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Chi comanda davvero, se nessuno risponde?

È strano come, in Italia, lo spionaggio politico sembri fare meno scandalo delle intercettazioni su un trafficante. Eppure in mezzo ci sono preti, attivisti, armatori e un direttore di testata. Le vittime non sono comparse ma coscienze scomode. E chi dovrebbe chiedere chiarezza, balbetta.

Il governo italiano, secondo Citizen Lab, ha gli strumenti per sapere chi ha spiato chi. E allora perché tace? Perché quando si pronuncia la parola Paragon – che è la nuova Echelon, ma con meno pudore – da Palazzo Chigi si distolgono gli occhi? L’Aise ha spiato Mediterranea, questo è certo. Cancellato no, almeno ufficialmente. Ma allora chi?

Intanto a Bruxelles, dove il Parlamento europeo avrebbe dovuto ascoltare Casarini e don Ferrari, le destre hanno fatto saltare tutto. “Troppo italiano”, hanno detto. Come se la democrazia avesse bisogno di passaporto. Il 23 aprile gli attivisti saranno comunque lì, fuori, in piazza. Dentro, invece, le istituzioni giocano a rimpiattino. Non per difendere la sicurezza nazionale ma per proteggere la propria opacità.

Se l’abuso non scandalizza più, è perché l’abuso è diventato regola. Chi governa deve dire se ha ordinato lo spionaggio. O se ha permesso che altri lo facessero. Il resto è omertà. E un Paese che accetta lo spionaggio politico come normalità ha già smesso di essere democratico.

A meno che il vero scandalo non sia proprio questo: considerare un sacerdote e un giornalista liberi come una minaccia. E non chi li ha messi sotto sorveglianza.

Buon giovedì.

Elezioni in Ecuador: L’opposizione contesta la vittoria di Noboa e chiede il riconteggio

Quito – il presidente uscente Daniel Noboa ha vinto le elezioni in Ecuador con il 55.65% dei voti contro il 44.35% della candidata di Rivoluzione cittadina Luisa González. Sin dall’inizio dello spoglio si è manifestato un trend nettamente a favore del presidente uscente che ha vinto in 18 province su 24. Daniel Noboa ha dichiarato che questa vittoria è storica e con un ampio margine di 10 punti percentuali non mostra dubbi sul vincitore. «Questa vittoria è il risultato della lotta e della perseveranza di ogni componente della squadra che vuole costruire un nuovo Ecuador». Se Noboa festeggia la vittoria, dall’altra parte Luisa González a due ore dal conteggio ha dichiarato di non riconoscere il risultato e di chiedere al Consiglio nazionale elettorale che si ripeta lo spoglio in quanto- afferma – si è verificato il più grottesco broglio elettorale della storia repubblicana del Paese. Ha ricordato che nelle elezioni passate la Revolución Ciudadana aveva sempre riconosciuto la sconfitta ma in questo caso non lo fa. Nei fatti 11 sondaggi, tra cui alcuni vicini al governo, davano la vittoria a lei e nessuno aveva mostrato una differenza tanto amplia come quella che si è vista alla fine dello scrutinio. «Io denuncio davanti al mio popolo, ai mezzi di comunicazione e al mondo intero che l’Ecuador sta vivendo una dittatura». Così ha chiuso il suo intervento dal quartier generale della RC a Quito.

La denuncia di irregolarità perpetuate dal Cne da parte della coalizione di sinistra
Nei giorni scorsi c’erano state delle avvisaglie da parte di alcuni attori della sinistra sul comportamento del Consiglio nazionale elettorale dell’Ecuador durante la seconda fase delle elezioni. In un comunicato congiunto la Revolución Ciudadana, Pachakutik, Reto, Partido Socialista Ecuadoriano e Centro Democrático avevamo denunciato la preoccupante azione del Cne che ha destabilizzato l’opinione pubblica e i comizi durante il ballottaggio. Nel comunicato si legge che durante tutto il processo elettorale si è assistito a una vergognosa gestione del Cne che non ha compiuto le funzioni dettate dalla Costituzione. Per esempio si è registrato un cambiamento all’ultimo momento di ben 18 seggi elettorali con la scusa dei temporali invernali, in pieno silenzio elettorale sono state annunciate azioni di governo, a delegazioni di osservatori internazionali è stato negato l’ingresso nel Paese per assistere ai comizi, sono state usate risorse dello Stato per la consegna di Bonus (570 milioni di dollari), ci sono stati pagamenti all’ultimo momento per fornitori statali, per non dire del decreto dello Stato di massima allerta in 7 regioni, sospendendo i diritti civili di inviolabilità del domicilio, di circolazione e di riunione e poi la sospensione della votazione degli ecuadoriani in Venezuela.

Le alleanze di Luisa González non hanno fatto somma
Dal 9 febbraio fino a due giorni prima delle elezioni la candidata Luisa González e il partito della Revolución Ciudadana avevano lavorato abbastanza nel tessere alleanze e di costruire un discorso basato sull’unità cercando di abbandonare rancori e personalismi. Va detto che il lavoro di Luisa González e della sua squadra è stato sostenuto da una buona comunicazione politica, scegliendo anche i tempi politici giusti. Dall’8 marzo al 11 aprile la Revolución Ciudadana ha raccolto l’appoggio del Partido Socialista Ecuadoriano, del candidato Carlos Rabascal della Izquierda Democrática, del partito Pachakutik e della Conaie, del Centro Democratico, della lista Amigo e di Jan Topic che prevedevano un plus al voto raccolto al primo turno. Una serie di alleanze che avevano rotto con il trend delle ultime tre elezioni presidenziali nelle quali la Revolución Ciudadana viveva in pieno isolamento. In politica la sommatoria non sempre fa una coalizione e le somme non sono mai meramente aritmetiche. Il voto vive processi di carattere sociologico e culturale che vanno oltre la matematica, detto questo al secondo turno Luisa González non solo non aumenta voti ma addirittura ne perde quasi 115 mila. Come spiegarlo?

I bonus elargiti da Noboa
Durante il dibattito presidenziale del passato 23 marzo Noboa aveva annunciato che dal giorno dopo avrebbe elargito bonus e benefici economici a vari settori della popolazione. Dalla metà di marzo fino a qualche giorno prima delle elezioni Noboa ha offerto ben 14 benefici economici tra bonus, borse di studio e pagamenti arretrati per il popolo ecuadoriano. Una generosità che costa allo Stato 518 milioni di dollari. Noboa ha promesso e dato un bonus di 510 dollari a 56 mila unità della Polizia nazionale, 400 dollari a 83 mila Jóvenes en Acción che consiste in un programma nazionale che promuove l’imprenditoria giovanile tra i 18 e 29 anni, 400 dollari a 120 mila Ecuatorianos en Acción che consiste in un programma nazionale per tutti i cittadini dai 30 ai 64 anni per promuove il lavoro comunitario e fomenta la partecipazione. Sicuramente questi bonus hanno fatto il loro effetto e migliaia di ecuadoriani hanno preferito l’uovo oggi che la gallina domani. A questo si aggiunge il ruolo dei mezzi di comunicazione tutti schierati a favore di Noboa, il discorso trito e ritrito anti Venezuela della desdolariación. Così, l’Ecuador dovrà vivere 4 anni ancora di neoliberismo. Resisterà? Io penso di no.

L’autore: Davide Matrone è docente all’Universitad politecnica salesiana

In foto Daniel Noboa con la moglie Lavinia Valbonesi alla cerimonia di insediamento nel 2023

Ricerca, libertà, dissenso: vietati fino a nuovo ordine

Negli Usa Harvard ha detto no. Un no che pesa più di tutti i sì silenziosi raccolti negli ultimi mesi nei campus statunitensi. Un no che suona come un avvertimento: il pensiero critico non si baratta per un assegno, nemmeno da 2,2 miliardi di dollari.

Il rifiuto di piegarsi ai diktat di un’amministrazione che, nel nome di una presunta “lotta all’antisemitismo”, chiede l’eliminazione di politiche per l’equità e l’espulsione di studenti dissenzienti, non è solo un atto accademico. È un gesto politico. Un gesto che arriva dopo mesi di purghe nelle università, con centinaia di visti revocati e studenti stranieri arrestati come nemici interni, colpevoli di avere opinioni. L’università di Columbia ha chinato la testa, cancellando corsi e carriere. Harvard no.

Non si tratta solo di difendere i campus. La battaglia in corso tocca le fondamenta stesse della democrazia americana. Il piano MAGA non nasconde più nulla: decostruire l’università, spogliarla di ogni capacità critica, trasformarla in un’agenzia governativa del pensiero unico. Usare la leva dei fondi per installare il terrore tra presidi e rettori. Altro che “woke”: è vendetta, razzismo, repressione.

Il silenzio di molti rende il coraggio dei pochi ancora più evidente. Come ricorda Obama, “l’indagine intellettuale, il mutuo rispetto e il dibattito rigoroso” non sono un lusso, ma il minimo sindacale in un paese che voglia ancora definirsi libero.

Harvard non ha salvato l’America ma ha rispettato se stessa. Chissà se nel loro piccolo qui da noi vi saranno scuole che faranno argine.

Buona mercoledì. 

 

Foto AS

Punire tutto, risolvere niente

Un decreto che scavalca il Parlamento, ignora la Costituzione e criminalizza la marginalità sociale. Così si presenta il nuovo decreto Sicurezza, scritto con l’inchiostro dell’emergenza ma senza l’urgenza dei fatti. Bastano trentasei ore e una manciata di righe dell’Associazione nazionale magistrati per svelarne la natura: 14 nuovi reati, 9 aggravamenti di pena, e nessuna soluzione.

Nel nome dell’ordine pubblico si colpisce chi occupa case, chi resiste in modo non violento, chi lavora con la canapa legale. Si costruisce un diritto penale simbolico che inasprisce senza distinguere. L’occupazione abusiva di un alloggio viene trattata come un omicidio sul lavoro. Le carceri scoppiano, ma si aggiungono nuovi reati e si restringono i benefici penitenziari, persino per le donne incinte.

Mentre Piantedosi promette altre misure, chi lavora nella legalità – come i commercianti di cannabis light – viene abbandonato nel vuoto normativo. Pagano tasse su merce che da un giorno all’altro diventa illegale. E il dissenso? Equiparato alla devianza. La disobbedienza civile evocata da Franco Corleone è una risposta necessaria a uno Stato che preferisce reprimere piuttosto che governare.

Perché quando si governa con la paura, la legge diventa manganello.

Buon martedì. 

L’inaccettabile femminicidio di Giulia. E quella sentenza su cui dobbiamo riflettere ancora

Parlare del caso di Giulia Cecchettin risveglia, ogni volta, un dolore profondo. Un dolore forse necessario, perché è necessario parlare di femminicidio ed è necessario capire, se abbiamo la speranza che questo un giorno non si verifichi più. Il femminicidio è un fenomeno diffuso che ha legami fortissimi con l’idea del patriarcato ed è la ripetizione dell’eterna storia per cui una donna non si può separare da un uomo e realizzarsi dopo essersi separata da lui, e per questo viene da lui uccisa.

La sentenza dei giudici sull’assassino di Giulia Cecchettin risveglia e riattiva il dolore e l’orrore legato a questo caso.
La condanna al massimo della pena, l’ergastolo, che ha tenuto conto dell’aggravante della premeditazione, può avere un effetto rassicurante, che conferma il senso di fiducia in un sistema giudiziario in un certo modo ragionevole.

Il mancato riconoscimento dell’aggravante della crudeltà ha scatenato un dibattito mediatico che, personalmente, all’inizio mi ha lasciato perplessa. Comprendo umanamente l’indignazione della sorella, del padre e di migliaia di persone. Vista dalla prospettiva di Giulia la parola crudeltà definisce bene l’orrore, la tortura, la sevizia che l’ha investita e che ha dovuto subire per lunghissimi minuti. La sorella, il padre, migliaia di persone reagiscono con la propria sensibilità umana e i propri affetti e “vedono” e sentono questa crudeltà con gli occhi belli di Giulia.

I giudici non hanno rilevato alcuna premeditazione o volontà nel volere infliggere una sevizia o una tortura, per cui dal punto di vista giuridico (e ringrazio la collega che mi ha fornito l’articolo in cui veniva spiegato questo, ovvero il commento di Luciano Sesta su il Fatto quotidiano online del 9 aprile 2025) il concetto di crudeltà viene a mancare, e questo aggravante non può essere applicato.
Certamente i giudici devono fare il proprio lavoro e applicare il codice penale privi da qualsiasi influenza, anche politica o culturale e neppure quelle riguardanti le conseguenze mediatiche, politiche, culturali di una sentenza.

La faccenda dell’inesperienza continuava però a lasciarmi perplessa.
Mi sono chiesta se sia possibile che i giudici abbiano colto qualcosa e che poi, forse con la dizione “inesperienza”, la formulazione di questo qualcosa che avevano colto non sia stata precisa e puntuale, ma in qualche modo grossolana e fuorviante.

I giudici hanno certamente tentato di giudicare al meglio l’assassino.
È effettivamente molto difficile comprendere come un essere umano possa lucidamente premeditare e poi concretamente infliggere ad un altro essere umano un orrore di questo genere, senza che vi sia una intenzionalità “crudele” nel senso giuridico, cioè la volontà di indurre una tortura o una sevizia. Forse i giudici hanno colto negli occhi senza umanità dell’assassino di Giulia proprio questo. È estremamente difficile capirlo ed è estremamente raro, ma, a volte, alcuni esseri umani compiono atti crudeli e atroci senza che ci sia neppure l’ombra di sadismo, in un assetto di lucidità e di funzionamento della coscienza.

Questo non accade a persone sane, e neanche alla maggior parte delle persone affette da una patologia mentale; accade se c’è una malattia mentale gravissima che lede l’umanità presente sin dalla nascita in ognuno di noi fino al punto di quasi cancellarla completamente. Per uscire dalla perplessità e chiarirmi le idee su questo qualcosa di molto importante che possono aver colto i giudici, mi è stata molto utile la rilettura del paragrafo “La schizofrenia simplex” all’interno del capitolo ” l’indifferenza” del libro La marionetta e il burattino di Massimo Fagioli.

Scrive Fagioli: “Ormai indifferente al piacere e al dolore, egli, lo schizofrenico semplice è fuori, al di là del rapporto sadomasochistico. Può strapparsi da solo un’unghia e vivere la cosa come se si fosse tolto un capello fastidioso”. E ancora: “La percezione umana, di fronte allo schizofrenico semplice, è incerta, nebulosa”…”La percezione umana e il sapere la verità sono cimentati anche quando lo schizofrenico semplice viene ripreso da una crisi di pazzia”…”Raptus strano. Sembra arrabbiato e non è vero, sembra odiare e non è vero. È scena. Ma è pericoloso”…” La maschera maschera il non essere”…

Lungi, da psichiatra, dal voler fare perizie o tentare delle diagnosi a distanza. Da donna e cittadina studio e mi faccio delle domande e sento che queste parole possono essere di aiuto per capire. Perché è effettivamente difficilissimo capire l’annullamento dell’umano.
Da coautrice del libro Schizofrenia mi chiedo insieme ai coautori se parole come strano, bizzarro, fatuo, stolido e anaffettivo non siano più appropriate della parola “ inesperienza”.

L’autrice: Manuela Petrucci è MD Psychiatrist and PsychotherapistDr. med. Program Medical Psychology Section, Ulm UniversityAlbert-​Einstein-Allee 7 89081 Ulm, Germany

Il grande circo dei rimpatri

Le fascette ai polsi valgono più delle sentenze. Sono il manifesto da campagna elettorale permanente, il trofeo agitato contro le telecamere per dimostrare che “la pacchia è finita”. I migranti trasferiti in Albania legati come pacchi, esibiti come criminali, sono il prezzo pagato per un racconto che ha bisogno di cattivi da punire più che di soluzioni da costruire. Piantedosi rivendica. Salvini sghignazza. E nel frattempo, come ha denunciato Cecilia Strada, quei trasferimenti sono avvenuti senza alcuna informativa, con le fascette strette anche durante i pasti e per andare in bagno.

Dietro lo show, il fallimento: un protocollo da un miliardo di euro, che moltiplica i costi per ogni trasferimento e obbliga al ritorno in Italia prima di ogni rimpatrio. Una macchina assurda che somiglia più a un baraccone itinerante che a una politica migratoria. Ma funziona, perché mette in scena la cattiveria come virtù e la forza come propaganda.

Intanto, i numeri smentiscono l’allarme: il Viminale certifica il 28% in meno di sbarchi rispetto all’anno scorso. Eppure l’emergenza resta, perché serve. Serve a coprire i tagli, a distrarre dai fallimenti, a fare l’ammuina. Si cambia la destinazione, non la logica. Il Cpr albanese è solo il remake fuori confine dei lager amministrativi italiani.

In questa rappresentazione, la disumanizzazione diventa linguaggio di governo. Chi arriva in Italia viene trattato come rifiuto speciale, chi contesta viene accusato di debolezza. E intanto un’intera democrazia si abitua al filo spinato come ornamento istituzionale. Fino alla prossima foto. Fino alla prossima umiliazione da sbandierare come vittoria.

Buon lunedì.

Foto WMC

In cerca dell’assoluto. La fotografia di Franco Fontana all’Ara Pacis

03. Mare del Nord, 1976© Franco Fontana

Negli anni Settanta dello scorso secolo chi scrive era studente di architettura e allo stesso tempo un giovane dedito al lavoro della pittura. Scoprì a quel tempo le fotografie di Franco Fontana (classe 1933) a cui oggi Roma dedica una importante retrospettiva nel museo dell’Ara Pacis (sino al 31 agosto). La scoperta fu folgorante forse perché Fontana rappresentava l’esatto opposto di quanto il fotografo francese Henri Cartier-Bresson aveva delineato quale destino della fotografia. Per Cartier-Bresson la fotografia era l’arte dell’attimo. Lo chiama l’instant decisif. Era solo la fotografia che poteva consegnare al tempo futuro, il fumo che usciva in quel secondo dai tombini, le chiacchiere di due ragazze col cappellino in un bar di Parigi, la morte improvvisa di un legionario nella guerra spagnola. Sembrava una tesi convincente, ma le fotografie di Fontana erano l’esatto contrario della ricerca dell’attimo, era una ricerca di assoluto. Colpiva delle sue foto un respiro profondamente astratto. Le fotografie di Fontana appiattiscono, riportano al piano, ogni tipo di profondità. E’ una fotografia in chiave anti-prospettica e astratta. L’ambiente naturale nelle sue foto si trasforma in un collage di campi di colore che fanno pensare a Paul Klee: una vista marina si concentra solo sulla linea chiara che corre sull’orizzonte a separare il campo del cielo da quello del mare. Se erano raffigurate forme del costruito mai nessun elemento accessorio era aggiunto. Come Carlo Belli in KN aveva illustrato alla cultura italiana degli anni Trenta, l’astrazione ha sempre (e certamente in Fontana) una forte vocazione spirituale. Sembrava respirare profondo con quelle foto. Al giovane pittore di allora, molto influenzato dal critico Pierre Francastel che spiegava il cambio del concetto di spazio dal Rinascimento al cubismo, queste fotografie diedero una chiave per portare avanti quello stava anche lui cercando. In architettura perseguire questa via era impervio perché si era negli anni della Tendenza e di Aldo Rossi che ricercava al contrario valori figurativi in architettura: una fortezza, un casolare sul mare, un cimitero-città una nave-teatro. Ma in pittura sì che il pensiero di Franco Fontana poteva affilare lo sguardo. “Non si tratta di conservare il passato – scrisse Theodore Adorno – ma di realizzare le sue speranze”. Così le foto di Fontana aiutano a scoprire quello che la realtà che ci circonda non riesce ancora a essere.

L’autore: Antonino Saggio è architetto, docente universitario, saggista e editore
Foto di Franco Fontana Courtesy Museo Ara Pacis 03. Mare del Nord, 1976 © Franco Fontana

Se i detenuti aumentano, licenziamo i giudici. Nordio riscrive il Codice penale

In un Paese dove ventisei persone si sono già tolte la vita in carcere dall’inizio dell’anno, dove il personale penitenziario è allo stremo e i posti letto si moltiplicano solo nei comunicati, il ministro della Giustizia ha pensato bene di alleggerire l’atmosfera: “La colpa del sovraffollamento è dei magistrati che mandano in carcere le persone”. Un’affermazione che non meriterebbe nemmeno commento, se non fosse che a pronunciarla è il responsabile del sistema penale italiano.

Carlo Nordio è il Guardasigilli che ha firmato i decreti Caivano e Sicurezza, che ha inasprito pene, aumentato l’arresto in flagranza e gonfiato la detenzione preventiva. Ora scopre con candore che le carceri sono piene. E, invece di interrogarsi sulla qualità delle leggi o sull’assenza di una politica penitenziaria, punta il dito su chi quelle leggi le applica. I magistrati, colpevoli di fare il loro lavoro.

La logica si piega alla propaganda. Il Dap è acefalo da mesi, i percorsi alternativi alla detenzione sono sottofinanziati, la magistratura di sorveglianza è trattata da comparsa. Mancano interventi strutturali, mancano investimenti, manca soprattutto l’intenzione di riformare davvero. E mentre le celle scoppiano e i numeri parlano chiaro, il ministro si limita a lanciare battute, come se il suo ruolo fosse quello del commentatore, non del responsabile. Un uomo assente, che trasforma l’inerzia in accusa e il caos in colpa d’altri. Con buona pace di chi muore dietro le sbarre.

Buon venerdì.

Foto AS

Paragon, Mediterranea, il Copasir. Ma Cancellato?

Francesco Cancellato

Ieri, di fronte ai membri del Copasir, si sono seduti i rappresentanti di Paragon Solutions, l’azienda israeliana che produce lo spyware Graphite. È stata l’occasione per fare il riassunto. Il 31 gennaio l’azienda aveva sospeso i rapporti con l’Italia dopo la diffusione delle prime notizie sul possibile abuso di Graphite sugli smartphone degli attivisti di Mediterranea e del direttore di Fanpage, Francesco Cancellato. Poi, il 5 febbraio, Paragon avrebbe deciso di rescindere definitivamente i suoi contratti con l’Italia per violazione delle clausole etiche. Rescissione bloccata il 14 febbraio, quando l’intelligence italiana e Paragon hanno deciso di sospendere l’uso di Graphite in attesa dell’audizione del Copasir.

Sappiamo ormai con notevole grado di certezza che i servizi segreti italiani hanno usato lo spyware contro alcuni attivisti della Ong Mediterranea su impulso della Corte d’Appello di Roma per “attività di controllo preventive”. Peccato che, in caso di indagine, qualsiasi informazione carpita con quel metodo non sia utilizzabile in fase processuale.

Continuiamo a non sapere, invece, chi abbia voluto ascoltare Francesco Cancellato, direttore di Fanpage. Un giornalista spiato senza che si sappia da chi è roba che farebbe impallidire perfino Orbán, soprattutto se quel direttore ha guidato un’inchiesta all’interno del partito della presidente del Consiglio per raccontarne i pericolosi legami con l’ideologia fascista.

Cancellato però sconta due peccati mortali: l’invidia dei colleghi e l’indolenza della politica. Quindi, per lui, solo silenzio.

Buon giovedì.

Foto dal profilo FB di F. Cancellato – Credits Ciaopeople

Un kit di sopravvivenza per la pace

Il 24 settembre 1938 Benito Mussolini, dinanzi a 100mila persone radunate a Belluno, chiese: “burro o cannoni?”. Il regime fascista scelse i cannoni e sappiamo tutti come finì. “Preferite la pace o il condizionatore acceso?”, chiedeva il 6 aprile 2022
l’allora Presidente del Consiglio italiano Draghi, rivendicando l’invio di armi a Kiev e la via militare come unica strada di fronte all’invasione russa dell’Ucraina.
Tre anni dopo, aprile 2025, non abbiamo la pace e per tenere acceso il riscaldamento d’inverno e il condizionatore d’estate paghiamo bollette alle stelle: +56,5% rispetto al 2019 quelle elettriche; +90,4% quelle del gas (dati Confcommercio).

Ancora una volta le classi dominanti scelgono il sentiero del riarmo. Fino all’altro ieri ci hanno detto che soldi non ce n’erano. Che il debito, il deficit, i vincoli, l’austerità, ci imponevano di stringere la cinghia. Niente per i nostri salari, i nostri ospedali, le nostre scuole, i nostri territori. Oggi, all’improvviso, crolla tutto. I “sacri” vincoli di bilancio sono falsi idoli che cadono da un giorno all’altro. I soldi appaiono. A palate: 800 miliardi. Ma per le armi, per riempire le tasche dei mercanti di morte, i portafogli delle grandi imprese belliche, tra cui le italiane Leonardo, Fincantieri, IDV. Che stappano champagne (o spumante, per i più nazionalisti).

Le grandi famiglie politiche europee sono d’accordo. Si dividono sui particolari: chi per il riarmo nazionale, chi per la Difesa comune europea. Chi i soldi vuole prenderli facendo debito comune, chi da nuovi tagli sociali, chi addirittura dai fondi europei per la coesione.

Nessuno però mette in discussione il diktat Nato che impone l’aumento delle spese militari (e, invece, oltre al diktat dovremmo mettere in discussione la presenza in Europa e la sopravvivenza stessa dell’Alleanza Atlantica). Al summit di giugno decideranno la percentuale: 3%? 3,5%? 5% come chiesto da Trump? Qualunque sarà, a oggi nessuno contesta la logica di fondo: tutti accettano supinamente il regime di guerra che vive della narrazione di una minaccia esistenziale di fronte alla quale avremmo la necessità di armarci. Hanno però un grande problema: sempre più persone non se la bevono. Ci hanno provato anche con uno stratagemma semantico: esce di scena il “ReArmEurope”, entra il “Readiness 2030”. La strana coppia Meloni-Sanchez ha insistito per il cambio di nome. Non certo di sostanza. Come se, parafrasando il test dell’anatra, un piano “che sembra un riarmo, cammina come un riarmo e starnazza come un riarmo”, possa essere cosa diversa dal riarmo solo perché non usiamo questa parola.

Ma niente. La maggioranza dei nostri popoli è contraria a qualsiasi forma di riarmo. Chiede più diplomazia, non più carri armati. Medici, non bombe. Borse di studio, non missili. Messa in sicurezza dei territori, non droni militari. Case, non bunker. Energia pulita, non ordigni atomici. Secondo un sondaggio Euromedia Research per La Stampa, il 94% degli italiani è contrario all’invio di truppe in Ucraina e l’87% a finanziare l’acquisto di armi.

Un’enorme maggioranza attaccata e schernita dal potere politico e mediatico. Proprio a commento del sondaggio Euromedia Research, l’1 aprile un editorialista di punta de La Stampa, quotidiano “progressista”, di proprietà di quella stessa Exor della famiglia Agnelli che possiede un’impresa bellica, Iveco Defence Vehicles, scriveva: “Un dato del genere sorprende anche chi è abituato a considerare l’Italia non proprio un Paese di eroi”.

Centodieci anni dopo l’ingresso dell’Italia nella carneficina della Prima Guerra Mondiale (24 maggio 1915), la retorica dei guerrafondai è sempre la stessa: allora ci chiamavano “panciafichisti”, oggi usano un meno poetico “pusillanimi”. Oggi come allora, contro il kit bellico di von der Leyen, Nato e governi nazionali, dobbiamo costruire il nostro kit di sopravvivenza popolare, per la pace e per il futuro: a partire dalle mobilitazioni popolari nelle strade delle nostre città, trasformando il rifiuto del riarmo in una forza politica, sociale, culturale.

L’autore: Giuliano Granato è portavoce di Potere al popolo
Foto PAP