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“Ecco perché abbiamo denunciato l’industria bellica Leonardo per la fornitura di armi a Israele”

La dottoressa Hala Abulebdeh, farmacista gazawi laureata all’Università di Glasgow, è venuta a sapere dell’assedio che l’esercito israeliano stava portando avanti nei pressi della casa in cui si trovava la sua famiglia, nel sud della Striscia di Gaza, da un laconico messaggio whatsapp della sorella. Era il 12 dicembre 2023 e i bollettini del ministero della Sanità registravano già oltre 18.400 morti dall’inizio di quello che, solo un mese dopo, la Corte internazionale di giustizia avrebbe definito un «rischio reale e imminente» di genocidio. L’Idf, quel giorno, ha sterminato i genitori, le due sorelle e i cinque fratelli di Hala, resa edotta della strage svariati giorni dopo soltanto grazie ai messaggi di condoglianze dei suoi vicini di casa di Gaza.

La storia di Hala, raccontata integralmente oltre un anno fa al podcast Palestine Deep Dive, si intreccia con l’iniziativa legale “In nome della legge! Giù le armi, Leonardo”, promossa da una rete di organizzazioni della società civile italiana (AssoPacePalestina, A buon diritto, Attac, Arci, Un Ponte Per e altri) contro il colosso delle armi Leonardo S.p.A. Gli avvocati delle associazioni e della dottoressa Abulebdeh – Luca Saltalamacchia, Veronica Dini, Michele Carducci e Antonello Ciervo – hanno depositato presso il Tribunale civile di Roma un atto di citazione contro la multinazionale delle armi italiana. 

Con il ricorso, presentato il 19 novembre, durante la conferenza stampa alla Fondazione Lelio Basso di Roma, le associazioni chiedono l’annullamento di tutti i contratti di Leonardo con Israele relativi alla fornitura bellica all’Idf. Se il giudice dovesse accogliere la loro richiesta, ciò potrebbe segnare un precedente importante: non solo la fine di quelle forniture, ma anche una forte ridiscussione del modello industriale e commerciale che lega industria bellica e politica estera. Potrebbe, insomma, essere un primo passo per far pagare a chi genera profitto sulle armi una responsabilità giuridica che finora è rimasta quasi invisibile.

«Questi contratti violano norme fondamentali perché Israele utilizza la guerra come strumento di oppressione e occupazione contro la popolazione palestinese», ha dichiarato l’avvocato Saltalamacchia, sottolineando che Leonardo, partecipata per il 30% dal ministero dell’Economia e delle Finanze dello Stato italiano, «fornisce veicoli, aerei, elicotteri, componenti per F‑35, radar, mezzi militari da trasporto, cannoni navali e persino alette per bombe guidate verso obiettivi prestabiliti. Non si tratta solo di addestramento: questi mezzi vengono anche impiegati come strumenti d’attacco».

Secondo l’avvocato Antonello Ciervo, sostenere questo ricorso significa «richiamare all’osservanza di una serie di norme nazionali e internazionali» che oggi rischiano di essere ignorate. L’export di armi a Israele da parte di Leonardo non è solo una questione economica ma «contrasta con l’articolo 11 della Costituzione, con la legge 185/1990 che vieta le esportazioni verso Stati che violano i diritti umani, così come con il Trattato sul commercio delle armi delle Nazioni Unite e con il codice etico di Leonardo, che prevede obblighi stringenti anche per le società controllate». 

I referenti delle associazioni coinvolte hanno denunciato le politiche di conversione bellica italiane e occidentali, ribadendo l’urgenza di pretendere il rispetto della legge e della Costituzione. «Israele ha violato e continua a violare tutto il diritto internazionale possibile. Continuare ad armare Israele significa legittimare qualsiasi stato a fare ciò che voglia», dice Raffaella Bolini, vicepresidente di Arci Nazionale, aggiungendo: «La produzione di armi è redditizia solo se le armi vengono effettivamente utilizzate, e la guerra rischia così di diventare un obiettivo economico». 

Dello stesso avviso è Luisa Morgantini, presidente di AssoPacePalestina, che sottolinea l’importanza di «Mettere in luce ciò che Leonardo ha fatto, sta facendo e farà. È necessario denunciare ciò che sta avvenendo per fermare il genocidio e la pulizia etnica ancora in corso». Per Italo Sandrini delle Acli il nodo è la responsabilità dello Stato italiano che «avrebbe dovuto interrompere autonomamente i contratti! senza l’intervento della comunità civile che oggi supplisce «a una grave mancanza». 

Il suo intervento si inserisce nel solco del recente rapporto delle Nazioni Unite, presentato esattamente un mese fa dalla relatrice speciale Francesca Albanese e intitolato “Gaza Genocide: a Collective Crime”. Nel documento – come è noto – vengono accusati 63 Stati,  Italia compresa – di complicità con il genocidio in corso a Gaza, fornendo prove e dati sulla fornitura di armi, la copertura diplomatica e le omissioni assicurate da numerosi governi occidentali. Infine Camilla Siliotti dell’associazione A Buon Diritto, fondata da Luigi Manconi sottolinea l’importanza di «strumenti giuridici a sostegno delle mobilitazioni, indispensabili per riportare al centro il concetto di responsabilità, opposto a quello di complicità e silenzio». La conferenza è servita anche a lanciare lo sciopero del 28 novembre indetto dall’Usb contro la “finanziaria di guerra” del governo Meloni. La rete di sigle pro‑Palestina, che ha mobilitato milioni di manifestanti tra settembre e ottobre, tornerà in piazza, unita dal motto Blocchiamo tutto, chiedendo ancora una volta le dimissioni del governo italiano per la sua complicità con il genocidio. In questo contesto, la battaglia legale di Hala Abulebdeh e delle associazioni si intreccia con la mobilitazione popolare: non si tratta “solo” di un ricorso giudiziario ma di una sfida diretta all’impotenza e alla rassegnazione che ha pervaso per mesi la società civile solidale alla Palestina. «È possibile fare affari o autorizzare contratti con oggetto materiale bellico nell’ambito della commissione di crimini internazionali? Questo è in contrasto con la Costituzione e con il Trattato Onu 2013, recepito nell’ordinamento italiano ex art. 117? «È in contrasto con il codice etico di Leonardo S.p.A.?» ha chiesto a chiare lettere l’avvocato Saltalamacchia. Alcune risposte le fornirà – probabilmente – un giudice, ma le domande restano aperte. A doversi interrogare, però, non dovrebbe essere solo il tribunale, ma un’intera classe politica e industriale, chiamata dalle piazze a confrontarsi finalmente con la propria responsabilità morale, prima ancora che con quella legale.

Foto di Diana khwaelid su Unsplash

 

Ucraina. La resa travestita da accordo: l’Europa applaude e scompare

Il nuovo piano per l’Ucraina arriva come un promemoria del mondo che ci aspetta: la pace è un brand, l’accordo è un ricatto, la giustizia un optional. A Kiev lo hanno ricevuto in silenzio, costretti a fingere che sia una base negoziale mentre a Washington e Mosca si spartiscono il lessico della “fine della guerra” come fosse un affare immobiliare. Lo schema ricorda qualcosa di già visto: una zona grigia calata sulle macerie, un consolidamento dei rapporti tra uomini forti che parlano la stessa lingua, quella dell’estorsione geopolitica.

Trump si presenta come mediatore, ma la sua proposta è la copia carbone delle richieste russe sin dal 2014: cessione di territori, esercito dimezzato, armi riconsegnate. A Kiev lo definiscono «piano assurdo» e «inaccettabile», ma la dipendenza dagli Stati Uniti trasforma ogni protesta in un sussurro formale. Nel frattempo Putin non parla, osserva. La morsa funziona: l’Ucraina può solo scegliere il ritmo della propria umiliazione.

In Europa ci raccontano che il problema è la “guerra ibrida” russa, utile per distribuire patenti di putinismo ai giornalisti non allineati. Eppure l’unico vero ibrido qui è quello tra Trump e Putin: accordi annunciati come “storici” che blindano sfere d’influenza e aprono corridoi estrattivi su un paese stremato. L’Unione europea resta ai margini, il solito due di picche. L’Italia si accontenta della parte comoda: farsi fotografare mentre rivendica la solidarietà, anche se la pace che applaude è la resa di un popolo.

Peccato che tutto questo non abbia niente a che fare con la diplomazia: è la versione aggiornata del ribasso. Una non-pace costruita per mettere tutto a posto tranne la vita degli ucraini. E per consegnarci, ancora una volta, alla geopolitica dei padroni del vapore.

Buon venerdì. 

 

L’ombra del 2029 dietro i venti minuti del chiarimento

Nel tardo pomeriggio di mercoledì il Quirinale ha fatto sapere di averne abbastanza. Da ore rimbalzava sui media l’accusa di «inopportunità» al consigliere Garofani, un tiro incrociato che, ricostruisce Repubblica, al Colle appariva scollegato dai fatti. La premier era salita poco prima per un chiarimento dai toni gentili, quasi contriti. Aveva lasciato intendere che il capogruppo Galeazzo Bignami, autore di quel comunicato ambiguo, forse aveva sbagliato qualche passaggio. Poi, però, la macchina di Palazzo Chigi era tornata a colpire.
Il Colle ha risposto usando l’unica linea rossa ancora attiva, quella che passa per gli uffici di Alfredo Mantovano. Un messaggio asciutto: avevamo apprezzato la richiesta di incontro, ma questa escalation dice l’opposto di una volontà di chiudere il caso. È così che la maggioranza, al calare del buio, ha inserito la retromarcia con un comunicato dei capigruppo FdI che proclamava «stima immutata» per Mattarella. Una formula che suona più come una toppa.
Il punto politico sta altrove e il manifesto lo mette a fuoco: Meloni non può permettersi uno scontro diretto con il capo dello Stato, ma la vicenda apre comunque la partita del 2029, l’orizzonte del dopo-Mattarella. Sullo sfondo restano gli strappi: le indiscrezioni sulla volontà della premier di puntare al Quirinale, le allusioni sulla riforma del premierato come “regolamento di conti”, perfino la mail anonima finita quasi integralmente sulla Verità, nucleo originario dell’attacco.
Il Colle, di fatto, registra una tregua che non rassicura. Perché venti minuti di colloquio non bastano a ricucire una frattura istituzionale. Al massimo, congelano la scena in attesa del prossimo movimento. E la politica, quando congela, in realtà prepara sempre il passo successivo.

Buon giovedì.

Foto Quirinale
ll Presidente Sergio Mattarella con la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in occasione della riunione del Consiglio Supremo di Difesa

L’ombra sul Quirinale? È la maggioranza che la proietta

Ora il punto è diventato il Colle. Chili di articoli e di pensosi editoriali stamattina si affastellano sulla stampa nazionale: Giorgia Meloni e il suo partito hanno deciso di denunciare «strani movimenti» dalle parti del Quirinale. Si legge in giro di «sensazioni»: «c’è gente che parla troppo, quando il dovere di chi ricopre cariche tanto importanti, come in questo caso la consulenza sulla difesa, non sarebbe quello di fare strategie o di brigare contro il governo…», si legge stamattina sul Corriere della sera. 

Nel mirino c’è il consigliere di Mattarella, Francesco Saverio Garofani, colpevole di avere un passato da parlamentare del Partito Democratico. La presidente del Consiglio non parla, accenna. A confezionare la miccia ci ha pensato il direttore de La Verità Maurizio Belpietro e poi il capogruppo Galeazzo Bignami. La tesi? Al Quirinale si starebbe apparecchiando un “golpe” morbido per sfilare il prossimo presidente della Repubblica al centrodestra. La prova regina sarebbe una conversazione di Garofani, tra amici, in cui più o meno dice: il centrodestra vincerà le prossime elezioni e il Partito democratico dovrebbe essere più incisivo. È l’analisi che si ritrova ogni mattina in ogni bar ma per i meloniani sarebbe la pistola fumante.

Non essere fan della premier è sospetto, avere idee politiche è pericoloso: i tempi sono questi. Aspettiamo un nuovo report dal ministro Crosetto in cui ci spiegheranno che anche le chiacchiere tra amici sono parte della “guerra ibrida” contro la patria.

Intanto un risultato è già raggiunto: della manovra che sa di tagli e di guerra, del Ponte sullo Stretto con le fondamenta molli, delle baruffe nella maggioranza sull’Ucraina, della benzina che sale, degli operai che muoiono e se non muoiono si prendono le botte, delle carezze al genocidio a bassa intensità, delle mancette per spingere i voti nelle regioni, della guerra ai giornalisti, della scuola schiacciata dalla propaganda, del cinema in mutande e di tutto il resto anche per oggi non se ne parla. 

Missione riuscita. Eccolo, il golpe morbido. 

Buon mercoledì. 

La maggioranza in modalità televendita: ogni Regione un’offerta speciale

Tra un condono e una pre-intesa sull’autonomia, il governo sta apparecchiando la strada verso le prossime regionali come se fosse un investimento pubblico a fini privati. Nel calendario elettorale, la geografia dei “provvedimenti urgenti” coincide con la mappa dei territori contesi: in Campania si riapre all’improvviso la sanatoria del 2003, promessa dal candidato di Fratelli d’Italia come scorciatoia per «salvare migliaia di case». In Puglia salta fuori l’emendamento per gli indennizzi ai risparmiatori della Popolare di Bari, rivendicato da Forza Italia come gesto dedicato al proprio bacino elettorale. In Veneto il ministro Calderoli firma la pre-intesa sull’autonomia con una rapidità che nelle altre regioni non si è mai vista, giusto in tempo per le liste.

Il repertorio non nasce oggi. Alle Marche sono stati messi sul tavolo la Zes e sessanta milioni del Cipess pochi giorni prima delle urne. In Calabria è stato annunciato l’avvio dell’uscita dal commissariamento sanitario durante la convention della maggioranza. In Abruzzo persino un viadotto fermo da anni è diventato, alla vigilia del voto, il simbolo di una solerzia improvvisa.

La coerenza è tutta qui: la politica come gestione tattica delle risorse pubbliche, selezionate e distribuite secondo il calendario elettorale. Ogni campagna diventa il palcoscenico in cui il governo esibisce ciò che avrebbe potuto fare mesi prima. Una promessa non costa, un cantiere annunciato vale un titolo, un condono accende speranze precise. La cura del territorio, quella vera, resta rimandata al prossimo turno.

Buon martedì. 

Foto Gov

Alberto Trentini e un anno di giorni persi

C’è un aereo che ieri è atterrato a Orly con un cittadino francese liberato dal Venezuela. E c’è un silenzio che oggi atterra in Italia: quello di un governo che da dodici mesi non riesce a riportare a casa Alberto Trentini, cooperante veneto detenuto senza accuse formali. La madre, Armanda Colusso, lo ha detto con una lucidità che taglia: «Fino ad agosto non c’era alcun contatto con il governo venezuelano». Una frase che pesa più di qualsiasi comunicato.

Macron annuncia la liberazione di Camilo Castro, ringrazia la diplomazia francese, mostra di sapere che un ostaggio non si lascia marcire nei sotterranei del Rodeo I. In Italia, invece, si celebra la liturgia dell’autocelebrazione: palchi, musichette, balletti infantili a uso social. Quando però si tratta di esercitare la responsabilità – quella vera, quella che pretende competenza e costanza – arriva il mutismo.

La premier ha telefonato tre volte in un anno, il sottosegretario Mantovano ha incontrato la famiglia due volte. Troppo poco, dice la madre. E soprattutto troppo tardi. Nel mezzo c’è un ragazzo recluso in una cella dura, che ha perso Natale, Pasqua, compleanni, e un Paese che ha preferito la prudenza al coraggio fino a quando l’interrogazione parlamentare non ha rotto il silenzio.

In diplomazia i risultati non si promettono: si ottengono. La Francia lo dimostra, l’Italia lo subisce. E nelle parole di Armanda Colusso c’è l’accusa più onesta che si possa rivolgere a un governo: aver confuso la scena politica con il mestiere di governare. Alberto Trentini resta là. Qui restano solo le scuse.

Buon lunedì. 

Darfur, il silenzio dell’Occidente di fronte a un altro genocidio

Il Darfur, come Gaza, si è trasformato in un luogo in cui l’umanità sembra rimanere indifferente di fronte ad un massacro continuo di persone inermi. Regna un silenzio assordante. In questo momento, si sta verificando un genocidio che a oggi rimane taciuto e ignorato, sostenuto da regimi che l’Occidente considera alleati strategici. Villaggi interi sono sistematicamente distrutti, donne subiscono violenze indescrivibili e bambini sono uccisi o rapiti per sfruttamenti futuri. Questo fenomeno mi ricorda un terribile ritorno al genocidio del 2003, con dimensioni molto più devastanti. Molti paesi, anche europei, finanziano conflitti per procura in Africa, riempiendo le proprie casse con oro, uranio e assumendo il controllo di rotte commerciali cruciali. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea restano passivi, osservando senza agire. L’Occidente esprime indignazione a parole, mentre nei fatti protegge i propri interessi economici.

Si discute di democrazia e diritti umani, ma gli occhi si chiudono di fronte a chi fornisce armi e finanziamenti a criminali di guerra. Le violenze sessuali sono sistematicamente utilizzate come un’efficace arma di guerra. Le donne subiscono abusi di fronte ai coniugi o ai propri figli, con l’intento di distruggere la loro identità e annientare la loro dignità. I bambini, oltre a essere uccisi, sono frequentemente reclutati come soldati. Questa è una strategia deliberata di pulizia etnica già vista in vari scenari di guerre del passato. Lo schema manifesta similitudini con altre situazioni, come quella di Gaza: punire i civili al fine di spezzare la volontà di un popolo oppresso. Se l’Occidente non intraprende azioni immediate, tra pochi anni non resterà più traccia di nulla.

Potremmo rivivere un altro Ruanda, un genocidio dimenticato troppo presto dalla storia. I corpi delle vittime possono avere aspetti diversi, ma la logica criminale e genocidaria rimane invariata: disumanizzare, punire, annientare un popolo. Ogni qual volta il mondo sceglie di tacere davanti a un genocidio, getta le basi per il prossimo. Tutti genocidi iniziano con le armi, ma poi si compiono con l’indifferenza generale.

l’autore: Il Darfur, come Gaza, si è trasformato in un luogo in cui l’umanità sembra rimanere indifferente di fronte ad un massacro continuo di persone inermi. Regna un silenzio assordante. In questo momento, si sta verificando un genocidio che a oggi rimane taciuto e ignorato, sostenuto da regimi che l’Occidente considera alleati strategici. Villaggi interi sono sistematicamente distrutti, donne subiscono violenze indescrivibili e bambini sono uccisi o rapiti per sfruttamenti futuri. Questo fenomeno mi ricorda un terribile ritorno al genocidio del 2003, con dimensioni molto più devastanti. Molti paesi, anche europei, finanziano conflitti per procura in Africa, riempiendo le proprie casse con oro, uranio e assumendo il controllo di rotte commerciali cruciali. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea restano passivi, osservando senza agire.

L’Occidente esprime indignazione a parole, mentre nei fatti protegge i propri interessi economici. Si discute di democrazia e diritti umani, ma gli occhi si chiudono di fronte a chi fornisce armi e, finanziamenti a criminali di guerra. Le violenze sessuali sono sistematicamente utilizzate come un’efficace arma di guerra. Le donne subiscono abusi di fronte ai coniugi o ai propri figli, con l’intento di distruggere la loro identità e annientare la loro dignità. I bambini, oltre a essere uccisi, sono frequentemente reclutati come soldati. Questa è una strategia deliberata di pulizia etnica già vista in vari scenari di guerre del passato. Lo schema manifesta similitudini con altre situazioni, come quella di Gaza: punire i civili al fine di spezzare la volontà di un popolo oppresso.

Se l’Occidente non intraprende azioni immediate, tra pochi anni non resterà più traccia di nulla.Potremmo rivivere un altro Ruanda, un genocidio dimenticato troppo presto dalla storia. I corpi delle vittime possono avere aspetti diversi, ma la logica criminale e genocidaria rimane invariata: disumanizzare, punire, annientare un popolo. Ogni qual volta il mondo sceglie di tacere davanti a un genocidio, getta le basi per il prossimo. Tutti genocidi. iniziano con le armi, ma poi si compiono con l’indifferenza generale.

In apertura, Foto di ammar nassir su Unsplash

Una performance dell’artista Vanessa Beecroft contro il genocidio in Sudan, fonte wikic

Piva nel sacco a Villa Pamphilj: il grande naufragio albanese

Villa Pamphilj, ieri. Giorgia Meloni è arrivata accanto a Edi Rama ripetendo lo slogan che aveva promesso di scolpire nella storia: «Funzioneranno». I centri in Albania, 670 milioni già spesi e altri 70 pronti a partire, dovevano essere il capolavoro della fermezza. Invece, davanti ai cronisti, la premier si è ritrovata con la piva nel sacco. Nei due mega-impianti di Shengjin e Gjadër non passa quasi nessuno: una ventina di migranti in tutto, strutture semivuote, ritardi che persino lei ora è costretta ad ammettere.

Eppure, nel copione meloniano, la responsabilità è sempre altrove. «La colpa è dei giudici», ha scandito, accusando magistrature italiane ed europee di aver “bloccato” i trasferimenti da Bangladesh e Tunisia perché giudicate non sicure. È il solito ritornello: quando i numeri implodono, si invocano complotti togati, burocrazie ostili, Europa cattiva. Tutti colpevoli, tranne chi ha voluto un progetto ingestibile, costosissimo e politicamente tossico.

Nel frattempo Rama incassa sorrisi, appalti, pattugliatori e l’impegno italiano a sostenerne l’ingresso nell’Ue. È lui il vero vincitore del vertice: porta a casa navi, investimenti e la legittimazione di un’operazione che a Tirana rende molto più che a Roma.

L’opposizione parla di «800 milioni bruciati per prigioni vuote». È una fotografia impietosa, ma difficilmente smentibile: un monumento all’improvvisazione, costruito per annunciare la “svolta storica” sull’immigrazione e finito in un parcheggio costoso, senza funzione e senza strategia. Meloni continua a ripetere «funzioneranno». Ma i cancelli restano chiusi, come la realtà che si ostina a non obbedirle.

Buon venerdì.

Foto Gov

L’eredità di Pietro Ingrao: la ricerca sulla emancipazione umana

 Per rileggere la lezione politica di Pietro Ingrao pubblichiamo l’intervento dal titolo”Tenere aperto l’orizzonte del comunismo: la ricerca sull’emancipazione umana nell’ultimo Ingrao” del ricercatore della Fondazione Di Vittorio Mattia Gambilonghi durante il convegno “Pietro Ingrao, dalla terra alla luna, scavando dalla polvere” che si tiene il 13 novembre al Senato.

Il punto di partenza per un ragionamento intorno ai tratti, alla precisa curvatura che assume in Pietro Ingrao la ricerca intorno alle forme dell’emancipazione umana nell’ultima fase del suo impegno politico in prima linea, come dirigente ma soprattutto attore, come protagonista di quella sinistra che – all’indomani dell’89 e nel pieno dell’egemonia neoliberale sul piano dell’immaginario e del senso comune – nonostante ciò tiene viva una postura critica rispetto all’esistente, un anelito alla trasformazione radicale dello status quo, delle sue contraddizioni e dei suoi meccanismi di sfruttamento, alienazione e negazione dell’individualità umana: il punto di partenza, dunque, di una riflessione sui modi con cui Ingrao tenta di “tenere aperto l’orizzonte del comunismo” – come dirà in occasione del suo intervento al XIX congresso del Pci, il primo della svolta apertasi al quartiere della Bolognina all’indomani del crollo del muro – questa messa a fuoco può muovere utilmente a mio avviso dal dialogo che, sul comunismo come idea e come esperienza storica, Ingrao svolge con Ferdinando Camon, scrittore di formazione cattolica, tra la fine del ’93 e il maggio del ’94. Nel corso di questo dialogo (e per l’esattezza: all’inizio e in conclusione di questo dialogo, in maniera perfettamente speculare) Ingrao sintetizza in due momenti e con grande efficacia cosa per lui (e direi anche per noi) può voler dire la parola “comunismo” avendo alle spalle il Novecento grande e terribile: la prima, per via del suo taglio critico-analitico, di impronta quasi hegeliana, è una definizione di tipo metodologico, che rinvia con la mente al passo marxiano sul “movimento che abolisce lo stato di cose presenti”. Dice Ingrao «il mio comunismo parte dalla critica a un tipo di società data, che è la società capitalistica, e tende a cercare come nel seno di questa società si producano delle contraddizioni per cui chi lavora si sente nemico a chi lo fa lavorare, e diventa il suo antagonista storico». Si tratta insomma di una visione del comunismo fortemente antidogmatica e antidottrinaria, perché non rinvia ad un corpus teorico, ad una strategia e ad un modello conchiuso, trascendente e autosufficiente, definito una volta per tutte e valido universalmente nello spazio e nel tempo. È, al contrario, la valorizzazione del comunismo come “punto di vista” (termine, questo, caro e fatto proprio da un altro grande di quella storia, della nostra storia, scomparso pochi mesi fa: Aldo Tortorella). Un punto di vista utile a scandagliare la realtà e ad individuare quelle contraddizioni sempre nuove che comprimono l’individuo e la sua libertà, che lo opprimono, che lo svuotano e che lo reificano, tanto nelle società capitalistiche, quanto – potenzialmente – anche nelle società di transizione che hanno cercato e cercheranno di costruire un altro mondo possibile. È questo l’approccio metodologico che permette ad Ingrao di tenere aperto l’orizzonte del comunismo anche dopo il fallimento della sua prima realizzazione storica; è su questo che basa il suo “cercare ancora” (avrebbe detto Claudio Napoleoni) le ragioni, le leve e le vie della trasformazione possibile.

La seconda definizione, quella che formula in chiusura del dialogo, ha invece un carattere prospettico, che rinvia quasi alla futurologia; ma ciò non perché Ingrao voglia formulare astrattamente delle ricette per l’osteria dell’avvenire, ma perché intende tracciare delle direttrici e indicare gli ambiti imprescindibili entro cui un comunismo rinnovato e reinventato è chiamato a dispiegare la sua attività critico-trasformativa. Dice: «E certo domani si tratterà di affrontare problemi che il comunismo classico non ha nemmeno sfiorato: inventare per l’umanità una vita che non sia tutta ridotta al momento lavorativo. […]. Il comunismo di ieri era tutto “fare”, tutto “lavoro”. Il comunismo di domani dovrà essere anche meditazione e contemplazione, dovrà affrontare le nuove contraddizioni. Al comunismo economico seguirà insomma un comunismo vitale. Dovrà essere un comunismo romantico, psicologico, sentimentale, che recupererà anche proposte dell’età pre-industriale, senza ripetere le condizioni sottoumane della vita contadina. È il traguardo della nuova politica, della nuova letteratura, della nuova arte: ed è un traguardo assolutamente irrinunciabile. Perché un mondo che non liquidi questi problemi è un mondo di una tristezza infinita.».

Sono riflessioni, queste, che spiegano bene il motivo per cui, nell’articolo scritto con David e pubblicato a settembre su Micromega, abbiamo parlato a proposito di Ingrao dell’obiettivo di una “emancipazione umana integrale” e “multidimensionale”. Ingrao è forse, tra i dirigenti comunisti, quello che riesce a interpretare meglio, ad assumere nella maniera più conseguente e rigorosa, la svolta post-materialistica e post-acquisitiva annunciata dal ’68, con la sua attenzione alla dimensione qualitativa non semplicemente dello sviluppo, ma della stessa vita, una vita di cui i nuovi bisogni e le nuove domande emerse dagli anni Settanta in poi interrogano il senso ultimo. È in questa ambizione che risiede il significato del suo “volere la luna”. Già all’inizio degli anni Ottanta, con la formula dei “nuovi beni”, pone la necessità di delineare un arco di fini più ampio e variegato di quello ereditato dalla tradizione, al fine di arricchire e rinnovare «la scala di valori che il socialismo punta ad affermare», fuori dalle secche dell’economicismo e dalla statolatria. Ma nonostante questo bisogno, nonostante la necessità di questo salto di qualità nella tensione progettuale venga esplicitata nella forma più compiuta all’inizio degli anni Ottanta – quando cioè i pilastri del compromesso keynesiano postbellico sono ormai logori e si riconosce la necessità di esplorare vie che vadano “oltre lo Stato sociale”, come titola uno dei libri più importanti di Pietro Barcellona, tra gli intellettuali più vicini ad Ingrao –, l’attenzione di Ingrao e di quello che Luciana Castellina ha definito “l’ingraismo” come sensibilità politica larga e profonda, si manifesta già negli anni Sessanta. Nel pieno, cioè, del boom economico e di quella battaglia politica che nel Pci attraversa il gruppo dirigente post-togliattiano, snodandosi tra il convegno del Gramsci del ’62 sulle tendenze del capitalismo italiano e l’XI congresso del ’66, il primo senza Togliatti. Contrapponendosi infatti all’ala amendoliana, che dalla lettura stagnazionista del capitalismo italiano fa derivare la proposta (concreta ma minimalista) della politica dei mille rivoli, un pragmatico “riformismo a spizzichi” interessato a razionalizzare il capitalismo in senso antimonopolistico e a rispondere a bisogni quantificabili e monetizzabili (i “soldoni” di cui parlerà Amendola alla Conferenza operaia di Genova, nel ‘65), l’ala ingraiana traduce politicamente la sua diagnosi di un capitalismo dinamico e in via di modernizzazione con la parola d’ordine del “modello di sviluppo alternativo”. Ovvero, una visione delle “riforme di struttura” desiderosa di prendere questa categoria fin «troppo sul serio» (come affermerà ex post Lucio Magri, nel sarto di Ulm) e proprio per questo orientata a caratterizzarsi per la globalità e l’organicità di obiettivi tenuti assieme da una rigorosa geometria, da una rigorosa coerenza interna. E, in virtù di ciò, capaci di esprimere logiche e principi regolativi radicalmente difformi e antagonisti rispetto all’esistente. Nei fatti, e con almeno un decennio di anticipo rispetto ai teorici della silent revolution  e del tornante post-materialistico, l’ala ingraiana del Pci, già nella prima metà degli anni Sessanta colloca in maniera pionieristica e straordinariamente preveggente la propria iniziativa su questo terreno, facendo ruotare la contesa strategica con la destra amendoliana attorno al nodo dello sviluppo e dell’alternativa tra la sua dimensione meramente quantitativa ed una sua declinazione più riccamente qualitativa.

E la discussione sulla valorizzazione della dimensione qualitativa della crescita che dopo il Rapporto del Club di Roma si impone a tutta la sinistra europea, sia comunista che socialdemocratica, viene declinata da Ingrao – proprio in ragione di questa sensibilità originaria, di questa propensione strutturale –non relegando il tema di politiche e strategie coerenti con quest’obiettivo alla sfera dei buoni sentimenti e al wishful thinking: per aggredire alla radice questo nodo, Ingrao esplicita nella maniera più conseguente il suo bilancio intelligentemente critico dell’esperienza novecentesca del movimento operaio, quel bilancio che rappresenta il minimo comune denominatore delle diverse anime riunite durante gli anni Sessanta sotto l’ombrello dell’ingraismo (per citare le tre diramazioni a mio avviso più importanti: Lucio Magri, Rossana Rossanda, Bruno Trentin). Un bilancio critico che rappresenta la base di tutta la ricerca che il Pci dell’epoca svolge sulla terza via, su una via capace di superare in avanti i limiti del modello sovietico e di quello socialdemocratico. Al fine di affrontare proficuamente la questione di una crescita qualitativamente orientata, per Ingrao vanno presi di petto e senza dogmatismi i due grandi nodi politici e teorici della sinistra e del movimento operaio: il nodo della proprietà e il nodo dello Stato. E quindi: il tema delle forme con cui realizzare l’obiettivo di un’appropriazione collettiva del lavoro sociale, di una funzionalizzazione delle attività economiche a finalità ed obiettivi altri rispetto al profitto individuale e all’accumulazione privata; ma anche il tema delle forme con cui socializzare il potere, con cui sanare lo iato e la scissione tra governanti e governanti, per avvicinare popolo e istituzioni, per congiungere “masse e potere”. La questione, dunque, di una democrazia piena e conseguente, restando distante tanto da illusioni assembleariste e direttiste – in cui vede il germe di degenerazioni corporative, particolariste e plebiscitarie – ma al tempo stesso estremamente determinato ad arricchire ed articolare la dimensione rappresentativa della democrazia, pena lo svuotamento stesso della rappresentanza, come teorizzato dal rapporto della Trilateral: insomma, la proposta di quella democrazia organizzata di massa che a metà degli anni Settanta contrappone al formalismo liberale di Bobbio e che tenta di dare una risposta alla stagione del sindacato dei consigli e al fiorire di forme ed esperienze di democrazia di base. Sta qui la ragione del suo interesse per ciò che si muove nel revisionismo di sinistra che attraversa le più importanti esperienze della socialdemocrazia europea, a partire da quella svedese e dal suo piano Meidner, Ponendo infatti il tema di una proprietà realmente sociale dei mezzi di produzione, il progetto dei socialdemocratici svedesi non solo rappresenta un sostanziale superamento delle politiche socialdemocratiche in senso stretto. Ma, prospettando forme di intervento e di “governo sociale” dei processi di accumulazione, definisce un nuovo quadro di compatibilità fra politica ed economia, un quadro alternativo a quello tipico compromesso keynesiano, e proprio per questo capace di avanzare una risposta politicamente e teoricamente forte tanto alla crisi dello statalismo proprietario dei paesi dell’est, quanto allo statalismo redistributivo tipico delle socialdemocrazie.

Si tratta dunque di una via, di un’ipotesi di riforme di struttura e di trasformazione sociale che rifiuta l’idea – rivelatasi terribilmente naif e infondata – che identifica la crescita del controllo sociale e democratico del lavoro vivo nella estensione meccanica della proprietà statale. Ingrao guarda inoltre con un interesse frammisto ad ammirazione al fatto che la costruzione di nuove forme democratiche nella sfera economica venga in qualche modo vincolata al ruolo produttivo dei soggetti sociali, scommettendo cioè sull’imprenditorialità collettiva espressa dai lavoratori associati all’interno degli organi di gestione dei fondi nel promuovere quella crescita e quella produttività sociale che, nell’epoca della disoccupazione tecnologica e della crescente divaricazione fra crescita ed occupazione, i capitalisti non sono più in grado di garantire. Ma l’interesse di Ingrao per i “fondi” del piano Meidner risiede soprattutto nel fatto che essi incrociano due assilli della sua riflessione di quegli anni. In primis, i meccanismi attraverso cui raccordare democrazia politica e democrazia sociale; secondariamente, il tema della “separazione dei produttori dai mezzi di produzione”: tornare a porre in maniera inedita rispetto alle realizzazioni del cinquantennio precedente la questione dell’assetto proprietario è per Ingrao una scelta assolutamente coraggiosa, specie nel momento in cui la fortuna del thatcherismo e del reaganismo si gioca tutta sul nodo della ri-privatizzazione di beni e funzioni sociali in precedenza strappate al mercato.

Anche qui: Ingrao non guarda al piano Meidner perché esso rappresenti un modello e ad una via già definita e pronta all’uso, ma perché costituisce un fecondo campo di ricerca e di sperimentazione, in grado di stimolare riflessioni in linea con le questioni enunciate. I nodi ancora aperti per la definizione di quello che come abbiamo definirà il comunismo vitale, non economicistico e non statalistico (aggiungo io: rosso-verde) sono ancora diversi, e vanno per lei tutti affrontati: innanzitutto, quello delle modalità con cui le forme di autogestione produttiva possono conciliarsi con la sfera delle politiche statali di redistribuzione e di investimento (combinazione senza cui nessuna strategia di trasformazione capace di incidere sulle decisione produttive fondamentali può darsi). In secondo luogo, quello delle forme con cui fornire un’adeguata rappresentanza ed espressione nelle sedi politiche e decisionali a quei bisogni qualitativi e post-acquisitivi che rimandano a fini generali e a scale di valori non quantificabili e per questa ragione irriducibili alla logica compensativa implicita nello schema dello “scambio politico”. E ancora, la questione dei criteri tramite cui affrontare la contraddizione potenzialmente esplosiva fra la logica che innerva le nuove forme di proprietà sociale collettiva, e quella, puramente quantitativa, che presiede invece a quei criteri di economicità tradizionali a cui continuano ad essere ancorate le singole imprese. Degli interrogativi che rinviano ad una questione cruciale e imprescindibile ai fini di una strategia di trasformazione sociale: quello delle modalità attraverso cui gestire la coesistenza conflittuale tra una razionalità a livello del sistema delle imprese e la razionalità a livello sociale. Il problema di fondo, per Ingrao resta insomma quello per cui una coerente azione di democratizzazione dell’economia e delle sue strutture obbliga a rimettere in discussione le stesse nozioni di produttività e di crescita economica, inevitabilmente deformate in senso quantitativo dalla logica capitalista.

Da qui la formula e l’idea di forma-politica a cui perverrà e rivendicherà per più di un decennio: quello di uno “Stato che aiuta a fare”, che non ricada cioè né nell’idea di un’iperstatalismo soffocante e oppressivo, né nella prassi socialdemocratica di un intervento a valle, subalterno e di tipo compensativo. Pensa insomma ad una forma statuale e democratica in grado di programmare tracciando grandi direttrici di sviluppo, che usi cioè le proprie leve per scardinare la pura logica di mercato, e che, al tempo stesso, non prenda tutto in mano verticisticamente, ma che sia al contrario impegnato a promuovere dinamiche di autodeterminazione, e quindi: luoghi, spazi e forme di autogestione e di autogoverno. È nella duttilità di questa forma democratica, nel suo saper stare tra la Scilla dello stalinismo e la Cariddi del compatibilismo minimalista, nel saper declinare in maniera innovativa l’ideale della riappropriazione sociale di funzioni politiche e di ricchezza prodotta, che risiede la chiave del suo “comunismo vitale”, un comunismo che proprio perché lotta contro tutte le forme di alienazione e reificazione, proprio perché si interroga sulla qualità e sul senso ultimo della vita, è in grado di confrontarsi appieno con la dimensione dell’alterità: tanto quella alterità rappresentata dal femminile e dalla sua insopprimibile differenza, quanto l’alterità che ha il suo centro nell’ambiente, in quello che definirà il “vivente non umano”.

 

 

 

l’autore: Mattia Gambilonghi è ricercatore della Fondazione Giuseppe Di Vittorio

 

Qui il video integrale del convegno 

 

In apertura un a foto (wikic) di Pietro Ingrao con Enrico Berlinguer e altri dirigenti del Pci nel 196.

 

 

 

Il baklava di Itamar Ben Gvir

Non esistono orrori che si compensino a vicenda. Ogni violenza ha il suo luogo, la sua storia, la sua responsabilità. Se Hamas giustizia sommariamente i propri cittadini, quell’orrore resta lì, a Gaza, e lì deve essere giudicato: all’interno delle vicende storiche che avvolgono la Striscia. Non va giustificato, ma condannato, perché la vendetta non è mai giustizia.
Allo stesso modo – e nella stessa misura – va condannato ciò che accade in Israele, in quella che continua a definirsi una “democrazia”, ma che sempre più assume i tratti di uno Stato teocratico. Basta guardare alle condizioni di detenzione dei prigionieri palestinesi, allo stato delle libertà politiche e civili, e – soprattutto – al progetto di reintroduzione della pena di morte.
Non si tratta di un dettaglio tecnico, ma di un segnale politico. Il punto non è l’universalità dei diritti umani – una favola giuridica buona per le nostre ingenuità – bensì la relatività delle tutele, da leggere all’interno dei principi di ciascun ordinamento. Ed è proprio qui che si manifesta l’orrore: nel voto preliminare della Knesset a favore del disegno di legge che introduce la pena capitale per i terroristi, in aperta contraddizione con i fondamenti stessi dello Stato israeliano.
Il testo ha ottenuto un primo via libera con 39 voti favorevoli e 16 contrari. Ora passerà in commissione, dove potrà essere modificato prima delle successive letture. Ma l’immagine che resta è quella di Itamar Ben Gvir – ministro della Sicurezza nazionale, leader del partito di estrema destra Otzma Yehudit (“Potere ebraico”) – che festeggia il voto offrendo baklava nei corridoi della Knesset. Un dolce trionfo, potremmo dire, servito sulla bocca amara della legge.
Attualmente in Israele la pena di morte è prevista solo in casi eccezionali – e quante cose si potrebbero dire sul concetto di “eccezione” – come l’alto tradimento o i crimini di guerra di epoca nazista, cioè i crimini contro il popolo ebraico. È stata applicata una sola volta, nel 1962, con l’impiccagione di Adolf Eichmann.
L’opposizione ha denunciato che il nuovo disegno di legge è in realtà una “legge contro gli arabi”, poiché la sua formulazione permetterebbe di applicarla facilmente agli autori arabi di omicidi di cittadini ebrei. Ancora più grave: il testo prevede che i tribunali militari in Cisgiordania possano infliggere la condanna a morte con una semplice maggioranza, eliminando l’obbligo di unanimità e impedendo di considerare eventuali circostanze attenuanti.
Cosa dire di più? La “democrazia” israeliana ha imboccato una brutta strada, un vicolo cieco di messianismo e paura. L’introduzione di una pena di morte ad personam segna la rottura con il proprio ordinamento giuridico, che fino a ieri cercava – non senza fatica – di mantenere un equilibrio tra le eredità di civil law e di common law nate dalla complessità della sua formazione.
Oggi, invece, sembra prevalere un diritto teocratico, fondato non sulla giustizia ma sulla sua negazione più radicale: la vendetta. Un’idea di diritto incentrata sul primato dell’ordinamento giuridico statale, dove personalità e comando procedono di pari passo: la sovranità soggettivistica come antitesi dello Stato di diritto.

In apertura, Ben Gvir durante una manifestazione contro il cessate il fuoco su Gaza
foto wikic