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Ada Montellanico e Il canto proibito delle donne

Ada Montellanico, musicista, cantante e didatta è da sempre fortemente impegnata nella difesa dei diritti dei musicisti, ed in particolare del “fare musica”. Dal punto di vista artistico la sua ricerca espressiva si è sempre indirizzata verso nuovi confini e sperimentazioni, nelle quali è stata affiancata da partner illustri ed ogni volta diversi per attitudine e sensibilità. Basterà ricordare la sua lunga frequentazione con il repertorio di Luigi Tenco, riletto a fianco di Enrico Rava prima ed Enrico Pieranunzi poi, e gli omaggi alle grandi cantanti afroamericane, Billie Holiday nel 2008 e Abbey Lincoln con l’album Abbey’s Road del 2017.
Proprio a quel progetto si ricollega la formazione del nuovo album Canto proibito (Giotto/Egea 2024) che presenta la cantante accompagnata nuovamente da un ensemble con soli strumenti a fiato e sezione ritmica, senza alcuna presenza di strumenti armonici, guidato magistralmente dalla tromba e dagli arrangiamenti di Giovanni Falzone, in un sodalizio artistico più che decennale, iniziato con l’album Suono di donna del 2012, dedicato ancora una volta alle donne, artiste e compositrici in particolare.
Una formazione del tutto particolare, che, lavorando per sottrazione, permette alla voce di Ada, ambrata, flessibile e ricca di sfumature, di improvvisare liberamente sulle melodie originali, alternando aperture melodiche ad affilate incursioni nel canto “scat”, sia in contrappunto, che all’unisono con tromba e trombone: quindi non lo schema usuale di una cantante solista accompagnata da un quartetto, ma un vero e proprio quintetto con la voce di Ada come terzo strumento a fiato.
Incurante dei rischi, Montellanico ha voluto ancora una volta alzare l’asticella con un progetto quantomai visionario e del tutto inedito, andando a rivisitare il repertorio del canto barocco in chiave jazzistica. Come spiega il musicologo Francesco Martinelli nelle note di copertina: «In questo progetto la scelta è caduta su un periodo meno esplorato, quello del barocco maturo, con brani composti tra il 1649 e il 1724, simbolicamente proprio dopo la scomparsa di Monteverdi».
«L’idea è nata come la sintesi di tutto il mio percorso artistico – ci racconta Ada Montellanico – che parte da lontano e che potremmo riassumere in tre strade che sono andate poi a confluire in questo progetto. La prima riguarda i miei esordi con la ricerca e lo studio della musica popolare italiana, un repertorio al quale ha spesso attinto anche la cosiddetta musica “colta”. La seconda riguarda i miei studi di conservatorio che, non essendo ancora previsto a quel tempo l’insegnamento del canto jazz, giocoforza mi hanno condotto allo studio ed all’esplorazione del canto lirico, ed infine il jazz, che è il terreno nel quale mi sono cimentata, nella mia definitiva maturazione artistica».

La radice africana nell’opera di Picasso

Picasso, Donna nuda (1907)

«Al pittore Picasso che arriva a Parigi manca qualcosa; qualcosa che gli permetta di volare con le proprie ali e di esplorare quelle strade che lo porteranno a porsi alla guida dell’arte parigina e, per estensione, europea», scrivono Malén Gual e Ricardo Ostalé Romano, curatori della mostra Picasso la metamorfosi della figura al Mudec di Milano fino al 30 giugno.
«In questo processo, la sua mente di artista è come una spugna che assorbe tutto, lo filtra, lo restituisce al mondo con la sua particolare visione e un modo assolutamente unico di intendere le forme». Dal vivo, nelle sale del museo milanese quelle forme danzano in un flusso ininterrotto di schizzi, di disegni, di abbozzi. Sono i sorprendenti disegni preparatori de Les Demoiselles d’Avignon che, squadernati qui senza soluzione di continuità, mostrano come in una sequenza cinematografica la continua ricerca di Picasso sul movimento, sul corpo femminile fuso alla realtà interiore. Emerge potentissimo il suo tentativo di coglierne la dimensione irrazionale attraverso visioni che disarticolano la figura, cercando il punto di vista molteplice, mai univoco e frontale.
I due curatori hanno impaginato questa mostra costruendo un affascinante palinsesto di immagini: accanto ai disegni picassiani dell’Album n.7 maggio-giugno 1907 e a una selezione di quadri, fra i quali la fiammeggiante Femme nue (1907) il cui volto emula una maschera maliana Suruku, compaiono alcune magnetiche sculture di arte africana che Picasso collezionava.

Picasso, testa indiana variopinta (1907-08)

Colpisce in particolare un elegante guardiano di reliquiario proveniente dal Gabon assonante con una cilindrica bambola che Picasso incise nel legno nel 1907 e- almeno per chi scrive – del tutto inedita. Poco più in là una iconica Testa triste dal volto bianco (detta il clown, 1907) attira il nostro sguardo e fa pensare a una scultura che fa parte del patrimonio artistico della popolazione Kota del Gabon, che si trovava nello studio di Picasso e ha tutta l’aria di essere stata l’ispirazione di questo olio su tavola appartenente a un privato. E ancora appare fortissimo il richiamo fra la forma a clessidra della donna nuda di spalle che Picasso tracciò con il carboncino nel 1908 e una splendida figura antropozoomorfa in legno proveniente dalla popolazione Chamba della Nigeria.

Scuola, salute mentale e benessere sociale

Welfare per le nuove generazioni nasce dal tentativo di comporre prospettive e contributi che nascono in ambiti diversi in un momento storico in cui le nuove generazioni stanno mostrando una solida consapevolezza circa il loro diritto al benessere mentale.
Nella parte prima, il libro si concentra sul “problema di policy” – su quanto cioè il nostro sistema di welfare sia tradizionalmente poco rivolto verso le nuove generazioni -, su chi sono i giovani, i principali problemi che li riguardano e le politiche che possono essere introdotte a loro favore. Nella parte seconda, affronta invece il tema delle possibili soluzioni, con uno sguardo particolare alla scuola come presidio del loro benessere e luogo nel quale le differenti politiche dedicate ai giovani in età scolare possono essere definite e implementate. Pur mettendo al centro la scuola, l’analisi esula dalla mera attribuzione a essa di nuovi compiti e funzioni. L’idea è guardare al suo rapporto con il territorio e considerarla come la sede in cui i diversi attori locali che si occupano di giovani possono contribuire a definire e attuare strategie e interventi volti a promuoverne il benessere. La scuola, quindi, non è intesa esclusivamente come spazio di apprendimento e istruzione ma come ambito nel quale gli studenti possono crescere e sviluppare la propria personalità anche grazie alla sua apertura al territorio.
Il volume si articola in nove contributi. Nel primo, delineo il framework all’interno del quale si sviluppa la riflessione complessiva. L’analisi muove dall’evoluzione dello Stato sociale mostrando che, solo nella storia più recente, bambini e ragazzi sono diventati un target specifico di welfare e l’istruzione la principale leva attraverso cui dovrebbe essere garantita l’uguaglianza e promossa la mobilità sociale. Poi l’accento è posto sui processi di innovazione che hanno interessato i sistemi di welfare locale e sull’idea di benessere cui la protezione sociale dovrebbe tendere. L’attenzione si concentra sulla necessità di proporre una distinzione fra bisogni ed esigenze, sulla scorta di quanto elaborato in ambito medico dallo psichiatra Massimo Fagioli e successivamente esteso al campo dell’economia. Infine, si afferma l’importanza di ripensare la scuola come istituzione fortemente connessa al territorio e come volàno collettivo attraverso il quale gli attori istituzionali e sociali possono promuovere il benessere dei giovani.

Addormentarsi e sognare un colpo di genio

Il volume intitolato Coscienza e attività onirica scritto da Francesca Fagioli, pubblicato dalla casa editrice L’Asino d’oro nella collana Bios Psychè, all’interno della serie “Percorsi di ricerca con Massimo Fagioli” viene presentato l’11 maggio al Salone internazionale del libro di Torino. Questo lavoro critica profondamente le concezioni tradizionali nel campo del sonno e dei sogni, introducendo un approccio innovativo. Attingendo alla Teoria della nascita proposta da Massimo Fagioli a partire dal suo primo volume Istinto di morte e conoscenza, il libro esamina con rigore scientifico e un linguaggio chiaro e coinvolgente due questioni centrali: il metodo più appropriato per studiare un fenomeno estremamente soggettivo come il sogno, e la definizione e il ruolo dei sogni nella psiche umana. Inoltre, si discute come l’interpretazione dei sogni possa avere una significativa valenza medica, offrendo strumenti diagnostici e terapeutici fondamentali nella pratica clinica. Questo testo innovativo dimostra come la ricerca sui fenomeni onirici possa aprire nuove frontiere nella comprensione delle dinamiche psichiche.
Un esempio storico che illustra l’eccezionale potenziale dei sogni nel guidare scoperte scientifiche si trova nella vicenda di Otto Loewi. La notte prima di Pasqua del 1921, lo scienziato Otto Loewi si addormentò mentre leggeva. Ebbe quindi un sogno in cui visualizzava un esperimento che avrebbe potuto porre fine al dibattito su come i neuroni comunicassero tra loro. Si svegliò di notte, annotò rapidamente il suo sogno e si riaddormentò. Al risveglio, con grande frustrazione, non riuscì a decifrare le sue stesse note. La notte seguente, Loewi ebbe lo stesso sogno alle 3 del mattino. Questa volta, decise di non rischiare e si diresse direttamente al laboratorio per eseguire l’esperimento. Il risultato fu tale che portò alla scoperta della natura elettrochimica della trasmissione nervosa, un’impresa che gli è valsa il Nobel nel 1936. Questo evento, oltre a rappresentare una svolta nello studio neuronale e nella comprensione dei neurotrasmettitori, è celebre per il suo insolito metodo di scoperta: fu il pensiero inconscio, non quello cosciente, a guidare Loewi. La storia di come il sogno abbia giocato un ruolo cruciale in questa scoperta scientifica è diventata forse più famosa dell’evento stesso. In maniera totalmente opposta al metodo positivistico, che prediligeva logica ed empirismo, il sogno di Loewi ha rivelato un aspetto più intuitivo e meno tangibile della ricerca scientifica, dimostrando come il pensiero non cosciente potesse arrivare là dove la ragione non riusciva.

Lu Min: Racconto la mia infanzia nella Cina operaia

«Mi interessano le persone. Spero che nei miei romanzi i lettori possano vedere il volto di ognuna di cui scrivo», dice la scrittrice cinese Lu Min, autrice di Cena per sei (Orientalia editrice) che sarà a Milano (università Cattolica e Statale il 6 e 7 maggio), al Salone del libro di Torino il 9 maggio, a Roma (Dipartimento studi orientali de La Sapienza), il 13 maggio.
Lu Min, prima di diventare scrittrice, ha fatto molti lavori: impiegata alle poste e poi in un ufficio, progettista aziendale, reporter, segretaria e funzionaria statale. Qual è stato il punto di svolta che l’ha portata a scrivere per professione?
La scelta di scrivere per professione è stata un vero punto di svolta, un colpo di scena. Avevo più o meno 24 anni, stava calando la sera e io compilavo noiosi documenti nel mio ufficio in un palazzo di trenta piani. Dalla finestra vedevo i giochi di luce del tramonto. Nuvole scure galleggiavano nel cielo sopra le teste dei passanti: impiegati statali, venditori ambulanti, poliziotti, fattorini dell’acqua, camerieri, mamme che spingevano passeggini e così via. Avevo l’impressione di vedere anche me stessa tra la folla, correvo ansimando senza una meta. Osservavo la gente e al contempo mi guardavo. Era come se tutte quelle teste ondeggiassero in un oceano. Capii che non vedevo quelle persone per come realmente erano. L’esteriorità celava sentimenti, esperienze. Come lunghe ombre si trascinavano dietro segreti, dolori e fantasie. Ne rimasi colpita, provavo il desiderio disperato di avvicinarmi alle loro vite, ai loro cuori. Mi serviva uno strumento legittimo per farlo, un telescopio ad alta definizione o una corda da mago. Quel giorno lo trovai: la narrativa. La scrittura mi avrebbe dato la libertà e il diritto di frugare nei loro segreti. Tornai alla scrivania, chiusi il documento di lavoro, aprii un file vuoto e digitai le mie prime righe da scrittrice.
Com’è diventata una scrittrice?
Il tramonto che sembrava essere arrivato all’improvviso era stato preceduto da una lunga gavetta. Non ho ricevuto una buona istruzione, non ho frequentato l’università e ho iniziato a lavorare a 18 anni. Mi è sempre piaciuto avere a che fare con gli estranei. Le loro vite, i loro dolori e le loro gioie sono state la mia scuola. L’infanzia trascorsa in campagna ha avuto un impatto significativo su di me, ho un ricordo romantico di quella vita povera e lenta. Mia madre, una maestra elementare dal carattere forte, tirò su me e mia sorella da sola. Mio padre, poco presente da vivo e morto presto, ha plasmato la mia sensibilità con la sua assenza. Ero ottimista e pessimista allo stesso tempo, la povertà non mi toccava ma mi lasciavo entusiasmare dal destino degli altri. Forse sono stati fattori accidentali e irrilevanti come questi a fare di me una scrittrice. A volte penso di essermi spinta sulla strada della scrittura non grazie al talento ma per indole.

Ilan Pappé: «Il progetto di Tel Aviv in Palestina fallirà»

«La Palestina non era un deserto che aspettava di sbocciare; era un paese pastorale sul punto di entrare nel XX secolo come società moderna, con tutti i benefici e le problematiche di tale trasformazione. La sua colonizzazione da parte del movimento sionista avrebbe trasformato questo processo in una catastrofe per la maggior parte dei nativi che abitavano quelle terre», così Ilan Pappé nel suo 10 miti su Israele (Tamu edizioni, traduzione Federica Stagni). Docente all’ateneo di Exeter nel sudovest britannico, il rinomato studioso di origine israeliana è tra le voci più abrasive nella ricostruzione critica dei fatti di Palestina e dei misfatti compiuti dal sionismo. La sua analisi è invisa a vasti settori dell’accademia ebraica e del mondo politico israeliano. Forte della sua storia di ex docente universitario a Haifa, di attivista nella compagine di sinistra Hadash e per la tenacia e ricchezza della sua ricerca storica, il professor Pappé sviluppa argomenti che demoliscono il compatto monolite occidentale in difesa della condotta israeliana, mentre da oltre sei mesi è ancora in pieno svolgimento lo sterminio dei palestinesi di Gaza. Lo abbiamo contattato a pochi giorni di distanza da un suo recente intervento a Palazzo Vecchio nell’ambito di una conferenza internazionale promossa dal consiglio comunale di Firenze e dall’Anpi Firenze.

llan Pappé al festival di Edimburgo, 2012 Pic by Pako Mera

Professor Pappé, il discorso egemone in Occidente respinge l’equazione tra sionismo e colonialismo d’insediamento. Nella sua produzione storica e scientifica lei inquadra il sionismo come ideologia che sottende un processo colonialista volto a eliminare il popolo palestinese nativo e indigeno. Può chiarire le basi su cui si fonda il suo pensiero?
Sì, è vero che definisco il sionismo un’ideologia alla base del colonialismo d’insediamento. Si tratta di qualcosa di ben diverso da ciò che comunemente s’intende per colonialismo classico. Questo afferisce infatti all’iniziativa delle grandi potenze imperiali finalizzata a raggiungere territori più o meno lontani per stabilirvi colonie che, in un primo tempo, mirano allo sfruttamento di risorse, materie prime, quindi assoggettando i nativi, fino a esser poi spazzate via dai grandi movimenti di lotta anticoloniale. Il sionismo dà vita invece al colonialismo d’insediamento in Palestina: rifugiati ebrei, emarginati e indesiderati in Europa, cercano di costruire uno Stato ebraico europeo in un territorio dove è già presente e radicato un altro popolo. Inizialmente supportati dalla Gran Bretagna, hanno via via occupato territori trasferendo o espellendo il maggior numero possibile di popolazione indigena. Ribellatisi poi agli stessi britannici e con la creazione di Israele, persistono nel sanguinario conflitto contro il movimento anticolonialista degli indigeni palestinesi.

Dietro al premierato c’è il padre-padrone

Con l’approdo in Senato del testo del premierato, il dibattito sulle riforme istituzionali, rimasto finora in sordina, ha cominciato ad alzare la voce. Protagonisti sono ovviamente i costituzionalisti che hanno preso in larga parte posizione contraria sulla base di solidi argomenti giuridici. Un contributo nuovo, da una prospettiva diversa, può venire invece dall’antropologia politica, un ramo dell’antropologia culturale nato per indagare le possibili forme di organizzazione politica attuate nelle comunità umane.

L’antropologia culturale fin dai primordi poté constatare che i cosiddetti “selvaggi” non erano affatto schiavi di istinti incontrollati e non vivevano in comunità prive di regole, come sembrava suggerire il termine con cui venivano designati. In particolare la ricerca etnografica mostrò che i popoli “selvaggi” erano stati capaci di sviluppare una varietà di organizzazioni politiche perfettamente funzionanti anche in assenza della forma Stato. La distinzione fra società statuali e società prive di Stato o “acefale”, divenne la pietra angolare su cui l’antropologia politica iniziò a costruire il suo edificio teorico.
In tempi recenti una nuova dicotomia, che ricalca solo in parte la precedente, è stata introdotta dal collega e compagno di ricerche Alberto Cacòpardo in un volume dall’intrigante titolo Chi ha inventato la democrazia? (Meltemi 2019). La nuova dicotomia è quella fra due poli di un continuum, caratterizzati come “modello fraterno” e “modello paterno”. A un estremo abbiamo forme politiche a struttura orizzontale, basate su un rapporto paritario fra i membri del gruppo. All’estremo opposto troviamo invece forme a struttura verticale, che conoscono la gerarchia e la frattura fra dominatori e dominati, come gli assolutismi e le dittature. L’autore illustra la genesi e le articolazioni dei due modelli nell’ottica della domanda posta nel titolo, per indagarne poi le vicende nella zona delle nostre ricerche, la regione afghano-pakistana-indiana del Hindukush-Karakorum.

Il modello fraterno, che l’etnografia ha costantemente riscontrato nelle società acefale, senza Stato, ha con ogni probabilità caratterizzato le comunità della nostra specie homo sapiens per il 95% dei circa 200.000 anni della sua storia. È ragionevole presumere che per decine di migliaia di anni gli umani abbiano conosciuto solo il modello fraterno, di cui sono esistite, ed esistono ancora, innumerevoli varianti. In società di questo tipo possono emergere dei leader, ma dotati di influenza e non di potere: non possono imporre la loro volontà con la forza, e per acquisire e mantenere la loro posizione, devono assolvere a una serie di obblighi nei confronti della comunità, in primis quelli di distribuire beni e di risolvere dispute; mentre le decisioni che riguardano tutti – ovvero quelle della sfera politica – in sistemi di questo tipo vengono prese tipicamente da consigli di anziani o in pubbliche assemblee aperte a tutti gli interessati.

Sanità pubblica addio, con i feudi regionali

Il report della Fondazione Gimbe e l’appello di alcuni scienziati recentemente pubblicati offrono una visione molto negativa sullo stato del nostro Ssn che peggiorerà ulteriormente con l’approvazione – mentre andiamo in stampa è previsto il 29 aprile l’arrivo alla Camera – del Ddl Calderoli e delle intese regionali, condotte dal presidente del Consiglio, che rimetteranno alle regioni le competenze oggi dello Stato, tra cui la sanità, in parte già trasferita. L’autonomia potrà essere richiesta su tutte le 23 materie attualmente nella competenza totale o parziale dello Stato: se tale possibilità diventasse realtà, la Repubblica non esisterebbe più e lo Stato diventerebbe insignificante. Scelte così importanti, peraltro, si stanno compiendo senza rispetto alcuno della democrazia e della Costituzione. Negli ultimi mesi siamo stati intrattenuti dalla questione dei Lep, cioè i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali da garantire su tutto il territorio nazionale. Queste competenze, sostanziali per il benessere e il mantenimento della salute delle comunità, erano state già inserite nel nuovo Titolo V del 2001, ma in oltre 20 anni, non sono mai state individuate. I lavori sono in corso ma è presumibile che i Lep non vengano né individuati né applicati se non a livello minimo perché è stato ripetutamente escluso che possano essere mobilitate risorse per il loro finanziamento. Anche per i Livelli essenziali di assistenza (Lea), che esistono fin dal 2001 non furono mai introdotti specifici finanziamenti. Anzi, proprio il mancato finanziamento dei Lea per i territori in difficoltà ha contribuito all’ulteriore e progressivo impoverimento delle regioni del Sud, già penalizzate dalla ripartizione del fondo sanitario nazionale (Fsn) tra le Regioni sulla base della popolazione residente, solo in parte “pesata” per l’età, e non sulla base del reale fabbisogno.
Ciò è d’altronde in linea con quanto ripetuto nel Ddl Calderoli, e altrove, secondo cui l’Autonomia differenziata (Ad) e le singole intese non dovranno comportare costi per lo Stato, anzi, il ministero dell’Economia vigilerà che non vi siano finanziamenti per eventuali prestazioni aggiuntive necessarie a raggiungere i Lep.

Ripartiamo da Peppino Impastato

La polemica sull’intitolazione del liceo “Santi Savarino” di Partinico a Felicia e Peppino Impastato (che fu assassinato dalla mafia il 9 maggio 1978) ha sollevato un polverone che va oltre il dibattito su mafia e antimafia. La vicenda di Partinico – il parere contrario della giunta comunale al nuovo nome – non è un fatto di provincia, ma parte di una sfida culturale più ampia che si sta giocando in tutta Italia: è il tentativo di cancellare l’eredità di figure ed esperienze legate all’attivismo civile frontale, alla democrazia partecipata, e di evitare che queste storie possano diventare fonte di ispirazione per le future generazioni. La lotta per l’identità culturale di Partinico è, in ultima analisi, una lotta per l’identità di tutto il Paese perché, dopo la vittoria alle urne e dopo il maldestro tentativo di imporre un’egemonia culturale di destra, politicizzando qualche trasmissione di varietà e qualche fiction Rai e imponendo alla ribalta cantanti e presentatori compiacenti, adesso si sta provando a cancellare anche i simboli di un’eredità culturale di contestazione e insubordinazione.

Ma veniamo ai fatti: il 6 giugno 2022 il liceo di Partinico decide di cambiare il proprio nome, in considerazione del fatto che il giornalista al quale è intitolato, Santi Savarino, aveva sottoscritto durante il fascismo il Manifesto della razza e aveva avuto una corrispondenza con Frank Coppola, noto mafioso e figura chiave nel traffico internazionale di eroina. Seguendo la procedura prevista per la modifica del nome di una scuola, dopo le delibere del collegio dei docenti e del Consiglio di istituto, è toccato alla prefettura e al comune di Partinico fornire il loro parere. Il parere favorevole delle tre commissarie, che in quel periodo amministravano il comune sciolto per mafia, rimane sei mesi nei cassetti.

Mimmo Lucano: «Porterò in Europa l’utopia concreta di Riace»

Ci sono persone a cui la storia consegna un fardello da portare con rigore.
Che sia per ingenuità o caparbietà, che sia per coraggio o per ostinazione, queste persone non si fermano, non riposano, non poggiano a terra il peso di una battaglia per dire: basta, non posso più.
A Roma diremmo che “chi nasce tondo, non muore quadrato” e per quanto la vita sia un infinito rincorrere la dimostrazione che invece non sia così, che tutti noi cambiamo continuamente scossi dagli eventi e dagli incontri, questa piccola massima popolare per alcuni diventa un vestito magnifico e terribile, che non si può riporre. Ci sono, queste persone. Molte rimangono nell’anonimato, tante, proprio per questa straordinaria condotta, diventano icone, senza desiderarlo.
Mimì Lucano è una di queste.

Torniamo sulla vicenda di Domenico Lucano a distanza di qualche mese. Left non ha mai fatto mancare la sua attenzione alla battaglia di giustizia di questo combattente per l’accoglienza e la libertà ma nel preparare questo nuovo appuntamento con Mimmo, una notizia importante ha trasformato in verità giudiziaria una consapevolezza che non ha mai lasciato l’opinione pubblica del nostro Paese. Tra colloqui telefonici notturni, e incontri assolati tra Riace e Roma, abbiamo ripercorso insieme a Mimì la sua storia. Non un semplice esercizio di verità bensì ripartiamo da oggi. Da un tempo di guerra e da una sentenza d’assoluzione (il 12 aprile sono state pubblicate le motivazioni della sentenza della Corte d’Appello di Reggio Calabria ndr) che finalmente mette nero su bianco la violenza di un impianto accusatorio originario, quello del processo Xenia del Tribunale di Locri, che è poco dire vessatorio.

«Voglio cominciare da una delle ultime iniziative a cui ho partecipato a San Giovanni in Fiore, il paese di Mario Oliverio, ex presidente della Regione Calabria. La persecuzione giudiziaria che ha subito Oliverio ha tanti tratti in comune con la vicenda giudiziaria che ho attraversato negli ultimi anni ma non li affronterò ora, si possono ritrovare nel libro di Adriana Toman Pregiudizio di Stato (Città del sole edizioni). Quello che voglio dire è che abbiamo subito assieme a Mario una persecuzione che non era personale, ma politica, perché in Calabria nulla doveva cambiare, né dall’alto, né dal basso. L’attacco che ho subito sta tutto qua.