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La ferocia non prevista dal codice

Ricordava martedì la presidente della commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio che l’overkilling, ovvero il numero spropositato di colpi inferti, «è una modalità esecutiva tipica del femminicidio». Settantacinque coltellate inferte durano un’eternità. Si dovrebbe, questa mattina, provare in classe il movimento della mano dall’alto verso il basso per settantacinque volte di seguito.

Le motivazioni della sentenza di ergastolo nei confronti di Filippo Turetta, femminicida di Giulia Cecchettin, hanno aperto il dibattito su come possano non essere considerate crudeli settantacinque coltellate di seguito sul corpo straziato della ragazza. Lega, Forza Italia, Alleanza Verdi e Sinistra, Movimento 5 Stelle ieri hanno ritenuto “inaccettabile” la mancata crudeltà sancita dai giudici.

L’avvocato della famiglia Cecchettin sottolinea che «Giulia ha vissuto una lucida via crucis e Turetta non ha avuto tentennamenti, ha protratto sempre di più il suo patimento, è enorme il numero di colpi ma sono enormi i tempi. Giulia è stata lucida per molti terribili minuti, si è vista sequestrata, tacitata, colpita, ha percepito forte il senso della fine».

Per i giudici quelle settantacinque coltellate sono invece la dimostrazione dell’imperizia di Turetta. Ha dovuto colpire ripetutamente perché non aveva le competenze per eseguire un lavoro veloce e “pulito”.

Ma la legge è fatta per essere corretta, perfino riscritta. Se l’overkilling è un carattere distintivo del femminicidio, basta un ripensamento dell’attuale modalità di giudizio, magari con la larga maggioranza indignata di ieri. Quello è il compito della politica.

Buon mercoledì.

Nerone ha preso la tessera del club

L’incendio divampa e Lui affina lo swing. Le borse bruciano, i fondi pensione evaporano, gli economisti scappano in diretta tv, ma Donald Trump si ritira nei suoi fairway sauditi come un autocrate da operetta convinto che basti un colpo di driver per spegnere le fiamme. Gli Stati Uniti sono a un passo dalla recessione, lo scrive persino il Wall Street Journal, eppure l’unica breaking news dalla Casa Bianca è la vittoria del presidente a un torneo di golf.

Anche i padroni del capitale — quelli che l’hanno incoronato — ora si lamentano. Jamie Dimon, Elon Musk, Larry Fink, Bill Ackman: miliardari che invocano razionalità, come se non avessero finanziato l’irrazionale. Piangono sul fuoco che hanno acceso. Ma Paul Krugman li inchioda: “Chi ha messo al comando questi malevoli pagliacci?”

Nel frattempo Trump affila le leggi speciali. Il 20 aprile potrebbe invocare l’Insurrection Act, la legge marziale. Non per un’emergenza, ma per difendersi dalla democrazia. È l’America delle borse che crollano e della polizia in assetto da guerra. È il capitalismo che ha fatto il giro completo: prima lo show, poi l’autocombustione.

Nerone suonava la lira mentre Roma bruciava. Trump gioca a golf. Ma stavolta, a bruciare, è il mondo.

Buon martedì.

Perché la forzatura pro Europa non aiuta né l’europeismo né l’Europa

Se già c’era stato qualcosa di ambiguo nell’invito a scendere in piazza “per l’Europa” del 15 marzo scorso – lanciato da Michele Serra e dal giornale Repubblica e raccolto dalle forze politiche del centro-sinistra, da organizzazioni sindacali, associazioni e singoli individui, che sono tutti andati con le motivazioni più varie – la manifestazione ha poi rivelato come fosse una chiamata in favore del riarmo, dell’idea che siamo minacciati e dobbiamo quindi prepararci a difenderci (con buona pace dei tanti “no war” presenti). L’adunata ha così avuto due effetti, dentro e fuori la piazza.

Il primo è stato quello di evidenziare tanto la contrapposizione tra i sostenitori del “riarmo” e i suoi oppositori, ma anche tra chi sostiene la necessità di una difesa “comune” e chi, invece, guarda con favore al riarmo dei singoli Paesi membri. L’appello alla piazza ha infatti coinciso con la decisione di Ursula Von der Leyen di procedere con il piano ReArm Europe che prevede l’aumento fino a 800 miliardi di euro della spesa militare dei Paesi membri – fuori dai vincoli del patto di stabilità – senza affrontare il tema della difesa comune.

I Paesi europei, però, già sono tra quelli che più spendono in armamenti nel mondo. Secondo i dati di fonte Nato, i Paesi membri europei hanno destinato nel solo 2024 ben 470 miliardi di dollari alla spesa militare – contro i 968 degli Usa e i 146 della Russia –, in aumento per il decimo anno consecutivo, di cui 86 della Germania (è il secondo Paese Nato per ammontare), 81 del Regno Unito e 64 della Francia. Consentire un aumento della spesa dei singoli Paesi fino a 800 miliardi, ovvero il triplo del valore annuale attuale – è stato fatto notare – non contribuisce alla spesa “comune” della UE che, se davvero fosse rafforzata, potrebbe portare ad un risparmio per i singoli Paesi. Il problema, però, è che non esiste uno Stato Europeo e dire “Rearm Europe” è insensato e dunque ognuno farà da sé, a cominciare dalla Germania, l’unico Paese che può ampliare il suo debito oltre misura.

Così, quella stessa Germania, che nell’originario atlantismo postbellico andava imbrigliata, riemerge ora con serie mire egemoniche – già avviate con Scholz (100 miliardi di euro, tre giorni dopo l’invasione dell’Ucraina) –per riprendersi quella supremazia economico-finanziaria, imposta con i vincoli del patto di stabilità e poi con l’austerity che era stata narrata come un grande successo dell’euro e del “whatever it takes”. Seppellendo definitivamente Willy Brandt e la sua Ostpolitik che aveva contribuito alla distensione e che era culminata nella Conferenza per la sicurezza in Europa di Helsinki il cui Atto finale obbligava i firmatari, tra cui Usa e Urss, al rispetto dei confini, alla soluzione pacifica dei conflitti, alla non ingerenza nei reciproci affari interni, alla difesa dei diritti umani.

Se l’Atto fosse stato applicato avrebbe sostituito la Nato, quando nel 1991 furono sciolti Patto di Varsavia e Unione Sovietica. Gli occidentali avrebbero protetto le minoranze russe nell’Europa post-sovietica (nei Baltici, in Ucraina, in Georgia), ma così non fu. La lingua e i diritti dei russi sono oggi calpestati da Kiev come nei Baltici: il 25% della popolazione lettone è russa e così si dica per il 24% degli estoni e il 4,5% dei lituani.

Dal momento che l’Europa non esiste, proporre una difesa comune, peraltro, è solo sviare. Come si può avere una difesa “comune” senza uno Stato “comune”, senza un’entità governativa democratica comune?

Il secondo effetto è stato quello di chiamare a raccolta in una generica manifestazione «a favore dell’Europa» forze e sigle varie sulla base di motivazioni anche molto diverse, unite sotto la bandiera blu stellata, evidenziando, nelle declamazioni fatte dal palco, un europeismo di maniera, retorico e, a tratti, suprematista, lontano dalle premesse egalitarie, sociali e inclusive – anche se spesso solo di facciata – che avevano caratterizzato lo sforzo per «restare in Europa» che, dall’adesione al trattato di Maastricht nel 1992 all’entrata in vigore dell’euro, avevano contraddistinto l’europeismo del centro-sinistra.

Certo, i tempi sono cambiati, ma non solo per la sciagurata postura iper-atlantista assunta sulla vicenda ucraina, quanto perché da allora ci sono stati la crisi del 2008, quella greca e del debito sovrano, cui l’UE ha sempre opposto il rigorismo dell’austerity, per fare un’eccezione solo in occasione della pandemia, e che il centro-sinistra ha duramente pagato in termini di consensi per la sua ostinata adesione al dictum ordo-liberista proveniente da Brussels. Essere europeisti oggi – in quello “spirito” di Ventotene tanto sbandierato – dovrebbe voler dire no tanto al riarmo che al neoliberismo. E ad ogni mira egemonica. Perché Europa ha voluto dire colonialismo e imperialismo, fino ai giorni nostri.

Perché non solo furono europei fascismo e nazismo. Furono europei gli sterminatori prediletti dal dio maledetto della bibbia, in America Centrale come in Africa e Asia. Europeo fu Leopoldo del Belgio che si impossessò con la forza delle armi dell’immenso territorio del Congo, uccidendo milioni di indigeni (ma loro non vengono ricordati come lo sono le vittime della Shoah) come europei sono coloro che ancora oggi finanziano e armano le bande criminali che occupano Goma e l’est del Congo (non più belga) per rapinarne le risorse. Europea fu la Compagnia delle Indie Orientali di cui parlano William Dalrymple in Anarchia e Amitav Gosh ne La maledizione della noce moscata. Europei furono quelli che hanno impiccato Mossadeq, primo ministro iraniano che aveva nazionalizzato le compagnie petrolifere. Europei furono i mandanti dell’omicidio di Patrice Lumumba.

Eppure, dopo la Seconda guerra mondiale e, soprattutto, dopo che aveva preso piede l’idea di una unione doganale che sarebbe poi divenuta la Comunità Economica Europea e infine l’Unione Europea, avevamo creduto che si dovesse essere europeisti. Perché poteva voler dire rispetto dei diritti umani e sociali in un quadro democratico progressivo e di politiche redistributive. Nel suo Discours a la nation europeenne, nel 1933 Julien Benda aveva scritto che, se vogliamo fare l’Europa non dobbiamo partire da quel che siamo, ma da quello che vogliamo, perché non c’è un’identità europea, ma può esserci una volontà di essere europei.

Ma da Maastricht in poi l’Europa è stata lo strumento della libertà d’impresa – del capitale – contro il lavoro, del mercato, che non è mai “etico”, contro le istanze non economiche di equità e giustizia sociale. E la logica neoliberista ha prevalso, svuotando lo Stato e le politiche pubbliche, estendendo il dominio dell’economia e la logica concorrenziale e dell’efficienza in ogni campo, fino a svuotare la politica stessa. E la democrazia ha fallito, non proteggendo i non protetti, non tutelandone i diritti, emarginandoli. I quali non garantiti hanno finito per non credere più nella democrazia stessa e in quelli che li dovevano rappresentare.

Il consenso delle élite dominanti e dei partiti “progressisti” si è venuto restringendo. E per tutta risposta, con il prevalere di entità extra-statuali il potere è passato di mano. Non più ai governi, ma al capitale sovranazionale del tecno-capitalismo che della democrazia ora sembra volersi liberare, come un inutile orpello, e che oggi guarda con favore alle derive illiberali, autocratiche e totalitarie.

Perché chiamare ad una manifestazione di adesione in favore dell’Europa oggi? C’era forse qualcuno che si era espresso contro l’Europa? O forse, nonostante l’affermazione del contrario, la chiamata era proprio in favore dell’Europa del riarmo (al di là della questione ucraina)? Un riarmo che, in via di principio, non trova giustificazioni se non quelle, tutte da dimostrare, che Putin avrebbe “implicitamente” dichiarato guerra alla UE e che la Nato sarebbe in via di smantellamento, venendo così a mancare l’ombrello americano. Così, invece di andare in direzione di una difesa comune, in mancanza dell’ombrellone Nato si procederà con tanti “ombrellini” (difficile pensare che la Germania si farà mai proteggere dalla Francia).

Giorgia Meloni, poi, ci ha messo del suo, stravolgendo il messaggio del manifesto di Ventotene, contribuendo così a promuovere, per reazione, un’adesione all’Europa che finisce per mettere in secondo piano l’accettazione del piano di riarmo. Tuttavia, è proprio rifacendosi a quel manifesto, e all’Europa che in molti avevano desiderato, che sostenere l’Europa oggi dovrebbe significare auspicare un’unione pacifica, che promuove la coesistenza e la distensione, che stigmatizza l’operato di Israele e fa rispettare il diritto internazionale e le disposizioni dell’ONU, non la corsa al riarmo e alla contrapposizione militare. Non occorre rifarsi a Spinelli, Rossi e Colorni, peraltro, perché basterebbe richiamare Brandt, Palme, Pertini e Berlinguer per trovare riferimenti più vicini e attuali.

Che adesso i sindaci di Bologna e Firenze si propongano di rinnovare la chiamata a favore dell’Europa non contribuisce né all’europeismo né alla pace. Perché non chiarisce che l’Europa che vogliamo non è quella che va verso il riarmo e la guerra e nemmeno quella neoliberista ma quella, disattesa più volte, dell’equità e dell’inclusione, ponte tra mondi e culture, fautrice della distensione – non della deterrenza – e della coesistenza pacifica negoziata. Fare confusione sull’Europa, contrapponendo “europeisti” e “pacifisti” nuoce ad entrambe le cause e porta solo al “via libera” per l’opzione militare, la peggiore di tutte, che smentisce tanto l’europeismo originario che la causa della pace.

Il Governo Meloni elimini l’adeguamento automatico dell’età pensionabile all’aspettativa di vita

È da gennaio che siamo tornati a segnalare l’incongruità dell’aspettativa di vita quale criterio di calcolo per l’accesso alla pensione. Perché, di fatto, sul piano scientifico, essa non è affatto un criterio.

È un argomento sul quale insistiamo da molti anni. L’adeguamento automatico dell’età pensionabile all’aspettativa di vita è, infatti, una norma di singolare iniquità introdotta dal Governo Berlusconi con la legge Finanziaria del 2009.
Si tratta di un meccanismo indifferenziato di aumento dei requisiti per l’accesso al trattamento pensionistico legato, per l’appunto, all’aspettativa di vita, certificato periodicamente dall’Istat, a prescindere dall’attività lavorativa svolta. Che prevede, quale ulteriore elemento di iniquità, che i risparmi che ne conseguono, anziché rimanere all’interno del sistema previdenziale, siano utilizzati per ridurre il debito pubblico.

Prima di analizzare nel dettaglio l’assurdità di questa misura, vediamo cosa dice un’analisi presentata alla fine della scorsa settimana da Ezio Cigna, responsabile delle Politiche Previdenziali della Cgil. “Nel sistema previdenziale italiano – spiega Cigna – è previsto un meccanismo di adeguamento automatico dei requisiti pensionistici in funzione dell’aumento della speranza di vita, come rilevato periodicamente dall’Istat. Ogni due anni, attraverso un apposito Decreto interministeriale emanato dal Ministero dell’Economia e dal Ministero del Lavoro, vengono aggiornati i requisiti anagrafici e contributivi per l’accesso alla pensione. Questo sistema incide direttamente su due canali di uscita: la pensione di vecchiaia e la pensione anticipata”.

“Dopo l’adeguamento del 2019 – prosegue -, che ha portato l’età per la pensione di vecchiaia a 67 anni e i contributi richiesti per la pensione anticipata a 42 anni e 10 mesi (41 e 10 mesi per le donne), i requisiti sono rimasti stabili per i bienni successivi. Tuttavia, sulla base delle attuali proiezioni demografiche, nel 2027 è previsto un nuovo incremento pari a 3 mesi, che porterà l’età per la pensione di vecchiaia a 67 anni e 3 mesi e i contributi necessari per la pensione anticipata a 43 anni e 1 mese per gli uomini e 42 anni e 1 mese per le donne, a meno che il Governo, come ha promesso, intervenga per non allungare ulteriormente i requisiti di accesso alla pensione.”

Ne consegue che, se dal mese di gennaio del 2027 dovessero scattare i 3 mesi di aumento, secondo le stime della CGIL oltre 44mila lavoratrici e lavoratori che hanno lasciato il proprio impiego in base ad accordi di accesso all’Isopensione, ai contratti di espansione e di solidarietà, stipulati tra il 2020 e il 2024, si ritroverebbero, per un periodo massimo di tre mesi, come “esodati”, cioè senza reddito da lavoro né nuova contribuzione, né con la pensione prevista.

Un errore madornale. Che ricorda la vicenda delle otto “salvaguardie” che il Parlamento, in particolare con l’azione della Commissione Lavoro della Camera che presiedevo a quell’epoca, dovette accendere per porre riparo all’errore compiuto nella legge Monti-Fornero che di “esodati” ne creò più di 150mila (all’epoca il periodo di reddito zero poteva arrivare fino a 6 anni). La memoria della politica può essere davvero corta.
E, soprattutto, in questo caso, vogliamo sottolineare di nuovo l’assurdità di questo meccanismo automatico legato a un criterio del tutto discutibile.

Questo perché, spiegava un articolo di Salvatore Cavallo che pubblicammo, già nel 2017, in un numero della rivista ‘LavoroWelfare’ dedicato interamente a questo argomento, “ci sono acclarate evidenze scientifiche che dimostrano come la speranza di vita alla nascita varia a seconda, non solo del titolo di studio e del reddito disponibile per il soggetto, ma anche della tipologia di attività lavorativa svolta […] Accanto ai fattori demografici e sociali, quali il sesso, il luogo di nascita, di lavoro e il titolo di studio, si utilizza la storia lavorativa individuale ed il settore economico di appartenenza per spiegare le differenze tra le curve di sopravvivenza individuali (…). A parità di fattori demografici, una vita lavorativa in settori non ‘usuranti’, insieme a una carriera stabile caratterizzata da alte forme di protezione e sicurezza sul lavoro, aumenta la probabilità di vivere più a lungo”. In buona sostanza: un professore ha buone probabilità di vivere più a lungo di un operaio.

Non vi è dunque alcuna equità né oggettività in questo criterio. Esso è arbitrario nella sua concezione così come nell’automatismo della sua applicazione.
L’allarme lanciato dalla Cgil è più che legittimo. Sia per le ragioni appena esposte, sia perché il Paese non ha alcun bisogno di rivedere il penoso “film” degli esodati. È il caso che la politica prevenga tempestivamente questa eventualità e che elimini, una volta per tutte, dalla struttura del sistema previdenziale, un criterio che tale non è. Del resto, il sistema è già ampiamente equilibrato attraverso i cosiddetti coefficienti di trasformazione, che bastano e avanzano.

L’autore: Cesare Damiano, già sindacalista e parlamentare in tre legislature, è stato ministro del Lavoro ed è presidente dell’associazione Lavoro & Welfare

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A Gaza non è un’emergenza. È una punizione

Non si può più chiamare emergenza ciò che dura da mesi, né tragedia ciò che viene pianificato, replicato, giustificato. Un milione di bambini nella Striscia di Gaza è oggi senza cibo, acqua potabile, medicine. L’Unicef parla di “aiuti salvavita fermi in magazzino”. E aggiunge: “Non si tratta di una scelta o di carità, ma di un obbligo previsto dal diritto internazionale”. Come se il diritto internazionale non fosse ormai solo un fondale sbiadito in questo massacro a rate.

Dal 2 marzo non è entrato più nulla. Nessun camion, nessun latte per i neonati. Nel centro e sud della Striscia, i cibi complementari sono finiti. Per i 10mila bambini sotto i sei mesi restano solo alternative impastate con acqua non sicura. Anche l’acqua è diventata arma di guerra. I litri disponibili per persona sono scesi da sedici a sei, e presto saranno meno di quattro.

Intanto, Israele continua a colpire ambulanze e tende per sfollati, come documentato dal New York Times. A Khan Younis i raid del 5 e 6 aprile hanno ucciso almeno 19 persone, tra cui diversi bambini.

Se un milione di bambini muore lentamente e nessuno fa niente, la notizia non è la morte. È il silenzio. E il silenzio non è mai neutrale.

Buon lunedì.

Foto: Una ambulanza della Luna rossa colpita dall’esercito israeliano a Khan Yunis:

Meloni scavalca il Parlamento: colpo di mano del governo sul Ddl sicurezza

Il governo aggiunge un altro tassello al suo progetto autocratico. Ha emanato un decreto legge, in nome di una presunte sicurezza, riscrivendo, con lievissimi miglioramenti e qualche peggioramento, il disegno di legge che è in discussione, in Parlamento, da più di sei mesi. E’ un cambio di paradigma, una stretta securitaria e panpenalista. Siamo di fronte ad un ulteriore atto che calpesta la Costituzione.

Dove sono – lo chiediamo innanzitutto al presidente Mattarella, in base alla sua specifica funzione istituzionale – i requisiti di “straordinaria necessità ed urgenza” e i “contenuti omogenei” richiesti, per i decreti, dalla Costituzione? Il Parlamento viene trattato, ancora una volta, come un fastidioso orpello se un decreto sostitutivo di una legge già in discussione (giunta alle ultime battute per l’approvazione) sottrae al Parlamento stesso la funzione legislativa conferita dall’articolo 70 della Costituzione. Entro il mese di aprile il Parlamento avrebbe varato la legge.

Dove è, allora, il requisito della “urgenza” richiesto dalla Costituzione? Credo che il grave atto del governo abbia solo due motivazioni, molto pericolose. La prima riguarda il tentativo della Meloni di aggirare l’incostituzionalità palese di alcuni articoli del disegno di legge , facendo finta di cedere ad alcune preoccupazioni fatte riservatamente comunicare al governo dal Quirinale. Il presidente Mattarella è, probabilmente, intervenuto perché l’autoritarismo repressivo di alcuni articoli travalicavano la pur grave negazione del conflitto democratico e dello Stato di diritto. Sono mere “cattiverie”, disgustose, razziste, tese a soddisfare un blocco di popolo neofascista che, in nome della sicurezza, intesa come negazione dei conflitti, il governo alimenta.

La seconda motivazione è contenuta nella divisione interna alla maggioranza di governo. La Lega si contrappone perfino ai poteri dissuasivi del Quirinale esercitati in nome delle garanzie costituzionali. Meloni sceglie la strada del decreto, che verrà approvato con l’apposizione della “fiducia”, obbligando la sua maggioranza ad essere unita nel voto finale. Inoltre, regala alla Lega un pessimo decreto/stralcio sulla immunità e impunità, anche giurisdizionale, delle forze militari e di polizia. Travolgendo, ancora una volta, l’autonomia dei poteri. E’ ora di indignarci, di non essere inerti e passivi, giorno dopo giorno, se vogliamo salvare la Costituzione…

L’autore: Giovanni Russo Spena è costituzionalista e politico

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Come bestiame da rotazione

Il tribunale parla chiaro: «Operai come mere appendici delle macchine». Facili da addestrare, da sostituire, da controllare. È il sistema usato, secondo la procura di Milano, da una filiera di cooperative e società filtro per appaltare lavoro a basso costo, aggirare tasse e contributi, e occultare le responsabilità dello sfruttamento.

Non è solo evasione, è progettazione industriale della disumanità. Le inchieste parlano di algoritmi che dirigono i turni, programmi gestiti direttamente dalle aziende committenti, come già visto con una grande piattaforma internazionale di e-commerce. Il committente non assume, ma comanda. Il lavoratore non lavora, ma si piega al ritmo imposto da un codice informatico.

Gli operai sono trattati come energia da consumare: turni massacranti, attrezzature scadenti, infortuni ignorati. Perché i margini si costruiscono sull’invisibilità e sulla stanchezza altrui.

Le società si difendono, ma intanto lo Stato sequestra 33 milioni e indaga i vertici. E di nuovo, come in decine di inchieste precedenti, si scopre che in Italia lo sfruttamento non è un’eccezione. È la regola ben oliata della logistica, della grande distribuzione, del mercato.

Chi lavora non è un essere umano: è una variabile, un costo da tagliare, un corpo da sostituire. Finché non si rompe. Finché non serve più. Poi si butta.

Non è il lavoro. È un addestramento alla docilità.

Buon venerdì.

 

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L’umanità di chi rifiuta la violenza

Uguaglianza, democrazia, libertà, solidarietà, lavoro, ripudio della guerra, piena realizzazione della persona, pluralismo, cultura, ricerca. Sono i valori che innervano la nostra Costituzione nata dalla Resistenza e dalla lotta partigiana. Valori non necessariamente da porre in questo ordine. Ognuno scelga il proprio. Sono il nostro dna, formano la nostra colonna vertebrale come collettività. E drammaticamente in questo 2025 – proprio nell’ottantesimo della Liberazione – sono più che mai sotto attacco. Sono negati dalle guerre; quella più feroce si gioca sulla pelle dei palestinesi a Gaza, dove sotto i nostri occhi sta avvenendo un eccidio che conta ormai 50mila vittime causate dall’offensiva israeliana dopo il 7 ottobre. E non dimentichiamo la popolazione civile ucraina sotto le bombe di Putin da tre anni, né gli altri conflitti in altre parti del mondo.

Per rappresentare questo momento drammatico che stiamo vivendo abbiamo scelto di mettere in copertina Guernica (1937) di Picasso, grido contro ogni guerra e insieme monumento a un’umanità che non si arrende alla sopraffazione, al nazifascismo. Che oggi si ripresenta sotto mentite spoglie in forme subdole e nuove di autoritarismo, nazionalismo, neocolonialismo, imperialismo guerrafondaio. E come tentativo di restringere i diritti costituzionali. Come sta accadendo in Italia con provvedimenti come il ddl sicurezza che cancella perfino il diritto di manifestare liberamente e lo trasforma in reato. E con i respingimenti e i tentativi di deportare migranti in Albania, contro ciò che stabilisce l’articolo 10 della Costituzione riguardo al diritto d’asilo.

I diritti costituzionali sono minacciati inoltre dall’autonomia differenziata della legge Calderoli che, per quanto azzoppata dalla Consulta, mira a far saltare il diritto universale di accesso alle cure sancito dall’articolo 32 sostituendolo con una sorta di ius domicilii. Nel frattempo c’è chi vorrebbe sbianchettare l’articolo 11 – «L’Italia ripudia la guerra» – abbracciando il programma ReArm Europe in chiave di riarmo nazionale a tutto vantaggio delle lobby delle armi.

Con tutta evidenza la Costituzione antifascista e incentrata su valori di solidarietà e giustizia sociale è indigesta a Fratelli d’Italia. E Giorgia Meloni non l’ha mai nascosto. Non stupisce dunque che, da ultimo, intervenendo in Aula la presidente del Consiglio abbia attaccato il Manifesto di Ventotene, manifesto dell’Europa federale stilato da antifascisti che il regime voleva silenziare, annichilire e far marcire in carcere. Dopo le tante omissioni e tentativi di manipolare la storia («alle Fosse Ardeatine furono uccisi degli italiani», «i tedeschi in via Rasella non erano nazisti ma una banda musicale di semi-pensionati», etc) Meloni, La Russa e gli altri sono tornati a lasciar trasparire l’assenza di soluzione di continuità tra Fratelli d’Italia e il Msi di Giorgio Almirante, repubblichino e redattore de La difesa della razza che dava della «puttana» alla Repubblica italiana nata nel 1945.

Figlia dell’atlantismo missino (Almirante era sostenuto dagli Usa in chiave anti-Pci e anti-democratica) Meloni oggi corre a baciare la pantofola di Trump, (che con Musk e Vance vuole disgregare «l’Europa parassita») e al contempo trova un nuovo allineamento con la presidente della Commissione europea Von der Leyen, madrina del nuovo regolamento anti immigrati che fa carta straccia del diritto internazionale e nega i diritti umani basilari. Di fronte a tutto questo l’opposizione dov’è? Fatta eccezione per la voce isolata di Bernie Sanders, tace negli Usa dove i dem sono ancora sotto choc per l’elezione di Trump. E stenta a trovare una compattezza e una forza in Italia.

Ancora ci dividiamo tra piazze salottiere convocate dal giornale partito La Repubblica e contro-piazze senza riuscire a darci una prospettiva.

Colpisce che nella piazza convocata da Serra praticamente non si sia detta una parola su Gaza e sulla Cisgiordania dove lo sterminio della popolazione civile non si ferma. L’incapacità dei partiti progressisti di mettersi minimamente d’accordo è un fatto inaccettabile. La piattaforma su cui unire le forze ci sarebbe eccome, a cominciare dalla difesa della sanità pubblica, della scuola, dalla ricerca, una carta da giocare per attrarre “cervelli” tanto più ora che Trump sta tagliando i finanziamenti alle università, sta ritirando l’impegno Usa nell’Organizzazione mondiale della sanità, sta cancellando il Dipartimento dell’istruzione.

Mentre qui da noi le nuove linee guida del ministro Valditara sulla scuola ci consegnano a quello stesso oscurantismo trumpiano, predicando un eurocentrismo cristiano violento e fuori dalla storia, la sinistra perché non scende in piazza per una scuola pubblica e laica? Perché non scende in piazza, in massa, in nome dell’antifascismo?

Tornano alla mente le parole di Massimo Fagioli su Left nel suo articolo “Libertà e liberazione”, e quelle sue due immagini. Una di lui bambino «che in mezzo ai grandi udiva la dichiarazione di guerra di Mussolini»…, l’altra di lui, ragazzino che, nella «piazza medievale di Fabriano», «in mezzo ad una folla ascoltava la voce che urlava: Liberazione». Poi, più avanti: «Pensai agli affetti, all’odio ed alla rabbia, e, non ho il coraggio di dirlo, forse vidi che nei fascisti c’era l’odio freddo, nei partigiani era rabbia…e lotta per la libertà. Nei nazisti c’era un comportamento lucido, determinato da una razionalità fredda. Forse l’ho verbalizzato dopo anche se, sono certo, che nei nazifascisti non esisteva il rapporto interumano. L’altro, non uguale a se stesso, non era realtà umana. Non era diverso era un “non” come può essere la “diversità” tra animato ed inanimato. Sapevo che nei partigiani c’era l’idea dell’uguaglianza».

 

Illustrazione di Laura Trivelloni, OfficinaB5

Piero Ciampi, cercando la bellezza in ogni istante

«La, la vita va,/scorre tra le dita/che si stringono ma invano…/Tutto quel che abbiamo/ si riduce a questo breve istante/che viviamo». In questi versi c’è tutto Piero Ciampi: la sua malinconia esistenziale, il senso di precarietà della vita. Ma c’è anche la sua capacità di trovare bellezza ovunque e sempre, in ogni istante. Piero Ciampi, livornese, poeta e cantautore morto troppo giovane a 45 anni, figura di culto del panorama musicale italiano, con quel suo carattere irrequieto e ribelle, dissacrante ma capace di scrivere versi di altissima poesia, accompagnato nel corso degli anni da musicisti, autori come Gian Franco Reverberi, Gianni Marchetti, Pino Pavone; da fuoriclasse come Luigi Tenco e Gino Paoli che per primo incise le canzoni di Ciampi e che gli procurò un contratto discografico alla Rca. Ma intascato l’anticipo, Piero sparì per parecchio tempo.

L’occasione di riascoltare le canzoni di Ciampi, tra cui alcune inedite, ci è offerta da Squilibri editore, che ha pubblicato un prezioso doppio cd Siamo in cattive acque curato da Enrico de Angelis, giornalista e storico della canzone d’autore, per anni direttore artistico del Club Tenco di Sanremo, grande studioso dell’autore livornese (suo il volume Piero Ciampi. Tutta l’opera, Arcana editore). Tutto parte da una rubrica telefonica, da un’agendina, che Pino Pavone dona a De Angelis e in cui scova la scaletta di un lp che evidentemente Ciampi pensava di pubblicare ma che non venne mai realizzato. Titolo: Siamo in cattive acque. Ciampi era un artista che lavorava molto sulla propria musica, che curava ogni dettaglio, ma che allo stesso tempo era capace di lasciarsi andare all’improvvisazione e all’ispirazione del momento. O magari di mandare all’aria tutto.

Meg, trent’anni di musica e lotta. Senza perdere la tenerezza

Voce dei 99 Posse negli anni Novanta, al fianco de ’O Zulù, così inizia la sua carriera Maria Di Donna, in arte Meg. Dopo dieci anni col collettivo più famoso e ben quattro tra i loro album più importanti, la multiforme artista continua in solitaria fino ai giorni nostri. Ottima rappresentante della musica elettronica sperimentale presenta il più intimo Maria, il nuovo Ep, in ben tre versioni. Un inno alla ricerca di sé che affonda le radici nella riflessione profonda sulla complessità dell’essere umano. Dalla Federico II occupata, dove aveva iniziato a studiare Dante, si è poi misurata con una selva più grande, quella dell’impegno sociale, anche internazionale, per poi tornare a lei. Maria appunto. Sono passati trenta anni, ma quella ragazzina può essere di ispirazione per i giovani spesso inascoltati di oggi. La festeggiamo con una serie di concerti che partono il 4 aprile, dal mitico The Cage di Livorno.

Con Trenta Meg sarai un po’ in tutta Italia: il 15 a Milano, il 16 a Roma, poi in altre città per questo compleanno speciale. Che cosa vuoi festeggiare, in primis?