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Cara ministra Roccella le studentesse sono stanche delle sue parole offensive

“Sul mio corpo decido io”: queste sono state le parole scritte sui cartelloni dalle studentesse che ieri hanno contestato la ministra Eugenia Roccella agli Stati Generali della Natalità a Roma. Sembra surreale che ci sia ancora bisogno di affermare una frase tanto semplice, eppure c’è.

C’è perché solo poche settimane fa, il 16 aprile è stato approvato il decreto Pnrr che permette e agevola la presenza di associazioni antiabortiste e cattoliche all’interno dei consultori.

I consultori sono spazi di autodeterminazione, scelta consapevole e accesso alla salute sessuale e riproduttiva per tutte. Questi spazi non possono essere riempiti da chi molesta, perseguita, insulta e giudica le persone che vogliono interrompere la propria gravidanza.

Anche questo dovrebbe essere un concetto semplice da capire: se si vuole garantire un diritto non basta tutelarlo sulla carta ma bisogna rimuovere gli ostacoli sostanziali che lo impediscono.

Già dalla campagna elettorale la presidente Meloni ha ripetuto più volte che da parte sua non c’è mai stata «nessuna volontà di modificare la 194 ma quella di applicarla interamente», pensando che questa frasetta retorica bastasse ad ingannare tutte quelle ragazze e donne che sanno benissimo quanto possa essere difficile abortire anche con questa legge.

Non dovrebbero stupirsi quando noi giovani donne ci preoccupiamo per la nostra salute e i nostri diritti e ci arrabbiamo per le continue prese in giro di questo governo, ci offendiamo per una Ministra il cui compito dovrebbe essere quello di tutelare la parità di genere, che invece afferma «è molto più difficile trovare un ospedale dove partorire piuttosto che un ospedale dove abortire». Parole come queste, in un Paese in cui il 65% dei medici sono obiettori di coscienza, è semplicemente oltraggioso.

Gli stati generali della natalità avevano come obiettivo quello di discutere e mettere in luce l’emergenza demografica che vive da anni il nostro Paese.

Ancora una volta vediamo come questa destra misogina incolpi indirettamente le donne di questa crisi, semplicemente perché esercitano un diritto.

Se davvero Giorgia Meloni vuole impedire che una donna sia «costretta ad abortire» aumenti la spesa sociale, si occupi di disoccupazione femminile e gender pay gap, tolga il carico di cura sempre e solo sulle spalle delle donne, aumenti le tutele per la maternità ed elimini i costi legati all’istruzione.

Invece di attaccare e definire «spettacolo ignobile» la contestazione delle ragazze agli Stati generali della Natalità, la presidente del Consiglio Meloni dovrebbe interrogarsi sul perché delle ragazze così giovani abbiano sentito la necessità di esprimere un concetto così semplice «sul mio corpo decido io» davanti alla loro Ministra.

Da anni noi studenti e studentesse chiediamo che venga introdotta l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole e invece ci si risponde con attacchi al nostro diritto di decidere sui nostri corpi, con slogan e festival propagandistici come gli stati generali della natalità.

Se oggi la Ministra non è riuscita a finire il suo intervento è perché le studentesse di questo Paese sono stanche delle sue parole offensive.

Dopo aver gridato alla censura per la contestazione di ieri oggi vediamo come un’altra volta gli studenti e le studentesse di questo Paese vengano repressi violentemente ogni volta che provano a esprimere pacificamente la loro opinione. Se ieri ad un gruppo di studentesse che hanno alzato la voce per contestare la ministra Roccella è stato detto di non rispettare il diritto degli altri di esprimere un pensiero, cosa dirà la presidente Meloni alla polizia che oggi ha spaccato le teste di ragazzi che stavano manifestando pacificamente contro gli Stati Generali della Natalità? E cosa dirà a quei ragazzi? Siamo davvero noi i violenti censori in questo Paese?

Europee, 100mila firme per Pace Terra Dignità che correrà in tutte le circoscrizioni

Pace Terra Dignità sarà presente alle elezioni europee, in tutte le circoscrizioni.
È un fatto importante. Non perché c’è una lista in più ma perché questa è la lista che pone al centro della campagna elettorale la guerra alla guerra. Cioè la vera questione, direi l’incubo, che i cittadini europei, e non solo, hanno nelle loro vite. E rispetto a cui dovrebbero potersi pronunciare.
Come noto la strada per Pace Terra Dignità non è stata facile. Centomila firme raccolte in tre settimane, dopo che un decreto, a elezioni convocate, aveva tolto il diritto che Rifondazione comunista portava con sé di esenzione come partito europeo. Pace Terra Dignità ha voluto chiedere una larga convalida democratica e l’ha avuta. Passando anche per un rigetto iniziale che, con rispetto, alla mia lettura di ex parlamentare che ha fatto leggi appariva errato e che il dispositivo del Tar, che consiglio di leggere, ha rovesciato restituendo il diritto ai centomila e a tutti.

Focalizzarsi sulla guerra oggi è fondamentale. Dopo due anni di massacri tra Russia e Ucraina, con la partecipazione attiva e fondamentale di Nato e Ue. Di fronte al genocidio in Palestina, con complicità ed omissioni scandalose. Di fronte al rischio che ogni linea rossa sia superata e deflagri un conflitto incontrollabile. Mentre le scelte economiche guardano tutte alle produzioni belliche, pagate dalla austerità che torna a colpire i cittadini, garantendo profitti crescenti a tutte le multinazionali delle armi. Mentre si vuole militarizzare le società, addirittura le scuole, reprimere il dissenso, costruire nazioni suprematiste fondate sull’odio, fare guerra alla guerra è fondamentale.

Purtroppo tutto ciò viene da lontano. Dal non aver voluto costruire quella casa comune europea e quel nuovo ordine mondiale democratico che chiedevano Gorbaciov, Brandt, Palme, Berlinguer. Dalla pretesa di vincere fomentando conflitti. Dalla dipendenza dal grande impero del mercato finanziario che si ciba di guerre tra i nuovi imperi feudali. In questo la Ue ha tradito non il sogno ma l’impegno europeo alla Pace. Guerra e ritorno all’austerità sono il cemento di una maggioranza di élites e nazionalisti che sta in realtà insieme perché non corrisponde alla maggioranza dei cittadini. È in questo quadro che le destre sono tornate protagoniste nell’epoca del revisionismo storico. Ma non possono essere certo contrastate stando con chi, la maggioranza di Ursula von Der Leyen, procede nelle scelte belliciste e neoliberiste. La Ue ha scelto il riarmo e la guerra come scenario. I rapporti e le esternazioni di Letta, Draghi, Monti lo dicono a chiare note. Se i cittadini non si pronunciano su questo, contro di questo, a che serve fare una campagna elettorale e votare?

Chi scrive ha proposto lungamente una sola lista per la Pace. È stato detto di no e mi sembra un grave errore e una responsabilità che si è assunto chi si è negato a questa prospettiva. Per me la guerra alla guerra meritava, e merita, tutto l’impegno. Dalla transizione ecologica, ai migranti, all’aborto tutto è importante ma tutto è negato dalla guerra e dalla militarizzazione delle società. Io che sono contro la guerra sono certo contro Putin ma altrettanto contro la Nato e contro la scelta della Ue di alimentarla ad oltranza. Sono contro Meloni e Orban ma anche contro la maggioranza di Ursula von Der Leyen bellicista e neoliberista. Né “putiniano”, né “sinistra dell’Occidente, della Nato e di Von Der Leyen”. Con i cittadini, per la Pace e per liberare l’Europa.

Nella foto: raccolta delle firme in Sicilia (Fb Pace terra dignità)

Vi auguro di essere contestati ancora di più, ancora più forte

Il potere che si lamenta di essere censurato è un’illogica barzelletta che però non fa ridere perché ha molto a che fare con la violenza. Siamo certi che la ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità Eugenia Maria Roccella sappia bene la differenza tra una censura e una contestazione. Se non fosse così sarebbe troppo ignorante per stare dove sta. Si tratta quindi di un’evidente mala fede – questa no, non ci stupisce – perfettamente in linea con il vittimismo di un governo che vorrebbe essere contro-potere mentre gestisce il potere, desiderio tipico di tutti i reazionari. 

Per poter censurare bisogna innanzitutto ricoprire un ruolo di comando. Se dall’alto l’ordine di zittire viene calato verso il basso siamo di fronte a una censura. È una censura quando pezzi di governo o i suoi servi sciocchi impediscono la libertà di parola ai giornalisti, agli scrittori, agli artisti, agli intellettuali, ai lavoratori, più generalmente ai cittadini. La ministra potrebbe quindi essere censurata da qualcuno più alto in grado, solo quello. 

Negli altri casi si tratta di contestazioni, sano conflitto che nutre e che svela una democrazia. È un’enorme puttanata anche la frase che circola in queste ore “andate a contestare dove non è concesso”. Se non fosse possibile dissentire si attiverebbero tutti i i meccanismi necessari per ristabilire la democrazia. Non sapere governare il dissenso dice molto dell’ignoranza e dell’incapacità di gestire il potere. 

Auguro alla ministra Roccella e a tutti i ministri che vorrebbero imporre visioni non condivise di essere contestati ancora di più, ancora più forte, per prendere coscienza del ruolo che ricoprono. 

Buon venerdì.   

Nella foto: frame del video della contestazione studentesca agli Stati generali della natalità, 9 maggio 2024

Nadia Urbinati: «Gli studenti nei campus protestano per ideali di giustizia, rischiando il proprio futuro»

Columbia University, protesta degli studenti per il cessate il fuoco a Gaza

«L’adesione dei giovani a questa contestazione non è mossa da interessi personali. Questo è il dato che ci dovrebbe impressionare positivamente. Sono giovanissimi, non fanno i calcoli sulle convenienze. Sono l’anima buona della nostra società, e i vertici dell’ateneo hanno commesso un’azione arbitraria». Testimone dal vivo di quanto sta accadendo, la politologa Nadia Urbinati, che insegna teoria politica alla Columbia University di New York da 28 anni, è netta nel valutare con noi la realtà della protesta studentesca in atto contro Israele e pro palestinesi: «C’è una situazione di grande dissenso interno, di vera contestazione. Il rettorato ha preso decisioni senza consultare il Senato, violando il regolamento interno e i diritti costituzionali che la Columbia si è data nel Sessantotto. In seguito alle dimostrazioni e ai tumulti di allora – ci spiega – venne istituito appunto un Senato accademico con la funzione di ispezionare, collaborare ed essere guida per i docenti, nonché punto di riferimento per il presidente che non ha una funzione dispotica ma deve operare insieme al Consiglio di amministrazione e al Senato stesso».

Il clima è pesantissimo, e la scelta della rettrice Nemat Shafik di fare intervenire la polizia ha trasformato il campus nel teatro di uno scontro davvero alla Fragole e sangue: disordini, spray al peperoncino, mazze e bastoni, arresti. «Viviamo una situazione da stato di emergenza, da stato militarizzato», dice la Urbinati, che non nasconde la sua grande preoccupazione: «Sono molto pessimista sull’evolversi della situazione, molto complessa e poco chiara. Si respira una grande tensione. Per poter entrare nel mio ufficio l’altra mattina ho dovuto girare per ore nell’ateneo cercando un varco libero». L’intervento delle forze dell’ordine ha innescato una «escalation generata», spiega la professoressa, scavando un solco tra i vertici dell’ateneo e uno schieramento composto sia da docenti, trattati come dipendenti senza diritto di parola sulle decisioni prese, e sia da studenti da cui era partita una reazione pacifica al disastro umanitario legato alla guerra in Medio Oriente.

Giovani che vedono i morti di Gaza e alzano la voce, in quella che ha assunto i connotati di una protesta globale e che dilaga in tutte le università: dalla Francia al Messico, passando per la Germania e l’Italia. Negli Stati Uniti sono sessanta le università e i college che stanno partecipando al movimento in solidarietà con la causa palestinese e per chiedere che vengano sospesi i legami scientifici e finanziari tra gli atenei stessi e Israele. Negli ultimi giorni più di duemila giovani sono stati arrestati, e il dibattito è sempre più acceso sui limiti del diritto di parola e le accuse di antisemitismo.

«Il movimento legato alla denuncia della sofferenza del popolo palestinese a Gaza diventa un punto rappresentativo di altri problemi che ci possono essere nelle nostre società. Non è solo la questione palestinese. Quella fa da punto focale per altri problemi», ci dice la politologa Urbinati. Un dissenso che arriva da lontano: «Non ci ha colto proprio di sorpresa. Il movimento già esisteva a partire dal 2018 quando cominciarono le contestazioni per la sindacalizzazione del lavoro precario dei contrattisti, dei dottorandi. Dopo tre anni di blocco, hanno ottenuto diritti sulla sanità e altri legati al mantenimento e all’istruzione dei figli».

Il movimento di oggi è nato all’indomani del 7 ottobre. «Prima con le contestazioni nei confronti del conflitto nella Striscia di Gaza e poi, via via, anche per errori compiuti dalla rettrice, ha scatenato una polemica che non si è mai interrotta da novembre. Insomma, questo movimento trasversale e cosmopolita era già visibile da tempo». Esiste, sì, una forma di internazionalismo, risponde la politologa alla nostra domanda. «Ed è molto forte. In Europa – approfondisce Urbinati – molto più che negli Stati Uniti c’è una condizione di intervento diretto dei governi e delle polizie di Stato. Si pensi alla Germania. I campus americani sono privati per cui lo Stato non entra, sono autogestiti. In questi casi i problemi sorgono per le persone non adatte che governano come nel caso del nostro rettore. Qui non è lo Stato che impone la polizia, viene chiamata, nelle università pubbliche europee è lo stato che manda la polizia, perché le università non sono autonome».

L’accademica italiana si sofferma poi sul metodo repressivo con cui si sta intervenendo sulle iniziative di ribellione delle frange più giovani della popolazione. Nel campus newyorkese come nel resto del mondo: «Questa è come una prova generale di tante altre forme di intervento che in Italia si chiamano della governabilità. Qui l’hanno messa in atto. È un tipo di governo che i campus americani consentono perché sono organizzazioni private, sono multinazionali. Non è forma di governo politico ma di dominio perché hanno interessi molto corposi da difendere e l’aspetto educativo e il rapporto con gli studenti è secondario. Lo ha dimostrato il comportamento della rettrice. È un metodo di intervento sulla società che può essere applicato in altri ambienti, in altre situazioni, in altri stati. L’Italia fa parte di questo: è un Paese autoritario in cui la polizia viene scatenata appena dieci persone si riuniscono in una piazza. È un metodo che da ora in poi sarà sempre più esteso, metodo di dominio di una parte sull’altra, è arbitrario e gerarchico».
Giovani e ribellione di fronte alle ingiustizie riportano alla memoria vecchie pagine di storia, ma Urbinati rifiuta un parallelismo con il Sessantotto: «È una comparazione azzardata. Alle rivendicazioni del Sessantotto si è arrivati dopo le azioni degli studenti socialisti, le rivendicazioni dei diritti civili, le lotte dei neri con Martin Luter King. C’è poi un elemento particolare di quella contestazione nei campus americani: quando il Governo impose a tutti i cittadini americani maschi dall’età di 18 anni l’arruolamento obbligatorio per andare a combattere in Vietnam, gli studenti si ribellarono. Quella fu una ribellione politica ma anche legata a personali esigenze e posizione di timore per la propria vita e il proprio futuro. In quelle contestazioni c’era insomma un interesse diretto. La contestazione alla Columbia del Sessantotto fu una vera rivolta. Arrivò la polizia chiamata dal rettore dopo giorni di agitazioni, cioè quando già la situazione era molto compromessa. Qui invece è avvenuto qualcosa di diverso: questo movimento non ha legami diretti con gli interessi degli studenti. È puramente politico e teorico, o se si vuole ideologico. Non c’è nessun legame a convenienze personali».
Ragione per cui trova insensato che «da parte della stampa italiana ci sia quasi ironia o sarcasmo nei confronti di questi ricchi studenti delle università private. Sono posizioni ingiuste e assurde che non prendono in considerazione che i ragazzi arrestati o sospesi si sono giocati il futuro e non solo a Columbia. perché non verranno più presi da nessun campus. Hanno rischiato il loro futuro. Non hanno fatto i conti su quello che a loro conveniva o meno. La loro adesione spontanea dovrebbe essere messa al centro di ogni considerazione».
Nella Columbia University la polizia resterà nel campus fino al 17 maggio, due giorni dopo la cerimonia delle lauree di circa 15mila studenti in linea con la richiesta formulata dalla presidente Nemat Shafik.

L’amore al tempo dell’intelligenza artificiale

Immagino che Calvino de Le città invisibili avrebbe accolto con grande interesse Lettere a una fanciulla che non risponde, l’ultimo romanzo – sorprendente, va detto subito – di Davide Orecchio (edito da Bompiani), dove il protagonista è un robot, ovvero una macchina che scrive lettere d’amore. Non corrisposte. L’intelligenza artificiale che interpreta un sentire umano perduto per sempre in questo mondo capovolto e probabilmente senza speranza alcuna se non quella di restare, finché durerà, in questa posizione. A faccia in giù, senza risposta. Dove il sentimento primario dell’amore è disintegrato nelle mille. Quella macchina, il robot innamorato, “ama” una donna che non ha mai avuto e scrivendo tenta di mantenere un legame che possa restare nel tempo. Nero su bianco. Soltanto per lui, ultimo romantico, un robot, sul pianeta. Lo fa, appunto, col mezzo più antico: la lettera. Lettere, sono 12, scritte in quel futuro di fantascienza, con carta e inchiostro. Livia, la fanciulla silenziosa, legge. Non risponde al nostro soldato innamorato, ma commenta a proposito di un amore di gioventù, anche questo perso. L’unico amore “umano” che sta nel libro. «Gli strumenti usati dal robot sono una risma di carta, un pennino e l’inchiostro – riflette con noi Orecchio -. Mezzi preistorici, come li definisce la macchina, facendo riferimento al suo tempo, che è un tempo alternativo al nostro, tanto che questi strumenti destano ironia e stupore. Lui, il robot, versa in uno stato di completa disperazione. Invia lettere senza sapere neppure se la destinataria leggerà. Continua comunque a inviarle, imparando la scrittura con questi mezzi rudimentali perché non ha altro modo di comunicare. Impara a scrivere, tiene in vita il “rapporto”. È un modo per restare vivi, come in Mille e una notte, l’archetipo è quello». Un substrato psicologico, sul quale si sviluppa la narrazione, che rievoca l’attesa. «A me piaceva anche fare attrito ironico tra il mondo fantascientifico e l’inserimento di elementi non tecnologici. Non un atto nostalgico – commenta Orecchio – ma un piacere nel provare a utilizzare uno strumento letterario che è il romanzo epistolare, tassello importante nella tradizione romanzesca occidentale. Mi piace la comunicazione epistolare, il racconto attraverso la lettera, ci sono due parti che si raccontano il mondo quindi ho dato sfogo al desiderio di utilizzare questo territorio letterario. Raccontare con penna e carta è anche una critica implicita al modo in cui si usano le parole nel mondo digitale in maniera più veloce, più superficiale, più sintetizzata. La destinataria a margine delle lettere annota delle osservazioni con la penna». La storia si intreccia con un’altra storia. Quella di un amore adolescenziale vissuto dalla donna, appunto. Un racconto, perciò, su due piani. «E trentanove note a margine sono i commenti che la fanciulla fa alle lettere che riceve e non sembrano essere un dialogo con la macchina che scrive. L’amore e l’affetto che le lettere che la donna riceve manifestano in maniera esorbitante le risvegliano la storia, e qui siamo in piena malinconia e nostalgia, di questo primo amore vissuto in un anno di liceo. Rievoca ricordi lontani, istigata dal sentimento delle missive che riceve. Da un lato è una donna crudele perché ha piantato in asso questa macchina né da una risposta ai suoi scritti, c’è un’estrema crudeltà che spesso è un ingrediente di una storia che finisce. Dall’altro anche lei inizia a ricordare il suo amore, l’unico avuto nei confronti di un essere umano». Torniamo, appunto, qui. All’amore, secondo Davide Orecchio, di questo tempo perduto. È dura da digerire scoprire che viviamo in un posto dove non c’è più spazio per i sentimenti, ma anche mettersi di fronte allo specchio tutti quanti. Soprattutto chi non è capace di quel salto di maturità necessaria a mantenere viva una relazione. «È una riflessione quasi cinica sui sentimenti di oggi – spiega infatti lo scrittore –. Ci disfiamo delle persone, ecco. Quello raccontato è un rapporto strumentale, ma è più sotto traccia rispetto a un altro. Il robot è l’interprete di un’identità maschile. È anche un uomo a tutti gli effetti che fallisce nella relazione con la sua compagna perché non è all’altezza di questo rapporto, del bisogno di cure che ha lei quando si ammala. Quando subentra la malattia questo amore deve evolvere anche in accudimento. Lì la macchina-uomo sbaglia tutto, al punto da spaventare questa donna e spingerla a mandarlo via». 
Del futuro delle relazioni sentimentali, Orecchio immagina «un domani in cui possa esserci una relazione molto simbiotica tra essere umano e macchina. Certo questo non appartiene ai prossimi dieci o quindici anni, ma ad un tempo molto più distante da noi. Forse cinquanta, sessant’anni. Quello che però mi sembra interessante non è la paura della macchina, dell’intelligenza artificiale, dell’estraneo a noi che siamo umani ma la possibilità che le macchine possano portare dentro di sé qualcosa di umano. Il robot del romanzo è una macchina che “si umanizza”, ecco, e questo penso che accadrà se si dovranno soddisfare bisogni di compagnia che inevitabilmente porteranno dentro una componente di umano. Si potrebbe aprire un territorio sconfinato anche di soluzioni di tantissime solitudini. Il nostro mondo multimediale e digitalizzato è estremamente solitario. Potrebbe essere la soluzione ad un problema grave della nostra società». Da brividi, se ci pensiamo. E l’ignoto spaventa sempre. Dalla lettura del romanzo, l’arcano sembra rinnovarsi. «Degli elementi sociali dell’intelligenza artificiale, della sostituzione di un’attività umana da parte delle macchine siamo consapevoli – sottolinea l’autore –. C’è un rischio di progressiva inutilità dell’essere umano in tante sue mansioni che non sono necessariamente professioni o mestieri ma anche elementi che creano l’identità dell’essere umano stesso. Riguarda tutto, dai lavori creativi fino alle fabbriche. Questo mi preoccupa. Un mondo in cui la macchina ci ruberà gran parte delle attività e ragioni di essere». Pensiamo dunque al cinema. Ci sono tanti esempi di pellicole sul rapporto tra esseri umani e robot, e il romanzo sembra muoversi lungo un comune fil rouge. «Ci sono tanti film che mi hanno affascinato – ricorda Orecchio –. Tra tutti Intelligenza Artificiale di Spielberg dei primi anni 2000. Un capolavoro. Quel bambino-macchina perdutamente innamorato della madre che viene cacciato, espulso da casa e passa tutto il resto della sua vita a inseguire questo grande amore perduto. È un innesco forte della mia immaginazione rispetto a questi temi e a questo libro. C’è un clima fantascientifico cinematografico prima che letterario che ha influenzato moltissimo me e quelli della mia generazione». Con questo libro e con l’autore delle lettere, facciamo uno straordinario viaggio in quel futuro distopico che c’attende, con un occhio, come si diceva a Calvino e un altro al Cavazzoni di Guida agli animali fantastici, un mondo fatto di macchine, animali, i maiali per esempio, che lavorano nei cantieri edili, oppure struzzi a tre gambe ed esseri multiarto. Sullo sfondo, un clima di soprusi e violenza. Una fotografia che è già qui, appena fuori dalle nostre porte. Come salvarsi? Con l’arma più vecchia dell’universo: l’amore.

Il canto popolare di Giovanna Marini che ha fatto la storia

 

Per chi come me è cresciuto negli anni Ottanta quando il “movimento” era rifluito, e in giro non si cantava più, sono stati i dischi a far conoscere, e amare, il canto sociale e il canto popolare. Il mio primo album in assoluto fu un cd di Caterina Bueno allegato a questa rivista quando si chiamava Avvenimenti; subito dopo conobbi le due collane che hanno fatto la storia della musica popolare del canto sociale italiano: la collana folk della Fonit Cetra e i Dischi del Sole. I Dischi del Sole erano stati fondati all’interno delle edizioni Avanti!, e il primo disco fu Bella ciao, nel 1965.

Negli anni Novanta il catalogo dei Dischi del Sole venne acquisito dall’etichetta Ala Bianca, che dopo averlo reso disponibile in digitale, ha ristampato dodici album storici. Sono dodici scrigni preziosi di memorie e di canzoni pronte all’uso. Sì, perché è l’uso ciò che le contraddistingue: tanto il canto sociale che il canto popolare esistono in relazione a una funzione, entro un contesto che li produce e gli dà senso. Perciò non si può che accogliere con gioia la riapparizione di Addio Lugano bella, la straordinaria raccolta di canti anarchici, Ci ragiono e canto (lo spettacolo di Dario Fo), La veglia di Caterina Bueno, Fiaba grande di Ivan Della Mea, I treni per Reggio Calabria di Giovanna Marini. E proprio con Giovanna – con la quale ebbi la fortuna di condividere il palco per il cinquantesimo anniversario del Nuovo canzoniere italiano – ho fatto una chiacchierata a proposito di questo evento discografico.

Hai detto una volta che la testimonianza più grande che lascia l’esperienza dei Dischi del Sole è quella dell’amore e della passione per le cose che facevate: il vostro scopo non era di vendere dischi, ma di far memoria. Ivan Della Mea diceva la stessa cosa, da un punto di vista più “materialistico”: le condizioni materiali di produzione erano quello che erano, con le ristrettezze economiche, i pochi denari, il “buona la prima” in fase di registrazione…
Sì, certamente era sempre una cosa fortunosa. Non avevamo affatto l’abitudine di curare i dischi con sovra incisioni, postproduzione, come si fa per i dischi da vendere. Per noi quello era materiale da archiviare, da ricordo.

Mentre invece la tradizione musicale popolare negli Stati Uniti aveva una considerazione diversa: tu fosti lì a metà degli anni Sessanta, e ai tuoi occhi risaltò bene la differenza.

Sì, negli Stati Uniti è molto differente, basta paragonare i Dischi del Sole con la storica etichetta Folkways, che aveva grandi distribuzione e vendita. Fare canzoni e dischi solo per passione in America non esiste. C’è la passione, ma prima c’è la marcia del capitale. Io ero lì a metà degli anni Sessanta, e vedevo bene la differenza. Negli Stati Uniti non si potevano fare dischi come, che so, Il cavaliere crudele, che in un anno vendette 25 copie. Valeva anche per Woody Guthrie: prima di tutto, è un prodotto che deve vendere. Per noi non era così, i Dischi del Sole sono prima di tutto il frutto della nostra passione e del nostro amore.

Nei Dischi del Sole c’erano sia canzoni popolari (l’attività di ricerca e di riproposta, come si diceva) sia canzoni d’autore. Il comun denominatore era che si trattava di canzoni d’uso. Tanto è vero che a volte non si percepiva dove finisse la canzone popolare e iniziasse quella d’autore.
E’ vero. Canzoni che ho scritto poi sono diventate popolari, le cantano pensando che siano popolari… “Una morte di Gesù”, ad esempio, oppure “Addio addio amore”.

Vuoi raccontarcela nel dettaglio la storia di “Addio addio amore”? È una storia davvero esemplare dello spirito dell’epoca.
Sarà stato il 1960, era prima che iniziassi a fare ricerca, andavamo al mare di Ostia con Bruno Trentin e la sua famiglia, lì sentii cantare una canzone che mi piacque molto. Passò del tempo, dimenticai la melodia, e mi rimase in testa un arpeggio in minore, una successione di quattro note. Andando a Spoleto per fare lo spettacolo Bella ciao io, non avendo canzoni popolari da cantare ne scrissi due in macchina mentre Teresa Bulciolu guidava, annotandomi qualche parola e qualche nota. A Spoleto la cantai questa, mettendo insieme le poche parole che mi ricordavo della canzone di Ostia con quelle di un vecchio canto abruzzese dove si menzionavano l’oliva e la ginestra. Ed è venuto fuori “Addio addio amore”. Poi quando abbiamo fatto il disco di Bella ciao, per i Dischi del Sole, Gianni Bosio mi chiese se ero iscritta alla Siae, e io dissi di no, senza sapere che avendo fatto il conservatorio lo ero. Così nel disco risultò come canzone popolare. Peraltro non la pensavo come una “composizione”: venivo da una famiglia di musicisti dove queste erano giusto quattro note, se avessi detto a mia madre che l’avevo composta mi avrebbe risposto “Non farmi ridere! Si compongono le fughe, i preludi! Mica quattro note che ti vengono in mente!”. Questa era la mia idea… Fatto sta che un giorno incontrai alla Siae Mimmo Modugno, che era dispiaciuto perché non sapeva che quella canzone l’avevo scritta io, così lui, pensandola canzone popolare, l’aveva presa e ci aveva scritto sopra “Amara terra mia”, che divenne un grande successo.

Hai detto che nel canto popolare, quello che fa da discrimine è il come lo si prende e l’uso che se ne fa. Del resto il canto popolare ha costitutivamente a che fare con la reinvenzione continua della tradizione, con la variazione, col ritornello… E dunque: come bisogna prenderlo?
Ti faccio un esempio. Noi abbiamo fatto una ricerca sui monti del Pollino in Calabria, una zona molto isolata, dove ricerca non era stata fatta. Non avevo mai sentito cantare così, delle grida altissime con una specie di scala discendente e un basso continuo, una forma di discanto, che il vescovo non voleva si cantasse durante la processione perché lo trovava un canto pagano. È questo il canto contadino che mi appassiona, il canto pastorale fatto solo su due tre suoni codificati, scelti, rituali, da cui si è sviluppata la musica classica. Oppure il canto sardo per falso bordone, che ho trovato a Bosa, canti di pastori, fatti per emozionare, che stanno dentro quel contesto: come fai a riproporli estraendoli da quel contesto, fuori da quei Paesi arroccati sulle rocce da cui si vede il mare, se magari hai una faccia slavata da borghese, che non dice niente? Ci vuole un grande studio, per farlo, un grande lavoro. Questo è il canto di cui si discute se proporlo o non riproporlo. Altra cosa è la forma canzone, di grandi autori come Alfredo Bandelli o Ivan Della Mea, che loro sembravano nati con Puccini dentro, con Mascagni, con l’opera, quella era la loro estrazione; o anche col varietà e il vaudeville come Pietrangeli.

Però tu hai fatto tanti dischi di canzoni, e in particolare uno come I treni per Reggio Calabria, che per me è il capolavoro assoluto, una pietra miliare della musica italiana, e quelle sono canzoni una più bella dell’altra.
Sono canzoni, sì, però a impronta classica. Carpitella mi diceva che in certi pezzi ci sentiva Bach e Rossini: io quello ho in testa… Tutti abbiamo in testa qualcosa che poi ci esce fuori.

Un’altra cosa che caratterizzava in maniera forte il gruppo che ruotava attorno ai Dischi del Sole è l’estrazione sociale. C’erano persone che venivano dalla borghesia, di alta cultura, come te, Pietrangeli, Della Mea, e quelli che venivano da ambiente contadino, come la Daffini, la Balistreri, il gruppo di Piadena.
C’era una divisione di classe sociale, ma ci sentivamo tutti sullo stesso piano. Anzi, c’era una sorta di venerazione per chi era portatore di una tradizione contadina.

Anche Caterina Bueno veniva da una famiglia borghese.
Sì, aveva due genitori molto colti, ma lei si sentiva molto meglio nelle sue cantine frequentate da contadini e operai che non nei circoli intellettuali. Faceva ricerca anche perché nei luoghi contadini e proletari si sentiva più accolta, più amata.

Intervista pubblicata su left il 25 maggio 2018

Lo scrittore e musicista Marco Rovelli è l’autore, fra molto altro, dell’album Bella una serpe con le spoglie d’oro, dedicato a Caterina Bueno, in cui ha ripreso i canti popolari toscani d’amore, di lavoro e di protesta.

 

Ma i programmi elettorali per le europee?

La legge elettorale per le elezioni europee che si svolgeranno l’8 e il 9 giugno non prevede l’obbligo per i partiti di presentare il programma elettorale. Pagella politica ha pubblicato i programmi presentati finora, mentre la campagna elettorale è già iniziata da un bel pò. Si ritrovano solo i programmi elettorali di Forza Italia-Noi moderati, di Azione, della lista Pace terra dignità di Michele Santoro e della lista Libertà di Cateno De Luca. 

Gli altri partiti politici sono in campagna elettorale senza avere ancora reso pubblico ciò che vogliono fare in Europa. Molti di loro lo pubblicheranno a breve (quelli di Fratelli d’Italia sono incagliati sulla guerra in Ucraina, ad esempio) e molto probabilmente qualcuno ne farà a meno. Secondo il direttore di Pagella politica Giovanni Zagni «forse è meglio così: nella politica italiana si ha la distinta sensazione che gli impegni presi per iscritto, pubblicamente, in modo netto siano da evitare». L’assenza di un programma scritto permette comunque ai partiti di presentare candidati con idee sostanzialmente opposte su alcuni punti cruciali, Le elezioni diventano così un’adesione ideale – più che programmatica – all’una o all’altra parte, con profili sempre già vicini alla tifoseria. 

Queste prime settimane di campagne elettorale hanno offerto un dibattito molto povero sui temi europei, come se le competenze del Parlamento europeo fossero sovrapponibili a quello nazionale. Così la politica diventa, ancora una volta, un’ossessiva carrellata di influencer. 

Buon giovedì. 

Voltairine contro Stato e Chiesa, per i diritti delle donne

Leggere gli scritti di questa donna, Voltairine de Cleyre, inusuale anche nel nome, è come essere travolti da un fiume in piena, né si può restare indifferenti sotto lo scrosciare irrefrenabile di parole, immagini, analisi storiche e sociologiche. Si è travolti da sentimenti contrastanti: ammirazione, amore, mentre a volte ti cresce dentro un muro di non accettazione. Mentre in Francia è appena uscito De l’action directe suivi de: L’idée dominante da Les éditions L’Alchimiste, in Italia sono stati pubblicati, dopo più di cento anni, due libri: Una poetessa ribelle (Stampa alternativa, 2018) e Un’anarchica americana (Eleuthera, 2021), che ci forniscono un’idea della vasta produzione di lettere, poesie, traduzioni, racconti, saggi, novelle, conferenze. Ma chi era Voltairine de Cleyre? Una donna difficilmente incapsulabile in parole quali anarchica, poetessa, libertaria, scrittrice, ribelle, femminista. Di lei Emma Goldman scrive: «La più dotata e brillante donna anarchica che gli Stati Uniti abbiano mai generato».
Si conoscevano per la collaborazione di Voltairine a Mother Earth (rivista diretta da Goldman dal 1906 al 1917), nonostante le divergenze su questioni rilevanti; Emma ama la vita e cerca di goderla, Voltai (come la chiamano in famiglia) non cerca la felicità ma la realizzazione umana, a dispetto del pessimismo con cui guarda alla società. Uno sguardo, il suo, che rasenta la depressione e che affonda le sue radici nell’ambiente familiare, funestato dall’annegamento di una sorellina e negli anni sofferti dell’istituto di suore in cui il padre, socialista povero e libero pensatore, la manda per darle un’educazione che sviluppi a pieno le sue capacità. Sospettiamo che tale decisione fosse dettata dall’incapacità o impossibilità di imbrigliarla in comportamenti socialmente accettabili. Se c’è un termine, infatti, che meglio la descrive è “ribelle”. A quattro anni impara a leggere da sola e si arrabbia per non essere stata accettata dalla scuola pubblica. E a sei anni scrive poesie. Gli anni del collegio la vedono “ragazzina smarrita” in un ambiente ipocrita e autoritario: «Sarei dovuta diventare una suora, passando il resto della mia vita a celebrare l’Autorità nella sua forma più manifesta», racconta in Un’anarchica americana e prosegue: «Ero una povera anima che combatteva solitaria nelle tenebre della superstizione religiosa. Ricordo bene con quanta energia e rabbia mi rifiutai di sottostare alle ingiunzioni della mia insegnante, dicendole che non avevo alcuna intenzione di scusarmi per una colpa che non mi poteva essere imputata e che se l’avessi fatto, le mie parole non sarebbero state sincere. “Non è sempre necessario – mi rispose lei – dire sinceramente ciò che pensiamo, mentre è sempre necessario obbedire ai propri superiori”. Io non mentirò».

Furono tre anni di disperata solitudine, interrotti solo da rocamboleschi tentativi di fuga, vissuti nell’angoscia, ma con un innato senso di ribellione e avversione per il cattolicesimo e la religione in generale. Il fascino di Voltairine è che in lei non troviamo una scissione tra teoria e prassi, ma una coerenza estrema, quasi “ascetica”. Pensiamo a quando un ex studente, Herman Helker, le sparò tre colpi di pistola, mentre saliva su un tram. Voltairine non lo denunciò, anzi, l’11 gennaio 1903, uscita dall’ospedale, pubblicò su Free Society un appello ai compagni per chiedere aiuto per questo ragazzo, sicuramente disturbato, ma che ha bisogno di “cure”, non della prigione. Voltairine riflette su tutto: violenza, educazione del cittadino e insegnamento della storia, pacifismo, letteratura, e riconduce ogni tema al cuore stesso della società capitalistica, basata sullo sfruttamento degli esseri umani; un sistema che ha ridotto la donna a “proprietà” dell’uomo e che va abolito perché «non esisterà alcuna società libera, giusta o equa, né nulla di vagamente simile, finché la donna verrà comprata, venduta, alloggiata, vestita, nutrita e protetta come fosse una proprietà altrui». La donna deve spezzare catene giuridiche, economiche, religiose e culturali, e deve farlo subito, senza nutrire attese messianiche di rivoluzioni sociali che “magicamente” le concedano i diritti. «I diritti li ha soltanto chi osa affermarli» e la donna se li deve prendere da sé. Se il matrimonio rende la donna schiava dell’uomo e sua “proprietà” come emanciparsi? Non certo con il voto: «Il diritto di voto non è altro che carta straccia: non ha mai liberato gli uomini e non libererà certo noi donne» e «Il socialismo può eliminare gli ostacoli fisici che ci impediscono di raggiungere l’indipendenza», ma non si può attendere: le donne devono ribellarsi allo Stato e alla Chiesa per poter trasformare il loro rapporto con gli uomini. Impresa ben difficile visto che: «Una parte degli anarchici nega che ci sia una “questione femminile” ma questa affermazione è principalmente fatta dagli uomini e, si sa, gli uomini non sono certo le persone più adatte a comprendere la schiavitù della donna». L’abolizione del matrimonio non significa rinunciare alle relazioni amorose, ma per renderle libere ognuno viva nella propria casa, sì ché la storia d’amore non venga inquinata dalla convivenza. E lei ne vive di storie d’amore, con uomini che avranno nella sua vita un’importanza cruciale: si innamora perdutamente di T. Hamilton Garside che romperà con lei dopo breve tempo; di James B. Elliott, padre del suo unico figlio, che affida ai genitori di lui, perché la salute e gli impegni di lavoro e di lotta le impediscono di occuparsene, ma con il quale avrà un rapporto così importante che il figlio prenderà il suo cognome e chiamerà la propria figlia Voltairine. Anche Dyer D. Lum sarà suo amante, confidente e mentore. Coltivò inoltre una profonda amicizia con Kropotkin e con Alexander Berkman che pubblicò, postuma, un’antologia dei suoi scritti, pur divergendo su un tema cruciale come l’uso della violenza nella lotta politica. Pacifista e non violenta lei, implicato in vari fatti di sangue Berkman, come l’attentato al presidente William McKinley e i fatti di Chicago dell’1 maggio 1886, o meglio di Haymarket Square. Voltairine rivive «la cieca rabbia che infuriò nella mente delle persone che udirono quel colpo di revolver, quella rabbia che li trasformò temporaneamente in folli incapaci di vedere, sentire o pensare». Nell’apprendere la notizia della bomba e dei morti, lei aveva esclamato: «Impiccateli!» e scoprendo poi la responsabilità della polizia, l’attacco al movimento operaio e la condanna a morte di 8 anarchici, nemmeno presenti ai fatti, si pentì di questa sua reazione. Voltairine è una donna che vive del proprio lavoro insegnando la lingua inglese ad un gruppo di ebrei russi immigrati. E a questo proposito scrive: «Le persone hanno dei curiosissimi preconcetti su di noi, uno dei quali è che gli anarchici non lavorino mai. Al contrario, gli anarchici sono quasi sempre povera gente che lavora, mentre sono i ricchi quelli che riescono a vivere senza lavorare». Ma non si limita a insegnare, riflette sulle condizioni dell’insegnamento pubblico negli Usa e su quello della storia della Rivoluzione americana: «Per l’americano medio di oggi, la Rivoluzione non è altro che una serie di battaglie combattute da un esercito di patrioti contro l’esercito inglese». Denuncia una storia ridotta a fatti e battaglie; un nozionismo che svilisce la Rivoluzione stessa e sottrae alla disciplina la funzione di formazione delle coscienze. Quando Emma Goldman viene arrestata per aver incitato “all’esproprio proletario”, lei scrive: «Non ho una lingua di fuoco come quella di Emma Goldman. Non posso “muovere la gente”… ma se dovessi dare un consiglio, direi: Amici miei, quel pane vi appartiene. Sei tu che hai faticato e sudato al sole per seminare e raccogliere il grano … sei tu, tu, tu, contadino, minatore, meccanico, che fai il pane; ma non hai il potere di prenderlo». A Mary Wollstonecraft, con la quale condividerà i “100 anni di silenzio” scrive: «La polvere di centinaia di anni/ è sul tuo petto/ sorridi poiché è giunto il giorno/ in cui misuriamo la perdita atroce;/ la perdita del tuo incompleto atto,/ il tuo incompiuto canto,/ la tua voce taciuta per il nostro riscatto./ Ma lei sopravvive tutt’ora;/ nel cuore assopito del mondo/ lei vive ancora».

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 3 persone e il seguente testo ""SENZA PERDERE LA TENEREZZA" Reading a cura di Rita De Petra per parlare di donne che hanno cambiato la nostra vila. 10 Maggio: Rosa LU XEMBURG RG DELIA DELIABOI BOι 18 Maggio: Voltairine DE CLEYRE FRANCA PANARA LACRATORO ORIO POLTID LEFT CHIETI PESCARA arci CIRCOLO CIRCOLOARCIFICTIC ARCI FICTIO VIA ARMELLINI CHIETI ORE18.30 "INGCRESSORISERVATO.AISOCIARCI RCI INCRESSO RISERVATOAI SOCIARCI PICTIO"

Dopo le navi il governo mette nel mirino gli aerei

Dopo le navi, gli aerei. Al governo italiano non basta sabotare il salvataggio in mare con una serie di decreti firmati da Piantedosi che puniscono la troppa voglia di non fare annegare la gente. Dopo il sabotaggio delle navi delle Ong che vengono tenute lontano dalle zone critiche del Mediterraneo caracollando per porti improbabili, dopo la raffica di fermi amministrativi ogni volta smentiti dai tribunali, ora l’Ente nazionale dell’aviazione civile (Enac) vieta agli aerei di osservare (per salvare) dall’alto i barchini dei disperati. Se non si vedono è come se non morissero, secondo i satrapi che tomberebbero tutto quel pezzo di mare che non serve ai bagnanti aperitivisti. 

Con una serie di provvedimenti identici (il 3 maggio per gli aeroporti di Lampedusa, Pantelleria, Comiso e Catania Fontanarossa e tre giorni dopo per quelli di Trapani Birgi, Palermo Punta Raisi e Palermo Bocca di Falco) Enac sceglie “l’interdizione all’operatività dei velivoli e delle imbarcazioni delle ong sullo scenario del Mare Mediterraneo centrale” accusati di “compromettere l’incolumità delle persone migranti” e di sovraccaricare la Guardia costiera italiana nel salvataggio di vite. 

«Un atto vigliacco e cinico di chi usa la criminalizzazione delle ong come strumento di propaganda politica in vista delle imminenti elezioni per il rinnovo del parlamento europeo», dichiara Sea-Watch che promette: «non fermeremo le operazioni anche a costo di mettere in pericolo i nostri aerei». 

I governanti saranno maledetti dalle 2.755 persone in pericolo a bordo di 47 imbarcazioni avvistate solo nei primi tre mesi del 2024 e dalla storia. 

Buon mercoledì. 

Nella foto: frame del video da un aereo di Sea-Watch sull’intervento della Guardia costiera libica durante il salvataggio di migranti

Guerre e industria, se l’economia è sempre più a mano armata

Non si tratta di essere pacifisti a oltranza: non è una questione ideologica. Il tentativo di farci vivere nella paura è continuo e palese, anche se come cittadine e cittadine ci sfugge il quadro decisionale e soprattutto il contesto complessivo finanziario, economico e politico che a quel quadro fa da cornice. Il fatto è che non siamo noi a decidere delle nostre sorti, né delle sorti del nostro Paese. In breve non siamo padroni del nostro destino. Questa ignoranza e il fortissimo senso di impotenza che ne deriva crea un mix travolgente per chiunque.
Come possiamo capire, ad esempio, i meccanismi che alimentano guerre e militarizzazione, nonché le loro conseguenze economiche e sociali? A chiarire una situazione cruciale, vista la continua minaccia – anche atomica – che si ripropone oggi di nuovo, dai tempi che credevamo ormai passati della guerra fredda – arriva “Economia a mano armata 2024. Spesa militare e industria delle armi in Europa e in Italia”, nuovo ebook realizzato da Sbilanciamoci! e Greenpeace per documentare le politiche di riarmo e i loro esiti, le dinamiche che alimentano i conflitti e le alternative praticabili.«Siamo di fronte all’estendersi e all’aggravarsi delle guerre», affermano da Sbilanciamoci!, campagna che raccoglie 50 associazioni e dalla rete internazionale Greenpeace, con tre milioni di sostenitori in 55 paesi. Entrambe sono impegnate sui temi dell’ambiente, della solidarietà e della pace.
Oltre ai conflitti principali (per noi europei e occidentali) tra Ucraina e Russia, nonché tra Israele e Palestina in un Medio oriente vicino in cui si moltiplicano le azioni militari, esistono le molte guerre in Asia e in Africa che sfuggono alla nostra attenzione. Europa e Italia sono coinvolte, come sottolineano le associazioni, «in misura crescente e hanno preso la strada dell’aumento della spesa per armamenti e della militarizzazione dell’economia».
L’ebook ha una prefazione del fisico Carlo Rovelli e inizia con un quadro delle politiche della guerra e della pace offerto dalle analisi di Giulio Marcon e Francesco Strazzari. Una parte rilevante del testo è dedicata poi alla traduzione italiana del Rapporto di Greenpeace “L’Europa delle armi. La spesa militare e i suoi effetti economici in Germania, Italia e Spagna”, pubblicato in inglese nei mesi scorsi. Lo studio di Chiara Bonaiuti, Paolo Maranzano, Mario Pianta e Marco Stamegna, esamina la crescita della spesa militare in Europa nel quadro dell’andamento delle economie, mettendo a confronto gli effetti su crescita e occupazione della spesa per armi e della spesa sociale e ambientale. Il report offre una buona notizia, che merita di essere ampiamente divulgata: i suoi risultati mostrano che «spendere per le armi porta a una minor espansione rispetto alla spesa civile».
L’intreccio tra spese militari e industria delle armi è analizzato da Francesco Vignarca, responsabile della Reta italiana per la pace e il disarmo. Raul Caruso mette in discussione le tesi secondo cui più spesa militare porta a maggior sicurezza e esamina la vicenda dell’integrazione europea nella spesa militare. Sofia Basso, che ha coordinato il lavoro per l’ebook, presenta un quadro delle missioni militari all’estero che hanno l’obiettivo di proteggere le fonti energetiche – gas e petrolio – nelle aree di conflitto. Un contributo importante è quello di Gianni Alioti che, con il suo lavoro, offre un’attenta ricostruzione dell’industria militare in Europa e in Italia. In due capitoli analizza la struttura del settore, la classifica delle maggiori imprese delle armi – da Leonardo (ex Finmeccanica) a Fincantieri – la gerarchia esistente tra i produttori, la scala multinazionale delle attività, la dimensione finanziaria che diventa sempre più importante, i dati sull’occupazione. Una documentazione preziosa per capire strategie e ruolo dell’industria militare di casa nostra.
L’approfondimento sul caso del nuovo caccia Tempest, inconsueta co-produzione internazionale che coinvolge la penisola, è offerto da Guglielmo Ragozzino, mentre Giorgio Beretta presenta il quadro delle esportazioni italiane di armamenti, mostrando le responsabilità dello Stato nell’alimentare conflitti in corso e aree di tensione internazionale. Ma è possibile uscire dalla logica della produzione di armi? Lo chiede Marinella Correggia, spiegando storia ed esperienze di riconversione dal militare al civile in Italia – dalle mine Valsella alle bombe Rwm in Sardegna. Infine, Andrea Coveri e Dario Guarascio esplorano la nuova frontiera delle produzioni militari, quella delle piattaforme digitali, mostrando come le grandi imprese americane del settore – Amazon, Google, Microsoft – sono sempre più coinvolte nelle commesse militari degli Stati Uniti e applicano ai preparativi di guerra le tecnologie digitali finora sviluppate in campo civile.
«Penso che ci troviamo su una china molto pericolosa – avverte Rovelli – L’Orologio dell’Apocalisse, la valutazione periodica del rischio di catastrofe planetaria iniziata nel 1947 dagli scienziati del Bullentin of the Atomic Scientists, non ha mai indicato un livello di rischio alto come ora. Le tensioni internazionali sono cresciute bruscamente. Tanti governi moltiplicano forsennatamente le spese militari. Si parla apertamente di possibile guerra atomica». E aggiunge: «L’Europa al momento spersa, potrebbe giocare un ruolo nel calmare le acque. Mentre altri paesi come Austria, Irlanda, Spagna, cercano posizioni di neutralità, equilibrio, invocano la calma, l’Italia è totalmente allineata ai più bellicosi».
Sarebbe bene ricordare che nella nostra Costituzione del 1948 è scritto: «L’Italia ripudia la guerra»: una dichiarazione categorica, un imperativo assoluto. E molti di noi rammentano ancora il perché. Altri no, intendono farsi “trascinare in guerra” – come raccontano i libri di scuola – mentre solo pochi (speriamo pochissimi) vogliono davvero “entrare in guerra”. Di questo occorre farsi forti per tacitare una minoranza al comando, facendo sentire la propria voce di condanna risuonare alta e chiara. L’Italia ripudia anche coloro che la guerra la vogliono.