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Lo statuto delle lavoratrici: il diritto di realizzare sé stesse

Sono cresciuta pensando, come molte ragazzine, che avrei voluto scrivere, “da grande”, romanzi d’amore. Ho invece scritto un saggio sul lavoro, uscito l’8 marzo. Si intitola Lo Statuto delle lavoratrici. Perché? Credo che i sentimenti più forti e variegati, nella nostra epoca di amore liberissimo e spesso inconsistente e di congiunture economiche sfavorevoli e diseguaglianze crescenti e avidità sempre maggiore dei “padroni”, li susciti il lavoro. Sono sentimenti quasi mai positivi, e quasi sempre descritti sui media o nel dibattito politico in modo frivolo o peggio moraleggiante: la “sindrome della capanna”, i “bamboccioni”, il quiet quitting, i meme sul capufficio “cattivo”. Ho pensato che fosse necessario indagarli, invece, prendendoli sul serio. E – sorpresa? – mostrando come abbiano radici in rapporti economici e di potere, cioè questioni tutt’altro che frivole. Al festival dei Diritti umani (8 maggio a Milano vedi box alla fine del testo ndr) parlerò anche di violenza di genere: è ormai entrato nella vulgata che una donna vi possa sfuggire solo in un modo, cioè con l’indipendenza economica. Nel nostro Paese lavora appena una donna su due: meno di una su due, quindi, è al sicuro. Ripensare il lavoro per renderlo più inclusivo – con orari migliori, salari degni, stabilità – non è anche una questione di incolumità personale?

ART. 1 – LIBERTÀ DI OPINIONE

I lavoratori, senza distinzione di opinioni politiche, sindacali e di fede religiosa, hanno diritto, nei luoghi dove prestano la loro opera, di manifestare liberamente il proprio pensiero, nel rispetto dei principi della Costituzione e delle norme della presente legge.

C’è una cosa che non si può mai dire nemmeno adesso che la dicono proprio tutti: che il lavoro è brutto.
Non il lavoro in generale.
Il lavoro in generale, siamo tutti d’accordo, nobilita.
Il tuo, però, è brutto.
L’orario d’entrata è di acciaio, quello d’uscita vischioso come la colla vinilica; i superiori sono arroganti e miopi, la clientela insipiente e cafona, il contratto precario, la paga ridicola; la legge sembra lettera morta, si mangia alla scrivania da un Tupperware, il telefono con cui lavori verrà sostituito tra cinque anni, il computer tra otto, il tuo capo mai. Comandano i luogotenenti dei superiori, i figli dei superiori, le amanti dei superiori, le mogli dei superiori, quasi mai i mariti dei superiori perché quasi mai, lo dice il luogo comune ed è vero, una superiore è una donna. Persino il femminile di “capo” suona più artefatto di “avvocata”, “professoressa”, “ministra”: “capa” non si può sentire, sembra una parola da trapper. I tuoi colleghi uomini hanno tutti due figli; le tue colleghe, te inclusa, un ventaglio di situazioni sentimentali inclassificabili, giusto guiderdone per avere scelto di fare carriera.
I compiti che ti assegnano sono tanto pedestri che inizi a credere di non essere all’altezza di fare nient’altro; ma sono tanti e così pesanti, tutti insieme, che non vai mai a casa. L’ufficio è un posto grigiastro con luci al neon, telefoni fissi inudibili, gli arredamenti fermi al punto del tempo in cui la tua azienda contava ancora qualcosa, e se quel punto nel tempo è adesso: tanti auguri. Significa che in ufficio ci devi pure socializzare perché qualcuno ci ha messo un calciobalilla, cresta dell’onda del divertimento aziendale da almeno dieci anni.

È difficile ammettere ad alta voce, di fronte ad altri, che il tuo lavoro non ti piace. Ma prima ancora, è difficile ammetterlo a te stessa senza sentirti una parassita, una stronza, una in cui vincono le istanze infantili, dentro di te una voce dice: ah, pensavi di andare a Gardaland, e invece guarda un po’, è un ufficio. Ah, ma i tuoi genitori a lavorare andavano, ora volete fare tutti gli influencer, gli chef stellati, i travel blogger, i tizianiterzani le virginiewoolf i ricchi delle criptovalute. Siete cresciuti troppo bene, non avete fame. La fame. Stay hungry, resta affamato, seguito dal più criptico stay foolish, rimani pazzo, è forse il più popolare degli adagi contemporanei su come si sta al lavoro: non a caso, azzardo prendendo a prestito un vocabolario novecentesco, lo ha coniato un padrone. Dire “non mi piace il mio lavoro”, fuori da Instagram, è come dire “mi ripugna la famiglia”, o “non mi piace l’amore” o “detesto la legge della caduta dei gravi”. Una frase che bolla come lamentosi e in fondo professionalmente scarsi; antisociali; scollati dalla realtà: se ti dovesse piacere, del resto, non si chiamerebbe lavoro, da labor, cioè travaglio.

La congiuntura non aiuta. L’Italia è in pieno declino di produttività e molti dei divari tra regioni e generazioni hanno radici profonde. Crisi internazionali una dopo l’altra, negli ultimi quindici anni – quella finanziaria del 2008, quella del debito nel 2011, il Covid-19, la guerra in Ucraina, ora il riaccendersi del conflitto in Medio Oriente e le tensioni nel Mar Rosso – hanno contribuito a peggiorare la qualità del lavoro per quasi tutti.
Soprattutto, gli effetti di queste crisi si sono abbattuti in modo diseguale.
La rivendicazione di flessibilità che in molti dipendenti è diventata più forte dopo due anni di lavoro forzatamente flessibile (anche se non sempre smart) suona oltraggiosa o almeno estranea a coloro che, negli stessi due anni, un reddito precario o temporaneo se lo sono visto spazzare via. O a chi ha un impiego che non si può svolgere da remoto (per la struttura occupazionale italiana è così in sette lavori su dieci e in quasi tutti quelli a basso reddito) e lavorando, durante la pandemia, si è pure contagiato.
Chi ha potuto lavorare in una casa accogliente, magari da solo, durante la pandemia, non comprende la smania di riapertura che aveva chi invece ha visto ricadere su di sé la cura di un’intera famiglia, e ha dovuto in più lavorare full time dal tavolo della cucina.
A proposito di casa: chi ne ha ereditata una e non è lontano dalla famiglia di origine può accettare di seguire un’ambizione a condizioni e con retribuzioni diverse da chi deve pagare un mutuo e un nido, non disponendo della vicinanza dei nonni: queste condizioni contribuiscono a creare un mercato del lavoro a misura di azienda (e panorami urbani corrispondenti).
E a proposito di famiglie e “grandi famiglie”: chi ha iniziato a lavorare in decenni più prosperi di questo, e si è “fatto il culo” ottenendo in cambio emolumenti e soddisfazioni corrispondenti, stenta a capire la rassegnata collera che i figli o i dipendenti più giovani sembrano nutrire nei confronti della stessa prospettiva, quella di “farsi il culo”. Chi al lavoro ha chiesto un’identità – atteggiamento che sembra scomparire tra i ventenni i cui meme recitano Dream job? I don’t dream of labor – ha dispiaceri, collere e rivendicazioni diverse da coloro che al lavoro hanno chiesto, soprattutto, sicurezze economiche.
E la delusione di questi ultimi è spesso incompresa dagli altri: il vero truffato dal lavoro contemporaneo non è il laureato in lettere che guadagna poco, ma l’ingegnere che voleva più di tutto un lavoro sicuro e iniziare presto la vita adulta, e vive invece con tre coinquilini persino lui.
Chi lavora in un settore in cui gli infortuni mortali sono tre al giorno (nel 2022 in Italia sono stati 1.208, soprattutto in settori a bassa retribuzione) ha un concetto di “stress lavoro-correlato” che è un po’ diverso da quello pur grave espresso nel modaiolo termine burnout. E così via.
Anche di questa complessità si nutre la collettiva inibizione dal pensiero che sembriamo applicare quando si tratta di mettere in questione, collettivamente, i modi in cui lavoriamo. C’è sempre una miniera più miniera di quella in cui scavi tu, un genitore che si è alzato alle quattro e mezza tutta la vita e non si lamentava tanto, un imprenditore che da ragazzo non si concedeva certo dieci euro al giorno per il toast del bar ma la madre gli preparava la gamella, un ristoratore che oggi paga spiccioli ai suoi aiutanti perché da ragazzo lui, sostenuto dalla passione, lavava tonnellate di piatti gratis.
Se è per questo, nel 1837 il piccolo Oliver Twist lavorava in fabbrica a nove anni, e per aver chiesto più cibo si era procurato una nomea di agitatore, e se la Londra attuale è assai diversa, almeno per un bambino, dalla Londra di Dickens è anche perché qualcuno contro i suoi padroni avrà pur protestato. Rispetto all’infanzia di Oliver Twist, che per inciso nel romanzo a cui dà il titolo si salva la vita ereditando, e non lavorando, impallidisce l’infanzia di qualsiasi imprenditore nostrano “partito dal niente”: ciò per dire che ciascuno è il millennial presuntuoso di qualcun altro e gode delle conquiste – tecnologiche, sindacali, culturali – di qualcun altro. Si chiamerebbe, in teoria, anche progresso.

[…]

Le storie di chi non voleva più lavorare sono finite sui giornali spesso, e soprattutto in due generi narrativi di segno opposto.
Da un lato, il pullulare di articoli primavera/estate sui camerieri stagionali che non si trovano più per la stagione: non hanno fame, protestavano molti chef sulle colonne dei quotidiani, preferiscono il reddito di cittadinanza (1).
Dall’altro, al tema si sono appassionati molti giovani giornalisti, categoria i cui esponenti – depauperati rispetto a un mitizzato passato di tirature grandiose e vacche grasse – si sentono spesso, loro malgrado, proletariato intellettuale. E sulle storie di downshifting, quiet quitting, southworking, nomadismo digitale e così via, si sono fiondati in tanti, generando una messe di articoli scritti in tono quasi sempre passivo-aggressivo. Il manager che ha lasciato tutto per fare l’orto. L’ingegnere che vive senza lavorare in una casa che si è coibentato da solo per risparmiare e alle figlie che gli chiedono lo zainetto delle Winx insegna a “non essere consumiste”. La giovane coppia che ha lasciato Milano e gira il mondo in roulotte. La signora con tre cognomi che dirigeva un’azienda e ora fa consulenze strapagate dalla sua barca. L’ex professionista che si è aperta un profilo Instagram femminista e ora, in attesa di campare di attivismo, la mantiene il marito. La coppia di trentenni che guadagnavano duemila euro in due e durante il lockdown hanno scoperto che possono caricare su OnlyFans le loro effusioni, e ora sono milionari. L’avvocata d’affari che ha fatto su baracca e burattini dal Lussemburgo e ora lavora da un palazzo patrizio in Sicilia che il suo comune ha cablato coi fondi europei per la lotta al brain drain, e così via.
Insomma storie tra il romanzesco e il paradossale, e tutte certo con una loro dignità e una carica eversiva che aiuta, un follower dopo l’altro, a mettere in questione un modello di produttività.
Ma non tutte facili da mettere in piedi, per una persona normale con un conto in banca normale e un cognome solo e magari l’ambizione anche solo declinata al passato di voler contribuire in qualcosa alla società nella quale vive. Per quelli che non vorrebbero mettersi a fare torte, non desiderano trasformare il loro hobby in un profilo Instagram, non hanno inclinazione imprenditoriale né rendite agricole e in nessun caso la possibilità o la voglia di non lavorare; quelli che – come chi scrive – hanno scelto il proprio percorso professionale anni prima rispettando due sole idiosincrasie naturali, quella verso la vista del sangue e quella verso il rischio d’impresa, e che ora quindi non vorrebbero per nulla diventare imprenditori di se stessi filmando la propria giornata, che all’idea di rispondere ai box di domande su Instagram preferiscono perfino le grame lusinghe del capufficio, che se costretti dalle circostanze a coltivarsi il cibo o a coibentarsi la casa morirebbero, probabilmente, di freddo e di fame. Persone che vorrebbero proprio fare l’insegnante, il medico in ospedale, l’assistente di volo, il cuoco, il consulente, l’artigiano, il manager, l’accademico, l’artista, l’impiegato, l’avvocato, il carpentiere, il commercialista, il cameriere, l’infermiere, il contabile, il musicista, il tornitore, il designer.
Solo: retribuiti il giusto, per un numero finito di ore al giorno, in condizioni dignitose, magari non sentendosi equivalenti professionalmente ai rematori di una galea.
Leggere le storie di chi ha lasciato l’ufficio e non lavora più, non almeno in senso novecentesco, anche per queste persone è catartico. È come leggere, in un romanzo, della moglie malinconica di un burocrate che lo lascia per un ardente ufficiale di cavalleria, e poco importa se poi la protagonista di cognome fa Karenina: i brividi si fanno sentire.
Non sappiamo come andrà la vita di chi fa il grande salto, come non sappiamo il decorso nemmeno della vita di chi non lo fa, né di nessuno: la scontentezza del dipendente a un certo punto passa? I soldi dello stipendio l’emancipato li trova altrimenti? Dieci anni dopo, l’irrequietudine è ritornata sotto forma di un’irrequietudine nuova? È arrivata la serenità? Il romanzo a cui ci si voleva dedicare è poi stato scritto? L’orto lussureggia? Il capo che angariava quello che in ufficio è rimasto è finalmente in pensione? Ammalato? Rimpiazzato? Morto?
Come vanno le scommesse non lo si sa mai. Immedesimarsi nel momento in cui questi eroi contemporanei sono andati dal capo del personale, con il passo di Django quando incendia la casa dello schiavista, con il piglio che immaginiamo avranno avuto Harry e Meghan nel comunicare alla regina che grazie, we’d rather not, può essere liberatorio. Ma per molti resta un po’ fittizio.

Meno rumore fanno le storie di chi resta, una maggioranza silenziosa di scontenti sempre più scontenti. A commento delle grandi dimissioni, negli articoli sui giornali divulgativi, è spesso stato invocato un report internazionale tra i più autorevoli, il “Gallup State of the Global Workplace”. Ogni anno l’istituto di ricerca Gallup interroga un migliaio di lavoratori – campione rappresentativo per tipo di impiego, età, genere – per ogni Paese di tutti i continenti; duemila per i più grandi, come Cina e Russia. Le domande ne sondano i sentimenti circa il lavoro: soddisfazione, coinvolgimento, ambizione, appagamento, scontento.
Il 59 per cento dei lavoratori del mondo si dice “distaccato” dal lavoro che fa – un sentimento tradizionale, che sappiamo rivedere negli adulti delle generazioni passate, quello cioè di chi va al lavoro perché sa che lavorare bisogna e tutto sommato se la mette via, fa il suo, trova le sue contentezze altrove. Il 18 per cento, cioè quasi uno su cinque, si dice “infelice al lavoro”.
Anzi, così la definizione della ricerca, “non solo infelici: sono pieni di risentimento per l’insoddisfazione completa dei loro bisogni, e mettono attivamente in pratica questo sentimento. Ogni giorno, cioè, remano contro gli sforzi dei loro colleghi contenti”.
Il 23 per cento, un po’ più di un lavoratore su cinque nel mondo, si dice invece “felice al lavoro”: sono quelli che, secondo i curatori della ricerca, hanno meno possibilità di sviluppare ansia, burnout, depressione; che riferiscono di “ridere molto al lavoro”, di sentirsi “trattati con rispetto”, di “non cercare un altro impiego prossimamente”.
Le aziende dove il personale si sente così, aggiunge l’amministratore delegato di Gallup Jon Clifton nella sua prefazione al rapporto, hanno anche “i tassi più alti di fedeltà tra i clienti”. Questo 23 per cento di felici è un dato globale. In Italia è il 5.

Cinque italiani su cento, non di più, sono “felici al lavoro”; cinque su cento sentono che il loro lavoro è rilevante; cinque su cento sono entusiasti di quello che fanno, hanno riso al lavoro nelle ultime ventiquattr’ore, si sentono adeguatamente compensati per i loro sforzi. È la percentuale più bassa in Europa. Dopo Cipro, i lavoratori italiani hanno la percentuale più alta di tristezza (il 27 per cento degli intervistati ha sperimentato questo sentimento nelle ventiquattro ore prima dell’intervista) e tra le più alte di stress (46 per cento) e preoccupazione (45 per cento). Il 72 per cento è “distaccato” dal suo lavoro, e il 34 per cento, cioè un terzo dei lavoratori, vorrebbe cambiarlo. Siamo un popolo di Fantozzi genetici, o forse molti posti di lavoro sono, semplicemente, brutti? Questo 95 per cento di scontenti, disamorati, scazzati, li ha mai interpellati qualcuno?

(1) Nota del traduttore, cioè del buonsenso. Quando si legge un imprenditore protestare che “non trova manodopera” a causa del reddito di cittadinanza, quella frase va tradotta così: “li pagavo meno del reddito di cittadinanza”, che – ora è stato abolito – ammontava al massimo a cinquecentosessanta euro al mese. Quindi l’imprenditore non trovava manodopera perché non era disposto a pagarla adeguatamente. C’è sul sito di Aspesi una camicetta di seta rosa pallido stupenda che non va mai in saldo, costa sempre trecentodieci euro; io la bramo ma non sono disposta a spendere questa somma, né posso permettermela; non mi produco però in strali a mezzo stampa contro il costo delle camicette e se accadesse verrei rapidamente richiamata al buonsenso, trattamento che ai datori di lavoro viene sovente risparmiato.

(estratto dal libro di Irene Soave “Lo statuto delle lavoratrici“, Bompiani 2024)

Appuntamento al Festival dei diritti umani 8 maggio Milano

L’8 maggio a Milano (19.30-21 Fabbrica del Vapore, (Ex-Cisterne), via G. Cesare Procaccini 4) nell’ambito del Festival dei diritti umani che quest’anno ha per tema La violenza, è in programma l’incontro La cura delle parole. Testimonianze contro la violenza di genere in collaborazione con Unite – Azione letteraria e Amnesty International Italia.
Partecipano:
Leila Belhadj Mohamed, giornalista esperta di migrazioni, diritti umani e geopolitica
Alba Bonetti, presidente di Amnesty International Italia
Laura Bosio, scrittrice e editor, fondatrice della Scuola Penny Wirton Milano
Francesca Garisto, vice presidente della Casa delle Donne Maltrattate di Milano
Marta Perego, giornalista e conduttrice televisiva, autrice di “La verità è che non ti piaci abbastanza” (Vallardi, 2022)
Irene Soave, giornalista, autrice di “Lo statuto delle lavoratrici” (Bompiani, 2024)

 

 

L’identità nazionale insegnata ai bambini. Davvero.

Accade così, di giorno in giorno, di notizia in notizia, che alla mattina tocchi scrivere l’ennesima notizia dell’ennesimo segnale preoccupante di un governo reazionario che conta sulla sindrome della rana bollita dei suoi cittadini. Accade tutti i giorni e ogni volta è uno spostamento dell’asticella di qualche centimetro senza la consapevolezza di quanta fatica richiederà ridefinire i confini della Costituzione. 

È notizia di ieri che il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara avrebbe istituito una commissione per la revisione delle indicazioni nazionali e delle linee guida relative al primo e al secondo ciclo di istruzione. Nessun docente è stato coinvolto. Si parla genericamente di una commissione di esperti che il ministro ha nominato in base a “comprovata qualificazione scientifica e professionale”. Mistero sui nomi, tranne la direzione affidata alla professoressa Loredana Perla dell’università di Bari.

Il sito Tecnica della scuola frugando ha trovato l’ultimo libro della professoressa Perla scritto con Ernesto Galli Della Loggia (Insegnare l’Italia. Una proposta per la scuola dell’obbligo) che di fatto è un manifesto programmatico per riscrivere le Indicazioni nazionali del primo ciclo scolastico. L’incipit è chiarissimo: “Il tema dell’identità italiana è un tema considerato con diffidenza specialmente per una ragione ideologica oramai radicatasi nei contesti della pedagogia nazionale negli ultimi vent’anni. Infatti, essendo associata storicamente alla costruzione etnica degli stati, l’identità è stata tematizzata quasi prevalentemente come radice del potere e fonte della diffidenza verso tutte le ‘diversità’”. Stop alla multiculturalità quindi e accelerazione sull’identità nazionale. Con buona pace degli studi di questi ultimi vent’anni, portati avanti da Mauro Ceruti, Italo Fiorin e ispirati al filosofo francese Edgar Morin. 

Nel libro Galli Della Loggia (valente editorialista di un quotidiano ritenuto progressista, val bene ricordarlo) propone un ben preciso curriculum di storia e geografia per l’intero percorso del primo ciclo: si parte dal primo anno della primaria con il “racconto a mo’ di favola di Iliade, Odissea ed Eneide” per concludere il terzo anno della secondaria di primo grado con le vicende di “Mani pulite” e con l’irrompere della “globalizzazione” nella storia del pianeta.

È l’impianto valorale della scuola dei Balilla. Ora mancano i problemi geometrici e aritmetici per calcolare la superficie complessiva delle province italiane della Libia o le bombe sganciate da un aereo da guerra. Poi il moto uniforme era spiegato con l’esempio del passo dell’oca. Poi la grammatica insegnata proponendo l’analisi logica di frasi come “Io ho lavorato con piacere tutto il giorno” o “I nemici si affrontano con coraggio”. Poi le letture de “La razza latina”, “Gli ebrei”, “Parla il Duce” o “L’emigrazione”. 

Quando la scuola diventa culla dell’ideologia fascista il passo è compiuto. 

I padroni della ferriera

Il brutto spettacolo è andato in onda sulle reti Rai che crollano in ascolti e credibilità per la gioia degli eredi di Silvio Berlusconi che nel mentre capitalizzano la crisi dell’azienda pubblica. “Domani i giornalisti e le giornaliste della Rai, per la prima volta dopo molti anni, si asterranno totalmente dal lavoro per protestare contro le scelte del vertice aziendale che accorpa testate senza discuterne col sindacato, non sostituisce coloro che vanno in pensione e in maternità facendo ricadere i carichi di lavoro su chi resta, senza una selezione pubblica e senza stabilizzare i precari, taglia la retribuzione cancellando unilateralmente il premio di risultato”, spiega un video del sindacato. “In questi giorni è diventato di dominio pubblico il tentativo della Rai di censurare un monologo sul 25 Aprile, salvo poi, in evidente difficoltà, cercare di trasformarla in una questione economica. Preferiamo perdere uno o più giorni di paga, che perdere la nostra libertà, convinti che la libertà e l’autonomia del servizio pubblico siano un valore di tutti. E la Rai è di tutti”, conclude il comunicato.

Dall’azienda hanno il coraggio di rispondere che mai “alcuna censura o bavaglio è stato messo sull’informazione” intimando all’Usigrai di “cessare di promuovere fake news che generano danno all’immagine dell’azienda”. Così al sindacato tocca sottolineare i “toni da padroni delle ferriere” e “l’accusa stantia di fare politica e di far circolare fake news” quando “non si hanno contenuti”. Un litigio bell’e buono, sotto gli occhi di telespettatori esterrefatti un governo che bolla come ideologiche le rivendicazioni sindacali, peggio di un film di Peppone e don Camillo, come sottolinea giustamente la Fnsi. 

Non sono bisticci tra giornalisti e non si tratta nemmeno di una polemica interna all’azienda Rai. Si tratta di una deriva che ogni giorno esonda di qualche metro e che riguarda tutti. Chissà quando ce ne accorgeremo. 

Buon lunedì. 

Fabiana Sargentini:«Racconto mia madre, la pitturessa e l’arte di rimettersi in gioco»

In tour nelle sale italiane, distribuito da Lo Scrittoio, in collaborazione con Kama Productions, La pitturessa di Fabiana Sargentini è un originale ritratto d’artista di Anna Paparatti, straordinaria protagonista degli eventi della galleria romana d’arte contemporanea L’Attico, crocevia di artisti ed espressioni avanguardistiche, che si distinse negli anni Sessanta e Settanta per la sua vivacità e i suoi slanci innovativi. Presentato in anteprima nella sezione ‘Freestyle Arts’ all’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma, il film racconta, attraverso uno stile immediato, rigoroso e, al contempo, delicato, le vicende più intime e private di Anna Paparatti, madre della regista, il suo rapporto con la pittura e il mondo dell’arte, dall’incontro con Julian Beck e il Living Theatre nel 1965, alla storia d’amore con Fabio Sargentini – fondatore nel 1957, insieme al padre Bruno, de L’Attico -, di cui è stata storica compagna, fino alla nascita di sua figlia, ai viaggi in India e alla recente collaborazione con Dior.

Fabiana Sargentini. Casa via della Stelletta

Fabiana, come nasce La pitturessa?
La pitturessa nasce da un evento straordinario, ed è stata la prima volta che i fatti hanno richiamato l’urgenza di fare un film: Anna Paparatti, mia madre, ha ricevuto, a ottantacinque anni, la proposta, da parte della direttrice artistica di Dior Maria Grazia Chiuri, di ideare le scenografie per la sfilata primavera estate 2022. Sembrava di vivere, a tutti gli effetti, una favola. E, sempre in quell’occasione, un’ulteriore spinta propulsiva che ha contribuito alla nascita del film, è stato l’incontro con il regista Edoardo Winspeare, al quale Dior chiese di pubblicizzare l’evento attraverso la realizzazione di brevi teaser per Instagram, che vennero girati in un paio di giorni, insieme a un’intervista a Maria Grazia Chiuri. Quello con Winspeare è stato un incontro felice, e fu proprio lui a suggerirmi di iniziare a girare un film su mia madre. È partito tutto da lì. Tra l’altro, avevo ricevuto, qualche anno prima, come regalo di compleanno da un gruppo di amici, una cinepresa Blackmagic, così mi sono detta: “ho i mezzi, ho la storia, possiamo cominciare a girare!”.

Qual è stato il rapporto di Anna Paparatti con la macchina da presa?
È stata, fin da subito, impressionante la disinvoltura di mia madre davanti alla macchina da presa. Lei era totalmente se stessa. E realizzare il documentario ha significato darle voce, e puntare sulla sua storia – personale e artistica – una lente d’ingrandimento.
È molto attuale, contemporanea, questa esigenza di parlare delle donne e, in particolare, delle donne che non hanno ricevuto riconoscimenti, ad esempio per il loro talento artistico. E per me l’urgenza è stata raccontare lei, raccontare questo nuovo, inaspettato e straordinario capitolo della sua vita, che metteva finalmente luce sul suo passato.

Per l’ideazione delle scenografie di Dior, vennero utilizzati i quadri geometrici che Anna Paparatti realizzò negli anni Sessanta. Penso, tra gli altri, a Il grande gioco, a Pop-oca, a Le jeu qui n’existe pas.
Sì, sono i quadri realizzati tra i 25 e i 27 anni, che lo scenografo Luca Sabatelli – conosciuto sul set quando mia madre lavorava come comparsa -, considerò opere molto scenografiche. Vennero così inserite nella scena ambientata in uno studio, probabilmente di artisti, nel film di Luciano Salce Ti ho sposato per allegria (1967), tratto dalla commedia omonima del 1965 di Natalia Ginzburg.

Cosa ha potuto scoprire, grazie al film, di Anna Paparatti, che prima non aveva intuito, conosciuto fino in fondo?
Tantissime cose, molte delle quali non sono confluite nel film. Ma soprattutto, direi, questa capacità di mia madre di rimettersi in gioco e di saper affrontare grandi sfide – come l’ideazione delle scenografie per Dior -, con grandissima serenità. Mia madre è una donna consapevole della propria esperienza, che lei stessa definisce ‘millenaria’. E questo film mi ha anche permesso una rilettura degli equilibri, all’interno della mia famiglia, dove l’interesse era tutto spostato sul ‘protagonista’ maschile: la persona potente e geniale era Fabio Sargentini, mio padre, e noi eravamo delle co-protagoniste, delle figure secondarie. Anche a mia madre, che è stata una figura cruciale nella vita e nella carriera di mio padre – dalla scoperta dell’Oriente alla progettazione e realizzazione grafica di tutti gli eventi artistici -, non è stata mai riconosciuta questa fondamentale collaborazione, nonostante discutessero insieme di ogni aspetto legato agli eventi della Galleria; rappresentavano una vera e propria fucina. Io amo il cinema proprio per questa sua specifica peculiarità di essere un’arte collettiva. La pitturessa è un film che ho realizzato insieme con Simone Pierini, il direttore della fotografia, e con la montatrice Alice Roffinengo. Quando sei da solo puoi immaginare quello che vuoi, ma durante le riprese, e poi durante il montaggio, è come se si mettesse mano, ogni volta, a una riscrittura. Ecco perché non credo nella scrittura dei progetti finalizzati alla realizzazione di documentari. Oggi siamo alle prese con la stesura dei pitch, pagine e pagine per raccontare un progetto che poi, durante le riprese, nascerà giorno dopo giorno. Anche ora che sto elaborando un nuovo progetto, so già che tradirò quello che scrivo, perché il documentario si fa in un altro modo. È un work in progress, e soltanto mentre stai girando puoi capire, sapere, ciò che girerai subito dopo. Non mi piace attenermi a uno schema, prediligo un altro tipo di libertà.

Nel documentario emerge la grande passione di Anna Paparatti per l’arte, e non solo per la pittura (pensiamo all’incontro con Julian Beck e il Living Theatre), e colpisce profondamente quanto la creatività sia stata, nella sua vita, un vero e proprio elemento salvifico.
Completamente. “La pittura mi ha salvato la vita” è quanto spesso ribadisce mia madre. E se pensiamo ai suoi anni giovanili, parliamo di un’epoca lontana, inimmaginabile: mia madre è nata nel 1936 e, a quindici anni, scopre di avere talento per la pittura. Siamo nel 1951. In Calabria. Di ritorno da scuola, si ritirava nella sua stanza e disegnava, dipingeva. La pittura è stata sempre la sua salvezza. Più tardi, quando da Reggio Calabria si trasferisce con la sua famiglia a Roma – dove frequenta l’Accademia di Belle Arti e segue i corsi di Toti Scialoja – si recherà spesso a Terracina, dove resta per ore seduta sugli scogli a dipingere paesaggi. Nel corso degli anni questo aspetto salvifico della pittura sarà sempre più importante.Quando la sua famiglia decide di ritornare in Calabria, per mia madre, all’epoca ventenne, non è stato facile restare a Roma a studiare, fece di tutto per non lasciare l’Accademia. Ha anche lavorato in diverse gallerie d’arte, e poi ha incontrato mio padre. E nel finale del film, io mi chiedo quanto la sua vita sarebbe potuta essere diversa se avesse perseguito da sola la sua passione, ma poi mi rendo immediatamente conto che mia madre non ha nessun rimpianto, e questa è un’altra cosa straordinaria che la contraddistingue. È splendida in questo!

Nel film, La pitturessa si muove all’interno della sua casa, tra le sue tele, i colori. Si muove tra i suoi ricordi, eppure è totalmente immersa nel tempo presente. Anna Paparatti è una donna libera, senza età, con lo sguardo costantemente rivolto in avanti?
Mia madre ha una sua propria leggerezza, anche quando parla di ‘semplicità di arrivo’: lei pensa che la sua pittura arrivi a una semplicità di fruizione, anche se è frutto di un lungo percorso e di un grande lavoro di ricerca. A supportarla è sempre stata una sua propria leggerezza vitale, e anche la libertà. Lei è una donna libera, che ha dovuto affrontare situazioni complicatissime, in epoche in cui la libertà veniva ostacolata, e soprattutto quella delle donne. Lei ha continuato ostinatamente per la sua strada e la sua costanza, la sua perseveranza sono state premiate da questo evento sorprendente – l’ideazione delle scenografie per Dior – che, ribadisco, è solo un capitolo della sua vita. E non ha portato dei cambiamenti sostanziali ma, in qualche modo, ha rimesso ordine nelle cose. Come anche La pitturessa ha rimesso ordine nei nostri equilibri familiari. Anche rispetto a un diverso modo di relazionarsi e di rapportarsi gli uni con gli altri. Nel 2015 mia madre pubblicò un libro, Arte-vita a Roma negli anni ’60 e ’70, che si sarebbe dovuto chiamare La pitturessa, dove ricorda gli incontri importanti della sua vita, e quindi anche quello con Julian Beck del Living Theatre – che per lei fu un vero e proprio mentore -, raccontando di questo periodo unico e intenso trascorso insieme alla compagnia teatrale: pare fosse uscito anche un articolo su L’Europeo, nel quale mia madre viene citata come «la pittrice che ha lasciato i pennelli per unirsi al gruppo Living Theatre».
Quando è avvenuto, invece, il suo incontro con l’arte?
Sono nata nel mondo dell’arte! C’è una scena del film in cui appare una foto d’archivio, in cui, neonata, sono su una sedia da dentista, opera di Gino De Dominicis. Una volta, invece, mi ritrovai vestita con abiti maculati, all’interno di una mostra dove c’era il performer Luigi Ontani, vestito da Tarzan. Era difficile capire chi fosse il performer tra i due! E aneddoti di questo tipo potrei raccontarne parecchi. Per molto tempo, durante l’adolescenza, ho anche rifiutato l’eccentricità di questo ambiente, la sua originalità rispetto agli altri contesti, avrei desiderato essere più ‘scontata’, normale. Ricordo che mio padre passava davanti alla scuola che frequentavo vestito di seta arancione, e il mio migliore amico Simone Pierini informava i nostri compagni, che ne sottolineavano l’eccentricità, che quell’uomo era mio padre. Il mio immaginario è visivo, la mia cura delle immagini, delle inquadrature, è dovuta sicuramente a quella formazione, che è una formazione, per certi versi, involontaria. Passiva, se vogliamo. Per dieci anni ho anche lavorato nella galleria d’arte di mio padre, ma poi ho voluto distaccarmene, non volevo rimanere dentro un perimetro già segnato.

Questo atteggiamento verso la vita di Anna Paparatti, questo piglio coraggioso, combattivo, ostinato, e questa sua straordinaria vitalità, cosa le hanno permesso di conquistare? Sia nel privato che come regista?
Questa sua forza è venuta fuori negli ultimi anni, mia madre sembrava una donna un po’ sottotono, vissuta da noi familiari anche non così ‘vincente’, o energica, o forte. Positiva sì, e anche ironica, ma non così caparbia. Fino a qualche tempo fa lei era un po’ come ‘i quadri dei giochi’ che sono stati nell’ingresso della nostra casa per quarant’anni senza che nessuno li guardasse mai veramente con attenzione. E lei era un po’ come i suoi quadri. Anch’io mi sento colpevole di non averle dato luce, di non averla capita così profondamente. E questa riscoperta è una cosa che mi regala una fortissima carica. Per me, dopo aver realizzato molte cose belle, gli ultimi anni sono stati particolarmente difficili, e con questo film sento di aver ritrovato una mia riscossa, attraverso quella di mia madre.

Nel film, la protagonista, ad un certo punto, dice: «mia madre non mi amava». E l’arte esprime ancora di più la sua forza dirompente, divenendo doppiamente salvifica?
Il rapporto di Anna con sua madre è sempre stato un rapporto conflittuale. Mia nonna non amava tanto mia madre, avrebbe voluto un figlio maschio, tanto che dopo la sua nascita ne ebbe tre, per dimenticare di aver avuto una figlia femmina. Anche mia nonna dipingeva e aveva avuto il privilegio di studiare. Ha vissuto fino a novantuno anni e dipingeva tutti i giorni. Nel 2004 ho realizzato il documentario Di madre in figlia, nel quale ho voluto proprio interrogarmi su questo rapporto tra madre e figlia, perseguendo la ricerca di una ‘linea’ tutta al femminile.

In alcune scene del film, vediamo Anna Paparatti intenta a dipingere, ed è come se venisse fuori questa dimensione interiore di solitudine dell’artista, privatissima e inaccessibile.
Girare il film, e presentarlo in anteprima al Festival di Roma, ha significato immergersi in momenti collettivi di gioia e di condivisione, fortemente contrapposti alla vita di mia madre che è, fondamentalmente, solitaria. Lei dipinge sempre, e questo rappresenta la sua salvezza; quando raggiunge questo stato di profonda concentrazione, lei sta bene. Chi scopre di avere un talento e, soprattutto, in gioventù, penso sia una persona privilegiata ed estremamente fortunata. E mia madre questa fortuna l’ha avuta.

Cosa c’è dietro l’America arrabbiata e bianca che guarda a Trump

La “rabbia rurale bianca” è l’argomento di un acceso dibattito che si è scatenato negli Stati Uniti in vista delle prossime elezioni di novembre, grazie a un nuovo libro, White rural rage. The threat to American democracy (Penguin, New York 2024), scritto dal politologo Tom Schaller e dal giornalista Paul Waldman. La loro tesi è che il Paese si sta dividendo tra due Americhe molto diverse: una rurale e l’altra urbana. Questo nonostante che ci sono molte altre divisioni all’interno dell’elettorato americano: tra i bianchi e le persone di colore; tra ultraricchi/ricchi e classe medie e lavoratrici in declino, tra cristiani e non cristiani, tra vecchi e giovani, tra persone con istruzione universitaria e quelle senza, tra uomini e donne, per citarne alcune.

In 255 pagine, gli autori sostengono che gli americani delle zone rurali sono il gruppo “geodemografico” più razzista, xenofobo, anti-immigrazione, omofobo, cospirazionista, antidemocratico, suprematista bianco e nazionalista cristiano bianco (il 76% dell’America rurale è bianco e il 38% dell’America rurale è bianco evangelico fondamentalista), e violento del Paese. Secondo loro, queste caratteristiche rendono gli elettori bianchi rurali una «minaccia unica per la democrazia americana», perché hanno un peso sproporzionato alle urne rispetto a qualsiasi altro gruppo demografico negli Stati Uniti. Sottolineano come le strutture politico-istituzionali – la rappresentanza di 2 senatori per ciascuno Stato al Senato federale a prescindere dalla popolazione (nonostante gli Stati rurali siano decisamente meno popolati), quella alla Camera federale (pesantemente condizionata dalla pratica del gerrymandering e dal fatto che i distretti elettorali puramente rurali o con influenza rurale/suburbana rappresentano il 42% dei seggi, anche se ci sono più persone che vivono nelle città; le aree urbane più popolose hanno la metà della rappresentanza alla Camera rispetto ai distretti elettorali rurali), come quella al Collegio elettorale nazionale (che si basa sul numero di seggi alla Camera e su due senatori in ogni Stato, per cui il Wyoming ha 18 voti elettorali in meno rispetto alla California, anche se la California ha una popolazione 68 volte più numerosa) sono fortemente squilibrate in favore di Stati e aree rurali spopolate dominate dal Partito repubblicano – favoriscono la sovra rappresentazione dei bianchi rurali che costituiscono solo il 16% dell’elettorato americano (tra l’altro circa il 24% dell’America rurale è costituito da minoranze razziali ed etniche, e secondo il 2020 Cooperative Election Study di Harvard quasi il 30% degli elettori non bianchi nelle comunità rurali ha votato per Donald Trump, mentre viene spesso ignorato il fatto che la maggioranza degli indigeni americani viva in aree rurali e che la maggior parte delle terre tribali sovrane siano rurali). In termini di parte, i Democratici al Senato, che attualmente detengono 51 seggi al Senato, rappresentano circa 193 milioni di persone. I Repubblicani al Senato hanno solo due seggi in meno, ma rappresentano 140 milioni di persone.

White rural rage è un messaggio lanciato contro un bersaglio familiare dell’ira dell’élite liberal statunitense che accusa i bianchi delle zone rurali di rendere vulnerabile la democrazia americana, perché questa sezione territoriale dell’elettorato americano ha progressivamente abbandonato il Partito Democratico in favore del Partito Repubblicano dominato da Trump e dal trumpismo. Sostiene che il problema alla radice della politica odierna statunitense ricade sulle spalle dei bianchi rurali. Nonostante ciò, o forse proprio per questo, gli autori sono apparsi al popolare talk-show Morning Joe, il libro ha ispirato un articolo di approvazione da parte di Paul Krugman sulle colonne del New York Times, e la sua tesi è stata argomento di discussione sui podcast, da Chuck Todd della MSNBC a quello del conduttore di destra Charlie Kirk. In breve tempo, il libro è diventato un best seller nella lista del New York Times, che lo descrive come «Un ritratto bruciante e un’accusa schiacciante dei cittadini più orgogliosi dell’America, che sono anche quelli meno propensi a difenderne i principi fondamentali» (il riferimento è ai principi della “più antica democrazia costituzionale del mondo”, un tema epitomato dalla frase “I love my country, but not our country”, “amo il mio paese, ma non il nostro paese”).

Il libro ha innescato una reazione negativa nei confronti degli elettori rurali da parte di alcuni a sinistra. Amanda Marcotte, scrivendo per Salon, ha detto che è stanca di trattare gli elettori rurali «con i guanti» ed è giunto il momento di far scoppiare la «bolla razzista, omofobica e sessista» in cui vivono (ma il razzismo esiste in tutte le parti del Paese ed è profondamente radicato nella società e politica americana). L’editorialista del Daily Beast Michael Cohen è d’accordo, scrivendo che «questi non sono stereotipi offensivi ed elitari degli abitanti del Corridoio Acela [l’alta velocità che collega Boston-New York-Washington] e dei liberali che vivono in bolle… sono fatti». David Corn, capo dell’ufficio DC di Mother Jones, ha ribadito, concordando sul fatto che «gli elettori rurali bianchi [sono] quella fetta di pubblico che mette in pericolo il futuro costituzionale della repubblica».
Ma il libro ha anche acceso una controversia nel mondo accademico. Nelle settimane successive alla sua pubblicazione, tre recensioni scritte da degli scienziati politici hanno accusato Schaller e Waldman di aver commesso ciò che equivale a negligenza accademica, sostenendo che gli autori hanno utilizzato metodologie scadenti, dati interpretati male e studi distorti per suffragare le loro accuse sui bianchi rurali di costituire la più grande minaccia alla democrazia americana. Schaller e Waldman hanno ammesso che «siamo rimasti sorpresi dalla ferocia delle critiche che abbiamo ricevuto da parte degli studiosi di politica rurale».

I critici sostengono che la vera minaccia è che stereotipi scarsamente supportati e dannosi creeranno un cuneo più profondo tra l’America rurale e quella urbana. Accusano gli autori di aver preconfezionato la loro tesi e poi di essere andati a cercare ciò che volevano vedere, con un uso selettivo di dati, sondaggi e ricerche, e con poca o nessuna attenzione prestata alla verità. Sostengono che gli studiosi di politica nelle aree rurali sono sempre più attenti all’idea che la “rabbia” non è la stessa cosa del risentimento, dell’ansia economica, dell’orgoglio comunitario e del senso del luogo, mentre Schaller e Waldman vogliono semplicemente che l’America rurale venga considerata la terra dell’estremismo radicale. Notano che anche quando gli autori arrivano ad una conclusione benevola sul rafforzamento della comunità rurale, hanno così travisato e diffamato le popolazioni rurali che nessuno nelle campagne può (o dovrebbe) fidarsi di loro, e nessuno nell’America urbana troverà utile preoccuparsi di una desolata terra di odio.

Le accuse contro “White rural rage”
Un primo problema che viene evidenziato è che nella stragrande maggioranza dei dati utilizzati dagli autori manca una definizione coerente di cosa si intenda con la parola “rurale”. Questo buco dà agli autori la licenza di scegliere vari risultati da qualunque sondaggio e ricerca vogliano, senza riguardo per ciò che quegli studi dicono sulle popolazioni rurali – se, in effetti, gli studi si preoccupano di definire rurale in primo luogo.
Tra i tanti esempi, viene citato un metodo della società di sondaggi Ipsos, che informa il lavoro del Public Religion Research Institute (Prri) che Schaller e Waldman utilizzano per dimostrare che le popolazioni rurali sono particolarmente attratte dalle cospirazioni di QAnon. Ipsos definisce rurale qualsiasi residente che vive in una contea che non fa parte di alcuna area statistica metropolitana (un luogo con un centro urbano denso di 50mila persone o più). Il Censimento, tuttavia, stima che il 54% di tutta la popolazione rurale viva effettivamente all’interno di quelle aree “metropolitane” – aree escluse dalla definizione Ipsos. Di conseguenza, questo risultato sull’“America rurale” è tratto da un sondaggio che esclude la maggioranza dei residenti rurali. Ci si chiede se gli autori si siano preoccupati di pensare a cosa questo significhi effettivamente per i loro risultati.
In secondo luogo, viene fatto notare che Schaller e Waldman sembrano trascurare intenzionalmente qualsiasi preoccupazione relativa alle dimensioni e alle caratteristiche demografiche (ad esempio, le classi di età o il sesso) del campione. Nella maggior parte dei casi, i sondaggi che informano il libro semplicemente non ottengono un numero sufficiente di intervistati che provengano anche da zone rurali, comunque definite. È vero, gli organi di indagine riporteranno ciò che hanno detto gli individui “rurali”, ma uno sguardo più attento mostra che quelle stime rurali spesso si basano solo su poche centinaia di persone. La piccola dimensione del campione introduce quantità crescenti di incertezza ed errore. Più piccolo è il campione, maggiore è il margine di errore. Quando questi margini diventano troppo grandi, è impossibile utilizzare le risposte con certezza statistica. Da questo punto di vista, viene citato un sondaggio dell’Institute of Politics dell’Università di Chicago, a cui fanno riferimento Waldman e Schaller per dimostrare che gli americani delle zone rurali sono i più propensi a “prendere le armi contro il governo”. Tale affermazione dipende solo da 220 residenti rurali e 290 residenti urbani. Pertanto, se il 35% dei residenti rurali è d’accordo e il 29% dei residenti urbani è d’accordo, probabilmente sono indistinguibili l’uno dall’altro.

Schaller e Waldman utilizzano un altro sondaggio della Marist University che secondo loro dimostra il fatto che i residenti rurali hanno maggiori probabilità di credere in una frode elettorale inesistente. Questa conclusione dipende da un totale complessivo di 167 individui rurali. Non solo i margini di errore sono troppo grandi per essere significativi, ma ci si chiede se è possibile ottenere un ritratto rappresentativo dell’America rurale con così poche persone. Il terzo problema è che la maggior parte dei sondaggi vengono condotti per ottenere un quadro rappresentativo della popolazione nazionale, per cui anche quando dispongono di campioni di dimensioni adeguate, raramente gli intervistati rurali nel sondaggio rappresentano effettivamente i dati demografici dell’America rurale. Due dei casi più eclatanti del libro si verificano quando gli autori si basano su un sondaggio condotto in soli due Stati per avanzare la pretesa sul birtherismo (la teoria che afferma che Barak Obama non sia nato negli Usa) nell’America rurale e quando presentano un sondaggio sui residenti in soli nove Stati, che collettivamente rappresentano solo il 31% della popolazione rurale americana.

Solo due sondaggi nell’intero libro sono considerati conformi agli standard di base della ricerca e tentano addirittura di presentare un quadro accurato dell’America rurale: uno studio del 2017 del Washington Post e della Kaiser Family Foundation (1.070 residenti rurali) e un rapporto del 2018 del Pew Research Center (2.085 residenti rurali) – uno studio, tra l’altro, che mostra che la maggioranza degli americani rurali credono che «i bianchi beneficiano di vantaggi nella società che i neri non hanno», che «ci sono ancora ostacoli significativi che rendono più difficile per le donne andare avanti rispetto agli uomini», che ci sono, effettivamente, «situazioni in cui l’aborto dovrebbe essere consentito» e che rifiutano l’idea che un Paese a maggioranza non bianca sarebbe “cattivo” per l’America. Tutti dati che non supportano la tesi degli autori relativa alla “rabbia rurale bianca”.

Ma nemmeno questi sondaggi sono esenti da critiche. Poiché si concentra sulle comunità rurali, lo studio WAPO/KFF include solo 303 intervistati urbani e 307 suburbani: dei campioni troppo piccoli. Questo comporta serie implicazioni quando si interpreta chi pensa che «gli immigrati oggi rafforzano il nostro Paese», una delle domande che Schaller e Waldman usano per mostrare quanto presumibilmente siano xenofobe le popolazioni rurali. Una volta tenuto conto del margine di errore (che Schaller e Waldman non riportano mai nel libro), i residenti rurali credono effettivamente la stessa cosa dei residenti suburbani; infatti, in una domanda precedente (ma non menzionata dagli autori), l’indagine mostra che i residenti rurali hanno la stessa probabilità dei residenti urbani di affermare che «la maggior parte degli immigrati arrivati negli Stati Uniti negli ultimi 10 anni stanno facendo abbastanza per adattarsi allo stile di vita americano».

Un ultimo problema viene considerato il peggiore perché esiste anche se si tiene conto dei problemi legati alla definizione della ruralità e all’ottenimento di campioni ampi e rappresentativi. In tutto il libro, Schaller e Waldman si affidano esclusivamente a confronti di gruppo – una vera indicazione, secondo i critici, che la loro analisi è guidata più dal desiderio di confermare le proprie convinzioni che di trovare prove reali della “rabbia rurale”. In effetti, nel libro non si cerca di capire cosa spinge le popolazioni rurali, in particolare, a pensare una cosa o l’altra. Per cui, alla fine, ci si interroga se si tratta davvero di problemi rurali o se sono il prodotto di qualche altra caratteristica demografica come l’età, la razza o il genere. La “rabbia” presumibilmente sentita nelle zone rurali è davvero diversa che altrove? Non è possibile dirlo solo in base alle medie di gruppo.
Schaller e Waldman, ad esempio, sono preoccupati per l’aumento delle convinzioni sulla teoria della cospirazione di QAnon. Utilizzando l’American Values Survey 2021 del Prri (lo stesso che esclude la maggior parte degli intervistati rurali), basano le loro affermazioni sulla rabbia rurale sul fatto che il 24% dei residenti rurali crede in QAnon. La rabbia c’è, dicono, perché è sproporzionatamente più alta rispetto al 17% degli americani che vivono in zone rurali, come stimato dal Prri (è possibile che siano statisticamente gli stessi, ma i dati per calcolare il margine di errore non sono divulgati). Tuttavia, il problema è che, anche solo da questo semplice confronto, concludono che il mondo rurale è estremo; il mondo rurale è il focolaio di QAnon; il mondo rurale è una terra pericolosa. Ma la stragrande maggioranza dei residenti rurali non crede alle cospirazioni di QAnon. E ci sono più di tre volte più credenti di QAnon al di fuori dell’America rurale.

Lo stesso errore viene commesso in relazione all’assunzione di vaccini. I neri americani sono quelli che hanno meno probabilità di essersi vaccinati contro il CoVid-19. Qualunque sia la ragione di questo fenomeno, nessuno salterebbe da quella constatazione per dire che «la vera minaccia alla salute pubblica deriva dal rifiuto dei neri americani di farsi il vaccino. Sono il gruppo con meno probabilità di ottenerlo». Sappiamo che questa affermazione non ha senso perché i neri americani non vaccinati rappresentano una percentuale così piccola della popolazione non vaccinata (proprio come quella rurale). Inoltre, i bassi tassi di vaccinazione potrebbero in realtà avere poco a che fare con la razza di per sé, ma essere invece la conseguenza di altri fattori che sappiamo essere associati alla diffusione del vaccino e alla razza, come il reddito o l’istruzione.
Coloro che criticano Schaller e Waldman, sostengono che quando includiamo le caratteristiche sociodemografiche – età, sesso, livello di istruzione, appartenenza a un partito, reddito, razza, credenze religiose – in un modello che tiene conto anche del luogo in cui qualcuno vive, le differenze geografiche scompaiono. Statisticamente i residenti rurali non sono più propensi ad avere convinzioni “xenofobiche” a causa della loro ruralità. Su un tema come questo gli atteggiamenti sono quasi interamente riconducibili all’identità partigiana. Il fatto di essere rurale non aggiunge nulla alla spiegazione. È statisticamente privo di significato, perché ciò che guida queste medie di gruppo è esclusivamente una funzione dell’identità politica partigiana repubblicana. Cioè, i residenti rurali pensano a questo problema – come a razzismo, omofobia, violenza politica, nazionalismo bianco – allo stesso modo dei residenti urbani e suburbani.
Se l’obiettivo di White rural rage è affermare che la minaccia alla democrazia americana proviene dal cuore rurale del Paese, i dati semplicemente non supportano tale idea. La variabile rilevante è essere repubblicani, non essere persone che vivono in zone rurali.

Le cause del malcontento degli elettori delle zone rurali
Diversi studiosi hanno ripetutamente dimostrato che esiste una differenza tra elettori rurali e urbani, e non si tratta di “rabbia”, razzismo, xenofobia o omofobia, ma più propriamente di “risentimento” che deriva da offese reali e percepite nei confronti delle comunità rurali.

È quello che sostengono, ad esempio, Nicholas F. Jacobs e Daniel M. Shea, due professori del Colby College, nel libro The rural voter. The politics of place and the disuniting of America (Columbia University Press, New York 2023), le cui analisi sono sviluppate a partire da campioni realmente rappresentativi di 10mila abitanti delle zone rurali americane. Spinti dai dati e preoccupati della loro qualità, trovano che c’è una ragione particolare per cui così tanti residenti rurali trovano Donald J. Trump attraente e si sono spostati verso il Partito Repubblicano. Si sentono inascoltati, traditi, abbandonati, trattati ingiustamente, denigrati. Si preoccupano per il futuro delle loro comunità e per la necessità che i loro figli se ne debbano andare verso le aree urbane per vivere delle vite produttive. Sono preoccupati che i modi di vivere rurali saranno presto costretti a scomparire.
Negli ultimi decenni, nelle zone rurali si è formata una nuova identità politica che combina un senso del luogo profondamente sentito con una serie di preoccupazioni sempre più nazionalizzate (dal declino economico-politico degli Stati Uniti alla diminuzione della fiducia nelle istituzioni, alla polarizzazione partitica). Jacobs e Shea sostengono che la percezione del cambiamento economico e sociale, le ansie razziali e uno stile di vita tradizionale sotto attacco siano confluiti nella convinzione dell’unicità e della separatezza rurale. L’America rurale crede di poter crescere e cadere insieme con una visione del mondo del tipo “noi contro loro” (con “loro” identificati nelle grandi città, i politici di Washington, i burocrati pubblici, il governo federale) e che il Partito Democratico sia un ostacolo. Gli elettori rurali non danno credito ai Democratici per quello che fanno per loro. L’identità politica rurale si è trasformata in risentimento (ma non in “rabbia”), un risentimento collettivo contro esperti, burocrati, intellettuali e il partito politico che cerca di conferire loro potere, i Democratici. Finora, i Repubblicani sono il partito politico che ha capito come parlare in modo efficace a quell’identità rurale utilizzando leve emozionali – parlando della resilienza, dei valori e dell’orgoglio dei residenti rurali. Certamente, il Gop fa appello a coloro che vogliono preservare i benefici sociali ed economici che il colore bianco della pelle conferisce, o ripristinare la perdita di privilegi portata da una popolazione sempre più diversificata. I repubblicani assecondano gli elettori rurali con una “autenticità” fabbricata e anche con false manifestazioni di credibilità rurale – e vincono.

Dopo il 2016, quando gli elettori rurali di Wisconsin, Michigan e Pennsylvania hanno messo in primo piano l’ex presidente Donald Trump (il Wisconsin è il ventesimo stato più rurale; un quarto del Michigan è rurale; la Pennsylvania viene caratterizzata come Filadelfia a est, Pittsburgh a ovest e Alabama al centro), i Democratici hanno cercato di capire perché si fossero inaspriti così tanto nei confronti del Partito Democratico. L’aggravarsi della crisi nelle zone rurali è diventata una sorta di preoccupazione per i media nazionali e i principali analisti liberal. All’improvviso l’America rurale è apparsa come una spiaggia esotica lontana, una terra di strani costumi, di gente arretrata e di barzellette poco divertenti. I giornalisti nazionali hanno pranzato nei diners delle comunità rurali e hanno inviato articoli dalle manifestazioni di Trump. Gli esperti hanno scritto innumerevoli articoli sui grandi organi della stampa mainstream con titoli come “Perché l’America rurale ha votato per Trump”, “Populista dell’attico: perché i poveri delle zone rurali amano Donald Trump” e “Spiegare il divario politico tra città e campagna”.

Il paradosso è che tutta questa attenzione dei grandi media mainstream si è manifestata mentre il giornalismo locale è entrato in una crisi terminale nelle zone rurali. La gran parte di giornali ed emittenti radiofoniche locali ha chiuso o sta chiudendo. Non riescono più ad avere utili decenti. Pertanto, i residenti della Middle America non ricevono informazioni e notizie su ciò che avviene nelle loro comunità, nel consiglio comunale, nel comitato scolastico, nell’ufficio del sindaco. Intere comunità rurali di tutto il Paese sono state abbandonate a sé stesse, riflettendo la crescente polarizzazione tra aree ricche e/o in crescita e aree povere e/o in declino, perché si è creato un “grande deserto informativo”, con un accesso limitatissimo alle news locali, in cui vive più di un quinto dei cittadini del paese.
Il successo di Trump nelle aree rurali e tra i bianchi senza istruzione universitaria ha generato un mercato di libri che cercavano di spiegare le aree lontane dalle due coste. L’infatuazione per Hillbilly elegy di JD Vance è stata l’esempio più ovvio, ma opere più sofisticate – tra cui Strangers in their own land. Anger and mourning on the American right di Arlie Russell Hochschild, White trash. The 400-year untold history of class in America di Nancy Isenberg, e What you are getting wrong about Appalachia di Elizabeth Catte – divennero dei best seller.
Alcuni pensatori liberal hanno denunciato la condiscendenza riflessiva e la liquidazione da parte della sinistra liberal degli elettori rurali che si sono intensificate durante l’amministrazione di George W. Bush e hanno raggiunto il culmine con la campagna di Hillary Clinton, che guidava uno schieramento progressista neoliberista e globalizzatore, e la sua bollatura dei sostenitori rurali di Trump come un “cestino di deplorevoli”. Alcuni hanno sostenuto che il Partito Democratico – che comunque anche nelle contee rurali più rosse (repubblicane) prende dal 20 al 30% dei voti – dovrebbe aumentare l’attenzione alle questioni e alle comunità rurali. Nel 2020 Biden ha ottenuto solo il 28% del blocco elettorale bianco rurale, ma ciò equivale a più di 9 milioni di voti che se fossero andati a Trump avrebbero consentito la sua rielezione (Trump ha ottenuto l’80% dei suoi voti totali dai residenti delle città e delle aree residenziali suburbane, ma ha vinto circa il 90% delle contee rurali). Biden aveva vinto a livello nazionale con circa 7 milioni di voti e conquistato molti Stati indecisi con margini minimi. Ora, il successo di White rural rage nei circoli progressisti esprime l’ondata di frustrazione e disperazione dei Democratici nei confronti dell’America rurale che potrebbe sembrare catartica per i liberal, ma servirà solo a emarginare e demonizzare ulteriormente un segmento della popolazione americana che già si sente dimenticato e respinto dagli esperti, dai funzionari del governo federale e dalle élite.

La questione cruciale è il divario strutturale sempre più ampio tra l’America rurale e quella urbana. Le comunità rurali, proprio come i quartieri svantaggiati nelle aree urbane, soffrono di decenni di sottoinvestimenti pubblici e privati: di uno scarso accesso all’assistenza sanitaria (dovuto alla chiusura degli ospedali locali e alla carenza di operatori sanitari) e all’istruzione scientifica ed accademica (mancano finanziamenti e insegnanti nelle scuole), di infrastrutture carenti e di gravi perdite di posti di lavoro nel settore manifatturiero e agricolo. Buona parte delle zone rurali sono diventate dei «left-behind places» perché non hanno avuto accesso a capitale, investimenti pubblici, moderne infrastrutture di trasporto e rete a banda larga che avrebbero potuto creare nuove opportunità economiche in loco. Inoltre, sono molto visibili le cicatrici lasciate dalle politiche federali sul territorio – dalla politica sull’uso della terra agli accordi di libero scambio fino ai fallimentari programmi di riqualificazione della forza lavoro. L’America rurale è in un profondo decadimento economico e sociale, definito dal calo dei bassi salari, dall’aumento della disoccupazione, dalla povertà persistente e dall’aumento della dipendenza dal governo. Le popolazioni rurali stanno invecchiando mentre le generazioni più giovani fuggono da aree con poche opportunità economiche e visioni del mondo sempre più ristrette. Coloro che rimangono nelle zone rurali vivono una vita più breve, hanno un accesso limitato all’assistenza sanitaria e, su tutti i parametri sanitari – dalla mortalità materna alle morti causate da overdose da oppioidi (sulla pandemia da oppioidi, si vedano i nostri articoli qui e qui) – hanno un tasso più alto di qualsiasi altro gruppo geografico. In molte grandi aree geografiche con poca popolazione, le persone vivono con un accesso ragionevole a un solo ospedale, o addirittura a un singolo operatore sanitario. La mancanza di concorrenza nelle aree rurali è una delle ragioni cruciali per cui l’Obamacare non è riuscito a contenere i costi sanitari. E questo accadeva prima della pandemia, che ha causato la chiusura definitiva di un numero record di ospedali rurali.

Le condizioni di svantaggio hanno contribuito a determinare la nuova identità politica e lo spostamento verso il Partito Repubblicano dei residenti nelle aree rurali, creando il divario politico attualmente più grave negli Stati Uniti. Il sostegno ai Democratici è crollato in tutte le ultime campagne elettorali. C’è qualcosa di particolare nell’attrattiva di Trump nell’America rurale e che i dati demografici da soli non spiegano. Nell’America rurale, i bianchi senza istruzione universitaria e le donne hanno maggiori probabilità di votare per Trump; questo riguarda anche i giovani, i poveri come i ricchi. Ora, in vista delle prossime elezioni di novembre, l’intero sistema di governo è minacciato dal predominio di un partito unico (quello Repubblicano) che, con il sostegno dei grandi media conservatori, si appoggia su questo blocco elettorale delle zone rurali, ne sfrutta il risentimento e lo usa come arma per far avanzare un’agenda di estrema destra.

Risentimento, scomposizione e ricomposizione sociale nelle aree rurali
Certamente, come scrivono Schaller e Waldman, «I liberal di Hollywood non hanno distrutto l’azienda agricola di famiglia, i professori universitari non hanno trasferito i posti di lavoro del settore manifatturiero all’estero, gli immigrati non hanno diffuso oppioidi nelle comunità rurali e la teoria critica della razza non ha chiuso centinaia di ospedali rurali. Quando i politici repubblicani e i media conservatori dicono ai bianchi rurali di rivolgere la loro rabbia verso questi obiettivi, è per non chiedersi perché le persone che continuano a eleggere non hanno fatto nulla per migliorare la vita nelle loro comunità». Le popolazioni rurali sanno che le élite liberal sono rimaste a guardare mentre gli studenti rurali diventavano uno dei gruppi con meno probabilità di frequentare l’università e uno di quelli con maggiori probabilità di abbandonare gli studi. Inoltre, le popolazioni rurali sanno che le politiche agricole e commerciali federali promosse da Democratici e Repubblicani hanno distrutto molte delle economie rurali, dando campo libero al consolidamento di un ristretto numero di mega aziende agroindustriali oligopolistiche (da Tyson Foods a Cargill e ad altri pochi giganti dell’agribusiness e dell’agricoltura industriale con il corollario di pesticidi, mietitrebbie, fertilizzanti e tecnologie per le sementi geneticamente modificate) che si accaparrano la terra e utilizzano le zone rurali per estrarre enormi quantità di valore. Basti considerare le conseguenze dell’Accordo di libero scambio nordamericano, entrato in vigore nel 1994 (durante l’amministrazione Clinton). I sostenitori del Nafta, sia Democratici sia Repubblicani, avevano promesso che l’accordo avrebbe portato prosperità ai piccoli agricoltori, ma tra il 1998 e il 2018, 1 su 10 delle piccole aziende agricole statunitensi è scomparso. Non molto tempo dopo la rimozione delle barriere commerciali, gli allevatori di bestiame canadesi inondarono il mercato statunitense con carne di manzo, burro e formaggi e i prezzi crollarono, costringendo le piccole aziende agricole a chiudere l’attività. Nel frattempo, le grandi imprese agricole e agroindustriali hanno tratto vantaggio dall’apertura dei confini.

Un secolo fa c’erano più di 6 milioni di agricoltori; oggi ne rimangono meno di 750 mila. Eppure da allora la produzione agricola degli Stati Uniti è quadruplicata, mentre il totale degli acri coltivati è diminuito solo leggermente. Oggi, i produttori agricoli, dovendo competere su un palcoscenico globale, si trovano ormai ad affrontare forti pressioni concorrenziali per abbassare il prezzo delle loro materie prime al fine di mantenere la loro quota di mercato. Questo processo polarizza gli agricoltori tra coloro che possono competere con successo realizzando un profitto e coloro che devono fare affidamento sui sussidi federali per mantenere la propria posizione competitiva. Per questi ultimi, il risentimento cresce insieme alla dipendenza. Di fronte alla realtà di diventare essi stessi proletari, gli agricoltori aumentano la resa dei raccolti attraverso i fertilizzanti azotati, impoveriscono la vita dei lavoratori agricoli attraverso bassi salari stagnanti e continuano a coltivare i raccolti secondo i capricci del mercato piuttosto che secondo i bisogni umani. Nel frattempo, l’età media degli agricoltori si avvicina ai sessant’anni, sollevando la questione di chi prenderà il loro posto nei decenni a venire.

Occorre provare a ragionare sulla scomposizione e ricomposizione sociale ed economica che si è verificata nelle comunità rurali negli ultimi decenni. Oggi, insieme alla presenza di un potente ristretto gruppo oligopolistico di grandi aziende dell’agribusiness, c’è una classe di élite locali che possiede il prezioso terreno agricolo che circonda una tipica cittadina. I proprietari di beni fisici – franchising di fast food, complessi di appartamenti, concessionari di automobili – costituiscono il resto di questa ridotta gerarchia. Siedono nei consigli di amministrazione delle associazioni locali senza scopo di lucro, gestiscono la camera di commercio e sono membri influenti delle loro chiese. Spesso ricoprono cariche elettive e votano molto spesso per il Partito Repubblicano. Una classe di persone che è stata definita una “piccola nobiltà rurale” (gentry) americana: oligarchi locali, con la ricchezza più spesso legata a beni materiali locali che a hedge fund. A questa “piccola nobiltà rurale” mancano gli emblemi familiari di estrema ricchezza; queste non sono persone con attici di lusso, uffici a Wall Street, ricchezza accumulata nella finanza globale e conti bancari offshore. Ma a livello locale o regionale, essi detengono un notevole potere economico e sono sproporzionatamente responsabili della gestione politica delle aree rurali.

Esclusi dalla “piccola nobiltà rurale” sono la stragrande maggioranza dei cittadini rurali. Il messaggio politico di entrambi i principali partiti tende a glorificare l’America rurale come piena di piccole fattorie e piccoli agricoltori. In realtà, secondo il censimento del 2020, l’agricoltura americana dipende enormemente dai sussidi governativi e dalle agevolazioni fiscali, mentre l’istruzione, l’assistenza sanitaria, l’industria manifatturiera e la vendita al dettaglio impiegano più lavoratori delle zone rurali rispetto all’agricoltura.
Per quanto riguarda tutti quei terreni agricoli – centinaia di milioni di acri a livello nazionale – sono sempre più detenuti, oltre che dalla “piccola nobiltà rurale”, da ricchi e potenti esterni. Come riportato da Mother Jones, negli ultimi anni investitori istituzionali come Prudential, Hancock e Tiaa hanno acquistato enormi quantità di terreni agricoli. Il più grande proprietario di terreni agricoli americani, però, è Bill Gates, con circa 109mila ettari sparsi in 12 Stati, secondo l’Associated Press. I suoi piani per la terra non sono chiari, ma gli incentivi finanziari sono evidenti. Con la crisi climatica destinata a ridurre drasticamente la quantità di terra coltivabile, Gates probabilmente considera questa imminente scarsità come un investimento intelligente.

La politica agricola federale ha facilitato questi cambiamenti sotto forma di grandi sussidi ed enormi progetti di infrastrutture idriche finanziati con fondi pubblici, che hanno reso possibile l’irrigazione su larga scala nelle regioni aride. Nel 1973, mentre i prezzi globali dei cereali aumentavano vertiginosamente, il ministro dell’agricoltura di Richard Nixon, Earl Butz, disse agli agricoltori di “diventare grandi o uscire”. Negli anni 80, i prezzi delle materie prime erano diminuiti, mettendo in pericolo gli agricoltori che si erano indebitati per diventare grandi, come da istruzioni governative. La siccità ha aggravato queste difficoltà. Al culmine della crisi agricola, più di 500 proprietà agricole venivano vendute ogni mese alle aste di pignoramento. Nel 1985, il numero di banche agricole che fallirono fu superiore a qualsiasi anno successivo alla Grande Depressione, e alla fine del decennio centinaia di migliaia di agricoltori erano inadempienti sui loro prestiti. Durante le loro proteste indossavano sacchetti di carta sopra la testa per nascondere il volto ai creditori.

Nessuno dei due principali partiti ha fatto molto per fermare la crisi. Forse la voce più importante a difesa degli interessi dei piccoli agricoltori fu Jesse Jackson, che si candidò alla presidenza nel 1984 e di nuovo nel 1988, quando vinse 11 Stati alle primarie democratiche. Il suo successo ha scioccato l’establishment del partito. Prendendo come ispirazione diretta la campagna per i poveri di Martin Luther King Jr., Jackson cercò di costruire un movimento ad ampio raggio che enfatizzasse gli ostacoli specifici che devono affrontare i neri americani, coinvolgendo al tempo stesso gli agricoltori in difficoltà sotto la bandiera di un interesse economico condiviso. In una manifestazione del 1985 nelle zone rurali del Missouri, Jackson riunì agricoltori bianchi arrabbiati, sostenitori neri di Kansas City e sindacalisti locali per tentare di fermare il pignoramento e la vendita di una fattoria familiare di 120 acri. «Questa è una coalizione arcobaleno per la giustizia economica», disse Jackson alla folla. Alla fine, la fattoria fu venduta, Jackson perse le primarie e Ronald Reagan pose il veto a un pacchetto di aiuti per gli agricoltori, anche se alla fine avrebbe firmato un disegno di legge agricolo che includeva aiuti in denaro.

Nel libro del 1986 Prisoners of the American dream. Politics and economy in the history of the US working class Mike Davis collega il «consolidamento delle cittadelle locali del potere capitalista su base statale o municipale» in questo periodo all’ascesa di Reagan. Negli anni 70, la partecipazione degli elettori crollò bruscamente, un modello che per lo più si è sgretolato lungo le linee di classe. Secondo il Pew Research Center, coloro che percepivano il reddito più basso avevano sostanzialmente maggiori probabilità di non votare, il che è vero anche oggi. Nel frattempo, i ceti medi e alti sono diventati più coinvolti politicamente, lanciandosi in campagne monotematiche come la politica del bussing (utilizzata per l’integrazione razziale scolastica) e l’aborto, e finanziando l’emergere dei Business Pacs.

In altre parole, quando le forze economiche hanno distrutto le comunità rurali, coloro che sono rimasti indietro sono diventati meno propensi a partecipare a un sistema che non li ha aiutati. Coloro che ne hanno beneficiato, naturalmente, hanno continuato a ritenere utile la politica elettorale. I membri della “piccola nobiltà rurale” divennero i cosiddetti “elettori medi” e donatori frequenti, dando forma a un sistema che li arricchiva punendo i loro vicini.
Il successivo grande tentativo del Partito Democratico di consolidare la sua posizione nell’America rurale non sarebbe arrivato prima di due decenni. Durante la sua prima campagna, Barack Obama unì discorsi di speranza e cambiamento con aspre critiche ai monopoli e agli accordi commerciali come il Nafta. I Democratici non parlavano così da prima dell’amministrazione Clinton. Ha promesso di “rafforzare le leggi anti-monopolio” e di combattere il consolidamento dei mercati nei settori agricoli, e il profitto politico ottenuto è stato sostanziale. Non solo Obama ha fatto il pieno di voti nella Rust Belt, ma ha anche conquistato l’Iowa e la Carolina del Nord. Ha perso il Missouri per soli 0,13 punti percentuali, un margine impensabile per un democratico oggi (nel 2020 Trump ha vinto con il 56,8%).

È facile capire perché il messaggio anti-monopolio di Obama abbia preso piede. Per fare un esempio, nel 2010 alcune grandi aziende come Tyson Foods e Perdue controllavano oltre il 90% dell’industria del pollame. Gli agricoltori, teoricamente indipendenti, erano soggetti ai capricci dei grandi confezionatori di polli, che offrivano contratti semplici che bloccavano prezzi bassi, imponevano agli agricoltori di acquistare costantemente nuove tecnologie e negavano loro il diritto di negoziare con altri acquirenti. Spesso gli agricoltori non possedevano nemmeno i polli che allevavano. Tutto ciò rimane vero anche oggi. L’amministrazione Obama ha cercato di impedire un simile consolidamento nella produzione di carne bovina. Il settore stava andando verso la concentrazione, con alcune grandi aziende confezionatrici di carne che espandevano costantemente il loro controllo su centinaia di migliaia di piccoli produttori di bestiame indipendenti. C’era un senso di speranza che qui, finalmente, ci fosse un’amministrazione che avrebbe preso il sopravvento sul settore. Il Dipartimento dell’Agricoltura di Obama ha tenuto incontri pubblici in tutto il Paese per ascoltare allevatori e agricoltori. Ha proposto regole che avrebbero protetto gli agricoltori da contratti ingiusti, in modo che avrebbero potuto cercare di negoziare prezzi migliori per i loro prodotti, e una più forte applicazione del Packers and Stockyards Act del 1921, una legge che aveva rotto i monopoli della carne nella Gilded Age. Questo sarebbe stato l’apice della riforma agricola di Obama, dando all’Usda una vera forza nel prevenire le fusioni e ritenere le aziende responsabili di comportamenti anticoncorrenziali. Ma lo sforzo è servito a ben poco.

La National Cattlemen’s Beef Association e i grandi gruppi industriali hanno aumentato la pressione lobbistica e il Congresso ha ripetutamente bloccato l’applicazione più rigorosa dell’Usda nei confronti delle aziende. Solo nell’ultimo anno di Obama, il Congresso ha finalmente approvato una normativa che rafforzava i poteri antitrust dell’Usda. Poi, con Trump, gli alleati delle corporation dell’agribusiness sono stati messi ai vertici dell’Usda, che ha prontamente respinto una norma che rendeva più facile per i piccoli agricoltori citare in giudizio i grandi confezionatori di carne e declassò l’ufficio antitrust indipendente dell’agenzia a una suddivisione del Servizio di marketing agricolo.
Oggi, le “Big Four” – Tyson, Cargill, National Beef e JBS – controllano circa l’85% dell’industria della carne bovina e queste società sono accusate da una parte degli allevatori di cospirare illegalmente per fissare prezzi artificialmente bassi, portando i produttori indipendenti alla bancarotta anche se i prezzi della carne bovina per i consumatori sono aumentati vertiginosamente.

Questi problemi di dominio e consolidamento delle mega corporation persistono, influenzando ogni aspetto dell’America rurale, mentre entrambi i partiti sono rimasti a guardare. I loro sforzi sono stati facilitati dalla debole applicazione dell’antitrust, e le grandi catene commerciali come Walmart hanno espulso le attività commerciali indipendenti nelle piccole città. Ora, i negozi economici delle grandi catene proliferano nelle comunità rurali, a volte costringendo i grandi magazzini e i centri commerciali a chiudere. Non è una coincidenza che questa tendenza al consolidamento segua un periodo prolungato di stagnazione economica nelle zone rurali. Quarant’anni fa, poco più del 20% delle nuove imprese proveniva da aree esterne alle aree metropolitane. Negli anni 2010, quel numero era sceso al 12%. Secondo uno studio, il 97% della crescita netta dell’occupazione tra il 2001 e il 2016 è andata alle città.

È un dato di fatto che le aree rurali non si sono mai riprese dalla Grande Recessione. Dal 2010 al 2014, le contee con meno di 100 mila abitanti avevano un tasso netto di creazione di nuove imprese pari allo 0%. Mentre molte città si sono riprese, i posti di lavoro e le imprese non sono tornati nelle aree rurali, soprattutto quelle con comunità prevalentemente di colore. I livelli di disoccupazione erano ancora inferiori ai livelli pre-recessione quando le ricadute economiche del CoVid-19 sono arrivate a colpire pesantemente le aree rurali. Le città deindustrializzate continuano a perdere popolazione e posti di lavoro. L’accesso alla banda larga è ritardato, impedendo alle industrie consolidate di tenere il passo e a quelle nuove di farsi strada, mentre i divari nei risultati dell’istruzione secondaria tra le aree rurali e metropolitane si allargano.

Allo stesso tempo, la “piccola nobiltà rurale” ha solo ampliato la propria ricchezza, con possedimenti singoli che raggiungono decine di migliaia di acri. Queste famiglie ottengono i contratti federali più vantaggiosi e tendono a ruotare dentro e fuori dalle posizioni di potere nel governo locale. Uno studio del 2020 pubblicato su Population Research and Policy Review ha rilevato un’associazione tra il declino cronico della popolazione nelle aree rurali e un aumento della disuguaglianza di reddito. In altre parole, le forze economiche che hanno determinato l’impoverimento e il declino della popolazione nelle economie rurali, hanno portato benefici a una piccola classe di capitalisti. Questa relazione, scrivono gli autori dello studio, «suggerisce che il reddito e altre forme di ricchezza (per estensione) si stanno concentrando sempre più nelle mani di pochi eletti».

Da questo punto di vista, si segnala l’analisi di Bernie Sanders (Sfidare il capitalismo, Fazi Editore, Roma 2024), il quale non è d’accordo con coloro (come Hilary Clinton) che sostengono che tutti i sostenitori di Trump sono razzisti, sessisti, omofobi e xenofobi, che si tratta di gente “deplorevole”. «Penso che la risposta più corretta del perché Trump abbia conquistato il sostegno della classe lavoratrice risieda nelle difficoltà, nella disperazione e nell’alienazione politica che milioni di lavoratori vivono oggi sulla loro pelle e nel fatto che il Partito Democratico li ha abbandonati, preferendo coltivare l’appoggio dei ricchi finanziatori elettorali e della ‘bella gente’’» (pag. 12). Sono americani che, mentre i ricchi diventavano sempre più ricchi, durante le amministrazioni di presidenti democratici come Bill Clinton e Barack Obama, hanno visto ristagnare i salari reali e trasferire in Cina e in Messico il loro buon lavoro tutelato dai sindacati. Ogni giorno milioni di americani vivono sotto uno stress incredibile, spaventati a morte che se la macchina si guasta, se il figlio si ammala, se il padrone di casa aumenta l’affitto, se divorziano o si separano, se rimangono incinta, se per qualsiasi motivo perdono il lavoro, si ritroveranno nel bel mezzo di una catastrofe finanziaria. Vivere di stipendio in stipendio non lascia alcun senso di sicurezza, nessun cuscinetto su cui ripiegare e nessun tempo di qualità da trascorrere con la propria famiglia in un ambiente rilassato. Non possono permettersi l’assistenza sanitaria né l’asilo per i figli, non li possono mandare al college e hanno il terrore di ricevere una pensione inadeguata. A causa di quelle che i medici chiamano “malattie della disperazione” (cardiopatie, diabete, asma, cancro, depressione, alcolismo, abuso di oppioidi), le loro comunità hanno anche dovuto assistere a un calo dell’aspettativa di vita del 2% (anche se i ricchi vivono molto più a lungo del resto della popolazione). Sono i “lavoratori essenziali” con bassi salari e lavori precari che durante la pandemia da CoVid 19 hanno continuato a lavorare in presenza, ad esempio nei grandi macelli industriali, ammalandosi e rischiando la vita, mentre i loro dirigenti aziendali lavoravano in remoto da casa.

Date le caratteristiche oligarchiche del capitalismo e del sistema politico americano, decine di milioni di americani nutrono un profondo malcontento verso l’establishment politico, economico e dei media. «Guardano Washington e i grandi media e vedono ripulsa e disprezzo nei loro confronti. Vedono un governo che ne ignora i bisogni, ma anche politici interessati solo a presenziare a eventi di raccolta fondi con i ricchi e che non hanno nessuna idea di come viva la grande maggioranza della gente. L’assurdità dell’attuale situazione è che Trump – un ciarlatano, un pilastro dell’establishment, un miliardario e un imprenditore ostile agli interessi dei lavoratori – è stato capace di riempire quel vuoto politico e sfruttare quella rabbia. Donald Trump, ‘campione della classe operaia’. Roba da far cadere le braccia!»(pagg. 13-14).

Secondo Sanders, Trump ha sfruttato e sfrutta il risentimento di milioni di americani in condizioni economiche sempre più disagiate, che non avevano e non hanno «più alcuna fiducia nel governo e si sentivano [e si sentono] ignorati dall’establishment politico, ricorrendo ad appelli al razzismo, al sessismo, all’omofobia e alla xenofobia» (pag. 65). È Trump che alimenta il vittimismo e il rancore, dando alla gente un abbondanza di nemici e capri espiatori: gli immigrati, i neri, le persone LGBTQI+, i musulmani, gli insegnanti, le discriminazioni contro gli uomini bianchi. Secondo Sanders, se i Democratici si affidassero a un audace populismo economico, gli elettori rurali trascurerebbero le questioni culturali in base alle quali si allineano con i Repubblicani e voterebbero in conformità con i loro interessi economici.

I Democratici e la politica nelle zone rurali
Il fatto è che la gran parte della popolazione rurale è ampiamente convinta che nessuno dei due partiti possa risolvere i loro problemi materiali (a proposito si veda qui il nostro articolo su “Lo strano caso della canzone country-folk Men North of Richmond”). E nel complesso, gli elettori rurali non stanno semplicemente reagendo al cambiamento, sia esso demografico o economico. Stanno cercando attivamente di preservare almeno un senso di autonomia rispetto al loro futuro e la continuità dei valori culturali e delle strutture sociali delle loro comunità rurali (che enfatizzano famiglia, fede religiosa e comunità tradizionali). Sono queste aspirazioni che alimentano il conservatorismo culturale e politico delle zone rurali (con anche una certa dose di nostalgia per un passato che potrebbe non essere poi stato così eccezionale come viene ricordato) ed è su questo terreno che si è cementata l’alleanza con il Partito Repubblicano.

I residenti delle zone rurali fanno così tanto con così poco e si risentono quando qualcuno esterno alla loro comunità interviene e finge di sapere cosa pensano. Lontano dagli stereotipi che si trovano in White rural rage (per cui gli americani delle zone rurali sono caratterizzati come bigotti, culturalmente arretrati, pigri, spaventati dal futuro e politicamente radicali a destra), si scopre che l’identità degli americani rurali riguarda molto più le emozioni positive che provano verso le aree rurali e molto meno le emozioni negative verso gli altri. Le persone residenti nelle zone rurali e nelle piccole città sono straordinariamente orgogliose delle loro comunità e sono in realtà più soddisfatte del luogo in cui vivono rispetto alle persone che vivono in altri luoghi. Si considerano le più patriottiche (i residenti degli Stati gestiti dai Repubblicani hanno oltre il 20% di probabilità in più di arruolarsi nell’esercito), le più oneste, le più “vere” e “autentiche”, ma sentono che le élite le disprezzano, non hanno rispetto per loro, stereotipano i loro amati modi di vivere, li caratterizzano in modo semplicistico, schematico e derogatorio (con l’uso di termini come hillbilly, redneck, yokel, white trash), senza riconoscere i contributi rurali positivi alla società americana. Uno sguardo pregiudizievole verso i bianchi, soprattutto se poveri, del Midwest e della bible belt del Sud, che ha ha sempre vissuto ai margini dell’American dream, un mito reso inizialmente popolare durante la Grande Depressione dallo storico James Truslow Adams con il libro Epic of America (1931) e da John Steinbeck con il libro The grapes of wrath (Furore, 1939) che ha descritto le terribili condizioni di povertà e discriminazione in cui erano finite milioni di famiglie bianche contadine sradicate del Midwest e del Sud perché travolte dalla crisi economica e dalle requisizioni delle loro fattorie vendute all’asta per il pagamento dei debiti. Si erano messe in cammino verso la California, che loro consideravano la terra promessa, ma che invece le ha accolte come ospiti non graditi.

Nonostante il loro enorme peso politico, i bianchi rurali, a parte la “piccola nobiltà”, non sono riusciti a trarre dei grandi benefici. Il paradosso è che, in termini di politiche, i Democratici probabilmente fanno di più per le aree rurali e i residenti rurali rispetto ai Repubblicani. Dopo che i Democratici hanno approvato l’Obamacare, i residenti rurali avrebbero beneficiato di più negli Stati che ampliavano il programma Medicaid, ma due terzi dei residenti rurali non assicurati hanno perso l’opportunità perché vivevano in Stati che si sono rifiutati di espandere la copertura – e quegli Stati erano governati quasi esclusivamente da Repubblicani. L’agenda anti-aborto del Gop ha significato che i reparti di maternità rurali sono stati chiusi. L’opposizione repubblicana alla banda larga pubblica danneggia più direttamente l’America rurale, dove le aziende private hanno pochi incentivi a creare un servizio. Gli attacchi repubblicani all’istruzione superiore hanno un’influenza sproporzionata sulle università delle aree rurali svantaggiate. E gli atteggiamenti anti-vax hanno portato a tassi di mortalità da CoVid-19 che hanno rivaleggiato o superato quelli di aree molto più densamente popolate (nel 2021, l’esitazione nei confronti dei vaccini ha messo Oklahoma, Alabama, West Virginia, Mississippi e Wyoming – fortemente rurali e repubblicani – in cima alla lista delle vittime del CoVid-19).

Attualmente, ci sono 400 programmi federali, di cui 70 solo presso il Dipartimento per l’Agricoltura (Usda), che servono gli americani delle zone rurali. Paul Krugman è stato pronto nel sottolineare che «poiché l’America rurale è più povera dell’America urbana, paga molto meno tasse federali pro capite, quindi in pratica le principali aree metropolitane sovvenzionano enormemente le campagne». Ed è vero che l’amministrazione Biden sta attualmente supervisionando miliardi di nuove spese federali che vanno in modo sproporzionato alle comunità rurali di tutta l’America (e per le quali i Repubblicani al Congresso hanno votato contro). Come ha affermato sul Washington Post Paul Waldman nel 2022: «Una cosa che non si può assolutamente dire è che i Democratici non cercano di aiutare l’America rurale. In effetti, probabilmente lavorano più duramente dei Repubblicani». La frustrazione dei Democratici deriva dal fatto che gli elettori delle zone rurali sono refrattari a pensare alla politica in termini puramente transazionali: benefici contro voti.

Il problema che i Democratici non sono stati in grado di risolvere non riguarda la policy, ma la politica: incontrare le persone dove si trovano, trovare interessi comuni, costruire forza istituzionale e cercare di persuadere gli altri a unirsi, lasciandosi guidare dalle questioni e dalle preoccupazioni locali. Da questo punto di vista, avverte Jacobs, se i Democratici seguiranno le tesi di White rural rage commetteranno l’errore di non provare ad offrire una risposta politica che sia capace di comprendere e rappresentare le contraddizioni esistenti, suggerendo che gli americani delle zone rurali sono irrazionali e al di là di ogni sforzo per coinvolgerli, finendo così per consegnare questa parte dell’elettorato al dominio assoluto Repubblicano per il prossimo decennio. Finché l’America rurale sarà trattata con disprezzo, non ci si potrà davvero sorprendere se, ancora una volta, seppure con riluttanza si rivolgerà a Trump il prossimo novembre.

Dopo aver descritto l’America rurale bianca come un ostacolo alla democrazia (e al Partito Democratico), Schaller e Waldman auspicano la nascita di un “vero movimento rurale” per «usare il potere di cui dispongono e iniziare a chiedere qualcosa di più concreto». Nel libro presentano un piano in 10 punti per la rivitalizzazione rurale. Quello che non vedono è che un vero movimento rurale esiste già. È il movimento rurale verso il Partito Repubblicano che si è costruito a partire dagli anni 80. Esisteva prima di Trump ed esisterà dopo che Trump avrà lasciato la politica.
Invece, il primo passo che i Democratici dovrebbero fare è iniziare a pensare – e a parlare – della e all’America rurale nel modo giusto, affrontando effettivamente il risentimento rurale – quel senso d’identità e di coscienza di luogo che è in via di spaesamento, le ansie provate nei confronti della propria comunità, la sensazione di aver perso qualcosa mentre il resto del Paese va avanti, la sensazione profondamente radicata che l’America urbana cancellerebbe i modi di vivere rurali se ne avesse la possibilità.

Innanzitutto, comprendere il risentimento rurale significherebbe riconoscere le profonde disuguaglianze geografiche che esistono negli Stati Uniti e che tali disuguaglianze sono un potente motivatore del comportamento politico. Inoltre, i Democratici dovrebbero riconoscere che ciò che le comunità rurali potrebbero desiderare sono strategie di empowerment che permettano loro di modellare il proprio futuro: un sostegno che rafforzi la leadership locale, incoraggi iniziative guidate dalla comunità e fornisca loro gli strumenti e le risorse necessari per affrontare sfide specifiche in modo coerente con i loro valori. Un’impostazione che sarebbe in linea con l’impegno dei Democratici nei confronti del multiculturalismo, del pluralismo e della diversità locale. E che dovrebbe essere messa in collegamento con la ripresa del movimento sindacale e il rinnovato attivismo della classe lavoratrice negli ultimi due anni, con gli scioperi vittoriosi e le iniziative di sindacalizzazione del sindacato United Auto Workers (Uaw), molti dei quali in piccole città e città industriali di medie dimensioni nelle aree rurali di Midwest e Rust Belt, dall’Iowa a Wisconsin, Ohio, Missouri, Pennsylvania, Illinois, Michigan, Kansas, Alabama e Tennessee (sugli scioperi del settore automobilistico, si vedano i nostri articoli qui e qui).

Se gli americani bianchi delle zone rurali sono arrabbiati o scontenti, sono anche politicamente potenti. «Entro il 2040, il 70% degli americani risiederà nei 15 Stati più popolosi e sceglierà 30 dei 100 senatori statunitensi», scrivono Schaller e Waldman. «Concentrato negli Stati più piccoli e rurali, il restante 30% della popolazione eleggerà 70 senatori. Non importa quanto distorti diventino questi rapporti demografici, a ogni Stato sono garantiti i suoi due senatori – passati, presenti e per sempre». I Democratici possono continuare a dare la colpa all’oscurantismo rurale e a perdere le elezioni, oppure degnarsi di fare politica anche nelle zone rurali e non solo nelle are urbane e suburbane, scegliendo candidati per le assemblee elettive statali e federali competenti e in grado di relazionarsi e di sviluppare empatia con gli elettori rurali. Soprattutto, reclutando migliaia di organizzatori a tempo pieno che lavorino nei territori rurali e creando centri operativi di zona attivi tutto l’anno, in contatto con i gruppi di base e i sindacati locali. Il Democratic National Committe dovrebbe essere trasformato da mero apparato di raccolta fondi dominato dagli interessi aziendali a fonte di sostegno per l’attivismo di base e le battaglie della classe lavoratrice nei territori rurali, come nel resto degli Stati Uniti.

L’autore: Alessandro Scassellati Sforzolini è ricercatore sociale e attivista, collabora con Transform! Italia. Fra i suoi libri Suprematismo bianco (Derive e Approdi)

La poesia che (ci) ri-guarda.

Un'opera di Ketty La Rocca

Arte figurativa e creazione letteraria è stato l’ambito di esplorazione di un raggruppamento di artisti che si era formato nel convegno fondativo di Firenze Arte e comunicazione il 24-26 maggio del 1963 (Firenze rimase il baricentro delle attività del gruppo per tutti gli anni in cui fu attivo). Questa vicenda è ricostruita nella mostra La poesia ti guarda” Omaggio al gruppo 70 (1963-2023) negli spazi della Galleria d’Arte Moderna di Roma, fino al 24 settembre. Qui abbiamo scoperto che a quel convegno parteciparono i poeti Eugenio Miccini e Lamberto Pignotti, i pittori Antonio Bueno e Alberto Moretti, i critici Luciano Anceschi, Eugenio Battisti, Gillo Dorfles, i linguisti Umberto Eco e Aldo Rossi. Collegata al convegno vi era la rassegna espositiva Tecnologica allestita alla Galleria Quadrante di Firenze nel dicembre di quello stesso anno. Al centro del dibattito c’era l’arte intesa come fenomeno della comunicazione, analizzata secondo i principi dello strutturalismo e della semiologia, che negli anni successivi Umberto Eco avrebbe sviluppato e codificato col termine “semiotica”. Il convegno di Firenze precedette di qualche mese il più celebre convegno di Palermo nel quale a ottobre prese vita il più celebre Gruppo 63, annunciato dalla pubblicazione, nel 1961, dell’antologia I Novissimi a cura di Alfredo Giuliani.

Un’opera di Miccini

Il raggruppamento che si era formato a Firenze – a cui si aggiunsero successivamente Ketty La Rocca, Lucia Marcucci e Luciano Ori – condivideva quei fermenti e quelle spinte al rinnovamento e all’esplorazione di nuovi territori della creazione artistica tipici di quegli anni. Al 1964 risale il saggio di Umberto Eco Apocalittici e integrati, nel quale i meccanismi dei mezzi di comunicazione di massa vengono analizzati anche in relazione alle forme della creazione artistica, in una nuova ottica che rovescia le tradizionali gerarchie tra le arti maggiori e minori, tra pittura e fumetto, tra letteratura e slogan pubblicitario. Applicando lo stesso principio e la stessa metodologia da parte degli artisti del Gruppo 70 «dopo vari esperimenti di poesia tecnologica e di pittura tecnologica, costruite con prelievi rispettivamente di materiali verbali e visivi, si passò, coerentemente, alla sinergia sponsale dei due codici nella poesia visiva, prodotto compiutamente e deliberatamente interartistico» – scrive Daniela Vasta in Quando la poesia ci (ri)guarda, catalogo della mostra alla Gnam di Roma. Queste “pratiche interlinguistiche” furono alla base di alcune performance-spettacolo come Homo tecnologicus (1964), Poesia e no (1964) e Luna Park (1965). In esse i “poeti visivi” partivano da materiali tecnicamente riproducibili provenienti da un bacino di comunicazione popolare (giornali, magazine, televisione, manifesti pubblicitari) per confezionare, attraverso un procedimento di estrazione, prodotti unici e originali. Tra i bacini cui si attinge per il riuso figurano anche rebus, cartoline postali, segnaletiche stradali fumetti, francobolli (magari utilizzati per un rovesciamento parodistico delle proporzioni della pop-art americana). Lo studioso Marcello Carlino l’ha definita «utopia dell’intermedialità». Il valore politico-ideologico di questa operazione era fin troppo evidente: infrangere le partizioni codificate tra i generi artistici tradizionali attraverso le «operazioni sperimentali variamente denominate poesia visiva, scrittura visuale, pittura verbale, nuova scrittura» puntando a «sabotare il sistema» o, come recita un titolo di Lamberto Pignotti, uno dei principali componenti del gruppo, condurre Una forma di lotta contro l’anonimato dei prodotti in serie della civiltà tecnologica. Il successivo convegno del 1964 a Firenze Arte e tecnologia mise al centro del dibattito il rapporto tra l’avanguardia e le tecnologie, che subito entrarono a fare parte del linguaggio degli artisti nei loro spettacoli-performance attraverso i quali il gruppo si proponevano di uscire dalla “torre d’avorio” dell’intellettuale per inseguire l’utopia di una “avanguardia di massa” (nelle opere di Miccini, uno dei componenti dei gruppo, ricorre spesso il motto «Poetry Gets into Life»).

Un’opera di Ketty La Rocca

«La mescolanza dei codici aumenterà inoltre il consumo dell’arte e moltiplicherà il pubblico dell’avanguardia, perché sommerà “aritmeticamente” il pubblico della pittura con quello della poesia, il pubblico della musica con quello del teatro», scriveva Pignotti. Il terzo convegno del gruppo consisté in un festival itinerante e diffuso in vari luoghi di Firenze, tra cui La Galleria La Vigna Nuova. La ricerca verbo/visuale del gruppo approdò all’antologia Poesie visive a cura di Lamberto Pignotti e Alfredo Giuliani, nel quale confluirono lavori del del Gruppo 70, del Gruppo 63 e di personalità che órbitavano intorno al gruppo napoletano Linea Sud in una sorta di “conclave dell’avanguardia” nel quale si trovarono implicate diversi filoni di ricerca e tendenze sperimentali, dall’arte povera alla pop art, dal New Dada all’arte programmata. L’intenzione degli artisti del Gruppo 70 era quella di «porsi oltre tutte le opzioni estetiche e poetiche in circolazione – gli ultimi strascichi dell’informale, il realismo e il neorealismo, l’ermetismo», ricorda Daniela Vasta nel citato saggio. «Si trattava di una poesia realmente pop, nata dalla consapevolezza dell’insufficienza della poesia pura»,  scrive la curatrice della mostra.
Il Gruppo 70 si sciolse nel 1968 al termine di un anno segnato da diversi avvenimenti. In parallelo all’esplosione della protesta giovanile (dopo diverse collettive in gallerie di Firenze e al Palazzo delle Esposizioni di Empoli) nell’autunno del ‘68 il gruppo prese parte a Situazione 68, una sorta di anti-biennale fiorentina.
Nei mesi successivi le tensioni sociali e lo scontro politico si fecero sempre più radicali. Alcuni componenti del gruppo si trasferirono a Roma, che era diventato l’epicentro culturale del “movimento” grazie alla presenza di Nanni Balestrini, Alfredo Giuliani e Cesare Vivaldi e a quella degli artisti Festa, Schifano e Kounellis. L’esperienza del Gruppo 70 si dissolse all’interno del più vasto arcipelago della controcultura. Armando Petrucci nel suo saggio La scrittura: ideologia e rappresentazione del 1986 interpreta la poesia visiva degli anni sessanta come «un filone al quale, per il tipo di sperimentazione scrittoria operato sia con i caratteri tipografici che con la scrittura a mano, va in qualche modo accostata la ricca esperienza di fogli e di riviste underground e delle recentissime fanzine che lo studioso riunisce sotto la più generale categoria de i segni del no».
La parabola del Gruppo 70 si consumò in cinque anni. I nomi dei componenti e le loro opere in seguito sarebbero stati sostanzialmente dimenticati. Anche la scelta di esplorare un campo a metà tra arte figurativa e mondo letterario ha reso le loro opere difficilmente catalogabili. Ma proprio per questo vale la pena visitare questa piccola mostra che rende omaggio a un coraggioso gruppo di esploratori e pionieri.

Un’opera di Pignotti

Buon primo maggio il giorno dopo

Il 2 maggio, appena passato il primo maggio riempito di festa e di promesse, le solite, sono morti tre lavoratori, in Campania in un perimetro di 40 chilometri, e in Sicilia.

A nord di Napoli, a Lettere, un operaio di 57 anni è precipitato dal terzo piano di un palazzo dove si stava allestendo un cantiere edile. L’incidente è avvenuto in tarda mattinata, in via Depugliano. A Casalnuovo, a nord di Napoli, un operaio 60enne ha perso la vita in un cantiere in viale dei Tigli. Si chiamavano Raffaele Manzo e Vincenzo Coppola. La terza morte sul lavoro in un cantiere edile a Floridia, nel Siracusano: vittima un 59enne, operaio della ditta che si stava occupando dei lavori sul tetto della casa. Si è verificato un cedimento e l’uomo è caduto ed è stato poi stato travolto dal materiale.

Il primo maggio Mario Mondello, 64 anni, è morto cadendo in un laghetto artificiale con il suo trattore che si è ribaltato. Ad aprile sono morti 103 lavoratori, 83 sul luogo del lavoro e 20 in itinere, per una media di 3,4 al giorno. Siamo a 363 dall’inizio dell’anno, con una media di 3 al giorno. 

Mentre tutto questo accade l’Inail e il governo esultano per «il calo delle morti bianche». Perché? Inail scrive che “le denunce di infortunio sul lavoro presentate all’Istituto entro il terzo mese del 2024 sono state 145.130 (+0,4% rispetto a marzo 2023), 191 delle quali con esito mortale (-2,6%) rispetto alle 196 registrate nel primo trimestre 2023”. Ma poi si legge di “un incremento dei casi avvenuti in occasione di lavoro, passati da 148 a 151, e un calo di quelli in itinere, da 48 a 40”. Come al solito ci si capisce poco. Da tempo si chiede che i dati dei lavoratori siano forniti con il tipo di contratto in essere nel momento del decesso. La risposta è sempre silenzio. 

Buon venerdì. 

La fiducia nello sconosciuto

I dati sulla natalità italiana ed europea sono ormai gli stessi da tanti anni. La popolazione è in netta decrescita, si fanno meno figli e di conseguenza diminuiscono gli “italiani”. È una tendenza che va avanti da tanti anni. Anche se apparentemente la riduzione della popolazione sembra poca cosa in realtà la riduzione percentuale nella fascia di giovani è più alta. Per recuperare la “popolazione persa” sarebbe quindi necessario che le donne in età fertile si dedicassero sostanzialmente solo a fare figli, cosa evidentemente impensabile e irrealizzabile.

Problemi analoghi affliggono la gran parte dei Paesi europei con l’Italia penultima superata solo dal Portogallo come decrescita demografica. Ma lo stesso problema lo troviamo negli Stati Uniti, in Cina, in Russia e più in generale in tutte le economie avanzate. I governi si trovano di fronte al problema che il tempo necessario per recuperare la popolazione mancante è lunghissimo, parliamo di decenni, sempre che le politiche di incentivazione a fare figli funzionino, cosa niente affatto scontata. Ma perché sarebbe necessario opporsi al calo demografico? La risposta degli esperti è la necessità di avere più persone in età lavorativa. Uno scopo materiale, di sussistenza economica e anche sociale visto che sono le tasse sul lavoro che pagano il welfare, le pensioni ma anche la sanità, il sistema di assistenza sociale sul territorio e tutto ciò che riguarda i bambini e i ragazzi, cioè la scuola e poi l’Università. La soluzione proposta è chiedere alle donne di fare più figli. Gli si chiede di tornare indietro nel tempo, di rinunciare, per lo meno in parte, ad una vita che sia anche di realizzazione personale per dedicarsi ad essere produttrici di figli. Quando ormai è chiaro a chiunque che l’immigrazione è la vera soluzione al problema con tempi di realizzazioni molto più brevi. Anche perché, per lo meno in Europa, c’è una fortissima “offerta” di immigrazione e c’è una enorme “domanda” di immigrati nell’economia. Perché allora non la si favorisce? Perché non si pensa a rendere possibile l’arrivo di coloro che vogliono costruire la loro vita in Italia e in Europa e invece si cerca solo di ostacolare violentemente queste aspirazioni, provocando tragedie quotidiane?

L’Homo sapiens è comparso nell’Africa orientale circa 300mila anni fa e poi, circa 70mila anni fa ha iniziato a spostarsi e ha “colonizzato” il mondo intero. In questa migrazione originaria durata decine di migliaia di anni, la selezione naturale darwiniana conseguenza dell’adattamento ai diversi ambienti naturali, ha determinato una variabilità grandissima dei tratti somatici: il colore della pelle, degli occhi, l’altezza, la forma del viso e degli occhi, il colore dei capelli, la muscolatura. Le generazioni si sono susseguite e insieme all’adattamento dei caratteri somatici si sono sviluppate lingue e culture diverse, sono state inventate religioni e sono state inventate storie di origine diverse tra loro. I diversi gruppi di homo sapiens, nel corso di decine di migliaia di anni, hanno dimenticato la loro origine comune. E probabilmente hanno iniziato a pensare di non essere più tutti uguali.
La storia è costellata di azioni e pensieri che sostengono la superiorità di una determinata etnia rispetto ad un’altra, pur essendo la diversità soltanto l’esito di selezione naturale ed evoluzione culturale.

Una quantità incommensurabile di esseri umani ha subito le violenze più terribili per una presunta superiorità affermata da qualcuno rispetto a qualcun altro che sarebbe stato “meno uguale degli altri”. E questo non ha riguardato solo etnie diverse tra loro. Anzi forse dobbiamo pensare che la prima diversità che è stata pensata come qualcosa di “meno” è stata quella tra uomo e donna e tra uomo e bambino.
La donna deve essere pensata inferiore perché… non è uomo. Il bambino finché non diventa adulto viene pensato inferiore perché… non è adulto.
Diversità insanabile per la donna che per di più ha la possibilità e capacità di fare figli. Forse dobbiamo pensare che sia questa prima “diversità” che ha fatto impazzire i maschi della specie e gli ha fatto teorizzare una superiorità astratta dell’uomo sulla donna. Questa superiorità sul diverso è stata poi traslata a tutti gli altri diversi, a tutti quelli che non sono identici, che non fanno parte dello stesso gruppo, quelli fuori dai confini, i barbari, quelli che non parlano come noi, non pensano come noi, non hanno il nostro stesso dio o addirittura non hanno affatto un dio.

Non voglio addentrarmi in discorsi troppo complessi ma è significativo che le politiche regressive della destra – e il governo attuale conferma in pieno questa “regola” – si accaniscono sempre contro le donne, contro i giovani e contro gli immigrati.
Così come le tre grandi religioni monoteiste sono accomunate dal non aver mai accettato un’uguaglianza tra uomo e donna perché la donna è pensata inferiore, costola di Adamo. E quindi la sua libertà deve essere sempre limitata.
Accettare l’esistenza del diverso significa riuscire a fare un pensiero non razionale: che il diverso da sé sia un essere umano anche se non lo capiamo. Accettare che ci possa essere un rapporto con questo diverso da noi anche se apparentemente non ci si capisce per nulla. Accettare che ci possa essere un futuro comune anche se il nostro modo di vivere è del tutto diverso. Accettare che c’è un’origine comune, che ci può essere un presente comune e che ci possa essere un futuro comune in cui la nostra esistenza significa l’esistenza degli altri e viceversa. Che ci sia in altre parole un vita tua, vita mea.
Avere fiducia che ciò che non si conosce sia simile a noi. Avere la fantasia sufficiente per pensare questa possibilità.

Il pensiero razionale occidentale, il logos, oggi prevalente nel mondo, ha chiuso gli occhi sul diverso, si è chiuso nei confini della polis e poi della nazione. Le religioni hanno stabilito che la donna deve fare figli da donare al pater familias, cui chiedere di accettarli e non ucciderli, la donna deve essere al suo servizio per soddisfare le sue necessità, quelle della famiglia e quelle della nazione che si definisce “patria”, la terra dei padri. È il padre, il maschio razionale, che definisce la nostra identità, la nazione che definisce la nostra cittadinanza, il credo religioso che stabilisce la nostra “umanità”. Gli “altri”, quelli fuori dal confine, non sono. Non ci può essere uguaglianza né quindi fiducia e viceversa. Bisogna credere invece di pensare, credere che ci sia il male dentro e fuori di noi, dentro e fuori dai nostri confini. Quello dentro di noi deve essere controllato con il credo religioso. Quello fuori di noi deve essere individuato e contenuto, obbligato a non nuocere alla tranquillità apatica della nostra società, al non doversi mettere in crisi di fronte al nuovo che non si conosce e non si capisce. In una recente presentazione del libro Welfare per le nuove generazioni è stato ricordato che da sempre nella storia si dice che i giovani di oggi non siano altrettanto “bravi” di quelli di un tempo. Ed è così anche oggi. Chi è più vecchio se la prende con i più giovani. Perché sono diversi, perché parlano linguaggi diversi e nuovi, perché forse pensano in modo diverso. Perché in fondo sono incomprensibili.

In quella presentazione è stato anche detto quanto sia fondamentale dare loro fiducia. Perché saranno loro che costruiranno un mondo migliore e un’umanità migliore di quella di oggi. Perché è la storia che ci dice questo: c’è un’evoluzione lenta, complicata, terribile e poi veloce e meravigliosa, affascinante, che con tempi lunghi e poi con accelerazioni, con sterzate che riportano indietro e idee che travolgono e accelerano in avanti, l’umanità ha costruito e sta sempre costruendo un mondo che sia sempre meglio di come è.

So che può apparire un pensiero ingenuo in questo momento tragico per il mondo. Ma è anche vero che se guardiamo al passato vediamo che il mondo attuale è per molti versi migliorato. E però va visto che questo non basta e non basterà mai. Non esiste la società ideale così come non esiste un punto di arrivo nella realizzazione personale. La ricerca personale è continua così come la ribellione all’ingiustizia, al negativo del mondo e dell’essere umano non ha mai fine. È un divenire infinito in cui siamo tutti protagonisti ma in particolare lo sono i giovani. Perché l’ambizione di tutti i giovani, sempre, è quella di ribellarsi al costituito e cambiare il mondo. Dobbiamo avere sempre fiducia nel diverso da noi. La storia è costellata da tragedie ma è anche costellata da imprese straordinarie, dalla genialità di “giovani” che hanno cambiato il mondo e il corso della storia. Così come è straordinaria ogni storia personale. Nessuno può e deve essere considerato poco importante. L’esistenza di ognuno è importante per gli altri. Vanno pensate soluzioni che siano impossibili per il pensiero attuale ma che siano possibili per un pensiero futuro. Io penso che così come era impensabile una unione europea soltanto un secolo fa, oggi dobbiamo pensare che la soluzione del problema economico e di identità dei Paesi europei è immaginare una nuova Europa che abbatta i propri confini e abbracci il Mediterraneo per realizzare una Unione Europa-Africa.

Che si pensi e poi si realizzi una Politica che immagini un mondo nuovo e affermi quella unica origine comune di esseri viventi che, ad un certo punto, hanno deciso di migrare, di andare incontro al nuovo perché avevano fiducia nel futuro anche se assolutamente sconosciuto.

L’aborto non è un omicidio. Basta violenza sulle donne

Più realisti del re. Dopo la carrellata di soli politici maschi attovagliati da Vespa per parlare di aborto (compreso il Pd Zan), la vicedirettrice del Tg1 Incoronata Boccia il 20 aprile scorso ha detto nel programma di Serena Bortone su Rai 3 che «l’aborto è un delitto non un diritto», esprimendosi così contro una norma dello Stato, la legge 194. E poi, come se non bastasse, ha sciorinato come un rosario le parole di madre Teresa di Calcutta che, nel 1979 durante la cerimonia dei Nobel, alla domanda su quale fosse per lei il pericolo maggiore per l’umanità rispose: «Il pericolo più imminente non è la guerra ma l’aborto». Per sapere quanto lievitassero i conti all’estero della suora grazie a donazioni mentre privava i bambini di farmaci salva vita per mandarli dritti “in paradiso” rimandiamo al libro inchiesta La posizione della missionaria di Christopher Hitchens pubblicato in Italia da Minimum fax. Documentatissimo. Non c’è da aggiungere altro.

Quel che più ci indigna oggi è che sulla tv pubblica si possano fare affermazioni antiscientifiche e religiose sull’aborto e senza contraddittorio. La legittimazione viene indirettamente da Fratelli d’Italia, partito della presidente del Consiglio, che ha presentato un emendamento perché associazioni pro vita, in gran parte legate al movimento integralista neocatecumenale, possano fare propaganda religiosa nei consultori. La collega del Tg1, più realista del re, è andata in scia (come il dirigente Rai che ha censurato il monologo di Scurati costringendo poi Meloni stessa a intervenire per provare senza successo a metterci una toppa).

Lo ribadiamo. Decenni di acquisizioni scientifiche che da sempre divulghiamo su Left, ci dicono che la vita umana inizia alla nascita. «La donna che ha deciso di abortire non uccide una vita umana come si vuol far credere – ha detto la neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti su queste pagine -. Il feto ha una realtà puramente biologica e quindi anche sul piano etico e giuridico l’aborto non può essere equiparato a un omicidio». E ancora: «Affermare che il “concepito”, cioè l’embrione, è un soggetto di diritto deriva da un pregiudizio ideologico di natura religiosa cristiana: così l’identità umana sarebbe rappresentata dal solo genoma. È assurdo considerare l’embrione “vita umana” quando ancora non si sono realizzate strutture anatomo-funzionali nel sistema nervoso che possono sostenere un’attività di pensiero: prima delle 22-24 settimane se il feto nasce, la corteccia cerebrale non è pronta per reagire ad uno stimolo esterno e non ci può essere alcuna reazione e quindi nessuna possibilità di pensiero».

Se in Italia non c’è stata contromossa politica all’iniziativa clericale di Fratelli d’Italia a parte un emendamento del Pd che è stato bocciato, una voce si è alzata dall’Europa segnalando l’inopportunità di quel blitz imbarcato in un provvedimento che riguarda il Pnrr, ovvero fondi elargiti all’Italia per fare riforme che ammodernino il Paese. Meloni da sempre dichiara di non voler mettere mano alla Legge 194, ma intanto quasi ovunque la percentuale di ginecologi obiettori negli ospedali pubblici che mediamente è del 70% impedisce di fatto l’interruzione volontaria di gravidanza. Come se non bastasse, nelle Regioni guidate dal centrodestra è quasi impossibile ricorrere all’aborto farmacologico con la Ru486, definita salvavita dall’Oms e che la ministra Roccella da anni stigmatizza come strumento di aborto chimico. E in molte Regioni a guida destra-destra, come l’Umbria, si è addirittura cercato di imporre alle donne di ascoltare il battito del cuore del feto incuranti dei danni che potrebbe provocare.

«Oltre all’evidenza che si tratti di una proposta populista, è anche inapplicabile per diversi motivi» ha osservato il ginecologo e divulgatore scientifico Salvo Di Grazia citando le raccomandazioni della Società britannica di ecografia. «Concentrare il fascio dell’ecografo per sentire il battito embrionale dal punto di vista medico configura un possibile danno. Il fascio di ultrasuoni fa aumentare la temperatura nel piccolissimo cuore (e in altri organi) dell’embrione. Questo non crea per forza danni al feto formato ma può crearne alle cellule embrionali, se l’esame si prolunga oltre pochi secondi. Ciò autorizzerebbe migliaia di richieste milionarie di risarcimento. Chi le pagherà?».

Se l’obiettivo della proposta inserita nel Pnrr, come affermano fonti di Fratelli d’Italia, era dare piena applicazione a una possibilità già contenuta nella legge 194, allora perché non elaborare emendamenti per garantire l’accesso all’aborto? E invece no, si calpestano i diritti delle donne. Come già con l’antiscientifica proposta di legge per il riconoscimento di una impossibile personalità giuridica dell’embrione avanzata dal forzista Gasparri che si genuflette ai diktat vaticani, l’obiettivo è chiaro: criminalizzare le donne che decidono di interrompere una gravidanza. Spingerle in depressione, come auspicavano alcuni gruppi religiosi anti abortisti che qualche anno fa diffondevano fake news su una inesistente sindrome del boia che, a loro dire, sarebbe stata il destino delle donne che decidono di abortire. All’epoca fu un grande ginecologo come Carlo Flamigni a farci scoprire la truffa.

Ora è tempo che la sinistra si mobiliti contro tutto questo, con argomenti certi, scientificamente fondati, perché altrimenti si resta sul piano delle opinioni e non si è convincenti. Non basta dire che il diritto delle donne a interrompere una gravidanza lo stabilisce la legge. Bisogna argomentare le ragioni per cui una donna che decida di interrompere una gravidanza non è un’assassina. Certamente è necessario fare campagna per la contraccezione, ma quando la scelta della donna è di abortire bisogna non solo far sì che possa praticare questo suo diritto ma anche fare informazione perché le donne possano affrontare quel momento senza sensi di colpa. Gli strumenti come detto ci sono, li offre la moderna neonatologia che ha confermato anche sul piano biologico l’esattezza della Teoria della nascita di Massimo Fagioli. La vita umana, come è stato dimostrato, comincia alla nascita, l’embrione e il feto hanno una vitalità biologica, ma non sono ancora vita umana. Solo intorno alle 22-24 settimane il feto comincia ad avere possibilità di vita autonoma, fuori dell’utero. Un seme di una pianta, caduto casualmente sul terreno – affermano gli scienziati -, avrebbe più possibilità di vita.

Oltre i confini di un’Italia che il governo Meloni vuole sempre più arretrata culturalmente, queste sono ormai solide acquisizioni . La Francia, che da secoli ha separato Stato e Chiesa, ha introdotto il diritto all’aborto in Costituzione e l’Europa punta a inserirlo nella Carta fondamentale per iniziativa dei partiti progressisti.
Pensiamoci quando voteremo alle elezioni di giugno.

Foto di Renato Ferrantini, presidio di Non una di meno, Roma, 8 settembre 2023

Ritorno all’Africa tra elettronica e griot

“Il jazz è morto!”. Questa stanca ed inutile affermazione si ripresenta ciclicamente nel dibattito tra appassionati ed “addetti ai lavori” alludendo all’eterno scontro sotterraneo tra nostalgici e propugnatori del nuovo verbo.
Il jazz è per propria intrinseca natura, musica di ricerca e contaminazione e trae nutrimento dalle culture, dalla storia e dalle condizioni sociali dell’intera popolazione, ivi compresi gli artisti ed i musicisti che si muovono in quel contesto. Pertanto, come un’araba fenice, il jazz ciclicamente risorge dalle proprie ceneri assorbendo e rielaborando le influenze esterne che, in una società ormai globalizzata, possono arrivare da tutte le parti del mondo in tempo reale. In questo scenario non desta stupore il fatto che alcune delle suggestioni più interessanti del jazz contemporaneo arrivino da luoghi un po’ “eccentrici” rispetto alla più consueta provenienza statunitense o europea. Le linee di confine tra i generi musicali, un tempo ben definite ed anche geograficamente circoscritte, si fanno sempre più sfumate e spesso scompaiono nell’attitudine all’ascolto delle nuove generazioni, abituate ormai ad assorbire suggestioni e stili che la rete mette facilmente a portata di mano. Ecco allora che musicisti caraibici, sudafricani, orientali o sub-sahariani arrivano ad influenzare i nuovi ascoltatori ormai abituati all’incontro con musiche “altre”.

Tra gli artisti affermatisi negli ultimi anni Nduduzo Makhathini, pianista compositore e band leader, viene dal Sud Africa, e dopo una serie di lavori registrati nel Paese di origine, ha inciso due album per la prestigiosa Blue Note che, con il suo ultimo lavoro In the spirit of Ntu, ha voluto inaugurare una nuova specifica collana denominata Blue Note Africa. Makhatini, influenzato dall’approccio contemplativo di Coltrane e McCoy Tyner, si riaggancia comunque ad una tradizione jazzistica sudafricana di grande spessore, portata avanti non senza difficoltà – a dispetto dei lunghi anni di terribile apartheid – da un gruppo di illustri musicisti costretti all’espatrio come il pianista Abdullah Hibrahim (Dollar Brand), in arrivo a maggio in Italia (v. box), il trombettista Hugh Masekela e l’indimenticabile Miriam Makeba.
Anche in America ci sono molte novità interessanti che si muovono all’interno o al contorno del cosiddetto Bam (acronimo per Black american music), un movimento radicale lanciato dal trombettista Nicholas Payton, che rivendica con forza le radici afroamericane della propria musica, rifiutando a priori l’appellativo ormai consunto di “jazz”.