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Scoprire a 10 anni di essere fratello di una brigatista. Il memoir di Gianluca Peciola

In foto Ginaluca Peciola da bambino con il padre Giorgio Braghetti e con la madre Franca Peciola

Non basta il cuore, sono necessarie anche la forza e la lucidità per sostenere l’impatto emotivo provocato dal libro La linea del silenzio di Gianluca Peciola (Solferino edizione). Già presentato a Bologna,Milano,Palermo,Roma,Napoli, definito dal suo autore “romanzo di formazione”, questo testo dal titolo conradiano rievoca anni tempestosi della nostra Repubblica mentre in filigrana si svolgono rapporti affettivi personalissimi altrettanto coinvolgenti.Una famiglia, quella di Peciola, in cui la reverenza per il grande partito si mischia al buonsenso popolare e alla simpatia del carattere romano dei componenti, con i soprannomi che ricordano certi amatissimi film di Scola, la stessa onesta perseveranza, lo stesso humour.
Ma una rivelazione rompe l’atmosfera di racconto d’epoca: l’autore scopre all’età di dieci anni di essere il fratello di Laura Braghetti, componente della colonna romana delle Br, nel 1978 presente nel sequestro Moro, assieme a Moretti, Gallinari, Maccari alias ingegner Altobelli, nel covo di via Montalcino, l’unica ad opporsi alla condanna a morte del ministro, che a piazza Nicosia nel’79 irrompe nella sede della Dc e che 1980, sparò nell’omicidio del vicepresidente del Csm, Vittorio Bachelet.
Il segreto “traumatico” come dice l’autore, ne nasconde un altro: la madre, Franca, rivelandogli quella fraternità scomoda, ma amata, gli confida anche l’identità del suo vero padre, chiedendogli contemporaneamente di rispettare quella “linea del silenzio” cui tutta la famiglia si era attenuta, come una consegna.
«Il segreto per me più bruciante era quello su mio padre, per me atteso fino a quel momento e che rivelava in contemporanea una fraternità difficile», ci dice Gianluca Peciola, «mi sono sempre chiesto perché nessuno fino ad allora avesse voluto parlarne in famiglia». «Per Laura era diverso: avevamo una confidenza contenuta ma costante, quando c’era. Ma Laura c’era sempre più raramente, spariva per giorni e nessuno sapeva dove fosse».

Per un bambino nato intorno al 1970 fuori dal matrimonio, dal punto di vista dei diritti sociali, quelli erano anni difficili: la legge sul divorzio approvata nel ’74, la potestà maritale nel ’75, sull’uguaglianza dei coniugi, i figli nati fuori dal matrimonio erano illegittimi, secondo l’articolo 254, dare la legittimità sarà possibile molti anni dopo, nel 2012.
Giorgio Braghetti, padre legittimo di Laura e padre naturale di Gianluca, che tuttora porta il cognome della madre, era da lui conosciuto come zio Giorgio; zio acquisito in quanto la moglie Gina, madre di Laura, era la cugina di Franca. Gina muore presto e Giorgio, dopo un secondo matrimonio con un’altra donna (così dicono in famiglia), seguìto da una separazione, era rimasto solo. L’amore, all’interno della grande famiglia allargata, (il fantastico zio Angelo, grande lavoratore, fedele al partito, sua moglie, le due zie Gilda ed Ersilia) per quella donna onesta e lavoratrice, era sbocciato quasi naturalmente. Quando Gianluca aveva quattro anni, lo “zio Giorgio” morì.
Peciola scrive, una volta cresciuto, cominciava ad avere dei sospetti sulla sua origine, che c’era qualcosa che riguardava suo padre che non veniva detto. «Sì, mettevo insieme delle parole, delle frasi che non mi tornavano, spesso capitava che chiamassi papà mio zio Angelo. Annotavo su un quaderno impressioni e riflessioni». Era forse già l’inizio del libro?
«Forse. C’erano anche riflessioni sulla scuola, sulle scelte politiche, in quell’epoca erano importanti. Il libro l’ho iniziato molti anni fa, poi l’ho lasciato per lunghi periodi. Aspettavo il momento in cui maturasse dentro me il sentimento giusto per mettere in chiaro il rovello che mi portavo,. Mettere su carta mi ha aiutato a pensare, a cercare con più cura nella mia intimità”. Adesso, nella sua vita si svolgevano all’improvviso due vicende parallele: la ricerca di un padre assente e l’amore per una sorella travolta da ideali assolutistici, dalla folle idea che per cambiare la società si dovesse essere disposti a tutto.
«Due traumi», ripete Peciola, «legati tra loro, in una famiglia che mi ha dato molto, che mi spronava al rispetto degli altri, ma che non mi ha permesso di fare chiarezza sulle mie radici”. Il rapporto con Laura è sempre stato buono, prima più distante, quasi educazionale, poi affettivo nel vero senso del termine. Quello con mio padre mi è mancato molto, mi mancava quel senso di “fondazione”, malgrado la mia famiglia sia stata molto presente.

In un quartiere come era il Quarto Miglio, definito “ibrido” perché di tradizione popolare ma anche abitato da borghesi e piccolo borghesi, diventava difficile il rapporto con i vicini di casa, gli amici di zio Angelo fervente comunista, la disapprovazione di una comunità che si aiuta ma che è pronta al giudizio, l’imbarazzo nei giorni del rapimento, l’inizio della rottura con alcuni abitanti di quel territorio, la realtà che imponeva la scelta tra stare con il partito o con le Br, il suo rifiuto per quella violenza, l’autonomia di scelta nella sua vita politica, l’amore per le donne della sua famiglia allargata. E se non bastasse, quello che lui definisce «amore assoluto» per quella sorella che lo esortava a studiare, a scegliere un buon liceo, a comprendere che solo con la cultura si poteva battere il nemico e che continuerà come sorella maggiore. «Io sono cresciuto nel rapporto con lei», nonostante il carattere sporatico degli incontri, afferma Peciola, «e con me stesso ,nei colloqui avuti con lei dentro il carcere. Mi diceva di leggere Gramsci, ma anche Il giovane Holden di Salinger, si preoccupava che la mia preparazione fosse completa per affrontare la vita e il lavoro. Ma soprattutto mi parlava di mio padre.Mi raccontava di quanto ero stato amato da lui, cose che nessuno aveva saputo dirmi prima. Paradossalmente tutto quanto mi era mancato fuori da quelle mura, nella vita normale, lo acquistavo lì dentro, in quei dialoghi nel carcere».
Prima in quello di Voghera, poi in quello di Latina, di Roma, infine nei brevi incontri in casa quando, dopo il 1994, Laura si occupava delle condizioni degli altri detenuti, e aveva un permesso per uscire, tornando alla sera a Rebibbia. Nella casa sulla Laurentina, dove la famiglia si era trasferita, con la malinconia di chi si è reso conto di aver sbagliato, «sono qui a passeggio con te»,gli dice in quell’occasione la sorella, «prendiamo questo sole, il clima è tiepido, sopra ci aspettano per pranzare…» e continua «abbiamo tenuto Moro cinquanta giorni in uno spazio di neanche cinquanta metri quadri: lo Stato borghese pur nella sua crudeltà, è stato più generoso.. …» e poi «non si realizza nulla di buono se le premesse sono quelle che abbiamo creato con quei morti e la scia di dolori lunga chissà fino a quante generazioni».
Una testimonianza struggente e amarissima ad un fratello finalmente ri-conosciuto, libero dal silenzio nel quale era stato costretto, avviluppato dentro un mistero senza ragione. Una storia potente da romanzo russo, dove i sentimenti filiali e quelli legati alla fraternità si danno la mano continuamente nello svolgimento delle vicende. Una madre presente e silenziosa «vedova in ombra», dice lui, un padre, nato nel suo stesso giorno, stimato per la sua storia partigiana, testimoniata dai documenti Anpi, rimpianto, disapprovato per non essersi imposto nel suo ruolo prima di morire, e dopo, forse, irrazionalmente, per averlo “punito” morendo.
Per questo lei parla di romanzo di formazione ? Torniamo a chiedere a Peciola.
«Si, intendo dire non solo di formazione personale, la rielaborazione di sentimenti contrastanti, di identità negate, di distanze necessarie da prendere anche da chi amiamo, ma anche il riconoscimento della mia abilità di mettere insieme ricordi, memoria delle sensazioni, persino delle foto guardate tante volte, studiate, per cercare una ragione a quella distanza imposta. Per me questo libro rappresenta la chiusura di un cerchio, la ripresa di una figura fondamentale che mi è mancata, era una necessità “riparatoria”, la riparazione di un torto che sento di aver subito».
Ha dedicato il libro a sua figlia, come mai? «è stato un atto paterno, il bisogno di affermare la mia verità. Come dirle che questa è la mia storia e la nostra storia. Volevo sapesse chi era mio padre, chi era stato suo nonno. Una pacificazione con le mie, le nostre fragilità».

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Gianluca Peciola

 

 

 

 

In apertura Gianluca Peciola da bambino con il padre Giorgio Braghetti e sua madre Franca Peciola.

Non li votano nemmeno i parenti

Il candidato alle elezioni europee Pietro Fiocchi vi sarà capitato di vederlo se abitate in una sua circoscrizione elettorale. Nel manifesto il candidato di Fratelli d’Italia imbraccia un fucile e punta direttamente in faccia i malcapitati che lo osservano. Niente di nuovo, Fiocchi a Natale aveva riempito la sua Lecco con manifesti in cui appariva seduto su un poltrona con dietro un albero addobbato con bossoli colorati. 

Fiocchi è l’ex presidente e membro del consiglio d’amministrazione di Fiocchi of America Inc., la divisione americana dell’azienda. Cacciatore convinto, Fiocchi è uno dei tanti feticisti delle armi e del suo uso di questa destra che si sogna trumpiana. 

Qualche giorno fa Pietro Fiocchi è stato criticato nientedimeno che dal cugino Stefano Fiocchi, presidente del Consiglio di amministrazione della Fiocchi spa, che ha chiarito come il meloniano sia “solo un socio di minoranza della Giulio Fiocchi Holding. Non supportiamo e non finanziamo in alcun modo la sua campagna elettorale“. Non solo, Stefano Fiocchi in un’intervista al Corriere della sera ha spiegato che il parente “è stato invitato formalmente a evitare riferimenti alla società“. I cartelloni? “Un’immagine da cui ci dissociamo“, dice Stefano Fiocchi. 

Un candidato politico che vorrebbe una seggiola a Bruxelles che non verrebbe votato dai parenti ma che inevitabilmente prenderà i voti di parecchi esaltati è una fotografia paradigmatica di quest’epoca politica in cui si esagera per farsi notare, con buona pace della credibilità personale e della dignità, mentre i capi partito (in questo caso la presidente del Consiglio Giorgia Meloni) imbarcano voti senza proferire verbo. 

Buon mercoledì. 

Nella foto: frame del video di Pietro Fiocchi per gli auguri di Natale 2023

Liliana Segre: «Il premierato ha aspetti allarmanti, non posso tacere»

Signor Presidente, Care Colleghe, Cari Colleghi, continuo a ritenere che riformare la Costituzione non sia una vera necessità del nostro Paese. E le drastiche bocciature che gli elettori espressero nei referendum costituzionali del 2006 e del 2016 lasciano supporre che il mio convincimento non sia poi così singolare.
Continuo anche a ritenere che occorrerebbe impegnarsi per attuare la Costituzione esistente. E innanzitutto per rispettarla. Confesso, ad esempio, che mi stupisce che gli eletti dal popolo – di ogni colore – non reagiscano al sistematico e inveterato abuso della potestà legislativa da parte dei Governi, in casi che non hanno nulla di straordinariamente necessario e urgente.
Ed a maggior ragione mi colpisce il fatto che oggi, di fronte alla palese mortificazione del potere legislativo, si proponga invece di riformare la Carta per rafforzare il già debordante potere esecutivo.
In ogni caso, se proprio si vuole riformare, occorre farlo con estrema attenzione. Il legislatore che si fa costituente è chiamato a cimentarsi in un’impresa ardua: elevarsi, librarsi al di sopra di tutto ciò che – per usare le parole del Leopardi – “dall’ultimo orizzonte il guardo esclude”. Sollevarsi dunque idealmente tanto in alto da perdere di vista l’equilibrio politico dell’oggi, le convenienze, le discipline di partito, tutto ciò che sta nella realtà contingente, per tentare di scrutare quell’ “Infinito” nel quale devono collocarsi le Costituzioni. Solo da quest’altezza si potrà vedere come meglio garantire una convivenza libera e sicura ai cittadini di domani, anche in scenari ignoti e imprevedibili.
Dunque occorrono, non prove di forza o sperimentazioni temerarie, ma generosità, lungimiranza, grande cultura costituzionale e rispetto scrupoloso del principio di precauzione. Non dubito delle buone intenzioni dell’amica Elisabetta Casellati, alla quale posso solo esprimere gratitudine per la vicinanza che mi ha sempre dimostrato. Poiché però, a mio giudizio, il disegno di riforma costituzionale proposto dal governopresenta vari aspetti allarmanti, non posso e non voglio tacere.
Il tentativo di forzare un sistema di democrazia parlamentare introducendo l’elezione diretta del capo del governo, che è tipica dei sistemi presidenziali, comporta, a mio avviso, due rischi opposti.
Il primo è quello di produrre una stabilità fittizia, nella quale un presidente del consiglio cementato dall’elezione diretta deve convivere con un parlamento riottoso, in un clima di conflittualità istituzionale senza uscita. Il secondo è il rischio di produrre un’abnorme lesione della rappresentatività del parlamento, ove si pretenda di creare a qualunque costo una maggioranza al servizio del Presidente eletto, attraverso artifici maggioritari tali da stravolgere al di là di ogni ragionevolezza le libere scelte del corpo elettorale.
La proposta governativa è tale da non scongiurare il primo rischio (penso a coalizioni eterogenee messe insieme pur di prevalere) e da esporci con altissima probabilità al secondo. Infatti, l’inedito inserimento in Costituzione della prescrizione di una legge elettorale che deve tassativamente garantire, sempre, mediante un premio, una maggioranza dei seggi a sostegno del capo del governo, fa sì che nessuna legge ordinaria potrà mai prevedere una soglia minima al di sotto della quale il premio non venga assegnato.
Paradossalmente, con una simile previsione la legge Acerbo del 1923 sarebbe risultata incostituzionale perché troppo democratica, visto che l’attribuzione del premio non scattava qualora nessuno avesse raggiunto la soglia del 25%. Trattando questa materia è inevitabile ricordare l’Avvocato Felice Besostri, scomparso all’inizio di quest’anno, che fece della difesa del diritto degli elettori di poter votare secondo Costituzione la battaglia della vita. Per ben due volte la Corte Costituzionale gli ha dato ragione, cassando prima il Porcellum e poi l’Italicum perché lesivi del principio dell’uguaglianza del voto, scolpito nell’art. 48 della Costituzione. E dunque, mi chiedo, come è possibile perseverare nell’errore, creando per la terza volta una legge elettorale destinata a produrre quella stessa “illimitata compressione della rappresentatività dell’assemblea parlamentare” ?
Ulteriore motivo di allarme è provocato dal drastico declassamento che la riforma produce a danno del Presidente della Repubblica. Il Capo dello Stato infatti non solo viene privato di alcune fondamentali prerogative, ma sarebbe fatalmente costretto a guardare dal basso in alto un Presidente del Consiglio forte di una diretta investitura popolare.
E la preoccupazione aumenta per il fatto che anche la carica di Presidente della Repubblica può rientrare nel bottino che il partito o la coalizione che vince le elezioni politiche ottiene, in un colpo solo, grazie al premio di maggioranza.
Anzi, è addirittura verosimile che, in caso di scadenza del settennato posteriore alla competizione elettorale, le coalizioni possano essere indotte a presentare un ticket, con il n° 1 candidato a fare il capo del governo ed il n° 2 candidato a insediarsi al Quirinale, avendo la certezza matematica che – sia pure dopo il sesto scrutinio (stando all’emendamento del Sen. Borghi) – la maggioranza avrà i numeri per conquistare successivamente anche il Colle più alto. Ciò significa che il partito o la coalizione vincente – che come si è visto potrebbe essere espressione di una porzione anche assai ridotta dell’elettorato (nel caso in cui competessero tre o quattro coalizioni, come è già avvenuto in un recente passato) – sarebbe in grado di conquistare in un unico appuntamento elettorale il Presidente del Consiglio e il governo, la maggioranza assoluta dei senatori e dei deputati, il Presidente della Repubblica e, di conseguenza, anche il controllo della Corte Costituzionale e degli altri organismi di garanzia. Il tutto sotto il dominio assoluto di un capo del governo dotato di fatto di un potere di vita e di morte sul Parlamento.
Nessun sistema presidenziale o semi-presidenziale consentirebbe una siffatta concentrazione del potere; anzi, l’autonomia del Parlamento in quei modelli è tutelata al massimo grado. Non è dunque possibile ravvisare nella deviazione dal programma elettorale della coalizione di governo – che proponeva il presidenzialismo – un gesto di buona volontà verso una più ampia condivisione. Al contrario, siamo di fronte ad uno stravolgimento ancora più profondo e che ci espone a pericoli ancora maggiori. Aggiungo che il motivo ispiratore di questa scelta avventurosa non è facilmente comprensibile, perché sia l’obiettivo di aumentare la stabilità dei governi sia quello di far eleggere direttamente l’esecutivo si potevano perseguire adottando strumenti e modelli ampiamente sperimentati nelle democrazie occidentali, che non ci esporrebbero a regressioni e squilibri paragonabili a quelli connessi al cosiddetto “premierato”. Non tutto può essere sacrificato in nome dello slogan “scegliete voi il capo del governo!” Anche le tribù della preistoria avevano un capo, ma solo le democrazie costituzionali hanno separazione dei poteri, controlli e bilanciamenti, cioè gli argini per evitare di ricadere in quelle autocrazie contro le quali tutte le Costituzioni sono nate.

Il senso di Pechino per la scienza, raccontato da Simone Pieranni

Dalla fama di “fabbrica del mondo” al ruolo di gigante high-tech, la Cina ha attraversato un cambiamento epocale, trasformandosi nella seconda potenza mondiale. Oggi attraverso il nuovo libro Tecnocina: Storia della tecnologia cinese dal 1949 a oggi (Add editore) di Simone Pieranni, uno dei più attenti studiosi italiani della Cina, ci possiamo immergere nella storia della Repubblica Popolare, squarciando quel sistema di pensiero chiamato “orientalismo” che spesso porta a perpetuare stereotipi e distorsioni di un Paese e di una cultura che oramai è divenuta fondamentale, per chi vuol comprendere “i fatti del mondo”.
Questo viaggio nella storia contemporanea cinese avviene attraverso vicende prima ignorate, con protagoniste storie di donne e uomini finora trascurati. Il racconto del giornalista (fondatore di China files e ora in forze a Chora media) dipinge un quadro di epiche scoperte e tumultuosi stravolgimenti politici, riflettendo su idee brillanti e colossali fallimenti. In occasione della seconda ristampa di Tecnocina  e di due presentazioni a Roma e a Ivrea, l’abbiamo intervistato.

Simone Pieranni, il suo libro è basato sulla storia di alcuni scienziati. Perché ha scelto questo specifico modo di raccontare la tecnologia cinese?
Attraverso le storie delle persone, si riesce a ricreare il contesto nel quale avvengono tutte una serie di scoperte e innovazioni. Quindi, secondo me, è un modo più semplice e anche più empatico per entrare all’interno di storie che altrimenti rischiano di essere molto tecniche e di far perdere di vista quello che era il contesto umano, soprattutto nei primi tempi della Repubblica Popolare. Per fare un esempio, gli scienziati che tornano dall’Occidente per contribuire alla creazione della Nuova Cina non hanno una vita semplicissima, la loro storia personale aiuta anche a capire come alcune innovazioni e scoperte abbiano una rilevanza ancora maggiore proprio perché all’interno di un contesto molto complicato.
Nel suo libro, molte donne sono presentate in contesti storici precisi, mentre sembra che nella narrazione contemporanea se ne parli meno. C’è una motivazione storica o culturale dietro questo fenomeno?
Nella storia della Cina, le donne hanno svolto un ruolo molto importante nel campo della scienza e della tecnologia, specialmente nella prima fase. Nonostante gli errori compiuti da Mao Zedong, è evidente che in quel periodo ci sia stata un’emancipazione delle donne. Oltre alla celebre frase di Mao secondo cui «le donne sono l’altra metà del cielo», vi erano vecchi valori confuciani paternalistici e patriarcali contro cui Mao aveva deciso di combattere. Questo cambiamento ha consentito a molte donne di accedere a studi e obiettivi scolastici che precedentemente non avevano, facilitando il loro successo soprattutto nel campo della scienza e della tecnologia. Anche se nel panorama politico cinese ci sono poche donne in ruoli di comando, nell’ambito scientifico esse rimangono comunque molto importanti.
Esiste un punto di svolta significativo nella storia della tecnologia cinese?
Il punto di svolta più significativo è probabilmente quello degli anni Ottanta, quando nasce il programma chiamato 863, che di fatto liberalizza il settore della ricerca scientifica, consentendo agli scienziati di avere il comando della situazione. Mentre in precedenza, soprattutto durante l’epoca maoista, era la politica a guidare il timone della ricerca, dagli anni Ottanta in avanti comincia una fase nella quale il Partito comunista arretra un po’ rispetto agli scienziati, ai quali dà completamente la responsabilità di indicare gli obiettivi e di organizzare anche il modo attraverso il quale ottenerli.
Quali sono secondo lei i punti fondamentali della visione della tecnologia in Cina. Ci sono differenze con quella europea o statunitense?
Ovviamente, il Partito comunista cinese ha sempre avuto un forte supporto propagandistico e mediatico, utilizzando la ricerca, l’innovazione e il progresso tecnologico come simboli del progresso generale della Cina. Inizialmente, questi sono stati presentati come strumenti per alleviare le sofferenze della popolazione cinese, poi per migliorare le condizioni economiche e infine per rendere la Cina più forte anche a livello internazionale. Soprattutto nell’ultimo periodo, secondo me, c’è una differenza molto evidente. Ad esempio, per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, permane questo atteggiamento ottimista da parte dei cinesi, che hanno visto questo progresso avvenuto soprattutto negli ultimi 30 anni come un miglioramento fondamentale nella loro vita. Di conseguenza, c’è una visione tutto sommato ottimistica, rispetto magari a una visione più cupa che possiamo avere noi.
Può fare una previsione rispetto a quello che viene chiamato conflitto dei superconduttori fra Cina Taiwan e Usa? Nello specifico quanto reggerà lo “scudo di silicio” taiwanese prima che i cinesi raggiungano tecnologicamente (e fisicamente) l’isola?
La previsione non è difficile da formulare, perché è abbastanza universalmente accettato che le restrizioni commerciali imposte alla Cina non porteranno a un blocco indefinito. Inizialmente, queste restrizioni hanno danneggiato la Repubblica Popolare, ma adesso ha capito come riorganizzarsi. Ad esempio, in questo momento si punta molto sull’utilizzo di chip di qualità inferiore che possono essere acquistati in maggior quantità, ma combinandoli riescono comunque ad ottenere capacità considerevoli. Questo è ciò che viene comunemente definito come “ciclo”, e viene visto da tutti come il modo in cui la Cina ha affrontato efficacemente questa sfida. Inoltre, la Cina sta facendo molte sperimentazioni con nuovi materiali conduttivi, il che porta a sviluppi interessanti che potrebbero risolvere questo problema nel lungo termine. Quindi, sebbene temporaneamente la situazione possa risultare fastidiosa per la Cina, è probabile che il problema venga risolto. Questo non è un mio pensiero personale, ma è condiviso da molti osservatori del settore.
Spesso in ambito tecnologico si dice che gli Stati Uniti inventano, l’Europa regolamenta e l’Asia (Cina) migliora. Qual è il contributo complessivo della Cina alla scienza e perché sembra essere sottovalutato, soprattutto nella storia occidentale?
Purtroppo il contributo sottovalutato non è solo quello della Cina. Noi abbiamo una visione molto eurocentrica, ma anche dall’Africa, dall’America Latina e da altre zone del mondo arrivano dei contributi scientifici molto importanti, anche recenti. Siamo noi che non li vediamo, ma il resto del mondo va avanti e le comunità scientifiche lo sanno benissimo.
Della triangolazione mi sembra che l’unica cosa che per ora rimanga sia la regolamentazione dell’Unione europea. È proprio questo che è cambiato. La Cina, a un certo punto, si è piazzata nella posizione degli Stati Uniti, e questo è ciò che ha creato lo sconvolgimento che ha portato allo scontro tecnologico e commerciale. L’esempio principale è TikTok. Nel momento in cui un algoritmo “made in China” diventa l’applicazione più scaricata in Occidente, ecco che questa triangolazione probabilmente possiamo dire che appartiene al passato.
La tecnologia è vista come un mezzo di libertà nell’Occidente, mentre in Cina si pensa che sia sinonimo di sorveglianza e controllo. È una visione giusta o parziale?
È una visione parziale perché la tecnologia è sorveglianza e controllo ovunque. Dipende da chi la usa; la tecnologia non è neutra, e quindi dipende da chi la utilizza, sia in Cina che in Occidente. È chiaro che in Cina, essendoci un partito unico che fa del controllo sociale e della sorveglianza uno dei suoi elementi distintivi, grazie alla tecnologia, diciamo, non può procedere in maniera più spedita e viene facilitata nel fare ciò. Tuttavia, in Cina, la tecnologia è vista molto di più dai cinesi come un mezzo per semplificare e migliorare la vita. Quindi, è una visione un po’ nostra quella di considerare che in Cina sia sinonimo di sorveglianza e controllo, anche perché in Cina, nel momento in cui di recente il settore, ad esempio, di estrazione dei dati e di riconoscimento facciale mancava completamente di un quadro normativo, ci sono state molte proteste da parte degli utenti cinesi e alla fine si è provveduto a perimetrare quell’area. Quindi, in realtà, c’è molta più dialettica in Cina di quanto pensiamo, e la visione che sia solo sorveglianza e controllo è totalmente parziale e molto poco accurata.
Una visione positivistica della scienza ritiene che con l’aumentare del benessere di un popolo, anche grazie alla tecnologia, questo tenda a chiedere più diritti. Questa visione della storia e della società è europocentrica o è replicabile anche per un Paese come la Cina?
Si è sempre pensato che il benessere debba portare per forza alla democrazia, e la Cina è proprio il Paese che smonta questa lettura. È uno Stato autoritario che ha saputo creare molta ricchezza, quindi non ha assolutamente alcun bisogno, almeno fino a prima del Covid, neanche di esprimere chiaramente esigenze di democratizzare il proprio sistema politico. Anzi, la crisi della democrazia occidentale è un tema di cui si discute molto in Cina. Questo non significa che naturalmente molti cittadini cinesi preferirebbero avere un sistema multipartitico con delle venature democratiche, ma almeno fino a prima del Covid, per i cinesi tutto sommato non era un problema avere una limitazione di quelle che per noi sono libertà. Dopo il Covid, questo è un po’ cambiato, perché i lockdown hanno messo di fronte al problema anche chi percepiva l’esistenza del partito, ma tutto sommato non era infastidito più di tanto nella sua vita quotidiana. Adesso si apre tutta una nuova partita, ma che non ha niente a che vedere con un’eventuale diatriba tra sistema autoritario e democrazia. Si parla sempre un po’ di aggiustamenti e di una richiesta generale al Partito comunista di allentare eventualmente alcune delle sue capacità di essere particolarmente autoritario, ma non è il momento propizio per questo perché Xi Jinping non ha assolutamente l’idea o l’intenzione di cambiare il suo approccio, almeno stando a quello che sappiamo.

Dal vivo: il 14 maggio ore 18.30, Simone Pieranni presenta Tecnocina a Roma, al Caffè Letterario Horafelix
2 giugno  sarà Ivrea, al festival  La Grande Invasione 

Il ripudio totale di ogni guerra salva la democrazia. Il nuovo libro di Domenico Gallo

In occasione dell’uscita del nuovo libro del giurista Domenico Gallo Guerre (Delta3edizioni) pubblichiamo la presentazione firmata dalla costituzionalista e docente universitaria Alessandra Algostino

Il testo di Domenico Gallo è un percorso che attraversa due guerre, quella tra Russia e Ucraina e il conflitto israelo-palestinese, andando alla ricerca delle loro radici, decodificandone il contesto e immaginando soluzioni oltre il buio della violenza bellica. È limpida, sin dalle prime righe, la forte opzione pacifista dell’autore; è un pacifismo non arreso, che coniuga al disincanto di una interpretazione divergente rispetto al dilagare della «narrazione bellicista» la ricerca di vie concrete per uscire dalla guerra, nella consapevolezza che «se si oscurano le cause che hanno portato alla scoppio del conflitto, … come si fa a rimediare agli errori commessi per impostare un nuovo criterio di convivenza pacifica?».
Affiora, quasi naturalmente, dalla messa a nudo dei fatti, il nesso tra pace e democrazia, che sottintende il suo opposto, il legame fra guerra ed autoritarismo: «la dottrina democratica non è fatta per arrestarsi e per concludersi alle frontiere nazionali. È verità ormai troppe volte tragicamente scontata che totalitarismo e dittatura all’interno significano inesorabilmente nazionalismo e guerra all’esterno» (Piero Calamandrei, Costituente italiana e federalismo europeo, settembre 1945, ora in Id., Opere giuridiche, III, Diritto e processo costituzionale, edizione Roma TrE-Press, Roma, 2019, p. 212).

L’attenzione privilegiata alle guerre interseca l’analisi dei pericoli che il «vento sovranista» porta con sé, sospingendo la democrazia verso «un altro pianeta, che non è più quello della Repubblica fondata sulla Costituzione nata dalla Resistenza». Come netta è l’opzione pacifista, altrettanto è chiara la scelta per una democrazia (la democrazia vive aggettivata) nella quale centrale è l’equilibrio dei poteri (fra legislativo ed esecutivo, ma senza dimenticare l’indipendenza del potere giudiziario) come la tutela dei diritti di tutti, in primis i soggetti fragili, quali le persone migranti.
Si coglie il coinvolgimento di Domenico Gallo per le vicende umane, la passione per l’umanità, per le persone che stanno dietro l’apparenza da videogioco della guerra («duecentomila giovani, russi ed ucraini spazzati via, cancellati per sempre i loro sogni e la loro vita»): «se scompare il fattore umano la storia precipita nella barbarie». È una passione critica e partigiana, con i piedi saldamente poggiati sul sentiero della pace e della democrazia.

Nel testo, che si pone in continuità con i precedenti libri (Il mondo che verrà, 2022 e Guerra Ucraina, 2023, entrambi Delta 3 Edizioni), si snodano gli avvenimenti lungo l’arco del 2023, con un approccio che non è mai mero racconto, descrittivo, ma costante analisi critica, una lettura dei fatti altra rispetto a quella dominante.
Edward W. Said (Representations of the intellectual, 1994, trad. it. Dire la verità. Gli intellettuali e il potere, ed. Feltrinelli, Milano, 2014, p. 26), ragionando sul ruolo dell’intellettuale, scrive: muovendo dal fondamento dei «principi universali» per cui «tutti gli essere umani hanno diritto di aspettarsi dai poteri secolari o dallo stato modelli di comportamento dignitosi in fatto di libertà e giustizia», il compito è «sollevare pubblicamente questioni provocatorie», «sfidare ortodossie e dogmi», «trovare la propria ragion d’essere nel fatto di rappresentare tutte le persone e le istanze che solitamente sono dimenticate oppure censurate».
In questo orizzonte si situa lo sguardo di Domenico Gallo, che assume l’abito del disertore rispetto alla costruzione mediatica e interpretativa dominante e omologante, dove la logica dicotomica della guerra espelle il ragionamento in termini di complessità come l’analisi che muove dalla profondità della storia.
Esplicita la distanza da un approccio semplificatore e appiattito sul presente Gallo laddove, ragionando sul futuro dell’Ucraina, propone di andare a ritroso («se la guerra è iniziata il 24 febbraio, la pace ha cominciato ad estinguersi molto tempo prima») e ricostruisce la storia e il ruolo della Nato («il fatto che per oltre 25 anni gli Usa hanno praticato una nuova guerra fredda per umiliare ed isolare la Russia»). Comprendere il contesto antecedente il 24 febbraio 2022 è fondamentale per riprendere la strada che aveva portato, nel 1975, alla Conferenza di Helsinki sulla sicurezza e cooperazione in Europa: «La visione del futuro può nascere solo da una revisione critica del passato, dal ripudio di una politica orientata a costruire l’ostilità nei rapporti fra le nazioni, a perseguire la “sicurezza” di una parte (la nostra) a danno dell’altra parte, incrementando le minacce militari e l’assedio geopolitico al “nemico”».

Ad essere rifiutati sono la «mitologia della vittoria» e il «furore bellico», che evocano tenebre e olocausto nucleare, la copertura ideologica della guerra e delle «azioni più atroci e disumane, che [ne] costituiscono l’essenza» attraverso il richiamo a «valori assoluti», la necropolitica praticata nei confronti delle persone migranti. Ad essere evocate sono espressioni come «cessate il fuoco», «negoziati», «blocco della fornitura di armi»; ad essere argomentato è il rispetto del diritto internazionale così come una interpretazione del principio pacifista coerente con il dettato e la ratio dell’articolo 11 della Costituzione, con il rifiuto delle letture riduttive e strumentali della norma.
Ragionando di guerra, un inciso: anche in relazione alle persone migranti, alle quali Domenico Gallo non manca di dare attenzione, si può ricorrere al termine “guerra”. È una guerra condotta su un fronte interno, laddove lo straniero è il nemico, sul quale sperimentare politiche di criminalizzazione ed esclusione e scaricare la rabbia sociale; e su un fronte esterno, con le politiche di esternalizzazione delle frontiere, che nell’ansia di difendere i confini, neutralizzano il diritto di asilo e delocalizzano tortura e morte.
Decostruire le narrazioni dominanti, così come contestualizzare i fatti nei tempi lunghi della storia, significa compiere un’opera di demistificazione prodromica e indispensabile per immaginare, e costruire, una visione alternativa del mondo: occorre «fare i conti con la realtà» e «articolare un progetto di futuro».
Senza passato, si indebolisce la critica dell’esistente e si rinchiude l’orizzonte del futuro nella perpetuazione di un eterno presente.

Il libro percorre, come anticipato, il 2023, dai giorni che ne precedono l’avvio, rilevando immediatamente come sia «difficile ripetere i soliti riti propiziatori perché all’orizzonte infuria un tempesta che non accenna a placarsi». È una tempesta esterna, che ha il suo occhio del ciclone nella guerra in Ucraina, ed interna, con un triplo fronte: presidenzialismo, riforma della giustizia e autonomia differenziata.
Il primo capitolo si focalizza sulla guerra ucraina, con un quadro che non può che essere fosco sin dalle prime pagine, dalle riflessioni sull’anno che verrà; sarà buio con la tragedia che si consuma a Gaza, sotto gli occhi strabici di un mondo che ancora indossa lenti coloniali, applicando in senso selettivo il diritto internazionale.
Al conflitto in Medio Oriente è dedicato il secondo capitolo, ma le tensioni e le contraddizioni della democrazia israeliana relative sia alla riforma della giustizia voluta da Netanyahu sia alle pratiche di apartheid nei confronti dei palestinesi sono rilevate da Gallo già prima del 7 ottobre. È un esempio, quest’ultimo, di come il testo colga elementi lasciati ai margini dall’informazione mainstream, con una attenzione sia alla letteratura (il commento, ad esempio, al testo di Benjamin Abelow, Come l’Occidente ha provocato la guerra in Ucraina, Fazi, 2023) sia a fatti non rilevati o “liquidati” sbrigativamente (per tutti, cito il piano di pace cinese relativo alla guerra russo-ucraina presentato il 24 febbraio 2023).

Nel seguire, con partecipazione, la guerra contro il popolo palestinese (è innegabile che non sia una guerra solo contro Hamas, dopo più di 30mila morti, dei quali il 70% donne e bambini, bombardamenti indiscriminati, privazioni di acqua, luce, gas, comunicazioni; per tacere – per non tacere – delle violenze compiute in Cisgiordania e del regime alle quali sono soggetti i palestinesi in Israele), Domenico Gallo denuncia come «falsa» la «narrazione dominante di uno Stato democratico costretto a stroncare un terrorismo diabolico che minaccia la sua stessa esistenza. Per quanto le incursioni compiute da Hamas il 7 ottobre possano facilmente essere assunte nella categoria del terrorismo e ricadere nel catalogo dei crimini contro l’umanità, non si può ignorare il fatto che esiste un popolo oppresso e uno Stato oppressore». In questa prospettiva viene richiamato il diritto internazionale, quello di ultima istanza, il diritto internazionale umanitario nei conflitti armati, come quello che sancisce il diritto all’autodeterminazione dei popoli, e si situano le riflessioni in ordine alla «spirale di violenza», alle ragioni dell’umanità ma anche della convenienza politica, l’accorata denuncia del genocidio in atto a Gaza. E appare la ricerca di soluzioni, che non si possono limitare alla tregua umanitaria, ma esigono un cessate il fuoco, come terreno sul quale progettare un intervento delle Nazioni Unite: «la Striscia di Gaza deve essere sottratta al controllo di Israele» e affidata «ad una missione civile e militare delle Nazioni unite» che «dovrebbe promuovere la creazione, in attesa di una soluzione definitiva, di una sostanziale autonomia e autoamministrazione della Striscia di Gaza».

Nel testo si incontra non solo una critica dell’esistente, ma anche l’indicazione per cambiare il presente, proiettandosi così verso un altro futuro: «È questo il momento di definire un progetto che superi non solo il conflitto in armi, ma quel sistema di dominio e di contrapposizione politica e militare che ha generato la guerra e sta distruggendo l’Europa. È il momento di pensare che un altro mondo è possibile e di progettarlo».
Sono parole che Domenico Gallo declina in relazione alla guerra e alla pace e che, a partire dalla consapevolezza che la violenza, le atrocità e la sopraffazione proprie della guerra appartengono allo spazio del dominio, possono essere lette come emblema della necessità di costruire relazioni sociali, politiche, e, last but not least, economiche, che si fondino sull’uguaglianza e sull’emancipazione, della singola persona come dei popoli. Il che implica il ripudio della guerra, come il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese, e, sul fronte interno, la difesa dei diritti dal loro svuotamento, privatizzazione e riduzione a privilegio con il progetto di autonomia differenziata, la netta opposizione a riforme costituzionali ispirate alla figura del capo come la lotta contro politiche sociali autoritarie e repressive verso il dissenso e il disagio sociale. Implica, ancora, la critica radicale ad un modello di sviluppo, fondato sulla diseguaglianza e la sopraffazione (della persona, come della natura), ovvero al capitalismo, nelle sue radici così come nella odierna versione neoliberista, strutturalmente competitiva e violenta.

Si tratta di mantenere, con Walter Benjamin (über den Begriff der Geschichte, 1940, trad. it. Sul concetto di storia, a cura di G. Bonola e M. Ranchetti, Torino, Einaudi, 1997, p. 15), «gli occhi spalancati» dell’Angelus Novus, sugli orrori della storia, e del presente, ma, allo stesso tempo, la «speranza materialisticamente concepita» (Ernst Bloch, Il principio speranza, 1959, trad. it v. 1, Sogni a occhi aperti, Mimesis, 2019, p. 235).
La speranza si accompagna alla tensione verso il cambiamento; il realismo demistificante assume un abito costruttivo; la consapevolezza dell’oscurità e della tragedia dei tempi non impedisce di mantenere aperto l’orizzonte: «se il barometro del tempo politico volge a tempesta, non è questo il momento di abbandonarsi allo sconforto. Al contrario è proprio nelle situazioni più disperate che in ciascuno di noi può venire fuori un’energia insospettata».

 

 

 

 

 

Nella foto in apertura, civili palestinesi dopo un attacco aereo israeliano a Gaza, 8 ottobre 2023

Torcere le leggi per scavallare i diritti

L’Egitto? È un Paese sicuro nonostante le persecuzioni accertate, nonostante l’utilizzo della tortura, nonostante le forme di detenzioni degradanti, nonostante Giulio Regeni che purtroppo è uno dei simboli di tutto questo, nonostante il rapporto di Amnesty International che scrive di “migliaia di persone critiche verso il governo o percepite come tali rimanevano arbitrariamente detenute e/o perseguite ingiustamente. I casi di sparizione forzata e di tortura e altro maltrattamento sono rimasti dilaganti”. 

Tunisia? È un Paese sicuro nonostante nel 2023 “sono continuate le gravi violazioni dei diritti umani, comprese le restrizioni alla libertà di parola, la violenza contro le donne e le restrizioni arbitrarie dovute allo stato di emergenza del Paese”, come scrive Human Rights Watch (Hrw), World Report 2023).

Il governo italiano ha aggiornato la lista dei Paesi sicuri (dm 7 maggio 2024): Albania, Algeria, Bangladesh, Bosnia-Erzegovina, Camerun, Capo Verde, Colombia, Costa d’Avorio, Egitto, Gambia, Georgia, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Marocco, Montenegro, Nigeria, Perù, Senegal, Serbia, Sri Lanka e Tunisia. L’elenco torna utile alle politiche di respingimenti illegali di Giorgia Meloni e probabilmente all’Unione europea che verrà. Legalizzare l’inferno però non lo rende vivibile. È solo un gioco sporco di riabilitazione per oliare i rimpatri. 

Assistiamo all’ennesima torsione delle leggi per scavalcare i diritti, è bastato un colpo di penna, ed è tutto così degradante che non vengono le parole per scriverlo.

Buon martedì. 

Il divorzio, il referendum e tutte le ragioni del No

Nel dibattito politico e giornalistico torna spesso la polemica della tragicità del terrorismo degli anni Settanta e delle opposte ragioni nella valutazione di un periodo drammatico per il nostro Paese. Raramente emerge quanto sia cambiato, anche in quella terribile emergenza, sia nelle condizioni sociali che nella crescita culturale e giuridica rispetto al passato. A cominciare dalle condizioni delle donne che erano state coinvolte e protagoniste di quello straordinario sommovimento giovanile, studentesco e sindacale e contro la guerra, degli anni Sessanta. Lotte che senza respiro le donne italiane, dell’Udi in particolare dopo la Resistenza e la Costituzione, avevano instancabilmente continuato a proporre per attuare i principi costituzionali di emancipazione e parità: dal diritto alla scuola e alla materna, al diritto ai nidi – per cui si lottava da dieci anni -, fino al lavoro, alla pensione per le casalinghe, all’abolizione del coefficiente Serpieri e molte altre proposte per creare nuovi servizi e allargare una nuova coscienza del proprio diritto personale e collettivo in una democrazia finalmente compiuta che fuoriusciva non solo dal Codice Rocco, ancora esistente decenni dopo la fine del fascismo, ma anche da una delle forme più arretrate della storia italiana.
Nel 1970 la legge 898 dell’1 dicembre introduce il divorzio con la proposta Fortuna-Baslini. Legge immediatamente contestata da parte democristiana e conservatrice oltre che dal Msi e da parte della Chiesa che cercò soluzioni per bloccare quei partiti che l’appoggiavano, come il Psi il Pci, i Radicali e liberali e le voci del mondo cattolico di base e più vicino al Concilio Vaticano II. Fu un momento di grandi discussioni, incontri e scontri, ma che si concluse con la scelta di sottoporre la legge a un referendum abrogativo, il primo in assoluto. Quello del 12 maggio 1974 infatti è passato alla storia come il primo referendum abrogativo della Repubblica. Si presentarono alle urne oltre 33 milioni di elettori, pari all’87,72% degli aventi diritto. Si votò nei giorni 12 e 13 maggio. Gli italiani che dissero “No” all’abrogazione della legge sul divorzio furono oltre 19 milioni, pari al 59,26%, superando di gran lunga coloro che votarono “Sì”, appena oltre i 13 milioni, pari al 40,74%.
La legge sul divorzio era frutto di una maturazione della società che diventava sempre più consapevole riguardo a valori e diritti. A votarla in Parlamento era stato un ampio schieramento che riuscì a mettere in minoranza gli oppositori: dalla Dc ai monarchici e al Movimento sociale italiano. Tuttavia, appena poche ore dopo l’approvazione legislativa, venne subito annunciata, da parte di un comitato di ispirazione cattolica, la raccolta, per la successiva presentazione, delle firme con le quali attraverso il referendum abrogativo avrebbero chiamato gli italiani ad esprimersi su questo provvedimento normativo. Nel segreto delle urne, gli italiani e le italiane, quattro anni dopo, non ebbero dubbi nel confermare, a grandissima maggioranza, nonostante tutta la propaganda terroristica scatenata sulla dissoluzione della famiglia e la debolezza femminile se il divorzio fosse rimasto come principio di una visione laica contro l’indissolubilità del matrimonio.
Alla legge sul divorzio, nota come legge Fortuna-Baslini, che erano stati i primi firmatari, si era giunti in un contesto storico e sociale in cui aveva già preso piede un cambiamento di mentalità. Dalla seconda metà degli anni Sessanta, questo contesto culturale con una concezione laica dei diritti andò affermandosi, caratterizzando i movimenti dei diritti civili degli anni Settanta. Attraverso questo referendum, all’epoca molto discusso, gli elettori ratificarono la legge sul divorzio, riconoscendo dunque allo Stato il diritto di fissare le regole sullo scioglimento dell’unione coniugale, che fino a quel momento era stato riservato esclusivamente ai tribunali ecclesiastici della Sacra Rota. L’esito di quel referendum ebbe un peso fondamentale nella concezione stessa della famiglia, salvaguardando il diritto di scelta e riconoscendo quello di abbandonare, in qualsiasi momento, situazioni coniugali infelici, spesso segnate da violenze e sopraffazione.
I problemi giuridici della famiglia sono stati sempre presenti tra i temi affrontati dall’Udi come problemi essenziali per una modifica della condizione femminile. Per la stessa ragione, non stupisce che l’Udi fu la prima organizzazione femminile ad aprire un dibattito sui problemi del divorzio. Ciò avvenne nel Congresso del 1964 con Giglia Tedesco. Nelle tesi erano prospettate le motivazioni pro e contro il divorzio; il Congresso decise di attuare una consultazione, che avvenne mediante un questionario Udi. Al termine della consultazione, ebbe luogo il seminario del 1966, come si può vedere dagli Atti conservati in Archivio, che si concluse a favore della legge di divorzio. La scelta fu a favore di una posizione politica e non ideologica: a sostegno, cioè, del divorzio come istituto civile.

L’autrice: Vittoria Tola è responsabile nazionale dell’Udi (Unione donne in Italia)

(estratto dall’introduzione al libro di Left La battaglia sul divorzio. Dalla Costituente al referendum)

Giovanni Toti come un Formigoni qualsiasi

Come un Formigoni qualsiasi ora il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti rischia di inciampare anche sulla sanità privata. In Procura giace un fascicolo che riguarda il governatore e il suo capo di gabinetto dimissionario Matteo Cozzani che indaga su presunti favori, ricambiati con finanziamenti, a quattro imprenditori della sanità privata. Lì dentro si ipotizza anche il reato di falso per avere gonfiato i dati della popolazione anziana in Liguria nel tentativo di accaparrarsi più vaccini durante la pandemia. 

Privatizzare la sanità per Toti è stato un dichiarato obiettivo politico. Un anno dopo la sua prima elezione il presidente ha voluto con sé l’allora direttore dell’Asl di Milano Walter Locatelli, molto vicino alla Lega, epigone del formigonismo più sfrenato nello scippo della sanità dal pubblico al privato. Il percorso è quello già visto purtroppo in Lombardia: tre ospedali pubblici messi sul mercato (Albenga, Bordighera e Cairo Montenotte) e analisi cliniche, esami diagnostici, visite specialistiche e gestione dell’assistenza domiciliare affidate al privato. I finanziatori (legittimi) di Toti sono ON Health Care Group del manager Filippo Ceppellini e di Billy Berlusconi nipote di Silvio, Servizi Sanitari srl, Gadomed, Hc Hospital Consulting, Santa Dorotea e Villa Montallegro e Casa della Salute. Il disastro è politico prima ancora che giudiziario, come sempre accade privatizzando la sanità: fuga dei pazienti in altre Regioni e liste di attesa impossibili nella sanità pubblica. Oltre a questo – come avevano già visto in Lombardia – c’è l’opacità nei rapporti tra Regione e imprenditori privati su cui indaga la Procura. La lezione di Formigoni in Lombardia non ci ha insegnato niente. 

Buon lunedì. 

Peppe Voltarelli: «Quello che serve oggi per fare arte è il coraggio di dire le cose»

Peppe Voltarelli

Dopo il Belgio, si trova in Francia per una tournée Giuseppe, Peppe, Voltarelli, quando lo raggiungo al telefono per farmi raccontare del suo ultimo lavoro, La grande corsa verso Lupionòpolis, secondo classificato al Premio Tenco nel 2023. (l’11 maggio è stato al Salone del libro e al Teatro Vittoria di Torino in occasione del premio speciale “InediTO RitrovaTO”, dedicato alla scrittrice Grazia Deledda, mentre il 13 maggio è al Teatro Cartiere Carrara a Firenze).

L’album è il risultato di un ottimo lavoro di produzione, registrato a New York da Marc Urselli, nello storico EastSide Sound di Manhattan. Ben orchestrato, coniuga la profondità della voce con sonorità cosmopolite. Tutto questo lo rende fluido e apprezzabile ed arriva con una godibile morbidezza. Quella che inizia come una semplice chiacchierata sull’album, oggi realizzato in formato fisico per Todo Modo Publishing, in collaborazione con l’etichetta discografica Visage Music, sfocia poi nella storia di una vita che inizia in un paese della Calabria per arrivare in varie parti del mondo, compreso il Brasile.

Fondatore, in quel di Bologna, nel 1990, della band folk-rock Il parto delle nuvole pesanti, a metà degli anni Duemila Peppe Volatrelli inizia una carriera da solista, oggi è al suo sesto album e ben tre Targhe Tenco. Numerose anche le collaborazioni e i riconoscimenti, tra tutti quella con Claudio Lolli, «un punto di riferimento», dice Voltarelli, ma anche con molti altri artisti italiani e internazionali. Ma lui, cantautore impegnato, nonostante le contaminazioni fuori dalla sua terra, a cominciare da quella di Firenze dove sceglie di vivere dopo Bologna, non abbandona il suo dialetto per raccontarci, anzi fotografare, le storie che lo circondano. Autore, cantautore, ma anche attore (tra le ultime cose, la serie Il Re, di Giuseppe Gagliardi) getta lo sguardo sul contemporaneo, quello italiano, soprattutto sul piano culturale, attualmente sostiene l’artista in una triste impasse soggiogato dal mainstream. Lui che al “sistema” non si è mai piegato, le sue storie le porta in giro con la speranza che iniziando a guardare altrove, e lo chiede a tutti noi, qualcosa possa cambiare. Alle brutte, c’è Lupionòpolis, ma non solo!
Esattamente, dove si trova Lupionòpolis?
Un piccolo villaggio del Paraná in Brasile, dalle parti di Londrina, dove ho scoperto che esiste un supermercato col mio cognome, allora ho cominciato a fantasticare sull’idea che, quando tutto mi sarebbe andato male, sarei potuto andare lì e chiedergli di lavorare, una cosa del genere. Poi ho pensato che ognuno di noi può avere il desiderio di trovare un posto nuovo dove scomparire e rinascere, trasformarsi, insomma vivere sotto mentite spoglie. Allora, ho immaginato una corsa che mi porti lì.
Per la tua storia, per la musica che fai, e che porti in giro, mi sembra che ci siano tanti villaggi che ti aspettano.
In effetti, questa grande corsa io l’ho iniziata con un produttore americano che si chiama Simone Giuliani, che mi ha arrangiato i pezzi, mi ha costruito la band. Tutto questo a New York, che per me, nato in un piccolo paese della Calabria, rappresenta un bel punto d’arrivo. Nel senso che c’è un posto dove la mia persona si sente a casa: quando ci sono andato per la prima volta, nel 2002, ho pensato che avevo sempre vissuto in quel luogo. Come mi è successo anche a Buenos Aires. Sono grandi metropoli dove la cultura non si sente subalterna, ma è rispettata, come dovrebbe essere insomma.
Però tutto ha inizio in Calabria, nel tuo paese di origine, poi Bologna, poi Firenze e il resto del mondo.
Torno sempre volentieri a Mirto Crosia, in provincia di Cosenza, dove sono nato, dai miei amici. Sono molto legato a quella terra. Dopo Bologna, dove sono andato per l’università, Firenze per fare un disco con la Bandabardò, che è stato il gruppo di amici che mi ha accolto lì come un fratello e quindi la mia vita è ricominciata. Firenze per me è un luogo ideale dove poter avere questa sorta di microclima umano, fatto di sostenibilità, di facilità di vita quotidiana, ma ha anche il vantaggio di essere una città internazionale. Quando stai via per 15/20 giorni, dall’altra parte del mondo, è un piacere tornarci. Però per me la cosa principale è che lì c’era un gruppo di amici che mi aspettava, che mi aspetta; che se ho bisogno so che c’è. Ecco per me questa è una cosa fondamentale.
Adesso sei ad un Festival chiamato “Canzoni&Parole” sulla canzone d’autore italiana nei teatri e nei licei parigini. Che tipo di pubblico partecipa?
C’è un bel rapporto con il pubblico anche all’estero; ci sono amici sostenitori che ti aspettano, ma anche persone autoctone. Abbiamo fatto molte cose belle sia dal punto di vista dei live, ma anche incontri come ad Anversa dove sono stato ospite all’università per un incontro sulla canzone italiana. Abbiamo fatto un po’ di discussione con gli studenti, insomma molto bello.
Che tipo di attenzione c’è soprattutto per la nostra cultura?
Per l’Italia ovviamente c’è sempre tanta curiosità e tanto interesse: sia per la musica che per la lingua. Quello che faccio io chiaramente ha una connotazione molto precisa perché io, scrivendo in dialetto, racconto spesso storie che riguardano un’Italia meridionale o comunque legata ai temi del lavoro, della solidarietà, del viaggio e chiaramente viene fuori un Paese, concedimi il termine, neorealista. Il pubblico è fatto di italiani che, vivendo all’estero, quando arriva un cantante italiano o se arriva il cantante italiano che loro seguivano anche in Italia, lo vanno a sentire e hanno questo rapporto d’affetto molto bello, molto passionale e poi c’è la fronda dei locali che praticamente una volta che tu torni nel paese dove sei già stato a suonare, ti segue comunque. Ho fatto, per esempio, un film in Germania (Doichlandia di Gagliardi ndr), e lì è rimasta, come dire, una parte di me; così come un album pubblicato in Francia, mi ha permesso di entrare nelle radio francesi, nel repertorio delle loro canzoni, nella critica. La mia figura di italiano è molto da italiano senza patria, rispetto all’identità classica magari seguita dalla corrente migratoria degli anni 60 50, legata all’italianità col tricolore, con la musica magari pop dei grandi nomi italiani.
Da tutto questo mondo che vai a scoprire, che cosa riporti nella musica che fai?
I viaggi sono materiale per la scrittura, che diventa un materiale molto vivo, molto suggestivo molto intenso. Però il mio confronto principale la mia antenna principale è sempre la mia terra, la mia lingua. Tutto questo mi permette di poter esprimere anche le mie critiche in maniera molto libera e di essere anche, per fortuna, ascoltato.
Italiano o straniero, che tipo è il tuo pubblico?
Ci sono molti giovani, ma anche gente più grande. Molti mi seguono da tanto tempo, quindi riconoscono i miei segni distintivi, la mia lingua, i miei simboli. Per esempio, un mio brano si intitola “Turismo in quantità” e nomino la bombola del gas, che è un oggetto di culto per noi cresciuti in un’epoca in cui ancora il metano non è arrivato nelle case, per cui ogni tanto mi capita, in giro per il mondo, quando becco una bombola del gas, di fargli una foto e quella bombola riporta un po’ il messaggio surrealista. La condivisione di un certo surrealismo è una caratteristica importante della gente che viene a sentire i miei spettacoli perché è la parte dove veramente si raggiunge l’estrema libertà espressiva. Puoi essere pungente però, nello stesso tempo, assolutamente disarmante, con un racconto che è anche un nonsense. Si stabilisce così con il pubblico un rapporto di fiducia perché non è più il pubblico fan, ma è complice, sta con te, ti guarda negli occhi, sa se stai bene. L’ho imparato con gli anni frequentando artisti straordinari come Claudio Lolli, che per me è stato un amico: una persona di una grandissima profondità e di una grandissima poetica, di analisi della realtà. Queste esperienze mi hanno dato la possibilità di distanziarmi da quella che è la corsa verso il mainstream, verso l’idea che avevo a 25 anni. Che è un po’ l’idea che abbiamo tutti. Adesso c’è una consapevolezza molto bella, che è quella della musica come necessità, di miglioramento delle qualità umane, della vita che poi è il rapporto con le persone, i rapporti con i luoghi, il rispetto per l’ambiente, l’amore per tutte le culture del mondo. Hai uno sguardo sul mondo per cui, tutto sommato, se quest’anno la radio non ti programma è relativo perché magari hai altre 30 radio nel mondo che ti passano. Se c’è una cosa che è importante avere oggi per fare arte è il coraggio: di dire delle cose, di non fermarsi sulla superficie, di cercare la qualità. Quando viene percepita, diventa un bene prezioso e per me è il massimo cui posso aspirare.
Qual è il tuo sguardo adesso sul nostro Paese, politica compresa?
Direi che sono sempre molto arrabbiato, ma la rabbia mi dà comunque la motivazione per scrivere, per viaggiare, per spostarmi, per schierarmi nelle cose. Però è una rabbia che si va a scontrare con una realtà anche molto complessa, quindi anche a livello politico negli anni Novanta per me era immediato il mio essere dalla parte dei Centri sociali, dalla parte degli amici dell’estrema sinistra, in questo momento chiaramente sento la mancanza del progetto politico, ma non penso di essere solo. Quindi sono sempre alla ricerca di temi, di figure, di discorsi, di cose che possano comunque indicarmi una strada; non dico che sogno di avere un grande leader, anche se mi piacerebbe. Sono sempre alla ricerca di qualcosa che mi ricorda un po’ un’idea di politica con cui poi sono cresciuto cioè che era una politica fatta da un collettivo, da un gruppo di persone dove c’era uno che era bravo in economia, uno bravo in amministrazione, uno bravo nell’analisi, uno bravo a parlare, uno bravo a scrivere insomma questa sorta di immagine un po’ vecchio stampo, di una vecchia sezione di partito, dove si macinavano idee. Sono arrivato a Bologna e nel 1990 c’è stata la Pantera. Ecco quell’idea di scambio, di dibattito politico eccetera, purtroppo in questo momento mi manca, ma penso manchi a tutti!
Qual è la cosa che ti fa più arrabbiare?
Per esempio non mi piace la politica spettacolo, l’antimafia spettacolo, mi piace ciò che ha una forte componente di autenticità. Però è bello incontrare persone che hanno il coraggio di battersi per le proprie idee, di persone che non cercano solo visibilità, di persone che non vanno a vivere la propria vita semplicemente per il consenso. Penso anche che la grande abbuffata di Internet, di digitale, social, eccetera, di questi anni sia al pari di quando è arrivata l’eroina: ci siamo buttati con avidità, ma quando questa cosa cambierà allora capiremo cosa succede e a me piace osservare e stare a guardare cosa succede.
E secondo te, invece, come siamo percepiti all’estero?
Malissimo! Da un lato c’è l’Italia, come dire, autoreferenziale culturalmente, il Paese che viene da trent’anni del dominio culturale delle reti Mediaset, e questa cosa più che venire percepita, non passa fuori, non funziona. Le proposte che ci sono all’estero sono plurime: c’è il mainstream, ma c’è anche altro che ha spazio nelle reti, nelle radio. Noi siamo percepiti come un Paese culturalmente statico, un Paese dove lavorano dieci persone, dove non c’è pluralismo culturale. Non è possibile che si riconoscano sempre gli stessi linguaggi. Da noi se diventi un cantautore, un regista che funziona, è molto facile che il giorno dopo ti propongono di condurre… il telegiornale. Andrebbe data più voce al pluralismo. Se pensi solo che negli ultimi 10 anni è stata smantellata tutta una rete di realtà, per esempio per la musica si suonava nei club, nei circoli e adesso non ci sono più. Tu mi puoi dire: vabbè, ma i tempi sono così, lo so però, come dire, allora facciamo le riserve come si faceva con gli Indiani d’America, i tempi sono così gli indiani stanno in riserva. Chi fa una musica che non è prodotta da quel produttore, lo mettiamo nella riserva! Noi siamo un Paese dove c’è ancora il monopolio culturale, questo è il problema. Può sembrare un discorso rétro, ma non lo è.
Come si cambia tutta una mentalità, una cultura?
Col quotidiano, cercando di dare degli esempi prima di tutto a te stesso e a chi ti sta vicino. Facendo cose che vanno in altre direzioni, scoprendo nuovi luoghi, nuovi approcci, nuovi linguaggi cioè nuove strade. Siamo diventati un Paese che vive sull’asse dell’alta velocità, tra Salerno e Torino. Tutto si muove a quel ritmo e tutti vogliono andare a quel ritmo, invece noi dobbiamo cominciare a immaginare che esiste un ritmo diverso, che esistono strade laterali, che esistono la Costa adriatica, l’Appennino, Le Madonie, che ci sta pure l’Aspromonte. Questo sguardo ci vuole!

Qui il video Au Cinema

Peppe Voltarelli [© Francesca Magnani]

Il caso Toti mostra la deriva politica delle Regioni. E quando saranno del tutto autonome?

Le prime pagine degli organi di stampa sono dedicate in questi giorni a Giovanni Toti, un presidente di Regione confinato ai domiciliari, assieme ad altri soggetti coinvolti in un possibile giro di corruzione. Le Regioni, con la loro tracotanza e famelicità, ed i loro presidenti, sono al centro del processo chiamato autonomia differenziata, capace di distruggere la Repubblica (e con essa l’intero Stato sociale). Avocano a sé poteri esclusivi in materie fondamentali per le nostre esistenze, poteri che utilizzeranno per devolvere al privato tutti i servizi fondamentali, rendendoci più poveri e povere, disuniti e disunite, diversificati nei diritti, trasformandoci in numeri e merci, pezzi di ricambio che se muoiono verranno subito sostituiti. E lo fanno evocando l’efficienza, ma quella che uccide come un rullo compressore, o la semplificazione, che taglia sulle regole che ci difendono, efficienza e semplificazione messe in atto dai cosiddetti “uomini del fare”: Toti è definito proprio così.

Sono quegli uomini del fare che vogliono “portare a casa” i risultati comprimendo la democrazia, come dimostra l’accelerazione che l’iter del ddl Calderoli sta subendo alla Camera, sempre in questi drammatici giorni: serve una bandierina, serve uno scalpo da poter ostentare. Serve velocità, ma diretta esclusivamente a consolidare poteri, privilegi. E sentendosi impuniti. Questo sono i Signori delle nuove Signorie che stanno prendendo forma. È l’evidenza dei dati a parlare: passati i tempi di Tangentopoli, i luoghi del malaffare non sono più collocati a livello centrale, nei ministeri e nel loro sottobosco, bensì nelle più democratiche periferie, nei tanto decantati luoghi della vicinanza tra la politica ed il territorio.

Il comodo racconto che vorrebbe disegnare le Regioni vicine ai cittadini e alle cittadine non è che pura strumentale finzione, laddove i soggetti realmente vicini alla politica delegata a guidare un territorio sono le lobbies economiche che in quel territorio pascolano. Da molti anni la geometria corruttiva si basa su un triangolo costituito da uno o più politici con ruoli istituzionali (eletti da cittadini e cittadine), qualche imprenditore di livello, alcuni funzionari compiacenti o complici: guadagni personali per tutti (maschile non casuale). E le materie di questo intreccio, sia per i Comuni che per le Regioni, sono legate agli assessorati più ambiti, lavori pubblici e sanità, ad esempio, dove il meccanismo degli appalti consente scorribande in territori governati dai potentati economici e dalle mafie.

Giovanni Toti si trova impigliato in questa rete, come altri celebri presidenti prima di lui: citiamo soltanto Roberto Formigoni (Lombardia), condannato a 5 anni e 10 mesi per corruzione, o Giancarlo Galan (Veneto), patteggiamento per corruzione a 2 anni e 10 mesi e 2,6 milioni di euro confiscati. Ma guarda caso, proprio le Regioni che hanno chiesto la differenziazione per prime, assieme all’Emilia Romagna. Saprà Bonaccini, di fronte a questa ennesima scivolata di un potere privo di morale politica, distanziarsi rinunciando alle pre-intese, come i vertici del suo partito hanno dichiarato di voler fare? Sapranno fermarsi le regioni già pronte dopo le prime tre? Parliamo della stessa Liguria di Toti, del Piemonte di Cirio, della Toscana di Giani (di, di, di… in senso davvero proprietario). E poi ricordiamo il mondo delle spese pazze, dell’impunità, del potere che ogni giorno ci dà piccoli e grandi esempi di sé. Perché si tratta proprio di questo, di potere, quel potere che, se non si sta abbastanza attenti o attente, seduce fino a spingere a siglare un patto faustiano con Mefistofele in persona.

Toti è quindi oggi un simbolo: non sappiamo come finirà, non possediamo sfere di cristallo né ambiamo a condannarlo; tuttavia, lui rappresenta in questo frangente ciò che le Regioni potrebbero diventare se venisse loro attribuito tutto il potere che il ddl Calderoli regalerebbe loro, mettendole nella possibilità di accaparrarsi le 23 materie e le centinaia di funzioni. Ma in questa vicenda c’è un altro tristissimo simbolo: la parola Esselunga. Tra i coinvolti nella vicenda Toti vi è Francesco Moncada, consigliere di amministrazione di Esselunga (risulta indagato ndr). Si tratta di velocizzare i permessi relativi a dei supermercati? Basta parlare con la persona giusta. Velocità, accelerazione: le stesse che uccidono attraverso la logica degli appalti e la riduzione delle tutele (che verranno regionalizzate anche loro). E a proposito di Esselunga non possiamo non pensare alle cinque vite spezzate nel cantiere a Firenze poco più di due mesi fa, su cui le indagini sono in corso. Una bilancia drammaticamente squilibrata: privilegio e potere da un lato, e un modello di “sviluppo” che produce sfruttamento e morte dall’altro.

L’autrice: Dianella Pez fa parte del Comitato Friuli Venezia Giulia per il ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica e l’uguaglianza dei diritti 

Nella foto: Giovanni Toti al convegno dei giovani imprenditori di Confindustria, Rapallo, 2016 (wikimedia)