto della Brexit.
Ma l’elemento significativo è un altro, è l’ancoraggio al lavoro. Il termine laburista ricorda che in quest’epoca di sconvolgimenti politici e sociali, c’è un ancoraggio solido che deve caratterizzarci, quello al lavoro, al suo sviluppo, alla sua tutela, in tutte le sue forme di lavoro dipendente e autonomo, per affermare una reale parità di genere, per restituire la sua attrattività in patria per i giovani italiani che vedono migliori prospettive all’estero.
Le delocalizzazioni e la concorrenza al ribasso sul mercato del lavoro ci hanno fatto passare l’illusione che la globalizzazione portasse di per sé un miglioramento delle condizioni della classe lavoratrice e dei ceti medi. Oggi la questione dei salari reali nel nostro Paese, dopo il triennio nero 2021-2023 che li ha visti falcidiati dall’inflazione, è centrale sia per il rilancio dei consumi e quindi della domanda interna, che per la stessa coesione sociale del nostro paese.
Una politica centrata sul lavoro non può che essere riformista, un riformismo inteso alla maniera di Giacomo Matteotti, di cui ricordiamo quest’anno il centenario, cioè un riformismo mirato non solo alla propaganda politica ma anche al miglioramento concreto delle condizioni di chi lavora e di chi produce, in un’adesione alla loro problematica.
Se quindi le azioni che ci proponiamo intendono essere un contributo magari piccolo ma indubbiamente significativo alla ricostruzione storica degli avvenimenti politici italiani, costituiscono anche un richiamo a considerare la centralità della questione del lavoro nella nostra vicenda politica, economica e sociale. In tal modo saremo fedeli e coerenti all’impegno che varie centinaia di militanti dimostrarono venendo a Firenze nel novembre di trent’anni fa alla Costituente laburista.
Nella foto: Cartolina del Gruppo laburista Regione Toscana, Firenze, febbraio 1998
I colleghi di Pagella Politica, il sito che smonta le falsità nelle dichiarazioni dei politici, li immagino seduti di fronte al rullo delle agenzie di stampa, sorseggiando un tè caldo con già pronta la bozza del prossimo articolo su Matteo Salvini.
«Un giudice questa settimana non è stato in grado di tenere in carcere un cittadino straniero trovato con 11 chili di cocaina in macchina, a Brescia, per un errore formale di traduzione. Questo tizio è fuori [dal carcere, ndr]». Così tuona il vicepresidente del Consiglio mentre è ospite della trasmissione Agorà su Rai3.
È una storia che sta particolarmente a cuore al leader leghista. Due giorni prima, intervenendo a Otto e mezzo su La7, aveva sbandierato un articolo de Il Giornale dal titolo: “Brescia: “Non capisce l’italiano”. E il giudice libera il pusher albanese trovato con 11 chili di cocaina in macchina”. Per Salvini, la vicenda dimostrerebbe la volontà dei giudici italiani di piegare le leggi e quindi «fare politica». Secondo lui, i giudici sarebbero interessati a «andare contro il governo», liberando presunti spacciatori albanesi.
Peccato che l’articolo dica tutt’altro. Al suo interno si legge che un cittadino albanese è stato sottoposto all’interrogatorio di garanzia avvalendosi di un interprete pescato tra i detenuti, e non di un professionista come sancisce la legge. Inoltre, l’ordinanza non era stata tradotta correttamente.
Il ricorso è stato accolto, ma il presunto spacciatore non è stato scarcerato. È stata semplicemente disposta una nuova ordinanza, questa volta tradotta come previsto dalla normativa.
«Se un giudice – insiste Salvini – non riesce a tenere in carcere un tizio con 11 chili di cocaina in macchina, è colpa di Salvini o di quel giudice che non riesce a fare il suo mestiere?».
La mostra, in corso alla Neue Nationalgalerie di Berlino fino a settembre del prossimo anno espone opere provenienti in gran parte dall’archivio della Galleria, ripercorre un periodo molto lungo e comprende anche opere e artisti della Ddr (Repubblica democratica tedesca), che dopo la riunificazione sono state acquisite dal museo. Ma l’attenzione dei curatori è focalizzata in particolare sul periodo che va dal 1961, anno in cui a Berlino viene eretto il celebre Muro, ai primi anni 70, in cui lo statuto dell’arte venne definitivamente sovvertito. In questi anni l’arte divenne un terreno di confronto/scontro ideologico che divise in due la città, nella quale anche gli artisti dovevano confrontarsi (o conformarsi) con due opposti orientamenti: il realismo a est e l’arte astratta a ovest. La radicale contrapposizione tra queste due tendenze tuttavia generò una forte tensione (a cui fa riferimento il titolo della mostra Extreme tension) che gli artisti hanno spesso “rappresentato” nelle loro opere. La stessa inaugurazione della Neue Nationalgalerie in quella che allora era Berlino ovest, nel 1968, fu parte di questa vicenda, che i curatori hanno raccontato attraverso un’accurata selezione delle opere del suo enorme magazzino, arricchito per l’occasione da nuove acquisizioni dalla Polonia (da cui provengono Marta Smolińska e Magdalena Abakanowicz, due delle curatrici della mostra in questione).
Il punto più interessante di questa mostra è la rilettura critica della scena artistica berlinese, che in quegli anni fu un “punto caldo” nel panorama dell’arte mondiale. Mentre il legame con la politica è più evidente e visibile nelle opere degli artisti della Repubblica Democratica Tedesca, dove i dettami del “realismo socialista” furono vigenti fino agli ultimi anni della sua esistenza, nella Berlino ovest il “gioco” fu molto più sofisticato e complesso. La scelta di puntare con decisione sull’arte astratta, seguendo i modelli statunitensi dell’espressionismo astratto di Pollock e di Rothko (anche grazie al supporto della Cia, come raccontano i curatori della mostra) si rivelò anche un ottimo espediente per “rimuovere” gli orrori del recente passato nazista. Solo di recente si è scoperto che Werner Haftmann, primo direttore della Neue Nationalgalerie, della quale fu a capo fino al 1974, nonché direttore artistico delle prime tre edizioni di Documenta (1955, 1959, 1964) a Kassel (una delle principali manifestazioni dell’arte contemporanea a livello mondiale che fin dai primi anni promosse l’arte astratta), in gioventù aveva aderito al partito Nazionalsocialista ed era stato membro delle SA (tra l’altro fu coinvolto nel rastrellamento dei partigiani durante l’occupazione tedesca dell’Italia nel 1944).
Se guardiamo alla pop-art nell’ambito di questo scontro politico-culturale, la sua intrinseca “ambiguità” e “ambivalenza” appare subito evidente (celebrazione o critica della società dei consumi?). Tra l’altro nella mostra sono esposte alcune grandi tele di Willi Sitte, un artista della Ddr che aveva avuto la possibilità di viaggiare all’estero, nelle quali sono visibili ispirazioni e influssi della pop-art americana.
Se in relazione ai linguaggi e alle rappresentazioni artistiche il Muro fu “permeabile”, alle istanze dei movimenti femminista e ambientalista, e più in generale al mondo della controcultura del ‘68, offrì una barriera invalicabile (la repressione della Primavera di Praga fu la risposta a quelle istanze da parte del “socialismo reale”). Tra questi, quello che effettivamente lasciò un segno nella società più duraturo e profondo, fu il movimento femminista. La performance di Joko Ono del 1964 Cut Piece fu pioniera in questo genere di espressione artistica. Potremo citare Spia ottica, la performance di Giosetta Fioroni alla romana Galleria La Tartaruga di Plinio de Martiis nel 1968, nella quale gli spettatori erano invitati a guardare da uno spioncino posto su una parete una camera da letto nella quale una donna svolgeva normali azioni quotidiane. Nel 1973 l’artista visuale nordamericana Carolee Schneemann (1939-2019) realizza Up to and Including Her Limits, una performance nella quale l’artista, nuda, legata a una fune, disegnava su un grosso foglio che copriva una parete e il pavimento. Partendo dalle pratiche dell’action painting di Jackson Pollock, la performer vi aveva aggiunto un elemento nuovo: la presenza del corpo femminile, che si fa strumento attivo nell’atto della creazione artistica. Nel 1976, In Freeing the body, Marina Abramovic danza nuda, con la testa coperta da un velo nero, per circa sei ore accompagnata da un persussionista fino allo sfinimento. La performance, che si svolse per la prima volta alla Künstlerhaus Bethanien a Berlino, terminava con il corpo esausto dell’artista riverso sul pavimento. Già nel titolo era messa in evidenza l’intenzione dell’artista serba: porre l’attenzione sulla mercificazione del corpo femminile e, allo stesso tempo, promuovere una “riappropriazione” del medesimo attraverso l’elemento dionisiaco.
Malgrado il controllo della censura, anche in alcuni paesi del Patto di Varsavia vi furono artiste che tentarono di dare voce e forma alle istanze del movimento femminista, come la polacca Ewa Partum, che nel 1980 realizzò la performance Women, Marriage Is Against You! a Poznań, nella quale appariva in un abito da sposa, avvolta in un foglio trasparente con l’etichetta “For Men”, che poi, al suono della marcia nuziale, tagliava con le forbici fino a rimanere nuda. Nella mostra in questione vi sono alcuni suoi fotomontaggi, acquisiti di recente dalla Neue Nationalgalerie, realizzati nel 1980, nei quali appare nuda tra i passanti in scene di vita quotidiana di Varsavia.
Accanto a questo filone legato ai “movimenti di protesta”, in parallelo, si sviluppò una “linea realista”, nella quale le nuove istanze dell’arte trovarono una differente risposta. Nelle sue tele dalle grandi dimensioni, Konrad Klapheck, un artista di Düsseldorf scomparso nel 2023, ritrae oggetti di uso quotidiano, come macchine da scrivere o da cucire, ingiganti e deformati, come per mettere in luce un “mistero delle cose”, l’assurdo nascosto nelle pieghe della quotidianità. Il suo stile, a metà strada tra surrealismo, dadaismo e pop art, ha influenzato artisti come Wolf Vostell, tra i protagonisti del movimento Fluxus, di cui fu co-fondatore nel 1962, pioniere della video-arte, il quale realizzò alcune sculture unendo pezzi di automobili, televisori e blocchi di cemento. Questo filone “realista” trovò una qualche corrispondenza anche tra alcuni pittori della Ddr, come Volker Stelzmann e Ulrich Hachulla, che nelle loro “nature morte” riuscirono a trovare una “via di fuga” dalla retorica del realismo socialista. Altri artisti, come Uwe Pfeifer, non mancarono di ritrarre nei loro quadri il grigiore della vita quotidiana nella Repubblica democratica tedesca (nel suo End of the work day del 1977 è rappresentata una fila di passanti in un sottopassaggio infagottati con cappotti grigi, viola e verdi che passano accanto a un cestino pieno di cartacce). Vi furono anche alcuni coraggiosi, come Hans Ticha, che nei loro quadri rappresentarono il regime di repressione militaresco nella Ddr (in German ballet del 1984 compaiono le sagome stilizzate di tre soldati che marciano).
Malgrado la vastità di temi e la quantità di opere esposte, la mostra Extreme tension riesce a mettere a fuoco le dinamiche di un periodo cruciale nella storia dell’arte contemporanea nel quale ogni barriera, ogni limite vengono infranti, ma dal quale ci stiamo gradualmente allontanando. La distanza che ci separa dal periodo in questione ci permette di ri-leggerlo in modo critico, mettendolo in relazione con le grandi trasformazioni politiche e sociali di quegli anni e del recente passato. Ma si tratta di un lavoro che è appena cominciato, anche perché sono ancora molte le domande che ancora attendono una risposta.
L’autore: Lorenzo Pompeo è slavista, traduttore, scrittore e. docente universitario. Il suo nuovo testo teatrale “La caduta di Gomerosol” con la premessa di Marco Belocchi
Lo scorso 5 novembre il mondo ha fatto un’altra piroetta con la rielezione di Donald Trump a presidente degli Usa, ottenuta puntando su due problemi: l’inflazione e l’immigrazione.
Se l’inflazione in Europa è stata meglio contrastata che in America, l’immigrazione è un problema comune, seppure di dimensioni diverse sulle due sponde dell’Atlantico: negli Usa gli immigrati sono milioni ogni anno; in Europa alcune decine di migliaia. Ma le soluzioni proposte dalle destre sono le stesse di là e di qua: se prima erano i muri e i blocchi navali, oggi sono la deportazione.
“Faremo una deportazione mai vista nella storia!”, ha promesso Trump agli Usa. “Li porterò tutti in Albania per rispedirli a casa loro!” ha giurato in Italia Giorgia Meloni.
Sennonché, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, quello Adriatico in Italia e, negli Usa, quello dei costi proibitivi. Sarà quindi una conferma che le soluzioni populiste convincono le anime semplici ma non risolvono un problema di portata antropologica.
Per dire: la nostra bisnonna Lucy, vissuta in Etiopia oltre tre milioni di anni fa, ebbe dei discendenti che, circa 1,7 milioni di anni fa arrivarono in Georgia e da lì si spostarono ancora migrando sia in Asia che in Europa. E qui, circa un milione di anni fa, troviamo a Ceprano, vicino Roma, un pro-pro-pro nipote di Lucy con un cervello di ormai più di mille cm cubici.
La deportazione di Trump finirà con l’innestare un movimento circolatorio di espulsioni e reimmigrazioni. Una sorta di moto perpetuo che già si manifesta tra Italia e Albania.
In Albania sono stati creati dei centri dove dovrebbero essere trasportati i naufraghi raccolti nel Mediterraneo dalla nostra Marina militare sul presupposto di poterli rimpatriare in quanto provenienti da “Paesi sicuri”. Si è dimenticato che la definizione di “Paesi sicuri” è già stata oggetto di pronunce in sede comunitaria e che le decisioni comunitarie si impongono sulla giurisdizione italiana perché il nostro giudice “deve” disapplicare la norma nazionale se non è allineata alla fonte sovraordinata europea.
La primazia europea su tutte le disposizioni nazionali dei Paesi Ue affonda le sue radici nella giurisprudenza della Corte di giustizia, in particolare la sentenza Costa del 1964 e quella Simmenthal del 1978. Alla giurisprudenza, si affianca l’art. 19 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Tfue) che stabilisce il ruolo della Corte di giustizia nel garantire il rispetto del diritto dell’Unione. E più avanti anche l’art. 288 del Tfue ribadisce che i regolamenti, le direttive e le decisioni adottati a livello europeo sono vincolanti per gli Stati membri.
L’approssimazione con la quale l’operazione albanese è stata organizzata dalla destra italiana, trascurando aspetti ben noti agli studenti del secondo anno di legge, avrebbe dovuto indurre a desistere già dopo il primo viaggio andato male e, invece, si è insistito adottando un provvedimento normativo che pretende di dichiarare sicuri Paesi stranieri in base alla diffusione del sostegno popolare al governo, trascurando la definizione europeistica che si fonda sulla tutela di tutte le minoranze e la sicurezza in tutte le zone territoriali.
Tacciando la magistratura di fare politica con l’opposizione, la destra domestica mette in discussione quel fondamentale presupposto della democrazia liberale che è la separazione dei poteri – legislativo, esecutivo e giudiziario – esaltata dal Montesquieu nella sua opera Lo spirito delle leggi del 1748.
La riprova di cosa possa accadere superando i principi fissati dal Montesquieu, l’abbiamo in Ungheria dove la magistratura è stata assoggettata al potere politico con un effetto illiberale che è continuamente oggetto di critica nelle istituzioni europee.Ma è curioso che anche negli Usa, tanto osannati per la loro democrazia liberale, la magistratura sia assoggettata al potere esecutivo, sicché abbiamo potuto assistere alle esuberanze di Elon Musk che, informato degli eventi italo-albanesi, dal suo social “X” ha tuonato: “Quei giudici se ne devono andare”. Si è così innescato un corto circuito istituzionale di livello internazionale che di Elon Musk ha messo in luce le deficienze diplomatiche, l’insensibilità ai fondamenti storici dello Stato di diritto e una pericolosa tendenza all’esercizio del potere. In tal modo egli ha perfettamente integrato il modello definito da Montesquieu quasi trecento anni fa quando scriveva: “Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti […]” e lo stesso Autore così ammoniva sul rimedio contro quelle tendenze: “Perché non si possa abusare del potere, occorre che […] il potere arresti il potere”.
Alla fin fine, tuttavia, queste diatribe non superano il problema dell’immigrazione che esiste e non può essere ignorato sol perché le Destre di qua e di là dell’Atlantico non sono in grado di risolverlo.
La migrazione è un fenomeno che deve essere analizzato nelle sue attuali declinazioni per poter essere arginato osservando che, da una parte, occorre agire sui luoghi di provenienza dei migranti e, dall’altro, sull’accoglienza che non deve lasciare nessuno a bighellonare in gruppi a volte assai numerosi intorno alle stazioni delle nostre città intimidendo la popolazione, quando non aggredendola per bisogno, non escluso quello sessuale.
L’errore diagnostico delle destre è quello di voler affrontare il fenomeno migratorio dagli effetti che produce nelle loro rispettive patrie e non dalle cause. Un po’ come voler arginare un getto d’acqua senza chiudere il rubinetto e la questione è particolarmente complessa perché il rubinetto non è nel tuo lavabo, ma in quello dei Paesi poveri vicini a quelli ricchi, vuoi economicamente vuoi, quanto meno, di maggiore tranquillità.
Non occupandoci qui dell’accoglienza, che è un problema interno ad ogni nazione e di soluzione più facile, magari imparando da chi la fa meglio, è fondamentale l’azione nei luoghi da cui le migrazioni hanno origine e, in questo senso, i propositi del Piano Mattei adottato dall’Italia nel 2021, presentano prospettive interessanti e utili anche per gli USA.
In breve, il Piano Mattei è una strategia ambiziosa che mira a rilanciare i legami tra l’Italia e l’Africa, focalizzandosi su cooperazione economica, sostenibilità energetica e sviluppo delle infrastrutture in linea con le sfide globali del XXI secolo. In teoria va tutto bene, ma benché si rivolga a qualche Paese africano coinvolto nelle migrazioni come la Libia, l’Egitto e la Nigeria, il Piano prevede anche interventi in Paesi meno esposti come l’Etiopia, il Ghana, l’Angola, il Kenya, il Mozambico e il Sudafrica sicché esso appare più votato agli aspetti economici e geopolitici che alla soluzione del problema migratorio determinando una forte dispersione di energie. Era meglio destinare quanto speso per i centri in Albania, per esempio, nel Senegal, nel Marocco o nella Somalia.
Forse la più efficace soluzione la sta organizzando Musk per permettere a Trump di mantenere la promessa elettorale quando dice di voler accelerare la corsa su Marte. Se gli riesce, farà colonizzare il pianeta rosso dagli immigrati ispanici un po’ come l’Inghilterra, nel 1786, fece colonizzare l’Australia dai sui condannati istituendo la colonia penale di Botany Bay.
Viene così in mente quella strip del Mago di Oz di tanti anni fa, quando il fido scudiero riferiva al Re, dapprima, che i coccodrilli del fossato del castello avevano fame e, poi, che con la siccità incombente il popolo aveva sete. E il Re: “Comincio a vedere una soluzione”.
L’autrice: Shukri Said è presidente della associazione Migrare, su Radio Radicale conduce la trasmissione Africa Oggi
Viva il meticciato, viva l’arte che nasce e cresce nel rapporto fecondo fra identità e culture diverse; viva la creatività nomade di artisti che si sentono cittadini del mondo, benché siano Stranieri ovunque, come recita il titolo di questa sessantesima Biennale d’arte di Venezia, che si presenta come una grande festa collettiva di talenti provenienti soprattutto dal cosiddetto Global South, dall’America Latina, dall’Africa, dal Medio Oriente e dall’Asia.
La mostra, curata dal brasiliano Adriano Pedrosa (il primo proveniente dall’America Latina nella lunga storia della Biennale) inonda i Giardini e l’Arsenale con un tripudio giocoso e colorato di pitture, e sculture (potentissimi e rinnovati mezzi espressivi qui), installazioni e video che ci parlano di un mondo senza confini, dell’infinita varietà e creatività umana, arma essenziale per opporsi alla discriminazione, alla violenza visibile e invisibile, al colonialismo.
Prima ancora di avere il piacere di visitare questa mostra (aperta fino al 24 novembre 2024) la storia di Pedrosa ci aveva già lasciato intuire molto: collaboratore della Biennale di San Paolo, ha curato la collezione del Museu de arte de São Paulo, disegnato dall’architetta italiana Lina Bo Bardi (vedi Left del 9 aprile 2021), tracciando Historias, contro storie per immagini non più solo a misura di uomini bianchi e occidentali. Già lì si trovavano i semi di questa collettiva, concepita prima del nuovo corso politico meloniano e su cui Pierangelo Buttafuoco, da neo presidente della Biennale di Venezia nel catalogo ha provato a mettere il cappello evocando sotto testi religiosi di cui francamente non abbiamo trovato molte tracce in mostra, eccezion fatta per il padiglione del Vaticano.
Anzi, nel contesto attuale il messaggio radicalmente aperto, laico, panteista di Stranieri ovunque appare più dirompente che mai nel suo senso anche politico. In rotta di collisione con le ideologie di vecchie e nuove destre confessionali e ultra capitaliste (che in America Latina hanno i volti di Bolsonaro e Milei) Adriano Pedrosa da subito prende posizione lasciando parlare la grande pittura murale colorata, che spicca sulla facciata del padiglione centrale ai Giardini, realizzata dal collettivo indigeno dell’Amazzonia Mahku, nato nel 2013 nell’ambito di workshop universitari nella regione dell’Acre in Brasile, vicino al confine del Perù.
il curatore Adriano Pedrosa
Il dipinto reinventa il mito indigeno dell’attraversamento del mare in groppa ad alligatori, affrescando un’origine culturale india a cavallo di più contesti. Evoca la grande apertura di orizzonte propria della cultura degli Indios che è stata crudelmente soffocata in recinti. «Fra tutti gli stranieri gli indios lo sono più di tutti, perché gli indigeni sono spesso trattati come stranieri nelle proprie terre», ha detto il curatore intervistato su Repubblica da Massimiliano Gioni, (già curatore nel 2013 della Biennale dal titolo Palazzo Enciclopedico e molto sintonica con questa, nello squadernare un universo modernamente tribale). Quella di Mahku non resta una voce isolata, assonanze si trovano con accenti diversi nell’opera di Jeffrey Gibson, il primo artista cheeroke a rappresentare gli Stati Uniti e in quella dell’aborigeno Archie Moore (Australia, Leone d’oro) e del groenlandese Inuuteq Storch (Danimarca). Mentre l’altro Leone d’oro va al collettivo femminile maori Mataaho (Nuova Zelanda). E non è che l’inizio.
Con oltre 300 artisti la mostra di Pedrosa declina, in ogni forma ed espressione, narrazioni di esseri umani e artisti che troppo spesso scompaiono sotto le etichette di migranti, rifugiati, apolidi, forestieri, outsider, stranieri. L’obiettivo non è tanto e solo ridare loro un volto e una voce, quanto dare spazio alla loro creatività, costruire nuove narrazioni plurali e complesse, capaci di contrastare l’oppressione di un mainstream piatto e omologante. Il risultato è una travolgente sinfonia di forme e colori, che porta alla ribalta artisti ostracizzati nella propria terra o che in terre lontane dal proprio luogo di origine hanno trovato nuovi contesti umani e sociali per potersi realizzare, come gli artisti italiani della diaspora a cui è dedicata una tappa della mostra: qui scorgiamo, fra altro, un affascinante bozzetto dell’artista emigrato negli Usa Costantino Nivola ispirato alle figurine preistoriche sarde ma anche la celebre foto in bianco e nero Falce, pannocchia e cartucciera (1928) di Tina Modotti rivoluzionaria, migrante ed esule al tempo stesso, che comparve nella sua unica personale in vita e che il muralista Siqueiros definì «la prima mostra fotografica rivoluzionaria in Messico».
Tina Modotti, Falce pannocchia e cartuccera
Particolarmente ricco e interessante è quest’anno anche il panorama offerto dai vari padiglioni nazionali, molti dei quali invitano a una profonda riflessione critica sul presente. A cominciare dal Padiglione di Israele che è rimasto chiuso e lo rimarrà fino al cessate il fuoco a Gaza e il rilascio degli ostaggi per volontà dell’artista Ruth Patir e delle curatrici Mira Lapidot e Tamar Margalit.
La Palestina, senza Padiglione, ha trovato spazio sulla Freedom boat che ha attraversato il Canal grande. E questo la dice lunga su quale feroce contraddizione porti con sé la tradizionale organizzazione del percorso espositivo scandito da padiglioni nazionali. Va detto anche che gran parte dei padiglioni nazionali sono artisticamente attraversati da una riflessione anti nazionalista, a cominciare da quello del Cile affidato all’artista Valeria Montti Colque, nata a Stoccolma nel 1978 dopo che i suoi genitori erano stati perseguitati dalla dittatura cilena di Pinochet.
Il rifiuto della guerra è un tema molto presente nell’immaginario di questa Biennale così come il rifiuto dell’apartheid, in tutte le sue forme manifeste o meno. Di questo, fra molti altri, ci parlano le isole di paesaggio costruite dal progetto Madeyoulook, Quiet ground, ispirato all’opera di Njabulo Ndebele e alle sue pratiche artistiche anti-apartheid. Colpisce come in controtendenza a muri spinati e decreti di espulsione, fioriscano qui immagini che “fanno casa” con tende nomadi di stoffa sotto forma di arazzo, ricamo, stampa manuale, in ogni forma, sfidando la fragilità del mondo contemporaneo, segnato dal climate change, da conflitti e disuguaglianze sociali.
Pavilion of Benin in Biennale Arte 2024, Everything is precious is fragile Venice @Jacopo La Forgia
Catalizza lo sguardo la bellezza e l’incisività della rappresentazione che incontriamo nel Padiglione del Benin, new entry in questa Biennale, curiosamente nello stesso anno in cui l’Orso d’oro di Berlino è andato al documentario di Mati Diop, Dahomey sulle opere d’arte del Paese africano, vittima della furia colonialista francese e recentemente restituite (vedi Left 4 aprile 2024). Al centro della scena del Padiglione del Benin campeggia una tenda circolare, tutt’intorno in gigantografia immagini vitali di donne dal copricapo che ha il colore del mare. Gli artisti e le artiste Hazoumè, Quenum, Akpo e Bello ne rappresentano la forza calma e sensibile. Da segnalare anche l’attenzione ai temi ambientali poeticamente e drammaticamente declinato, fra gli altri, nel padiglione di Singapore e in quello cinese, che dopo anni di pittura iper realista e ultra pop ci regala l’emozione di una affascinante ricreazione dell’antica pittura di paesaggio e calligrafica, declinata con i nuovi strumenti dell’arte digitale e della videoarte, parlando di una nuova auspicata armonia fra esseri umani e ambiente.
In apertura: Aravani Art Project, Diaspore, 2024, Mural painting La Biennale di Venezia, Stranieri Ovunque; courtesy Biennale di Venezia
Questa recensione è uscita sulla rivista Left uscita in edicola il 3 giugno 2024
Oggi, 15 novembre, in tutta Italia (oltre 30 città) sono scesi in piazza studenti e studentesse della scuola e dell’università. Lo sciopero ha visto la partecipazione di associazioni e sindacati studenteschi: Unione degli studenti (Uds), Rete degli studenti medi, Link coordinamento universitario, Rete della conoscenza. Questo è il documento di Uds in cui si spiegano le ragioni della mobilitazione.
Siamo in una fase storica e politica critica per la popolazione tutta, e nello specifico per quella studentesca. Le riforme e le proposte del ministro Valditara vanno nella direzione di una scuola estremamente performativa, in cui lo studente in quanto tale diminuisce sempre più di importanza, per lasciare spazio al voto, e alle sue future capacità lavorative. Il 15 novembre, come Unione Degli Studenti, abbiamo lanciato uno sciopero studentesco nazionale, per esprimere il nostro dissenso verso le politiche di questo governo. Come studenti pensiamo che in questa fase politica la mobilitazione sia la via necessaria per riuscire a far sentire la nostra voce, vista la disintermediazione e la repressione esercitate da parte delle istituzioni governative. Da oltre 30 anni rappresentiamo il sindacato studentesco a difesa dei diritti degli studenti. Pensiamo che sia necessario una forma di organizzazione fra gli studenti che riesca a tutelare i nostri diritti e a costruire partecipazione. L’azione che portiamo avanti all’interno delle scuole permette di avere strumenti vertenziali a servizio del corpo studentesco, su cui costruire coscienza dei propri diritti e mobilitazione per difenderli. Di fronte una narrazione generale che descrive i giovani come incapaci di interessarsi alla politica, intendiamo offrire un’alternativa fatta di vertenzialità, rappresentanza e mobilitazione. Tutto questo nel corso della nostra storia lo abbiamo fatto in maniera indipendente, seguendo l’idea del sindacato fatto dagli studenti per gli studenti. Nel corso della nostra storia sono state numerose le mobilitazioni che abbiamo avviato e a cui abbiamo partecipato, soprattutto negli ultimi due anni di fronte ad uno dei governi più reazionari nella storia repubblicana del Paese. Il governo Meloni sta mantenendo fede alle promesse preoccupanti annunciate durante la campagna elettorale, a partire dalla questione dell’autonomia differenziata e da quella imminente del premierato. La prima va a toccare profondamente il nostro sistema d’istruzione e in generale la qualità dei servizi pubblici, istituzionalizzando le disuguaglianze sociali ed economiche ingiustamente create nel nostro Paese.
Le stesse politiche verso la scuola portate avanti da Valditara annunciano uno scenario quanto mai preoccupante, a partire dalla riforma degli Its, che esplicita la volontà di rafforzare un rapporto scuola-lavoro sempre più subordinato al mondo delle aziende e che ha prodotto persino tre morti negli ultimi anni. Valditara intende agire però anche sul fronte della didattica e della valutazione tramite la riforma della condotta recentemente approvata, che va ad imprimere una cultura autoritaria e del rispetto fra gli studenti. Negli ultimi mesi di fronte all’approvazione di riforme come queste abbiamo manifestato il nostro dissenso e ci siamo attivati contro un ministro che rifiuta il confronto con le organizzazioni studentesche. Il Fast (forum delle associazioni studentesche maggiormente rappresentative), da regolamento andrebbe convocato almeno una volta ogni quattro mesi, ma non veniamo convocati da febbraio. Una disintermediazione come questa è perfettamente in linea con le intenzioni del governo di reprimere il dissenso in tutte le sue forme, come visto dall’avvio dell’iter legislativo per l’approvazione del DDL 1660. Di fronte una stretta repressiva e securitaria così forte scendiamo in piazza in primis per difendere la libertà di manifestare, a partire dal 15 novembre. Lo sciopero studentesco nazionale però non intende essere solo un appuntamento di opposizione alle politiche ministeriali e governative, ma anche di proposta. Nelle ultime settimane, infatti, abbiamo costruito tramite assemblee fra gli studenti di tutta Italia un manifesto dal titolo “saperi liberi per studenti liberi”. Intendiamo affermare infatti il ruolo trasformativo che le scuole hanno e di come questo non debba essere piegato alla propaganda governativa, ma piuttosto esercitato come strumento di emancipazione per crescere studenti coscienti e con capacità critica. Le nostre proposte toccano le aree più importanti per quanto riguarda l’istruzione pubblica e si dividono in sei punti principali:
● Liberi dalla subordinazione al mondo del lavoro: vogliamo interrompere il sistema
di sfruttamento e alienazione introdotto dalla Buona Scuola in poi, tramite l’abolizione dei Pcto. in favore dell’istruzione integrata. La nostra proposta mira a permettere un insegnamento al saper fare e in generale al mondo del lavoro, ma in ottica critica e all’interno dei plessi scolastici, senza il coinvolgimento di privati che intendono fare profitto sulle spalle degli studenti.
● Liberi dalla cultura della guerra: vogliamo abolire qualsiasi rapporto fra le scuole e le aziende belligeranti, che continuano ad inserirsi nei programmi didattici tramite i progetti di Pcto. Nel contesto bellico attuale la complicità delle nostre istituzioni con l’escalation bellica muove anche da quanto gli studenti vengono introdotti alla cultura di potenza che ne rappresenta la radice.
● Liberi da dinamiche autoritarie e performative: vogliamo un sistema didattico e valutativo che non si pieghi alla cultura del merito tanto difesa da Valditara, ma che riesca a fungere da reale interesse e partecipazione da parte degli studenti. Di fronte ad una didattica passiva e performativa ne opponiamo una partecipativa e problematizzante.
● Liberi da costi insostenibili: vogliamo la garanzia sostanziale del diritto allo studio nel nostro Paese, al momento inesistente. I costi del materiale scolastico continuano ad innalzarsi così come quelli del trasporto pubblico, senza nessun intervento a sostegno delle famiglie meno abbienti. L’impatto più significativo dell’assenza di fondi inadeguato è reso palese dai dati sulla dispersione scolastica in Italia.
● Liberi dal non poter decidere delle proprie scuole: vogliamo una riforma della rappresentanza studentesca che restituisca decisionalità agli studenti. Pensiamo che le scuole possano fungere da “palestra di democrazia”, solo se gli studenti hanno effettivamente spazi di rappresentanza adeguati per poter concretizzare le loro proposte.
● Liberi dal malessere psicologico e dal patriarcato: il sistema didattico e performativo continua ad opprimere gli studenti e continua a creare situazioni di stress e disagio. Per questo vogliamo una scuola dove sia realmente garantito benessere psicologico e che non sia esclusiva verso nessuna soggettività.
Crediamo che un manifesto come questo, esplicitato in proposte concrete per realizzare gli obiettivi citati, possa rappresentare una proposta radicalmente alternativa di scuola, da opporre a quella del ministro Valditara. Nel momento in cui il ministro e il governo non intendono ascoltare e concretizzare le proposte delle forze sociali, queste vanno ottenute tramite uno sforzo mobilitativo che riesca a raccogliere un’ampia partecipazione.
Di fibromialgia non soffrono solo donne in età adulta, ma anche uomini e bambini. Da tempo Cfu- Italia lo va ripetendo, cercando di fare capire che «siamo di fronte a un’emergenza che rischia di diventare una voragine per il Sistema sanitario nazionale», è il grido della Presidente Barbara Suzzi, e del direttivo. Non riconosciuta ancora nei Lea ( livelli essenziali di assistenza), rischia di “regredire” e “scomparire” dai radar della sanità pubblica con l’ipotesi dell’autonomia differenziata. A soffrirne sono in tanti ma è sui numeri – anzi, sull’assenza di numeri – che si gioca l’ambiguità del riconoscimento definitivo. «Non ci sono censimenti, anagrafi, nulla. Le uniche stime riconosciute sono quelle del 3 per cento della popolazione mondiale. Ma in Italia, siamo almeno 3 milioni. Mancano infatti, oltre ai censimenti territoriali e nazionali, le diagnosi. E, cosa ancor più grave, c’è chi non è conteggiabile perché essendo una malattia fortemente stigmatizzata, molte persone affette non lo dichiarano neppure alle visite del lavoro o nel posto di lavoro».
I tre milioni di persone affette da questa patologia sono dunque per difetto. Ma è sui piccoli che Cfu- Italia, come è stato ribadito nella conferenza stampa che si è tenuta a Montecitorio, per sensibilizzare la politica a fare sintesi dei disegni di legge depositati e fermi in Senato – tra cui uno di Cfu sottoscritto da tutti i partiti – ha deciso di porre l’attenzione. «Noi chiamiamo, la politica promette, presenzia, risponde agli appelli con una benevolenza che non si traduce in azioni. Ma le malattie croniche, come lo è la nostra, sono quelle che faranno scoppiare il Ssn e il fatto che ci siano molti ragazzini a soffrirne deve imporre atti di coscienza e se non di coscienza almeno di lungimiranza». Parole con cui tra l’altro si sdogana la fibromialgia come patologie delle donne, magari depresse, e come malattia di genere.
La storia è quella di Nicholas, 13 anni, del milanese. A dieci anni un giorno comincia a lamentare dolori alle gambe e in tutto il corpo. La mamma Katyuscia e il padre Marco non si preoccupano. Il ragazzino è molto vivace, gioca a calcio, si sarà sforzato troppo, succede. Dopo giorni la situazione non migliora. Nicholas non si lamenta mai, quindi va creduto, tanto più che accenna a una stanchezza e a una spossatezza descritte nei particolari. Nell’arco di poco più di una settimana, una mattina, all’improvviso, non cammina più. Panico. Viene portato al Pronto Soccorso dell’Ospedale dei Bambini Vittore Buzzi seduto su una carrozzina che i genitori avevano in casa. Gli vengono fatte tutte le analisi e i genitori vengono liquidati come eccessivamente accudenti e viene indicato loro di toglierli il supporto, invitano la madre ‘a stare calma’. Possono però constare coi loro occhi che il ragazzino non riesce a reggersi in piedi, ipotizzano quindi di inviarlo a ortopedia. La madre, per evitare altre umiliazioni, decide di portarlo via. La coppia si dirige al San Raffaele. Stesso iter, stesse spiegazioni, stessi consigli.
Katyuscia ricorda all’improvviso di una collega al cui figlio anni prima era stata diagnosticata la fibromialgia. La contatta, prende appuntamento dal reumatologo cui si era rivolta, il bimbo viene accuratamente visitato, ascoltato, creduto. La diagnosi è chiara, fibromialgia.
Considerazioni: il ragazzino non mentiva, la madre non era eccessivamente premurosa, la fibromialgia esiste. I genitori da un lato hanno provato sollievo, quello di dare un nome alla patologia del figlio. Dall’altro, hanno subito compreso che la qualità della sua vita sarebbe stata fortemente penalizzata. E così è stato e così è. Nicholas, che frequenta la terza media, certe mattine non riesce ad andare a scuola, anche se fortunatamente il corpo docenti ha compreso la situazione e ha fatto in modo che tutta la classe avesse contezza delle difficoltà del compagno, cui in certi momenti viene concesso di riposare in una stanza destressante con un cuscino. Il che evita sul nascere potenziali atteggiamenti di sfottò o bullismo. «La stessa cosa, purtroppo, non era successa alle elementari, dove lo trattavano come se facesse una recita e nei momenti di fatica veniva ridicolizzato». Le attività sportive sono state azzerate, perché divenute impraticabili. La socialità è parzialmente compromessa, perché la stanchezza e il dolore impattano. Lui resiste. Sa quando può farcela e quando no, conosce i suoi limiti. Per ora cerca di non dimostrare neppure il suo rammarico, comunque percepibile da tanti piccoli gesti, quando ad esempio stringe i pugni di fronte a una richiesta di amici che è costretto a rifiutare, perché sa che non può mantenere il passo, tirare tardi, se non pagando pegno. Stringe i pugni, come si fa per non piangere. Ora non usa più la carrozzina, fa cure ad hoc con vitaminici etc, è correttamente seguito dal reumatologo di fiducia. Ma a preoccupare i genitori è il futuro, ossia la capacità di frequentare le scuole superiori e poi lavorare, o meglio trovare un lavoro adeguato. E la consapevolezza che condurrà una vita medicalizzata. Realizzarsi secondo quanto gli è consentito, non secondo quanto avrebbe desiderato. Sarà questo, i genitori lo sanno, lo scoglio. «Se ci fosse una legge – afferma la madre – non saremmo costretti a dover dipendere dalla sola benignità altrui. Potremmo esigere dei diritti e soprattutto di fronte a certi medici io non mi sarei sentita dire ‘Signora, lei lo sa vero che la fibromialgia non esiste?”.
Di Nicholas, assicurano in Cfu-Italia, ce ne sono tanti. I bambini non hanno sovrastrutture, vogliono giocare, vivere. «Davvero non vogliamo occuparcene? Non siamo il Paese della famiglia, dell’assistenza, della natalità, della sanità costituzionalmente garantita?», incalza Suzzi.
Intanto, a più di un mese dalla conferenza stampa a Montecitorio, la politica continua a tacere.
L’autrice: Camilla Ghedini è giornalista e collaboratrice di Left
La Meloni sarà certamente molto preoccupata per l'”infiltrazione” di giudici comunisti perfino dentro la Corte Costituzionale… La Consulta infatti, ha deciso (aspettiamo, ovviamente, di leggere tra venti giorni la sentenza, ma abbiamo letto uno stralcio emanato ufficialmente dalla stessa Corte) che, pur restando formalmente in vigore la legge Calderoli sull’autonomia differenziata, sono incostituzionali sue parti essenziali senza le quali non può operare. Il costituzionalista Michele Ainis ha scritto: «la legge Calderoli è, ora, uno Zombie». Il Parlamento dovrà riconsiderare il tutto. Non sarà facile, probabilmente, ora trovare l’accordo mercantile che era stato stilato tra la Lega (a noi la secessione), Forza Italia (a noi la separazione delle carriere , colpendo l’autonomia del potere giudiziario) e, soprattutto, la Meloni (riforma costituzionale sull’elezione diretta, plebiscitaria, del presidente del Consiglio).
Senza enfasi alcuna, possiamo dire che le critiche che avevamo mosso da anni, come Left, insieme ai Comitati contro ogni autonomia differenziata, insieme alla Via Maestra, a partiti democratici, sono state ritenute giuste dalla Corte, dopo una analisi attenta e giuridicamente profonda, analizzando i ricorsi proposti dalle Regioni. Su due punti in particolare, fondamentali. L’ autonomia, ha spiegato la Corte, va, ovviamente, interpretata alla luce del complessivo impianto costituzionale, che detta principii che non possono essere violati, come l’unità della Repubblica (articolo 5 della Costituzione: Repubblica «una e indivisibile»), l’eguaglianza di tutte le cittadine e cittadini sull’intero territorio nazionale (non lo “ius domicilii”, la diseguaglianza secessionista prevista dalla legge Calderoli), lo Stato sociale (a partire da scuola laica repubblicana, dalla salute, dal lavoro).
Inoltre, aggiunge la Corte, il Parlamento non può essere scavalcato con un decreto, che è emanato da un organo che ha una legittimazione di secondo grado. Mentre la legge Calderoli permette che vengano assunte decisioni fondamentali attraverso deleghe generiche al governo o addirittura atti amministrativi emanati da fonti secondarie che svuotano completamente il ruolo primario del Parlamento. Nel rapporto tra Stato e Regioni, tra centro e periferia non sono possibili trasferimenti in blocco, sino ad arrivare alle venti tre materie fondative dello Stato di diritto, che scardinerebbero l’equilibrio solidale, ma solo trasferimenti di funzioni singole, motivate, mirate.
Lo smantellamento della filosofia (per così dire ) della legge Calderoli è netta; non comprendo come il presidente leghista del Veneto, Zaia, faccia finta che nulla sia avvenuto. Trascrivo, per chiarezza: «La Corte… ha ravvisato incostituzionale.. la possibilità che l’intesa tra lo Stato e la regione trasferisca materie o ambiti di materie, laddove invece la Corte ritiene che la devoluzione debba riguardare specifiche funzioni legislative e amministrative e debba essere giustificata, in relazione alla singola regione, alla luce del richiamato principio di sussidiarietà». Il che significa che va dimostrato, funzione per funzione, che solo a livello locale può essere svolta meglio una funzione (sempre singola, mai presa in blocco).
Calderoli, quindi, deve interrompere tutte le preintese con le Regioni che, clandestinamente, stava portando avanti. E, comunque, non potrà più attuare la secessione su materie decisive come la sanità, la scuola, l’ambiente, le infrastrutture, la protezione civile, il lavoro, i rapporti con l’estero, ecc. Ho segnalato solo alcuni temi. La Corte va oltre nel dichiarare l’incostituzionalità di intere travi della fantasiosa architettura della legge Calderoli, specificando che la distinzione tra materie lep e materie non lep non può pregiudicare la garanzia dei diritti civili e sociali, che la clausola di invarianza deve collocarsi un un quadro di valutazione complessiva della finanza pubblica, e dunque vanno definiti i fabbisogni per i livelli essenziali di prestazioni e su questa base decidere le poste finanziarie.
In definitiva, una sentenza importante che richiama il governo al rispetto della Costituzione. Spetterà ora al Parlamento il compito, irrinunciabile, di intervenire per colmare i vuoti che si sono creati con la dichiarazione di incostituzionalità di parti decisive della Calderoli. I Comitati No Ad, attivi in tutte le Regioni, partendo con passione e convinzione ancora maggiore, perché vedono riconosciute le ragioni della proprie critiche alla legge, rilanciano il referendum di abrogazione totale. Siamo convinti che la legge Calderoli viola gli articoli 2, 3, 5 della Costituzione perché frantuma l’unità e indivisibilità della Repubblica, lede il principio di solidarietà e eguaglianza dei cittadini. Per questo i Comitati, come hanno già scritto, «son certi che, anche qualora il Parlamento intervenisse per sanare le illegittimità costituzionali come richiede la Consulta, il referendum di abrogazione totale sarà ammesso e la legge Calderoli, attraverso il voto referendario, sarà cancellata».
L’autore: Giovanni Russo Spena è giurista, politico e costituzionalista