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Povera Cop29, poveri noi

La Cop29, l’annuale vertice sul clima delle Nazioni Unite, è terminata dopo due settimane di negoziati. La cronaca delle trattative ha meritato poca attenzione sulla stampa, qui dalle nostre parti. Ormai l’ambientalismo è diventato un tema per gli affezionati, una di quelle cose di cui non ti puoi permettere di non parlare, ma che puoi benissimo inserire nelle rubriche fisse: motori, risultati delle partite, meteo, lettere dei lettori e infine anche l’ambientalismo.

Nemmeno i 300 miliardi all’anno fino al 2035 per aiutare i Paesi in via di sviluppo ad affrontare la crisi climatica hanno fatto notizia. Del resto, viviamo in un Paese governato da un ministro dei Trasporti che capeggia un’orda di maschi fieri di inquinare il più possibile. Lo smog come prolungamento del pene.

Il gran capo dei maschi, Donald Trump, alla Cop29 ha deciso di non volgere uno sguardo e di non sprecare nemmeno una parola. Per lui le auto interessanti, così come i missili, sono quelle del suo padrone Elon Musk.

Non aiuta nemmeno che, mentre le Cop aumentano di numero, anno dopo anno, le promesse degli anni precedenti vengano sempre smentite. Così tutto appare come una lunghissima analisi della sconfitta, a puntate, con un finale nero per tutti.

I Paesi colpiti da disastri climatici hanno fatto notare sommessamente che forse l’impegno profuso fin qui non basta. Gli altri hanno promesso soldi, ancora soldi. C’è qualcuno talmente stupido da pensare che risarcire possa essere risolutivo per annullare le cause.

Dicono che la crisi dell’attenzione verso l’ambientalismo corrisponda alla crisi del progressismo in giro per il mondo. Ma qui non si perdono le elezioni.

Buon lunedì.

Violenza contro le donne. Perché è una questione tutta politica

Quando affrontiamo la violenza maschile contro le donne non possiamo essere tutti d’accordo. Chi non è pronto a condannare la violenza contro le donne? Nessuno. Eppure, se scaviamo un po’ scopriamo che dietro la facile condanna si possono trovare sia la riconferma dell’oppressione di cui la violenza è espressione, sia l’apertura di un processo di trasformazione.
Se la violenza di genere non è un’entità oscura, estranea alla nostra normalità ma è il frutto di una cultura condivisa, di un modo di pensare le relazioni, di un immaginario pervasivo della sessualità, di rappresentazioni consolidate delle attitudini e dei ruoli di donne e uomini, allora ci accorgiamo che è impossibile contrastarla senza mettere in discussione questo universo condiviso. E farlo senza agire un conflitto.
Spesso le campagne istituzionali, le iniziative legislative, le analisi e le ricette proposte dai media contro la violenza contribuiscono a rimuovere un’assunzione di responsabilità della società e ripropongono proprio quel contesto culturale in cui la violenza si genera, trova le proprie giustificazioni e legittimazioni. Le iniziative di sensibilizzazione e, spesso, i discorsi degli esperti da talk show ci propongono l’immagine di donne deboli e bisognose di protezione e la nostalgia per un ordine paterno che insegnava gli uomini a contenere le proprie pulsioni. Ma è proprio l’esercizio della protezione, della guida e del controllo maschile che legittima l’uso della forza e dell’arbitrio, ed è proprio l’erotizzazione della donna preda, oggetto delle pulsioni maschili, a naturalizzare l’idea che nel gioco delle parti tra i sessi, tra soggetto e oggetto di desiderio, la conquista del corpo femminile ricorra alla forza, al potere, al denaro.
La violenza maschile contro le donne è uscita dall’ombra in cui era stata relegata in passato, ma per ritrovarla spettacolarizzata e strumentalizzata. Il discorso pubblico la racconta come patologia individuale o espressione di culture estranee. In questo modo il “panico sociale” ha l’effetto paradossale di rassicurarci: non ci chiama in causa, non ci mette in discussione, possiamo delegare all’apparato penale il problema e, così, rimuoverlo. E se questo rafforza le narrazioni paranoiche di una società circondata e minacciata che deve chiudersi per difendersi, non è per caso. Nella difesa del territorio e dei corpi delle “nostre donne” come parte del territorio si intrecciano allarme xenofobo e richiamo patriarcale. E nella rappresentazione della minaccia rappresentata dai migranti c’è una proiezione razzista e inferiorizzante: i neri portatori di una natura maschile non civilizzata, incapace dell’autodisciplinamento proprio dell’uomo occidentale. Purtroppo la strumentalizzazione del tema della violenza contro le donne per alimentare (o inseguire) spinte xenofobe, non nasce oggi con le destre: lo hanno fatto esponenti del “fronte politicamente corretto” come Veltroni che, dopo l’uccisione di Giovanna Reggiani, indicò “i rumeni” come pericolosi.
Il 2023 rappresenta un passaggio significativo che mostra il carattere contraddittorio e conflittuale della percezione pubblica della violenza di genere. L’11 novembre viene uccisa Giulia Cecchettin: l’immagine della coppia di “bravi ragazzi” giovanissimi aveva alimentato la partecipazione di massa alla tragedia. Pochi mesi prima aveva suscitato emozione l’uccisione di Giulia Tramontano, al settimo mese di gravidanza, da parte del compagno Alessandro Impagnatiello.
A luglio avviene a Palermo lo stupro collettivo di una ragazza di 19 anni fatta ubriacare da sette coetanei. Il caso colpisce l’opinione pubblica per l’età degli autori e per l’apparente indifferenza degli uomini coinvolti emersa dalle testimonianze e dalle intercettazioni. Un mese dopo emerge il caso di due preadolescenti abusate per mesi da un gruppo di 15 giovanissimi a Caivano. Il governo interviene sul posto, e approva, per decreto, “misure urgenti di contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile” che inasprisce le pene per reati commessi da minori.
Il fatto nuovo sono, però, le parole della sorella e del padre di Giulia, che indicano la radice patriarcale della violenza e chiedono agli uomini di essere “agenti di cambiamento”. Ma la “vittima” o la sua famiglia devono esporre la propria sofferenza senza pretendere di avere un punto di vista su ciò che ha provocato quella sofferenza. Se mettono in discussione “l’ordine di genere” che ne è alla radice, l’empatia si incrina, si scatenano, gli haters sui social e i media giungono a insinuare dubbi su un opportunismo del padre o su un comportamento della sorella “disordinato” ed eccessivo, fino a commentare la lunghezza della gonna indossata al funerale di Giulia.
Qualcosa era avvenuto anche sul terreno dei consumi culturali. Il film C’è ancora domani, batte tutti i record con milioni di spettatori nelle sale, proiezioni nelle scuole e premi di rilievo. Sempre nel 2023 il film Barbie registra 5,5 milioni di spettatori. La loro diffusione produce di per sé uno spostamento nel discorso pubblico, sollecita una riflessione sugli stereotipi di genere in un pubblico estraneo al dibattito sociale e politico sul tema.

La manifestazione del 25 novembre a Roma, promossa da “Non una di meno” vede una partecipazione enorme.
Si è aperta, insomma, una frattura che ha portato sindacalisti, editorialisti, intellettuali, semplici cittadini, a prendere parola, dando una visibilità mai registrata prima a una riflessione critica maschile sulla “cultura della violenza”. Voci differenti per approccio, profondità e consapevolezza ma che insieme determinano un fatto nuovo.
Oggi si pone il problema di come tenere aperta questa frattura: dare visibilità e spazio alle esperienze di impegno maschile nella critica all’ordine di genere, ai ragazzi che scelgono percorsi di studio critici sui modelli di mascolinità, agli uomini che cercano di essere padri differenti, agli uomini che cominciano a vedere la miseria che si cela nel potere e nel privilegio e vogliono essere “agenti di cambiamento”.
Al contrario di quanto pensa il preside della scuola che ha vietato il minuto collettivo di ricordo di Giulia Cecchettin, invitando gli studenti a viverlo in una dimensione privata, dobbiamo riconoscere che quella in gioco è una questione tutta politica perché riguarda le relazioni di potere tra le persone, i loro spazi di libertà, la colonizzazione dei loro desideri e delle loro relazioni da parte di un immaginario fondato sul dominio.

Ma c’è anche una dimensione politica più immediata: il cambiamento in corso nelle relazioni tra i sessi e nei ruoli e modelli di genere è oggi al centro della offensiva ideologica delle destre e dei nazionalismi populisti. Cresce l’ostilità verso gli stranieri, e verso le vite che non corrispondono alla norma, crescono i nazionalismi, crescono le spinte all’egoismo, alla competizione, alla diffidenza. Ma sempre più ricorrente è la postura violenta che si basa sul “vittimismo dei dominanti”: Trump parlando della prima potenza economica e militare mondiale, descrive un’America colonizzata, invasa e accerchiata. Le retoriche sull’invasione, sui complotti ostili, sulla dittatura del politicamente corretto, hanno molte assonanza con il vittimismo maschile contro l’aggressione femminista, contro le discriminazioni subite dai padri separati, contro le pari opportunità.
La politica ha tradizionalmente tematizzato la questione femminile, o prima la questione meridionale, ma non riusciamo a vedere che c’è un’enorme questione maschile: il fantasma del maschile attraversa continuamente la scena pubblica ma è talmente “naturalizzato” da risultare invisibile nelle nostre riflessioni sulla democrazia e la sua crisi.
Il modello maschile è stato riferimento nella stagione neoliberista dell’individualismo proprietario, del sogno del cittadino maschio, bianco, adulto eterosessuale, produttivo, padrone e imprenditore di sé, e capace di liberarsi dai legami sociali. Sogno poi tradottosi nell’incubo della solitudine ai tempi della crisi in cui il tuo fallimento è la tua colpa. lo abbiamo incontrato con il berlusconismo e poi con la figura del severo professore che riporta la società all’ordine dopo aver troppo goduto, per giungere al “capitano”, che pensa prima agli italiani e propone la rivincita contro un nemico indefinito.
Nelle analisi della vittoria di Trump, e prima delle vittorie delle destre in Europa si propongono, invece, due letture che da differenti premesse, giungono alle stesse conclusioni: una, che potremmo attribuire a un economicismo arcaico, ci dice che “il popolo vota in base agli interessi e non ai valori” e abbandona le sinistre che hanno smesso di difendere i lavoratori per occuparsi delle minoranze sessuali o delle donne.

La polarizzazione arretrata e ingenua tra diritti sociali (la materialità del riferimento al lavoro e la scientificità dei rapporti economici) e diritti “civili” che invece rimanderebbero a “sovrastrutture” (Ma cosa c’è di più materiale della vita, dei nostri corpi?) non va oltre la dimensione istituzionale, di “governo” dei processi della politica incapace di misurarsi con la dimensione anche “inconscia”, delle emozioni, delle paure, dei desideri. E così non coglie quanto le destre vincano non per i propri programmi, ma per la capacità di parlare alla frustrazione al rancore e allo smarrimento.

Un’altra posizione “assume” le radici delle spinte xenofobe per una strategia che mescola subalternità e “doppiezza” (meglio se impugno io i respingimenti, meglio se impugno io il bisogno di patria che non lasciarla alla destra). Chi sceglie illusoriamente questa scorciatoia non vede che lo stigma omofobo, la misoginia, la inferiorizzazione e demonizzazione dello straniero sono parte di un apparato di potere e di dominio: tenta una competizione, un conflitto, senza rendersi conto di restare interno a un ordine simbolico dominante.
Non è possibile stare in questa contesa in una posizione non subalterna se non si è capaci di pensare un’idea di libertà diversa dal modello liberale e un’idea di identità diversa da quella che si rifugia nei riferimenti escludenti e omologanti.

L’autore: Animatore dell’associazione Maschile plurale, Stefano Ciccone fa parte del gruppo dirigente di Sinistra italiana ed è docente dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”

Nella foto di Renato Ferrantini, manifestazione contro la violenza sulle donne, Roma, 25 novembre 2024

Nicolò Govoni: «Soltanto la scuola cambia la vita, ovunque nel mondo»

Che scusa abbiamo per non provare a cambiare il mondo? E, attraverso questo, cambiare anche noi stessi? È questa la domanda che sembra porsi Nicolò Govoni, giornalista, attivista e fondatore di Still I Rise, con il suo ultimo libro: Un mondo possibile (Rizzoli). Si tratta di una guida pratica e ispirazionale che intreccia storie, esperienze e immagini dei bambini più vulnerabili del pianeta. Attraverso un racconto intimo e diretto, Govoni ripercorre la nascita e l’evoluzione della sua organizzazione umanitaria, la prima al mondo a offrire gratuitamente ai rifugiati il percorso di studi dell’International Baccalaureate. Un diploma internazionale riconosciuto in tutto il mondo che offre un percorso di studi rigoroso e completo, progettato per preparare gli studenti a una formazione superiore.
Non si tratta solo di garantire la sopravvivenza, ma di lasciare un segno duraturo nei territori in cui l’organizzazione opera. Dalle scuole d’eccellenza in Kenya, Siria e Grecia, fino alle vite trasformate di chi ha trovato una seconda possibilità, il libro invita a riflettere sul ruolo che scegliamo di assumere nel mondo. Rifiutando risposte facili e scappatoie, Govoni propone un nuovo modo di pensare l’attivismo: non più come un gesto caritatevole, ma come un impegno che ridefinisce i rapporti tra noi e gli altri.
Per l’uscita del suo libro Un mondo possibile, Left ha incontrato Nicolò Govoni per parlare del suo percorso, dell’attivismo e delle sfide che questo comporta.

Nicolò Govoni, lei è sempre stato critico verso un certo tipo di attivismo, arrivando a definirlo “volonturismo”. In un momento in cui il suo lavoro è spesso al centro di opinioni contrastanti, che consiglio darebbe a chi vuole avvicinarsi a questo mondo?
Il lavoro che svolgiamo dovrebbe essere visto come il nostro unico atto politico, un impegno che va oltre la routine quotidiana e che riflette i nostri principi più profondi. In quanto membri della società civile, è fondamentale che manteniamo un comportamento imparziale, non solo per etica, ma anche per garantire l’efficacia e la giustizia in ciò che facciamolo. È fondamentale approcciarsi all’attivismo con serietà e consapevolezza, evitando scorciatoie o comportamenti poco etici.

Quando e come ha capito che questa era la sua strada?
All’inizio del mio percorso, mi era stato venduto un sogno vuoto per 1.000 euro. Sono stato mandato in un orfanotrofio in India senza alcuna competenza, formazione o progetto concreto. Quell’esperienza mi ha aperto gli occhi sull’importanza di un volontariato etico. Svuotare di significato un gesto altruista non solo danneggia chi lo riceve, ma alimenta la sfiducia verso le Ong e gli attivisti. Secondo gli ultimi dati dal 2010 la fiducia del pubblico nelle Ong è calato del 20%, è un trend che va fermato. È fondamentale trattare il volontariato con responsabilità e rispetto, perché anche il solo fatto di potersi donare agli altri è un privilegio.

Quali sono i principi fondamentali che garantiscono un volontariato etico, efficace e sicuro?
Dentro Still i Rise, il nostro lavoro si basa su quattro principi fondamentali, le quattro S. La prima sono i soldi: se un’organizzazione ti chiede di pagare per partecipare, significa che il suo interesse principale non è l’impatto che puoi avere, ma il profitto. Questo approccio svuota di significato il volontariato, che dovrebbe sempre mettere al centro la causa e il cambiamento concreto che si può generare. Il secondo principio è la specializzazione. Fare volontariato non significa improvvisarsi: ogni progetto ha bisogno di persone con competenze specifiche e una preparazione adeguata. Solo attraverso la specializzazione si può offrire un aiuto realmente efficace, che porti benefici tangibili alle comunità coinvolte.
La terza S è la selezione. Un’organizzazione che non seleziona i volontari, accettando chiunque senza criteri chiari, rischia di non valorizzare il contributo di ciascuno. Il volontariato deve essere strutturato: è essenziale assegnare ruoli specifici e responsabilità ben definite, per evitare sprechi di risorse o interventi inefficaci. Infine, c’è la supervisione. Anche il miglior progetto, se lasciato senza controllo, può fallire o addirittura diventare pericoloso. I volontari non dovrebbero mai essere abbandonati a loro stessi, specialmente in contesti complessi o in situazioni politiche e sociali delicate. Una supervisione costante garantisce sicurezza, supporto e una gestione etica ed efficace delle attività, assicurando che gli obiettivi vengano raggiunti senza rischi inutili per chi partecipa o per le comunità coinvolte.

Nicolò Govoni con gli studenti di una scuola di Still I Rise

Qual è il nodo centrale delle difficoltà che Still I Rise affronta?
Il diritto all’istruzione è il fulcro di tutto. Ogni bambino ha diritto a ricevere la migliore educazione possibile, indipendentemente da dove nasce. Garantire questo diritto non significa solo trasmettere conoscenze, ma anche insegnare valori, inclusione e capacità di pensiero critico. La nostra sfida è rendere l’istruzione uno strumento di cambiamento reale per chi non ha nulla.

Perché proprio ora ha deciso di scrivere un libro?
Still I Rise è cresciuta enormemente negli ultimi anni, trasformandosi da una piccola realtà in un’organizzazione complessa, che opera su scala globale. Con questa crescita, ho sentito il bisogno di raccontare la nostra storia in modo più strutturato e accessibile, non solo per celebrare i traguardi raggiunti, ma anche per trasmettere ciò che abbiamo imparato lungo il percorso. Questo libro è una riflessione sul nostro lavoro, sui valori che ci guidano e sulle sfide che abbiamo affrontato. Volevo offrire uno strumento concreto a chiunque voglia avvicinarsi al mondo dell’attivismo, una sorta di guida che mostri come un’idea possa trasformarsi in un progetto reale, capace di cambiare vite. Questo libro vuole essere un ponte: tra chi cerca una strada e chi desidera capire come fare la differenza, ovunque si trovi. È anche un invito a guardare oltre i propri limiti, a credere che ognuno di noi abbia il potere di contribuire a un mondo migliore, con coraggio e determinazione. Raccontare tutto questo è il mio modo di dire che cambiare è possibile, anche partendo da zero, con il giusto impegno e una visione chiara.

Qual è il valore più profondo dell’aiutare gli altri?
Aiutare gli altri è un modo per essere utili e fare qualcosa di tangibile, ma anche un’opportunità per conoscere meglio noi stessi. Donarsi agli altri, uscire dalla propria zona di comfort, spesso permette di scoprire una forza interiore inaspettata. Questo tipo di impegno arricchisce non solo chi riceve aiuto, ma anche chi lo offre, dando un significato più profondo al proprio percorso di vita. L’esempio dei bambini con cui lavoriamo è ciò che più mi ha insegnato. Se loro, pur provenendo dalle condizioni più difficili, trovano il coraggio di sognare, rialzarsi e cambiare il proprio destino, allora non ci sono scuse per tirarsi indietro. La loro forza mi ricorda ogni giorno che il cambiamento inizia da un atto di coraggio, anche piccolo, che può trasformare la vita di molti.

Nella foto: marcia di protesta a difesa della scuola a Mathare, Nairobi, Kenya, maggio 2024 

Gaza è un test morale

Ha ragione il professore Mario Ricciardi quando scrive che Gaza è un test morale. La violenza del conflitto in Medio Oriente, a partire dal 7 ottobre, svela le ipocrisie di chi si è costruito un profilo di credibilità sommessamente, fingendo.
Da ieri, il leader israeliano Benjamin Netanyahu è ufficialmente un ricercato internazionale, insieme al suo ex ministro della Difesa, Yoav Gallant. Sono ritenuti responsabili della devastante guerra all’interno della Striscia di Gaza, definita un “attacco diffuso e sistematico contro la popolazione civile”.
È la prima volta che un alleato dell’Occidente viene condannato dalla Corte penale internazionale. È sicuramente la prima volta che le politiche estere di Europa e Usa vengono schiaffeggiate dal diritto.
Netanyahu come Putin, leader criminali. E non sorprende che qualche unto commentatore festeggiasse nel caso del mandato dell’Aia nei confronti dell’oligarca russo (“la decisione rimette ordine nelle regole internazionali”, scriveva, ad esempio, un direttore di quotidiano) e ora che quell’Aia sia diventata colpevole “della caccia all’ebreo”.
Serve, del resto, molta ipocrisia per ritenere il genocidio una forma di legittima difesa. Ci vuole molta ipocrisia per credere che la privazione di acqua, cibo e medicine abbia a che fare con la caccia ai terroristi. Ci vuole molta ipocrisia per ritenere Netanyahu una sineddoche di tutti gli ebrei, pur di arrivare a evocare l’antisemitismo.
Gaza è un test morale anche per la classe politica. Se Netanyahu è un criminale, è fin troppo facile immaginare chi siano i suoi fiancheggiatori, che ne risponderanno di fronte alla Storia.

Buon venerdì.

Nella foto: l’ex ministro Gallant e il premier Netanyahu

I carabinieri “infedeli” e l’omicidio del sindaco Angelo Vassallo

Le lancette hanno da poco fatto scattare un nuovo giorno su Pollica, un Comune di poco più di duemila anime della provincia di Salerno, poco meno di 150 km da Napoli.
È l’1:47 del 6 settembre 2010: Angelo Vassallo, 57 anni, sindaco di quella comunità, viene trovato senza vita all’interno della sua auto. Il corpo è crivellato di colpi. Ben nove. Esplosi, ricostruiranno gli inquirenti, tra le 21:10 e le 21:12 della sera del 5 settembre. Da soli 40 cm di distanza.
Dopo ben quattordici anni, le indagini paiono finalmente essere arrivate a un punto di svolta: per quell’omicidio la Procura di Salerno ha arrestato quattro persone. Non comuni. Tra loro, infatti, figurano un ex brigadiere e, soprattutto, un colonello dei Carabinieri. L’accusa recita: omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dalle finalità mafiose.

Secondo i magistrati, Angelo Vassallo avrebbe scoperto un ingente traffico di droga – non semplice spaccio – e individuato i responsabili, che era pronto a denunciare. Tanto da aver già fissato un appuntamento col Procuratore di Vallo della Lucania, Alfredo Greco. Quell’incontro si sarebbe dovuto tenere proprio nella mattina del 6 settembre 2010, un’alba che Vassallo non arrivò però a vedere.

Una delle prime piste investigative, in effetti, era stata quella che riconduceva alla «scoperta da parte del Sindaco di un traffico di stupefacenti effettuato utilizzando imbarcazioni che attraccavano al porto di Acciaroli, nel quale sarebbero stati coinvolti non solo soggetti notoriamente legati agli ambienti dello spaccio, ma anche soggetti evidentemente ‘insospettabili’ e di elevata caratura criminale, come evincibile dalla reticenza mostrata dal sindaco nell’esporre la sua scoperta e nello svelare l’identità dei responsabili, e dalla manifestazione di un timore (purtroppo più che fondato) per la sua vita».

Il sindaco, in effetti, dalla fine di agosto, insieme ad alcuni agenti fidati della Polizia Municipale, aveva personalmente effettuato controlli serali e notturni nella zona del porto. Acciaroli, la frazione sul mare del Comune di Pollica, durante l’anno di abitanti ne conta addirittura solo seicento. Eppure d’estate le sue spiagge e i suoi locali si riempiono, fino a contare anche ventimila turisti. E proprio con i titolari di alcuni di questi locali il sindaco Vassallo sarebbe arrivato a scontrarsi, rimproverando loro di tollerare l’evidente spaccio di droga.

La pista del traffico di droga era stata però abbandonata nel corso degli anni successivi. Perché?
È qui che i giudici credono c’entri il colonello dei Carabinieri Fabio Cagnazzo: sarebbe autore di una «minuziosa, articolata e dettagliata attività di depistaggio […] protesa verso l’individuazione della figura del perfetto colpevole in Damiani Bruno Humberto, noto come il ‘Brasiliano’, spacciatore presente e operativo ad Acciaroli nell’estate 2010».

Il “perfetto colpevole”, un uomo di origini brasiliane, noto spacciatore.
Cagnazzo, fin dalla scoperta del cadavere del sindaco Vassallo avrebbe indirizzato le indagini in quella direzione. Suggerisce la perquisizione dell’abitazione del “Brasiliano” e la prova dello “stub” (un test che serve a verificare la presenza dei residui di uno sparo da arma da fuoco) a suo carico. Effettuati entrambi, senza esito.
Successivamente, insieme al suo sottoposto Gino Molaro, acquisisce le telecamere di sorveglianza di un esercizio commerciale per farle esaminare dai suoi uomini: dirà poi che nelle immagini il “Brasiliano” appare gironzolare intorno al Sindaco Vassallo. Peccato che il video sia manipolato ad arte, così da tagliare i frame che ritraggono Damiani nella zona del porto proprio nei minuti in cui avviene l’omicidio.
In contatto con la famiglia di Angelo Vassallo, il colonnello riferisce loro – falsamente – di aver ricevuto informazioni da testimoni che avrebbero visto il “Brasiliano” gettare una pistola in acqua, nei pressi della banchina.
Ancora: la mattina successiva all’omicidio, Cagnazzo, pur non avendo alcun incarico, si reca con due civili presso un’abitazione poco distante dal luogo dell’omicidio. Al carabiniere in vacanza che la abita in quel momento chiede se abbia sentito gli spari, se abbia visto qualcosa. Alle risposte negative, va via. Gli inquirenti credono che questa febbrile attività sia dovuta all’ansia di assicurarsi che tutto sia andato liscio, che nessuno abbia visto e sentito niente.
Non si limita ai depistaggi. Avrebbe riempito infatti di schiaffi e pugni Luca Cillo, un agente immobiliare che, parlando con i familiari del sindaco, aveva loro riportato di essere a conoscenza del coinvolgimento di Cagnazzo in un fiorente traffico di stupefacenti scoperto da Vassallo.

Le indagini cominciano a vagare nel vuoto. Per anni. La pista principale, suggerita con cura da Cagnazzo, porta in un vicolo cieco: la posizione del “Brasiliano” viene archiviata per ben due volte, perché non c’è nulla che lo associ all’omicidio.

Nel 2016 va in onda su Rai1 il film Il sindaco pescatore che ripercorre la vita di Angelo Vassallo, tenendone viva la memoria anche per il grande pubblico.
Ma è nel 2019 che il potere mediatico svolge una funzione chiave di “stimolo” dell’attività investigativa. La trasmissione Tv Le Iene manda in onda un’inchiesta che contiene interviste a molti dei protagonisti di questa oscura vicenda. Che riportano elementi che gli inquirenti ritengono utili al punto da riportarne ampi stralci all’interno dei documenti ufficiali.

Le Iene partono da una novità investigativa che per la prima volta dà credito alle voci che pure giravano dal 6 settembre 2010: nel 2018 viene infatti iscritto nel registro degli indagati un carabiniere. Si tratta del brigadiere Lazzaro Cioffi, legato a Cagnazzo anche per aver lavorato insieme nella caserma di Castello di Cisterna (Napoli).
Cioffi è peraltro il genero di Domenico D’Albenzio, camorrista, condannato in via definitiva per omicidio. E conduce attività economiche difficilmente conciliabili col suo ruolo. A partire dalla gestione di distributori di carburanti.

Cioffi è uno dei quattro arrestati. In realtà era già agli arresti quando la Procura di Salerno ne ha ordinato l’arresto per l’omicidio Vassallo, perché condannato a 15 anni di carcere per un’altra vicenda di spaccio di stupefacenti.
Insieme ai due carabinieri, vengono tratti in arresto anche un imprenditore, Giuseppe Cipriano, e Romolo Ridosso, camorrista.
Oltre a loro, tra gli indagati dal 2022 c’erano imprenditori locali, accusati di aver messo a disposizione la struttura in cui la droga sarebbe stata stoccata in attesa di essere distribuita non solo a Pollica.

L’omicidio del sindaco Vassallo apre riflessioni che travalicano i confini del “true crime”.
La crescita del turismo a Pollica, vista la meraviglia di Acciaroli, comporta lotte per l’assegnazione delle spiagge pubbliche, per l’apertura di locali che devono fare soldi con la movida estiva. Ma, anche, con altro tipo di merce, illegale. La droga, per l’appunto, strumento di penetrazione per alcuni clan della camorra e di arricchimento per “abituale frequentatori” della località.
La caratteristica di fondo e quella più pericolosa non sta tanto nella presenza di Carabinieri “infedeli”, nelle mele marce che disonorano l’Arma (principale chiave di lettura – oggi! – offerta dal potere politico e mediatico), quanto in quella che i magistrati definiscono «la circolarità dei rapporti leciti ed illeciti e il collegamento territoriale con la cittadina cilentana».
Lecito e illecito, legale e illegale, non sono in un rapporto di netta contrapposizione, bensì di continuità circolare. L’uno sfocia nell’altro per poi mutarsi nuovamente nel primo. Carabinieri, camorristi e imprenditori passano dall’uno all’altro senza soluzione di continuità. Potere dello Stato, potere criminale per eccellenza (ma anche economico) e potere economico costituiscono una trama che si va a innestare su un territorio per approfittare dei mutamenti che stanno intervenendo tanto in termini di accumulazione economica quanto di potere territoriale.
Come ha scritto il saggista Paolo Persichetti «i cattivi, a volte, non stanno nel posto che ti aspetti».

Questo articolo di Giuliano Granato (portavoce di Pap) è pubblicato in collaborazione con Canal Red, fondato e diretto da Pablo Iglesias

Nella foto: Angelo Vassallo, il “sindaco pescatore” (da Fondazione A.Vassallo fb)

Nuovo muro israeliano nel Golan. Intanto la Corte penale dell’Aja ha abbattuto il muro dell’impunità

Israele ha ripreso i lavori per la costruzione di un muro di separazione lungo il confine con la Siria, nelle alture del Golan, un progetto avviato nel 2011 e sospeso per anni. Secondo la posizione israeliana, l’infrastruttura, simile a quelle già erette ai confini con Gaza, Libano, Egitto e Cisgiordania, si propone di rafforzare i confini e garantire maggiore sicurezza contro le minacce percepite. Ancora una volta, il muro di cinta come panacea di tutti i mali. Un classico, no? La minaccia, reale o percepita che sia, giustifica tutto, persino l’erezione di nuovi muri. Ma proviamo a guardare oltre il muro: quali sono le implicazioni geopolitiche di questa scelta? E soprattutto, quanto è efficace un muro contro le paure, che spesso sono più intangibili di qualsiasi confine?

Il Golan è un nodo gordiano geopolitico. Conquistato da Israele durante la guerra del 1967 e annesso unilateralmente nel 1981, questo territorio ha assunto un ruolo centrale sia dal punto di vista militare che economico. Le alture offrono un vantaggio tattico, consentendo di monitorare le attività militari siriane e fornendo un cuscinetto naturale contro eventuali attacchi. Ma non si tratta solo di strategia militare. Il Golan è una delle principali fonti di acqua per Israele, grazie al bacino idrico che alimenta il fiume Giordano e il Mar di Galilea. Inoltre, la terra fertile della regione contribuisce significativamente all’agricoltura israeliana, aumentando il valore di una zona su cui convergono mire diverse. La determinazione di Israele a mantenere il controllo sul Golan è evidente, nonostante la schiacciante opposizione internazionale e le ripetute condanne delle Nazioni Unite, che considerano l’occupazione del territorio una violazione del diritto internazionale.

La costruzione del muro ha implicazioni che vanno ben oltre il semplice rafforzamento dei confini. Le attività si concentrano nella cosiddetta zona di disimpegno, un’area istituita nel 1974 per separare le forze israeliane e siriane, sotto la supervisione della Forza di osservazione del disimpegno delle Nazioni Unite (UNDOF). Secondo l’UNDOF, le recenti operazioni israeliane, che includono scavi, trincee e nuove barriere di cemento, violano gli accordi internazionali e rischiano inevitabilmente di aumentare le tensioni. Tuttavia, l’organizzazione si limita a monitorare le violazioni, senza il potere di impedirle, lasciando di fatto mano libera a Israele. Immagini satellitari pubblicate recentemente mostrano un’intensa attività lungo la linea Alpha, con veicoli blindati e forze militari che garantiscono la sicurezza dei lavori. Questo nuovo tratto di muro si estende per oltre sette chilometri, aggiungendo una barriera fisica in un’aerea martoriata dalla guerra, un suolo intriso di sangue, dove ogni centimetro quadrato racconta una storia di morte e dolore.

La strategia israeliana di costruire muri di separazione è stata adottata in passato con esiti che lasciano un retrogusto amaro, come il sapore di un frutto acerbo. In Cisgiordania e a Gaza, queste barriere non hanno impedito attacchi, infiltrazioni o attività di resistenza, come dimostrato dall’Operazione Al-Aqsa Flood del 2023, che ha messo in evidenza gravi vulnerabilità nelle infrastrutture di difesa israeliane. Nonostante ciò, Tel Aviv continua a investire milioni in progetti di questo tipo, sostenendo che rappresentino un elemento chiave per la sicurezza nazionale. Ma l’efficacia di queste barriere è oggetto di critiche non solo per la loro vulnerabilità pratica, ma anche per il loro significato politico e simbolico. I muri, infatti, sono cicatrici che deturpano la pelle del mondo, segni indelebili di divisione e paura. Sono grida di possesso, monumenti all’egoismo e tentacoli che si allungano per soffocare ogni speranza di pace.

Il muro nel Golan è l’ultimo atto di una escalation pericolosa tra Israele e Siria, un’ulteriore fortificazione che cementa le divisioni e alimenta l’odio. Negli ultimi anni, Tel Aviv ha intensificato le operazioni militari in territorio siriano, colpendo infrastrutture strategiche e tentando di interrompere i collegamenti tra Damasco e Hezbollah. La nuova barriera lungo la linea Alpha può essere interpretata come parte di un piano per consolidare una presenza permanente nella regione, ridefinendo di fatto i confini e limitando la libertà di azione della Siria vicino al Golan occupato. Ma questa strategia comporta rischi significativi. La Siria, sostenuta dagli alleati dell’Asse della Resistenza, potrebbe interpretare queste azioni come una provocazione diretta, aumentando la probabilità di scontri armati. Inoltre, il muro potrebbe alienare ulteriormente la comunità internazionale, attirando nuove pressioni diplomatiche su Israele.

Un aspetto cruciale di questa vicenda è la percezione psicologica e simbolica delle barriere. Per Israele, costruire muri non significa solo creare ostacoli fisici, ma anche trasmettere un senso di sicurezza e controllo, sia alla propria popolazione sia alla comunità internazionale. Tuttavia, la storia recente dimostra che queste barriere non sono impenetrabili e che l’illusione di una sicurezza assoluta può essere rapidamente infranta.

La ripresa della costruzione del muro nel Golan solleva, quindi, una domanda fondamentale: Israele sta cercando di garantire la propria sicurezza o di diffondere una narrazione che giustifichi ulteriori politiche espansionistiche? Per la Siria e i suoi alleati, questa iniziativa è una provocazione che potrebbe portare a nuove escalation. Tel Aviv, dal canto suo, sembra disposta a correre il rischio, confidando nel supporto degli Stati Uniti e nella sua superiorità militare. Tuttavia, questa strategia potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio, aumentando l’instabilità nella regione e costringendo Israele a confrontarsi con le conseguenze delle sue politiche. Le alture del Golan, si confermano un palcoscenico eterno dove la storia inscena le sue tragedie più antiche. Ancora una volta, sotto i riflettori di un conflitto senza fine, questo lembo di terra ci ricorda l’incapacità dell’uomo di trovare una pace duratura.

Intanto con Israele che continua a costruire nuovi muri, il mondo assiste a un tentativo di abbattere quelli invisibili dell’impunità. La Corte penale internazionale dell’Aja ha emesso il 21 novembre un mandato di cattura contro Netanyahu e Gallant. Sebbene l’effettivo arresto sembri improbabile, poiché richiederebbe che i due leader mettano piede in Paesi che riconoscono la Cpi, questa decisione ha un grande valore simbolico. È un riconoscimento ufficiale dei crimini di guerra e contro l’umanità compiuti a Gaza, Una verità nascosta sotto strati di ipocrisia, ora esposta alla luce del sole internazionale.

Il mandato rende chiara una verità inaccettabile e intacca l’immagine di invulnerabilità che Israele ha sempre proiettato. Mentre il Golan si trasforma in un labirinto di sbarre, la giustizia traccia una linea retta, un percorso verso la verità che nessun muro potrà mai fermare.

Moltissimi casi isolati

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Un «modus operandi diffuso» fatto di «violenze fisiche e atti vessatori nei confronti di alcuni detenuti». Condotte «reiterate nel corso del tempo e messe in atto deliberatamente da un gruppo di agenti penitenziari in servizio presso la casa circondariale di Trapani».

Sono le parole della Procura di Trapani, che ha portato all’emissione di 25 misure cautelari contro altrettanti poliziotti penitenziari in servizio al carcere Pietro Cerulli. Undici sono finiti agli arresti domiciliari, quattordici sospesi dal servizio e altri ventuno risultano indagati.

In totale, quarantasei agenti sono sospettati – per ora – di aver partecipato a torture sistematiche contro i detenuti, scegliendo preferibilmente i più fragili psicologicamente. Il copione? «Tu sei un cane», «Spogliati, coso inutile», ripetevano alle vittime. E poi pugni, sputi. Nel settembre 2021, un uomo recluso è stato colpito con calci sulle gambe e violenti schiaffi alla testa. «In maniera ingiustificata – scrivono gli inquirenti – come segno di disprezzo».

Uomini trascinati sui corridoi bagnati, spinti nelle celle a calci, ricoperti di liquidi, bagnati con acqua e urina. Tutto avveniva nel “Reparto blu”, dove le telecamere di sorveglianza non registravano.

Eppure, a ogni nuovo caso, si sente parlare di «casi isolati». Lo ripetono i parlamentari di maggioranza, che negano l’esistenza di un problema sistemico e spingono per cancellare il reato di tortura. Moltissimi «casi isolati», con un sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, che sembra quasi compiacersi nel mantenere un approccio sadico nei confronti dei detenuti.

Sarà una coincidenza. Certo.

Buon giovedì.

Regionali, il vero vincitore è l’astensionismo. Ecco perché

Il centro-sinistra, alla fine di questo 2024, riconquista due Regioni – Sardegna e Umbria – che erano passate a destra sull’onda del sovranismo in salsa post-fascista e leghista, ma il dato che pare più preoccupare è la decisa e persistente discesa della partecipazione elettorale che appare ormai prossima al “livello di guardia”. Negli ultimi due anni le tornate elettorali regionali hanno visto un’affluenza calante, secondo una tendenza preoccupante: dal 37,2% nel Lazio al 41,7% in Lombardia, dal 45,3% in Friuli V.G. al 46% in Liguria, dal 46,4% in Emilia-Romagna al 48% in Molise, dal 49,9% in Basilicata al 52,2% in Abruzzo e dal 52,3% in Umbria al 55,3% in Piemonte. Anche le elezioni europee del giugno scorso, peraltro, avevano visto un calo considerevole, con un 48,3% di votanti (il 6,2% in meno) a livello nazionale, e non sembra dunque che si possa dire che sia il voto per le Amministrazioni regionali a non essere particolarmente sentito (così come si era già gridato l’allarme alle politiche del 2022, che avevano visto un’affluenza del 63,9%, in calo di ben 9 punti rispetto al 2018).
In Emilia-Romagna il crollo dei votanti è stato del 21,3% (dal 66,7%), contro il 12,4% dell’Umbria (dal 64,7%). Certo, si temeva l’astensionismo, con ragione, soprattutto a causa del segno lasciato dalle alluvioni in Emilia-Romagna, ma non lo si immaginava così drammatico. Non tanto e solo nelle zone colpite, peraltro, quanto piuttosto nella percezione generalizzata che il governo regionale non possa dirsi esente da colpe (tra consumo di suolo e dissesto idro-geologico), rivelatasi nella campagna del Pd che ha cercato di glissare sull’argomento, anzi ribadendo di voler perseguire le scelte già compiute.
In Umbria, viceversa, la partecipazione è stata appena più alta proprio perché la candidata presidente – cattolica e pacifista – ha saputo raccogliere attorno a sé un fronte ampio, fino alla sinistra radicale, tale da invogliare al voto più elettori.
Il Pd e il “campo largo” festeggiano dunque la decisa vittoria in Emilia-Romagna e la riconquista dell’Umbria. Dopo la sconfitta subita in Liguria per appena un punto e mezzo, con grande enfasi si esalta il 56,8% di De Pascale nella regione “rossa” e il buon 51,1% di Proietti in Umbria, due risultati che lasciano la destra al palo. Le percentuali, però, sono ingannevoli, perché mascherano tanto il calo della partecipazione che quello dei voti validi.
In Emilia-Romagna il centro-sinistra esulta, nonostante la perdita di 286mila voti rispetto al 2020. Certo, il centro-destra ne perde 387mila, ma non ha troppe ragioni per brindare. Il Pd di Elly Schlein in cinque anni perde 108mila voti (il 14,4%), mentre in Umbria ne guadagna quasi 4mila e la candidata presidente 16mila. Rispetto alle europee di appena cinque mesi fa, poi, in Emilia-Romagna la perdita del “campo largo” è di 269mila voti (e per la destra di 217mila), il che indica che è stato proprio il voto regionale a segnare un calo. Avs, che alle europee aveva fatto il “botto” con 130mila voti (6,5%), perde 44mila voti sul 2020 e 50mila sul giugno scorso. Così come i pentastellati, il cui giallo è sempre più pallido, che perdono quasi 50mila sul 2020 (la metà) e 89mila sulle europee.
Nel caso dell’Emilia-Romagna, però, il calo dell’affluenza e dei voti validi è stato particolarmente vistoso, e tutto lascia pensare che le recenti vicende climatiche abbiano accentuato uno iato crescente tra società e corpo politico. Giusto per fare tre esempi di territori colpiti, nel solo comune di Bologna, ad esempio, il Pd perde 12mila voti (un sesto di quelli che aveva), Avs quasi 7mila (ben un terzo) e i 5 Stelle 4mila (la metà); a Faenza il Pd perde mille voti, dei 10.700 che aveva, e AVS due terzi; a Lugo, il Pd perde 1600 voti, dei 6mila che aveva, Avs quasi la metà. Potranno anche gioire delle buone percentuali, ma una certa preoccupazione Pd, Avs e M5S la dovrebbero avere. Non è poi solo il centro-sinistra a perdere voti, ma anche la destra, il che potrebbe far pensare alla sfiducia di territori che si sono sentiti “trascurati” (come testimonia la vicenda dei ristori).
Sinistra Italiana, Verdi e 5 Stelle, peraltro, avevano su questa questione l’occasione di puntare i piedi e di esigere una seria agenda ambientalista, che segnasse un reale cambiamento di rotta sulle politiche urbanistiche, dei trasporti e di gestione del territorio. La questione ambientale è divenuta dirimente, per una parte dell’elettorato, non necessariamente “ecologista”, e non sembra più esserci possibilità di continuare come se nulla fosse.
La sinistra radicale, invece, rimane al palo, quando si isola. In Emilia-Romagna aveva marciato divisa in tre liste nel 2020, raccogliendo 26.165 voti (1,21%). Unione Popolare prese 32.331 voti nel 2022 (1,4%), mentre Pace Terra Dignità arrivò a 46.002 (2.32%). La lista PaP+PRC+PCI prende ora appena 27.337 voti (1.8), che sono, sì, più del 2020 ma ben meno di quelli di PTD del giugno scorso. In Umbria, invece, Rifondazione Comunista partecipa alla lista Umbria per la Sanità Pubblica, in coalizione con il centro-sinistra, e ottiene un buon 2,4%, contribuendo così alla vittoria, mentre le altre liste di sinistra raccolgono solo briciole.
Il voto in Emilia-Romagna e Umbria, in ogni caso, conferma che la destra raccoglie ancora voti nelle aree interne e periferiche, ove la concentrazione delle fasce di reddito più basse è maggiore, mentre il centro-sinistra ottiene più consensi nelle aree urbane, dove i redditi medi sono più alti. Certo, i consensi vanno riducendosi per tutti, per un elettorato che fatica a distinguere le proposte politiche che gli vengono offerte, in cui i ceti popolari non trovano più rappresentanza.

L’astensione, com’è ovvio, indica una sfiducia montante e generalizzata nei partiti, che viene accentuata da un sistema elettorale rigido, che non permette la diversificazione. Le formazioni politiche, poi, non sembrano volersi davvero sfidare, accentuando una bi-polarizzazione che favorisce solo i partiti maggiori. Lo scarto tra centro-sinistra e destra in Emilia-Romagna, ad esempio, mostra che non era necessaria la solita chiamata alle urne «altrimenti vince la destra», mentre vi sarebbe stato spazio per una terza forza. Se Avs e 5 Stelle avessero fatto coalizione a sé – aprendosi a sinistra e contrapponendosi al Pd – avrebbero potuto forse ambire a più di quell’8,8% che li relega a partner minori, raccogliendo anche un voto di “protesta” che, per non premiare il Pd, è finito inespresso. La “paura della destra” ha avuto la meglio ma ora sarà dura per chiunque ribadire il no alla cementificazione e alle grandi opere e maggiore tutela ambientale. Così, si è lasciato vincere il “partito del cemento” sperando che, di qui alla prossima alluvione, si ravveda davvero.

L’autore: Pier Giorgio Ardeni è professore ordinario all’Università di Bologna. Insegna Economia dello sviluppo ed Economia dello sviluppo internazionale. Il suo nuovo libro s’intitola Le classi sociali in italia oggi (Laterza) 

Cop29 come se fosse un hobby

A Baku, la Cop29 non smette di ricordarci che il cambiamento climatico è il convitato di pietra della politica globale. Le promesse scivolano sui tavoli come un rituale stanco: l’Unione Europea confessa il ritardo nei contributi nazionali (gli Ndc), le nazioni più inquinanti continuano a litigare sul “chi paga” e i Paesi vulnerabili attendono un fondo promesso da anni, mai veramente realizzato.  

I leader mondiali parlano di “svolta” ma guardano altrove. Il Commissario europeo Wopke Hoekstra ammette che l’obiettivo di aggiornare gli impegni climatici entro il 2025 potrebbe essere disatteso. Intanto, le emissioni globali toccano nuovi record, e ogni parola pronunciata nelle aule di Baku sembra galleggiare in un vuoto di credibilità.  

Il finanziamento climatico – il cuore del problema – è ancora una favola a cui nessuno sembra credere davvero. La roadmap proposta per garantire i 100 miliardi di dollari annuali resta un elenco di buone intenzioni, mentre chi avrebbe bisogno di risposte concrete continua a soccombere a eventi estremi e devastazioni.  

La questione climatica, relegata ai margini delle priorità globali, viene affrontata con lo stesso entusiasmo di un’incombenza amministrativa. E mentre i negoziati arrancano, il tempo si accorcia. Se il clima è il termometro del nostro futuro, allora il mondo, con il suo immobilismo, sembra scegliere di ignorare la febbre. E la stampa continua a relegare la questione nelle pagine dei lettori affezionati, come se fosse un hobby quello di preoccuparsi della fine del mondo. 

Buon mercoledì.

Nella foto: l’ecoattivista Greta Thunberg protesta davanti all’ufficio delle Nazioni Unite a Yerevan, Armenia, contro la Cop29 in corso a Baku, 16 novembre 2024

Un mandato per decostruire gli Stati Uniti: il prossimo governo Trump

Trump è stato eletto e si appresta a governare dal 20 gennaio 2025. Le sue nomine per il futuro governo sembrano essere frutto di un flagrante atto vendicativo contro quelli che considera i suoi nemici e le istituzioni (il “deep State”) che hanno reso il suo primo mandato (2016-2020) un clamoroso insuccesso. Punta davvero a realizzare i cambiamenti che ha in mente. Non vuole che qualcuno della sua squadra possa diventare un ostacolo, per cui sceglie solo dei fedeli esecutori dell’agenda MAGA e dei suoi ordini che manterranno le sue promesse. Con le sue nomine controverse, spregiudicate e scandalose, Trump ci sta mostrando esattamente come intende governare: come un estremista autoritario, con disprezzo per il pianeta, gli alleati dell’America e lo Stato di diritto.

Il contesto economico-politico: la crisi delle promesse del neoliberismo

La globalizzazione, il capitalismo del libero mercato e il neoliberismo, i principi organizzativi di tutti gli Stati tranne pochi, hanno mantenuto la promessa di avvicinarci tutti. Ma ciò che spesso viene trascurato è il modo in cui questi processi ci hanno resi più simili creando vincitori e vinti più o meno allo stesso modo in tutto il mondo. La standardizzazione dei modi di vivere e fare affari che la globalizzazione ha prodotto ha ancorato i vincitori e ha sganciato i vinti. Le nostre vite sono molto più riconoscibili l’una all’altra rispetto a 30 anni fa. Siamo stati tutti inondati da beni, servizi, app e intrattenimento digitale, eppure sentiamo ancora il bisogno di qualcos’altro, di un senso di sicurezza che vada oltre la nostra capacità di consumare nell’immediato.

Fingere di soddisfare tale esigenza è ciò che ha portato alla vittoria di Donald J. Trump. Lui capisce che un sistema oligarchico che arricchisce pochi non può garantire sicurezza economica alle masse. Se vuoi la maggioranza degli elettori dalla tua parte, devi promettere un cambiamento, ma non in un modo che riconfiguri effettivamente la struttura della società.

Il problema non è un sistema rapacemente capitalista che ha portato a un’assistenza sanitaria non funzionante, un sistema politico parlamentare catturato da ricche e potenti lobby o una deregolamentazione che ha spogliato i lavoratori dei loro diritti statutari e di conseguenza ha creato un trasferimento epico di ricchezza a una classe di miliardari. Il problema sono gli immigrati clandestini, i nemici all’interno della burocrazia che hanno cercato di far cadere Trump durante il primo mandato, gli estremisti della diversità (LGBTQ+, “wokism” e la teoria critica della razza, ossia la “Critical Race Theory”), per cui Trump probabilmente userà la dichiarazione di un’emergenza nazionale per utilizzare l’esercito per deportare milioni di immigrati e le accuse di antisemitismo per lanciare una repressione “anti-woke” nelle università americane. Se sei un leader di un partito centrista come quello Democratico e tutto ciò che hai per contrastare questa potente visione sono un sacco di bei valori, la promessa vaga e vuota di “creare una economia delle opportunità“ (un’idea che ha maggiori probabilità di attrarre gli imprenditori piuttosto che i lavoratori in difficoltà), tanti grandi sorrisi a 32 denti e “gioia” danzante ma nessuna proposta materiale e concreta per cambiare radicalmente la vita delle persone (la Harris non ha spiegato se e come avrebbe affrontato l’avidità aziendale e la disuguaglianza). Non hai nemmeno portato un coltello a una sparatoria: hai portato la pop star Taylor Swift e la repubblicana moderata, Liz Cheney, figlia del “falco” neoconservatore guerrafondaio Dick (il principale responsabile della guerra in Iraq). Questo mentre tra le decine di milioni di lavoratori i cui salari non hanno tenuto il passo con il costo della vita negli ultimi anni, si è registrata molta più frustrazione che gioia.

Il modello di libero mercato socialmente neoliberale in cui credono i liberal progressisti si è bloccato nel 2008 ed è entrato in una crisi profonda. Ma nelle loro intenzioni sarebbe sempre andato avanti senza una regolamentazione più aggressiva, politiche redistributive e il tipo di rete di sicurezza ad alta tassazione e alta spesa che è necessaria quando le relazioni e gli equilibri sociali tradizionali vengono infranti (come prevedeva il modello del New Deal e della socialdemocrazia). Sulla scia della globalizzazione, intere comunità negli Stati Uniti, come nel resto dell’Occidente, sono state frantumate e deindustrializzate mentre una classe operaia urbana mal pagata è stata creata nel Sud del mondo. Dopo il crollo finanziario del 2008, la ricchezza si è concentrata e ha escluso un’intera generazione di persone dalla vita della classe media e lavoratrice che avevano i loro genitori. Negli anni 2010, con l’ascesa delle aziende tecnologiche della Silicon Valley, si è aggiunto un crescente proletariato precario: autisti, riders e imballatori di scatole sono stati gettati in lavori mal protetti e mal pagati. I social media sono stati lanciati con la promessa del crowdsourcing della verità contro il potere e di avvicinarci tutti, poi hanno ceduto allo “smerdamento”, alla disinformazione, ai deepfake e al razzismo.

La vita moderna è fuori controllo. Non c’era modo per i Democratici di imitare il trucco di Trump e del resto della squadra autoritaria. Ostacolati dalla crescente esposizione di quel poco che i liberal possono fare in un mondo neoliberista, i progressisti negli Stati Uniti possono solo sottolineare l’importanza della legge, della costituzione, dell’ordine e delle istituzioni. Finché i centristi insisteranno su questo sistema e spereranno nel meglio, le democrazie occidentali saranno vulnerabili. La democrazia liberale elettorale e formale da sola non può garantire libertà e uguaglianza se il sistema economico in cui esiste impedisce a queste stesse qualità di emergere. Diviene una “democrazia oligarchica” o una “democrazia autoritaria”.

I politici autoritari e gli oligarchi che li appoggiano hanno una risposta al problema dei sistemi troppo redditizi e consolidati da disfare: mentire, usare capri espiatori e fare appello alle paure, ai pregiudizi e alle vanità delle persone. I liberal progressisti no. Perché non riescono a comprendere che all’interno di tali sistemi, i benefici della razionalità e delle libertà individuali, e la ricerca di soluzioni scientifiche e prosperità personale semplicemente non si accumulano più in modo significativo per un numero sufficiente di persone. L’ascensore sociale non sale, è fermo o scende sempre più in basso.

È più facile credere che sia stato il razzismo a far eleggere Trump. Ma la verità è che Trump ha vinto quasi due terzi di tutti gli elettori senza laurea e ha migliorato la sua performance con la classe lavoratrice non bianca. Secondo i sondaggi in uscita, il suo sostegno tra i neri è aumentato di oltre un terzo. Ha anche vinto una larga quota di latinoamericani, che sembravano fidarsi di lui di più per quanto riguarda l’economia, che i sondaggi hanno mostrato essere di gran lunga la questione più importante per gli elettori di origine latinoamericana.

La verità è che in tutto il mondo occidentale, il vecchio ordine basato sulla democrazia liberale è in drastico declino o scomparso e quello nuovo è sconcertante. Le persone si sentono intrappolate e vogliono un senso di liberazione, una promessa di un futuro radicalmente diverso, o semplicemente un futuro. Anche se quel senso di libertà proviene indirettamente da un autocrate o un oligarca miliardario che ha piegato e spezzato le catene del sistema. E vogliono sentirsi parte di qualcosa di più grande e forte mentre diventano più soli e più deboli e i loro mondi si fratturano e si atomizzano giorno dopo giorno. Non è che non siano pronti per la democrazia: la democrazia non è pronta per loro.

Le scelte di Trump

Il giorno dopo le elezioni presidenziali, molte anime belle hanno pensato che, nonostante il risultato non gradito, la democrazia non fosse finita, dopotutto, le elezioni erano democrazia. L’ex e futuro presidente avrebbe sicuramente rinunciato alle sue frenetiche minacce fatte nel corso della campagna elettorale e si sarebbe dedicato al banale compito di governare. Rendere di nuovo grande l’America richiede sobrietà e competenza, e Trump e i suoi consiglieri avrebbero senza dubbio riconosciuto tale obbligo.

Per gli oligarchi del business, la nuova amministrazione promette una prosperità inimmaginabile: la regolamentazione sarà allentata, le aliquote fiscali diminuite. Elon Musk renderà il governo dello Stato federale civile, generoso ed “efficiente” come la sua piattaforma di social media, X. Jeff Bezos, dopo aver ordinato al comitato editoriale del suo giornale (il Washington Post) di bloccare il suo sostegno a Kamala Harris, ha twittato disinteressatamente «grandi congratulazioni» a Trump, per il suo «straordinario ritorno politico». I dirigenti di Wall Street hanno esultato perché il «clima di fusioni e acquisizioni» porterà opportunità oltre ogni immaginazione. Come queste opportunità potranno giovare alla classe lavoratrice, presumibilmente sarà chiarito in un secondo momento.

Nel frattempo, il presidente eletto, in vista del suo ritorno alla Casa Bianca il 20 gennaio 2025, ha convocato i suoi fedelissimi a Mar-a-Lago, dove hanno messo insieme uno staff della Casa Bianca e un Gabinetto. Storicamente, questo è un processo deliberativo che può, anche con le nobili intenzioni, andare terribilmente male. Almeno sul piano retorico, Trump non è interessato alle nozioni convenzionali di competenza (che sa di elitismo). Né è interessato alla creazione di un gruppo di consiglieri capaci di articolare un disaccordo critico costruttivo, una squadra di rivali (che sa di slealtà). Mentre le sue scelte del personale – che richiederanno l’approvazione del Senato controllato (53 a 47) dai repubblicani che, in molti (alcuni ancora della vecchia guardia, per cui è stato eletto speaker il moderato John Thune del Sud Dakota), non appaiono contenti per la presenza di diversi candidati controversi e in gran parte senza nessuna esperienza governativa – si sono svolte nel corso delle due ultime settimane, è diventato chiaro che puntano interamente alle sue priorità di lunga data.

In passato, numerosi candidati alle posizioni di governo hanno fatto ricorso a una retorica che avrebbe indebolito la missione delle agenzie per le quali sono stati proposti. Le nomine dell’ex deputato della Florida Matt Gaetz come Procuratore Generale (mentre gli avvocati penalisti personali di Trump, Todd Blanche ed Emil Bove, sono stati scelti per i ruoli più importanti nel Dipartimento di Giustizia), dell’avvocato ambientalista, scettico sui vaccini e nipote dell’ex presidente John F. Kennedy, Robert F. Kennedy, Jr., come Segretario della Salute e dei Servizi Umani (che supervisiona la Food and Drug Administration, l’agenzia che regola cibo e farmaci), del conduttore di Fox News e veterano militare Pete Hegseth come Segretario della Difesa e l’ex deputata democratica delle Hawaii (fino al 2022), Tulsi Gabbard, come Direttore dell’Intelligence Nazionale, sono il residuo dei risentimenti di Trump e della sua sete di vendetta contro i suoi oppositori del “deep State” che comprende le agenzie di intelligence, il Dipartimento di Giustizia e l’esercito. Durante il primo mandato di Trump, questi organismi si sono opposti alle sue mosse più autoritarie, come l’impiego di truppe contro i manifestanti e la dichiarazione di illegittimità delle elezioni del 2020.

In Gaetz, che affronta accuse (da lui negate) di uso illegale di droga e di aver fatto sesso con una minorenne, Trump vede se stesso, un uomo giudicato ingiustamente, insiste, come responsabile di abusi sessuali. In Kennedy, un teorico della cospirazione anti-vaccino, vede una rivendicazione del suo stesso sospetto sulla scienza e la sua gestione selvaggiamente irregolare della crisi del CoVid-19. In Hegseth, che difende i criminali di guerra e critica i generali “risvegliati”, vede una vendetta contro gli esponenti dell’establishment militare che lo hanno definito inadatto. In Gabbard, che trova il buono nei dittatori stranieri (ha espresso simpatia anche per Putin), vede qualcuno che potrebbe modellare il lavoro delle 18 agenzie di intelligence (tra cui CIA e NSA) per contrastare gli oppositori interni ed esterni e per aiutare a giustificare la fine del sostegno degli Stati Uniti all’Ucraina. In altre parole, le nomine di Trump, nel loro sconsiderato sostegno a chi è pericolosamente non qualificato, sembrano essere frutto di un flagrante atto vendicativo. Ma sta andando anche oltre i limiti che la maggioranza dei senatori repubblicani sembrano essere disposti a tollerare.

Tutti questi nominati sono destinati a sostenere lo sforzo di Trump di licenziare i funzionari e decostruire le istituzioni federali che disprezza o considera come minacce al suo potere o alla sua persona. Questi nominati non sono destinati a essere i suoi consiglieri (tra questi, invece, oltre al vicepresidente JD Vance, ci sono Elon Musk e Peter Thiel, il miliardario responsabile dell’ascesa di Vance; Susie Wiles, Capo dello staff della Casa Bianca; Stephen Miller, vice Capo dello staff per la politica, che è stato stretto consigliere e speechwriter di Trump dal 2015 e che durante il primo mandato di Trump, è stato coinvolto nello sviluppo di alcune delle più severe politiche sull’immigrazione dell’amministrazione; l’avvocato repubblicano William McGinley che assumerà il ruolo di consigliere della Casa Bianca e ha prestato servizio come segretario di gabinetto della Casa Bianca durante parte del primo mandato di Trump ed è stato il consigliere del Republican National Committee per l’integrità elettorale nel 2024; Karoline Leavitt che sarà l’addetta stampa della Casa Bianca; Steven Cheung che sarà il direttore della comunicazione ed è parte del team di Trump dal 2016; Sergio Gor, socio in affari di Donald Trump Jr, che sarà l’assistente del Presidente). Sono le sue fedeli truppe d’assalto – i “disruptors”, ossia persone che sconvolgeranno lo status quo – che credono ciecamente nell’ideologia trumpiana. D’altra parte, se le scelte del gabinetto di Trump, vengono disprezzate e stroncate dai critici di Washington (che vedono candidati sottoqualificati e discutibili), entusiasmano molti dei suoi elettori che li descrivono come degli anticonformisti reclutati per scuotere Washington.

A questi si aggiungono altri fedelissimi di Trump come il ricco Doug Burgum, governatore del Dakota del Nord, per guidare il Dipartimento degli Interni, l’agenzia responsabile della gestione e della conservazione delle terre federali e delle risorse naturali. L’ex membro del Congresso della Georgia (ha perso la corsa al Senato) e cappellano della US Air Force Reserve, Doug Collins, è stato scelto per guidare il Dipartimento per gli Affari dei Veterani. La governatrice del Sud Dakota Kristi Noem alla Homeland Security, un ruolo ministeriale chiave di supervisione della sicurezza degli Stati Uniti, compresi i confini, le minacce informatiche, il terrorismo e la risposta alle emergenze (l’agenzia ha un budget di 62 miliardi di dollari e impiega migliaia di persone). Il fondatore e CEO di Liberty Energy del settore petrolifero e del gas (fracking) Chris Wright guiderà il Dipartimento dell’Energia, dove dovrebbe mantenere la promessa della campagna elettorale di Trump di «trivellare, baby, trivellare» e massimizzare la produzione energetica fossile degli Stati Uniti (ha definito allarmisti gli attivisti per il clima, ha paragonato la spinta dei Democratici per le energie rinnovabili al comunismo in stile sovietico e in un video pubblicato sul suo profilo LinkedIn l’anno scorso, ha affermato: «Non c’è alcuna crisi climatica e non siamo nemmeno nel mezzo di una transizione energetica»). Lo “zar del confine”, l’ex agente di polizia che è stato direttore ad interim dell’US Immigration and Customs Enforcement (ICE) durante il primo mandato di Trump, Tom Homan, ricoprirà un incarico fondamentale perché include la responsabilità delle deportazioni di massa di milioni di migranti clandestini da parte di Trump, che è stata una promessa centrale della campagna (ha garantito che gestirà «la più grande operazione di espulsioni che questo paese abbia mai visto»). Homan, insieme a Miller e Noem rappresenta la fazione dei sostenitori della linea dura sul controllo di confine e immigrazione e Trump stesso ha suggerito che dichiarerà l’emergenza nazionale e userà l’esercito per portare avanti le deportazioni di massa. L’ex deputato repubblicano e tra i dirigenti del think-tank texano trumpiano America First Policy Institute (AFPI), Lee Zeldin, guiderà l’Environmental Protection Agency (EPA) e si occuperà della politica climatica americana in questo ruolo (ha già detto che ha intenzione di “ridurre le normative” fin dal primo giorno). La deputata di New York Elise Stefanik è stata scelta per ricoprire il ruolo di ambasciatrice degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite. Trump ha scelto il suo ex direttore dell’intelligence nazionale, l’ex membro del Congresso del Texas John Ratcliffe, per ricoprire il ruolo di direttore della Central Intelligence Agency (CIA). Trump ha anche detto che licenzierà il direttore dell’FBI Chris Wray, che aveva nominato nel 2017, ma con cui da allora ha litigato. Jeffrey Jensen, un ex procuratore degli Stati Uniti nominato da Trump, viene preso in considerazione per sostituire Wray. Il deputato della Florida ed ex membro delle Forze speciali dell’esercito americano, Michael Waltz, è stato scelto come prossimo Consigliere per la Sicurezza Nazionale (dovrà aiutare a gestire la posizione degli Stati Uniti sulle guerre in Israele, in Ucraina e in Russia); insieme a Rubio e Ratcliffe forma la fazione dei falchi anti-Cina. Trump ha scelto l’investitore immobiliare e filantropo Steve Witkoff per il ruolo di inviato speciale in Medio Oriente. Witkoff farà coppia con l’ex governatore dell’Arkansas e fervente pastore evangelico Mike Huckabee che sarà ambasciatore degli Stati Uniti in Israele (Huckabee è fermamente filo-israeliano e in precedenza ha respinto l’idea della “soluzione dei due Stati” per risolvere il conflitto israelo-palestinese). Né Huckabee né Witkoff hanno precedenti esperienze diplomatiche, né tantomeno una profonda conoscenza del Medio Oriente. Infine, il repubblicano Brendan Carr sarà a capo della Federal Communications Commission (FCC), di cui è un membro attuale, che regolamenta l’uso di Internet e delle trasmissioni. Apparentemente è un sostenitore della regolamentazione delle Big Tech: “Facebook, Google, Apple, Microsoft e altri hanno svolto un ruolo centrale nel cartello della censura che deve essere smantellato”, ha scritto su X.

Per il Dipartimento dei Trasporti (che ha un budget di circa 110 miliardi di dollari, oltre a finanziamenti significativi rimanenti nell’ambito della legge sulle infrastrutture da 1 trilione di dollari del 2021 dell’amministrazione Biden), Trump ha scelto il collaboratore di Fox News Sean Duffy, un ex membro repubblicano della Camera (2011-2019) per il Wisconsin che è stato anche parte del cast della serie The Real World: Boston (1997) prodotta da MTV. “Darà priorità a eccellenza, competenza, competitività e bellezza quando ricostruirà le autostrade, i tunnel, i ponti e gli aeroporti americani”, ha affermato Trump in una dichiarazione che annunciava la sua nomina. «Si assicurerà che i nostri porti e le nostre dighe servano la nostra economia senza compromettere la nostra sicurezza nazionale e renderà di nuovo sicuri i nostri cieli eliminando la DEI per piloti e controllori del traffico aereo» (DEI sta per “diversità, equità e inclusione” e sono dei quadri organizzativi che mirano a promuovere il trattamento equo e la piena partecipazione di tutte le persone, in particolare dei gruppi che sono stati storicamente sottorappresentati o soggetti a discriminazione sulla base dell’identità o della disabilità). Trump ha promesso di annullare le norme sulle emissioni dei veicoli dell’amministrazione Biden. Ha affermato che intende iniziare il processo di annullamento delle severe norme sulle emissioni, finalizzate all’inizio di quest’anno, non appena entrerà in carica. Le norme riducono i limiti delle emissioni allo scarico del 50% rispetto ai livelli del 2026 entro il 2032 e spingono le case automobilistiche a costruire più veicoli elettrici.

Il senatore della Florida (dal 2010) Marco Rubio, ex cubano anticastrista, è una scelta più sicura come prossimo Segretario di Stato. Sarà il primo latino nella storia degli Stati Uniti e ha una visione aggressiva verso Cina (ha descritto il rivale americano come la “minaccia che definirà questo secolo”) e Iran.

I sostenitori miliardari Elon Musk e Vivek Ramaswamy avranno un ruolo nel taglio dei costi. Sono loro che dovranno condurre l’attacco frontale contro il ruolo dello Stato federale, cercando di scardinarne le funzioni. Ramaswamy e Musk, l’uomo più ricco del mondo che ha investito 132 milioni di dollari nella campagna di Trump, sono destinati a guidare il nuovo Dipartimento per l’efficienza governativa (Doge), l’agenzia che, secondo Trump, condurrà un «audit finanziario e delle prestazioni completo dell’intero governo federale e formulerà raccomandazioni per riforme drastiche». Musk ha proposto di tagliare di 2 trilioni di dollari il budget federale, corrispondente a poco meno di 1/3 di quest’ultimo. L’obiettivo è lo “slash-and-burn”, il fare terra bruciata per arrivare allo “Stato minimo” con la drastica riduzione della burocrazia (almeno 1/3) per «decostruire il deep-State» (a partire dai vertici militari e dell’intelligence), la radicale privatizzazione del sistema del welfare e di altre funzioni regolative e gestionali. Sarà una guerra complicata e difficile da vincere considerati gli evidenti conflitti di interesse in campo e dato che i dipendenti del governo federale godono di forti tutele occupazionali che ostacolerebbero l’approccio di Musk alla riduzione dei costi, rendendolo forse impossibile.

Mancano ancora le nomine dei Segretari al Tesoro (tra i papabili ci sono Scott Bessent, il fondatore della società di investimenti Key Square Capital Management ed ex gestore finanziario di George Soros, che è diventato un importante fundraiser e consigliere economico di Trump; Howard Lutnick, amministratore delegato della società di Wall Street Cantor Fitzgerald e sostenuto da Musk; John Paulson, un altro mega-donatore del mondo degli hedge fund; l’ex presidente della Securities and Exchange Commission (SEC) Jay Clayton; Marc Rowan, l’amministratore delegato di Apollo Global Management; Kevin Warsh, un ex governatore della Federal Reserve); al Commercio (in ballo ci sono la donna che presiede il team di transizione di Trump, Linda McMahon; la CEO del think-tank AFPI Brooke Rollins; l’ex rappresentante commerciale degli Stati Uniti nell’amministrazione Trump dal 2017 al 2021 chi ha guidato la guerra tariffaria con la Cina e l’Unione Europea, Robert Lighthizer; e una ricca donna d’affari che ha prestato servizio per un breve periodo al Senato, Kelly Loeffler); al Lavoro; all’Agricoltura; all’Edilizia pubblica e allo Sviluppo Urbano. Trump ha promesso durante la campagna elettorale di chiudere il Dipartimento dell’Istruzione, ma per farlo servirebbe l’approvazione del Congresso.

Sul piano delle politiche economiche, ricordiamo che Trump ha detto che vuole implementare un piano per imporre tariffe elevate (dal 10% al 60%) su migliaia di miliardi di dollari di importazioni che riporterà immediatamente le fabbriche negli Stati Uniti. “Torneranno subito”, ha detto. Pochi economisti sono d’accordo, avvertendo che rispettare questa promessa causerà invece un aumento dei prezzi al consumo (inflazione), con gli oneri più pesanti che ricadranno sulle famiglie a basso reddito, e che costringerà la FED a rallentare la riduzione dei tassi di interesse o, addirittura, a rialzarli.

Trump è sempre stato ossessionato dai drammi di dominio e sottomissione, forza e debolezza, chi ride di chi. Questa è la sua lente per le relazioni umane in generale, e in particolare quando si tratta di politica, estera e interna. Durante la campagna presidenziale, Trump ha detto a una folla a Mar-a-Lago, «Il 5 novembre passerà alla storia come il giorno più importante nella storia del nostro paese. In questo momento, non siamo rispettati. In questo momento, il nostro paese è considerato una barzelletta. È una barzelletta».

Ora i critici di Trump e un numero crescente di suoi sostenitori stanno facendo il punto sulle sue nomine più vergognose: questi uomini e donne con mascelle perfette, reputazioni dubbie e idee marce. Si chiedono se questa non sia la barzelletta definitiva, con il pericolo e il declino nazionale come battuta finale.

Le forze politiche che animano la gigantesca macchina-Stato statunitense sono diventate faziose ed incoerenti all’interno di una battaglia tra il pluralismo della liberal-democrazia oligarchica e il fascismo autoritario proposto da Trump. Potrebbe essere solo questione di tempo prima che quell’incoerenza politica cominci a colpire le maggiori leve del potere economico e militare. Dal 20 gennaio 2025, con il ritorno alla presidenza di Trump dovremmo aspettarci che le disfunzioni diventino ancora più evidenti. L’enigma che devono affrontare gli alleati dell’America – a cominciare dagli europei che fanno parte della NATO, un’alleanza apparentemente difensiva rilanciata dagli USA come strumento per restaurare il proprio dominio sull’Europa e sul resto del globo – è come far fronte al declino e alla possibile implosione di una grande potenza imperiale che è ancora una grande potenza imperiale, il garante dell’ordine mondiale, ma che è anche la più grande fonte potenziale del suo disordine e sfarinamento.