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Nell’universo letterario di Bowie

Frutto della palpabile passione dell’autore per il Duca Bianco, l’Inventario letterario del mondo di David Bowie di Alessio Barettini (edito da Le Mezzelane) indaga e connette due mondi, quello della musica e quello della letteratura, che nel percorso artistico di Bowie si compenetrano profondamente. La scelta di intraprendere questo percorso, spiega l’autore, risale al 2016, anno della morte di Bowie (il 10 gennaio all’età di 69 anni, avvenuta nel suo attico al 285 di Lafayette Street, New York) e del conferimento, pochi mesi dopo, del premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan (che il cantautore americano non ritirerà). L’Accademia di Stoccolma assegna il premio a Dylan ritenendo le sue canzoni espressioni poetiche e universali e riconoscendo così ai testi musicali una dignità pari a quella delle forme letterarie più classicamente intese. Una scelta criticata dagli addetti ai lavori del mondo della letteratura (così come avvenne nel 1997 quando il Nobel fu assegnato al drammaturgo Dario Fo), benché i testi di Dylan attingano a piene mani dalla poesia inglese e molti cantautori siano stati al contempo poeti e romanzieri (da Leonard Cohen a Nick Cave).

La costruzione di una nuova psichiatria

Coerente e storicamente precisa nella ricchezza dei riferimenti, è uscita nelle librerie, in un volume curato da Gianfranco De Simone e Paolo Fiori Nastro, la Storia della relazione terapeutica. Setting, transfert e interpretazione. Il testo, frutto maturo di un lungo lavoro di studio e collaborazione di un gruppo di otto colleghi psichiatri e psicoterapeuti, è pubblicato dall’Asino d’oro edizioni nella collana i manuali e sottolinea il consueto interesse della casa editrice romana per la storia della psichiatria e della psicoterapia.

Il volume ha una elegante introduzione di Carlo Anzilotti; in poche pagine il collega, dopo aver definito la relazione terapeutica come incontro, orienta il suo lavoro e quello dei co-autori verso la ricerca della verità all’interno del rapporto psicoterapeuta-paziente e del relativo racconto, veritiero nella misura in cui essendosi svolto nella realtà non cosciente, si ricrea nella memoria di uno dei due partner. Anzilotti e i suoi colleghi prendono sin dall’inizio le distanze dall’assunto freudiano circa l’inconoscibilità della realtà umana più profonda per dedicarsi, seguendo il sentiero tracciato dalle opere teoriche dello psichiatra Massimo Fagioli e dalla prassi da lui svolta per più di quaranta anni nei seminari di Analisi collettiva, alla ricerca e alla conoscenza della realtà mentale non cosciente a partire dai primi momenti di vita dell’essere umano.

L’economista ambientale Marcelo E. Conti: Quale svolta culturale per un futuro sostenibile

Marcelo Enrique Conti è professore ordinario di Management ambientale e sostenibilità alla Sapienza, Università di Roma. Classificato nel World’s Top 2% Scientists della Stanford University, da anni Conti dedica la sua ricerca al management degli ecosistemi complessi e del monitoraggio ambientale, biologico e chimico. Di recente è stato ospite a Roma dell’associazione Carminella Aps per presentare la sua ultima fatica, un volume che vede la luce dopo cinque anni di impegno: Economia e Management Ambientale. Teorie, metodi e strumenti in una prospettiva sostenibile (Edizioni nuova cultura). Abbiamo approfittato dell’occasione per rivolgergli alcune domande in tema di tutela dell’ambiente.

Professor Conti, per chi non è esperto del settore, come definirebbe l’ambiente in relazione all’economia e al management?

L’ambiente è un sistema aperto, complesso e dinamico capace di autoregolarsi e mantenere un equilibrio attraverso l’interazione di molteplici sottosistemi biologici, fisici e sociali. Per comprenderlo non è sufficiente studiare un singolo elemento: un albero da solo non rappresenta una foresta, così come un singolo fenomeno non è in grado di spiegare l’intero sistema. La foresta è composta da più sistemi che convivono, interagiscono e si influenzano a vicenda. Analogamente, lo studio dell’ambiente richiede una conoscenza interdisciplinare che abbracci biologia, sociologia, fisica e altre discipline per affrontarne la complessità.

Green deal, come resistere alla disinformazione. La versione di Mario Tozzi

C’è chi nega il climate change, chi minimizza i disastri ambientali, chi se la prende con le auto elettriche e chi con la carne coltivata. La resa a costoro non è un’opzione, dice il geologo e saggista Mario Tozzi al quale abbiamo rivolto alcune domande.

Una percentuale compresa tra il 97% e il 99% della comunità scientifica globale di esperti concorda che il cambiamento climatico esiste e che è dovuto alle attività antropiche. Nonostante questo, il negazionismo climatico è molto diffuso. Forse la comunità scientifica globale non sa comunicare bene?

No. La comunità scientifica fa il suo, comunica bene. Certo, la causa della diffusione di disinformazione può anche essere attribuita agli scienziati, che non gestiscono la comunicazione di questi temi in prima persona, ma fare questa operazione sarebbe disonesto a livello intellettuale. La colpa è degli organi di comunicazione che non hanno fatto quello che avrebbero dovuto fare, cioè, divulgare i temi relativi ai cambiamenti climatici con rigore e attenzione, senza dare spazio a posizioni antiscientifiche o pseudo-scientifiche.

Violenze contro le donne: Imparare a leggere i segni della violenza invisibile

La violenza di genere è il tema drammatico che ci troviamo ad affrontare ormai, da molto tempo, con una cadenza implacabile. Un tempo che ci sembra infinito. Ed ogni volta si rinnova un antico dolore, un senso di impotenza, di fronte ad una realtà psichica che improvvisamente diventata visibile è disumana, mostrando l’incomprensibile ferocia con cui si manifesta. Come medici della mente sentiamo il dovere di affrontare questa immensa tragedia che non finisce mai, e di proporci l’indagine, rigorosa e necessaria, sulla violenza che si scatena proprio nel momento storico in cui tante donne hanno raggiunto importanti realizzazioni in moltissime discipline. Ci siamo proposti di realizzare una indagine rigorosa per scoprire le cause che sono alla radice di questa violenza continua, nei confronti di colei che ha lottato e vinto la durissima battaglia per l’emancipazione.

La ricerca pertanto diventa fondamentale per poter uscire da questo tragico destino e cercare di cambiarlo. La ricerca per la conoscenza, in primis, è l’arma importante da proporre sempre per trasformare la storia. L’indagine si apre con una approfondita ricerca sul pensiero greco che , con la nascita del logos occidentale, decide che l’anima si deve separare dal corpo che la tiene prigioniera e vedremo a quali disastri porterà questo pensiero.Proseguendo nella ricerca, racconteremo come l’Impero romano, alle soglie del suo tramonto, apre le porte al cristianesimo, la nuova religione, che in breve tempo si imporrà come unica.Il cristianesimo, mentre all’inizio sembra dare una speranza di riscatto alle donne, in breve tempo mostra il suo volto feroce e fin dall’inizio condannerà definitivamente Eva che è colpevole di una caduta nel peccato. Questo peccato che in origine era di conoscenza, poi diventerà il peccato della concupiscenza e porterà a distruggere la donna e porterà a controllare in maniera ossessiva il privato dei cittadini: la sessualità viene sottoposta ad un rigido controllo anche nell’ambito del matrimonio.

La donna diventa «la porta del diavolo» e sarà proprio la sessualità della donna ad essere colpita perché distruggerebbe l’uomo razionale. Il corpo, scisso dalla mente, sarà il filo conduttore che porterà al delirio delle sante anoressiche che sacrificano il corpo perché colpevole di “sentire”. Fino ad arrivare al più grande femminicidio compiuto nella storia dell’umanità: la caccia alle streghe colpevoli di avere rapporti sessuali con il diavolo. Sappiamo che tale pensiero violento sulle donne, anche se invisibile a volte, si ritrova anche oggi: esso si estende alle donne che lavorano, nei luoghi che dovrebbero essere sicuri, alle donne migranti inermi, vittime senza riparo alcuno.È importante anche parlare della violenza nel linguaggio della comunicazione nei media e della discriminazione vissuta dalle giornaliste.

Questo pensiero violento sulle donne ha permesso di esercitare un controllo anche sulla gravidanza e il parto: la nascita umana da sempre controllata dalla religione e da certa politica che la segue, per secoli è stata sottoposta al suo insindacabile giudizio: la donna non avrebbe nemmeno il diritto di scelta sulla maternità. Di fronte a questo panorama così drammatico però vogliamo proporre la speranza di una trasformazione della società, anche se potrebbe sembrare una utopia.

Per questo nell’Ecm “La violenza contro la realtà femminile” che si svolge fino al 16 maggio (vedi box a fine articolo, ndr) parleremo prima di tutto di una legislazione che si è molto evoluta nella tutela delle donne, segno importante di una società che si ribella di fronte a questa tragedia che si ripete sempre. Parleremo della prevenzione primaria e di quanto sia importante ai fini di una prevenzione secondaria e terziaria. In quest’ottica diventa fondamentale saper riconoscere i segni della violenza invisibile, che deve diventare un forma di conoscenza degli esseri umani.

«Le donne devono ritrovare quella sensibilità che fa vedere quello che c’è oltre un buon comportamento, come anche oltre a delle parole d’amore», ha detto lo psichiatra Massimo Fagioli intervistato su Left nel 2016. Spesso la violenza viene mascherata da un corteggiamento intenso, da forme di seduzione e adulazione che nascondono una verità terribile. E la donna si confonde, anche perché in questo rapporto patologico perde la vitalità, si ammala silenziosamente, ma non sa dare un nome al malessere che sta vivendo. A volte sono le donne stesse che non riescono a comprendere la gravità di quanto sta accadendo: devono ritrovare quella sensibilità che fa vedere quello che c’è oltre un buon comportamento.

Come diceva Fagioli, bisogna andare oltre le belle parole d’amore: «Bisogna andare oltre quel discorso falso e ipocrita che ti fa dire “ io amo tanto le donne” quando non è vero per niente». Parleremo anche dei servizi a cui occorre rivolgersi per cercare aiuto e della formazione degli operatori sanitari consapevoli del ruolo importante che hanno in tutte le branche della medicina. Sono loro che accolgono le richieste di aiuto ed è importante che essi recepiscano la gravità della situazione e del dramma che si sta svolgendo sotto i loro occhi. Fondamentale sempre e comunque è la ricerca sul grave disturbo mentale, la percezione delirante causa del pensiero nascosto che ha sempre visto la donna e con lei anche il bambino , come sottospecie umana, simili al mondo animale. La percezione delirante sulla realtà femminile è ancora presente nei confronti delle donne, e per cambiare questa condizione occorre non solo la ricerca per la conoscenza ma anche la cura degli esseri umani che sono andati incontro a malattia.

A questo proposito citiamo ancora Massimo Fagioli in una intervista apparsa su Left. Riportiamo per intero il suo discorso fondamentale per la comprensione di questa grave patologia mentale: «Nella quasi totalità sono uomini che uccidono le donne. Per prima cosa bisogna andare a fondo, non si tratta di amore passionale. È un rapporto che sembra di amore ma in realtà è una attrazione intrisa di odio e confusione, specificatamente tra un uomo e una donna». La cosa che abbiamo scoperto – continua Fagioli – è che la visione dell’essere umano diverso, in questo caso la donna, fa riecheggiare, fa muovere dentro memorie confuse, indefinite, riconducibili al primo anno di vita, quando ognuno di noi era diverso da quello che è adesso. Non parlava, non camminava, non aveva coscienza e linguaggio articolato… era tutto un mondo e un pensiero di immagini in cui si svolge il primo rapporto , assolutamente vitale, con una donna, in genere la madre. Poi tutto questo si perde si dimentica e così quando si fa questo innamoramento per il diverso da sé e poi avviene quella realtà precisa, possiamo dire triste ma anche realistica… della separazione del lutto, nella persona sana, questo deve produrre al più tanta tristezza».

Tutti abbiamo avuto almeno una volta nella vita una storia di amore che si è perduta, per tanti motivi, ed abbiamo reagito, magari facendoci aiutare da qualche amico, oppure da un bravo psicoterapeuta. La capacità di accettare anche una perdita è un evento che si può elaborare, anche se con fatica e dolore a volte… Ma ben diversa è la situazione in cui si cade nella violenza. E Fagioli poi aggiunge: «Questi assassini ,magari coscientemente uguali agli altri e dunque per i giudici capaci di intendere e di volere sono gravemente ammalati nell’inconscio e di fronte a questa separazione, alla perdita di questo primo anno di vita impazziscono perché quella donna ….diventa la cattiva , la madre persecutrice, Quella che effettivamente può essere stata quando era bambino ,magari una madre anaffettiva». Siamo consapevoli del grande lavoro che abbiamo davanti. Ma abbiamo la forza di una teoria che parla di una naturale e originaria sanità degli esseri umani. Abbiamo la certezza di una cura che può portare al cambiamento e alla guarigione dalla malattia mentale che c’è sempre dietro la violenza.

FORMAZIONE – Un corso per gli operatori

Dal 21 marzo al 16 maggio sui svolge l’Ecm “La violenza contro la realtà femminile, dinamiche psicopatologiche e fenomeni correlati” nell’ambito dell’educazione continua in medicina della Scuola medica ospedaliera di Roma. Con questo corso si intende colmare una carenza nella formazione di medici, infermieri, ostetriche, operatori sanitari in genere che possono essere spesso il primo punto di contatto per donne vittime di violenza e per i loro figli. Spesso l’accesso ai servizi sanitari avviene per patologie somatiche e psichiche non direttamente collegate dalle donne a una condizione di violenza vissuta nel presente o in precedenza. Ormai è invece accertato che numerosi danni fisici e psichici si verificano a seguito di condizioni di violenza fisica, psicologica, sessuale, economica, nelle mura domestiche e sul web, nell’ambito di relazioni attuali o in corso di separazione. Tra tutte le forme in cui la violenza contro le donne si manifesta quella psicologica è la più subdola, sottostà ad ogni forma di oppressione e violenza e spesso è difficilmente riconoscibile. La violenza invisibile del pensiero che annulla e nega le donne e che permea la cultura si traduce in troppi casi in violenza psicologica nelle relazioni concrete tra uomini e donne Riconoscere precocemente i sintomi ed i segni della violenza al fine di prevenirne gli esiti più gravi è anche compito sanitario. (Irene Calesini)

Donne e diritti

Una diade di termini che ci appare inscindibile, quasi come se l’uno stesse a proteggere l’altro. Perché quella della conquista dei diritti da parte delle donne è una storia lunga, irta di ostacoli ma pur sempre bellissima ed esaltante che è sempre utile ricordare per trovare continuamente il coraggio, la vitalità e l’intelligenza per non arrendersi di fronte ai continui tentativi di arretramento sul piano del diritto e alle notizie che la cronaca ci propone a proposito di violenza di genere e di femminicidi. Reati, questi ultimi che vengono ancora pervicacemente indicati come un’emergenza, laddove invece sarebbe più giusto, vista la storia millenaria degli orrendi delitti commessi contro le donne, definirli un problema culturale legato a pregiudizi profondamente radicati. Possiamo affermare di certo che più grande rivoluzione che ha interessato il ‘900, insieme a quella tecnologica, è stata quella delle donne per l’affermazione dei propri diritti, per la conquista dei propri spazi di libertà, per l’affermazione della propria identità uguale, ma nello stesso tempo diversa da quella degli uomini. (Concetta Guarino)

In un lento, ma inesorabile processo di emancipazione realizzato in poche decine di anni le donne, con coraggio e tenacia, hanno letteralmente rimescolato le carte, mettendo in crisi un sistema di ruoli molto consolidato, ed è in gran parte a loro che dobbiamo le leggi che ci consentono di essere libere. Hanno conquistato spazi di potere, fino a poco tempo fa inimmaginabili, contribuendo in modo determinante a modificare il nostro corpus normativo che è stato per molto tempo caratterizzato dalla violenza di genere. Pensiamo che fino al 1956 esisteva lo Jus corrigendi cioè il potere correttivo del pater familias che prevedeva il diritto di picchiare! Di fronte a questo processo di conquista di spazi di autonomia e di libertà e pur se la sensibilità collettiva sulla gravità del fenomeno della violenza è molto forte, il numero dei femminicidi è sempre alto. Una cultura della violenza che resiste nonostante le azioni di contrasto e la produzione normativa sempre più punitiva. Per l’8 marzo, con un tempismo sospetto, è stato approvato dal governo un disegno di legge che prevede l’inserimento nel codice penale del reato femminicidio come fattispecie autonoma e non più come aggravante, con la previsione tra l’altro della pena dell’ergastolo. È pacifico che le norme fissano i valori i principi e le regole su cui si fonda la convivenza civile, ma l’errore di prospettiva è quello di pensare che il diritto, attraverso l’abuso delle norme penali come strumento privilegiato per arginare delitti molto connotati, possa influire sul pensiero, funzionare da deterrente, intimorire o, addirittura favorire un cambio culturale. Le norme penali si applicano quando i misfatti sono stati già perpetrati, intervengono ex post ed il processo penale nelle sentenze produce una verità che non sempre coincide con la verità storica. Questa tendenza panpenalistica è sintomo di un’impotenza culturale ad agire sul piano della prevenzione, è pericolosa ed è violenta. Si ha come l’impressione che si faccia molta fatica non tanto a prendere atto della cosiddetta emancipazione, ma a cambiare il proprio pensiero sull’universo femminile affrancato dagli stereotipi di genere e dai ruoli tradizionalmente affibbiati ad esse. Soprattutto in quest’ultimo periodo storico e culturale in cui la continua erosione dell’importanza dei diritti fondamentali ed il sostanziale disconoscimento della centralità dell’essere umano, va a diretto discapito dei soggetti cosiddetti deboli, per esempio i migranti, le classi sociali più deboli, i bambini e le donne. In questo quadro noi donne dobbiamo sicuramente continuare sul cammino tracciato, ma anche avere maggiore e più profonda coscienza di noi stesse, e questo si può fare solo con un aumento della conoscenza che ci consente di separare il grano dal miglio e di non confondere l’affettività con le buone maniere che invece, spesso, mascherano il killer.       

 

Le autrici: Ludovica Costantino e Irene Calesini sono psichiatre e psicoterapeute. Concetta Guarino è docente di legge

In apertura, Tracey Emin, You Made a Hole Inside Me (2022)

Firenze all’incanto

Costa Scarpuccia è una pittoresca strada che nell’Oltrarno di Firenze si inerpica da via dei Bardi verso Forte Belvedere. La sua bellezza si è costruita nel tempo nella coscienza della sua precarietà, dipendente dalla fragilità del suolo. Nel 1547 una frana fece una cinquantina di vittime, e se ne serba ancor memoria. Sia perché la scampò per un pelo l’architetto Bernardo Buontalenti, allora ragazzino; sia perché la contrada si chiama tuttora “Collina delle Rovinate”. Nel 1565 Cosimo I de’ Medici impose addirittura il divieto di ricostruire le case che erano già crollate tre volte, come recita una lapide in marmo murata proprio dove sale la costa. Peccato che da diversi mesi vi sia in corso la ristrutturazione di un ex convento a fini residenziali, con tanto di piscina.

Per questo Costa Scarpuccia è diventata uno dei luoghi d’azione del comitato “Salviamo Firenze”: che a partire dallo scorso autunno, con una serie di flash mob efficaci e persino geniali, come l’idea di fotografare le keybox degli alloggi in affitto dopo averle identificate con una X adesiva, è riuscito non solo a richiamare l’attenzione nazionale sul problema degli affitti brevi incontrollati e quindi dell’overtourism, ma a mettere la stessa amministrazione civica davanti a un tema che fino allo scorso novembre era affatto assente dal discorso pubblico di governo.

Immigrazione: arrocco europeo ma il nemico non c’è

Chi lo avrebbe mai potuto dire 17 anni fa? Allora, si era nel 2008 quando il Parlamento europeo approvò la Direttiva 115 che disciplina le modalità di rimpatrio delle persone presenti nell’Ue e che, in quanto cittadine/i di Paesi terzi, non avevano diritto a restare nel territorio europeo. In molti la definimmo allora la “direttiva della vergogna”, perché era l’ennesimo atto di istituzionalizzazione della Fortezza Europa. Ebbene in tempi brevi ci troveremo a rimpiangerla perché almeno ha garantito una serie di tutele legate a un concetto che rischia di divenire desueto, lo Stato di diritto. Nei giorni scorsi, il Parlamento europeo ha infatti discusso la prima versione di un testo, proposto dalla Commissione europea, dal titolo inquietante: Regolamento per un sistema comune europeo di rimpatrio.

Visto l’oggettivo fallimento della Direttiva 115, in un nuovo scenario mondiale fondato tanto sulla guerra verso l’esterno – piano di riarmo – quanto sulla guerra interna contro migranti e richiedenti asilo, che violano i “sacri confini”, la proposta nasce dal tentativo di dare una soluzione ad un annoso problema che assilla l’Ue, ovvero definire un sistema condiviso per poter procedere ai rimpatri delle persone “non gradite”, superando l’attuale frammentazione fra i 27 approcci nazionali al problema.

In che modo?

Rezwana e il sogno di un’Europa diversa

È un video muto, sul canale YouTube della Ong spagnola Open Arms. Le parole non servono quando le immagini sono inequivocabili, ma pur in quel silenzio riusciamo a udire il fragore delle onde che inghiottono corpi, la voce cavernosa e perentoria dell’abisso pronto a risucchiarli. In una linea obliqua di mare, priva di orizzonte ma frenetica di attività, vediamo braccia che annaspano e si afferrano ad altre braccia o a una corda, a un qualsiasi appiglio, nel tentativo di issarsi sul ponte di quel che sembra un piccolo peschereccio. Sono immigranti naufraghi. Naufraghi a ottobre nel mare di Lesbo, infagottati in indumenti invernali che sarebbero dovuti servire a proteggerli dalla rigidità climatica dell’Europa e che nell’acqua si trasformano invece in letali zavorre. Molti, troppi, insopportabilmente troppi i bambini in quelle scene.

Il video ha dieci anni, e se in numerosi altri àmbiti della vita occidentale dieci anni si considerano un’era geologica lontanissima, superata, queste immagini, che oggi si ripetono identiche, testimoniano tutta la nostra immobilità, la mancanza di progresso o, per meglio dire, di una volontà dotata di intelligenza verso il futuro. Tra i volti dei bambini di quel naufragio ce n’è uno che ora buca la bolla gigantesca del nostro sguardo assuefatto, della velocità dell’oblio che l’infossicazione provoca in noi: è quello di Rezwana Sekandari.

L’Albania come l’Europa o l’Ue come l’Albania?

All’attuazione dell’accordo Rama-Meloni, attraverso il primo arrivo dei migranti a bordo della Libra, ero lì, a Shëngjin, in protesta come parte del collettivo Mesdhe (Mediterraneo, terra di mezzo in Albanese, ndr), unica italo-albanese tra attivisti albanesi. Accanto a noi i “guardiani” d’Europa: Edi Rama e Giorgia Meloni, raffigurati con divisa da poliziotti. La nostra protesta era contro il patto “d’amicizia” che si basa sulla negazione dei diritti umani, infrange il diritto internazionale, calpesta la memoria collettiva albanese ed è totalmente anticostituzionale in entrambi i Paesi coinvolti. Un patto, per noi, che sancisce la fine del sogno europeo. Il sogno europeo che, per noi albanesi, è stato spesso sogno di libertà. Di apertura. Di speranza. Un sogno per cui si è rischiato di morire – e si è morti – a causa di un regime dittatoriale isolazionista che aveva chiuso l’Albania – compresi i cosiddetti “italianesi” – al suo interno, aveva interrotto qualsiasi rapporto con i Paesi del blocco comunista dopo l’apertura di Krusciov (tranne la Cina e i Paesi che seguivano la sua linea) e uccideva chi tentava di oltrepassare i confini della “fortezza Albania”.

Colpevoli di sognare un Paese più libero e democratico. Furono uccise 6mila persone mentre tentavano la fuga e ne vennero arrestate 3.200.

Nuovi italiani, il futuro è qui

Pressoché nessuno parla dei referendum su lavoro e cittadinanza che andremo a votare l’8 e 9 giugno. Nei media mainstream, servizio pubblico in testa, lo spazio è residuale e nessuna informazione istituzionale spiega di cosa trattino i quesiti e come si vota. Auspico che la comunicazione si intensifichi avvicinandosi alle date del referendum, nel frattempo ogni spazio di divulgazione è oro e queste mie righe su Left sono un’opportunità preziosa della quale sono grata. Come prima cosa non voglio compiere un errore che spesso ho fatto in questi anni di lotta per cambiare la Legge 91/92, ovvero dare per scontato che tutt*, in particolare chi nasce italian*, la conosca e ne comprenda i meccanismi che riproducono, ormai da più di trent’anni, discriminazioni e ingiustizie insopportabili verso centinaia di migliaia di persone nate o cresciute in Italia. Quindi alcune coordinate spazio temporali sono d’obbligo. La 91/92 viene approvata il 5 febbraio 1992, l’allora ministro degli Esteri Andreotti presentò il testo nel dicembre 1988. Prima di questa legge le regole risalivano al codice civile del 1865 e alla L.555 del 1912.

Tutte condividono lo stesso impianto, quello fondato sullo ius sanguinis, sull’italianità per discendenza, principio familistico che sovrasta tutti gli altri e che determina e afferma il privilegio secondo cui se si ha un trisavolo italiano si può richiedere la cittadinanza italiana anche se non si possiede nessun legame reale con il Paese; non sono pregiudizialmente contro lo ius sanguinis, ma lo concepisco solo in coesistenza con tutti gli altri “ius”.