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Tania Scacchetti (Spi Cgil): Ai referendum, cinque sì per cambiare l’Italia

I prossimi 8 e 9 giugno gli italiani saranno chiamati a esprimersi su cinque quesiti referendari che toccano temi cruciali per il mondo del lavoro e i diritti civili. Il voto rappresenta un’opportunità per ridisegnare il futuro del Paese, intervenendo su aspetti fondamentali che riguardano milioni di cittadini.

Tania Scacchetti, il referendum sulla cittadinanza potrebbe apparire distante dalle battaglie sindacali tradizionali. Perché lo Spi Cgil ha scelto di sostenerlo e quale messaggio volete lanciare?

Il quesito sulla cittadinanza impone al Paese una discussione sui temi della trasformazione sociale, in un contesto di grave crisi demografica. Viviamo in un’Italia che invecchia velocemente, che non riesce a trattenere le giovani generazioni e che, paradossalmente, è incapace di riconoscere il diritto di cittadinanza a chi già vive, lavora e contribuisce alla vita economica e sociale del Paese. Sappiamo che la questione rischia di essere divisiva ma siamo convinti che queste persone dovrebbero poter contribuire anche alla vita politica. È una grande occasione per far avanzare il Paese.

Quali effetti concreti potrebbe avere questa riforma nel mondo del lavoro, soprattutto per chi è già inserito nel tessuto produttivo ma non ha ancora la cittadinanza?

L’ex Pm Giuliano Turone: L’Italia è un Paese a sovranità controllata

Giuliano Turone, da magistrato protagonista nel marzo del 1981 della scoperta delle liste della Loggia P2 a Castiglion Fibocchi, oggi si fa storico e va oltre quel momento apparentemente definitivo per Gelli: l’ex magistrato ci prende per mano e ci conduce dentro le trame della riorganizzazione della rete piduista, che coincide con il consolidamento del potere dei corleonesi dentro Cosa nostra, passando per la sistemazione giudiziaria del latitante Gelli, ben protetto per tutta la sua vita… una micidiale alleanza fascio-piduista (e mafiosa, ndr) che porta sulle spalle diverse stragi e la decapitazione di un’intera classe dirigente progressista, nell’isola siciliana, che si è posta tra la fine degli anni Settanta e gli inizi del decennio successivo come la punta più avanzata di un possibile rinnovamento». Così scrive Stefania Limiti nella appendice al nuovo libro dell’ex magistrato Giuliano Turone Crimini inconfessabili. Il ventennio dell’Antistato che ha voluto e coperto le stragi (1973-1993), edito da Fuori Scena. Abbiamo rivolto alcune domande all’autore per approfondire i contenuti di questo appassionato e documentatissimo lavoro di indagine e di ricostruzione del ventennio più buio della nostra democrazia, che è anche una preziosa chiave di lettura dell’attuale situazione politica.

Turone, partiamo dal titolo. Quali sono i crimini inconfessabili?
Le stragi sono crimini inconfessabili. Ci sono buoni motivi per non confessare mai una strage. Pensiamo a quella di Bologna. Fioravanti e Cavallini confessarono innumerevoli omicidi politici ma mai quello che hanno fatto a Bologna. Le prove invece sono solidissime e sono state confermate anche nelle ultime sentenze che hanno visto la condanna in via definitiva di Cavallini e, nei primi due gradi di giudizio, di Bellini.

La Resistenza perfetta è un largo sorriso

L’8 settembre 1943 Luigi Capriolo sta per compiere 41 anni, ne ha trascorsi otto in carcere e tre al confino. Nel maggio del 1927 il tribunale speciale fascista lo condanna a 7 anni e 6 mesi per appartenenza al partito comunista, offese al capo del governo e diffusione di stampa clandestina: inizia così una prima trafila detentiva che lo porta dal penitenziario di Nisida a quelli di Viterbo e di Civitavecchia. Esce per l’amnistia del decennale del regime nel novembre del 1932, ma esattamente due anni dopo, novembre 1934, il tribunale speciale gli infligge una nuova condanna: 7 anni per propaganda comunista. Grazie al condono per la nascita della principessa Maria Pia di Savoia, nel marzo 1937 Capriolo ottiene la liberazione condizionale, ma è immediatamente inviato al confino a Ventotene perché «elemento pericoloso e irriducibile avversario del Regime». Liberato dal confino nel febbraio del 1939, si dedica subito a Torino alla tessitura clandestina di una rete antifascista che, da Borgo San Paolo dove vive, si irradia in tutta la città e giunge sino a Barge, ai piedi del Montoso, nell’alta valle del Po.

Capriolo è un riferimento importante per i giovani artigiani e operai e per figure di spicco dell’impegno politico e culturale antifascista: Giovanni Guaita, Ludovico Geymonat, Antonio Giolitti, Piero Martinetti, Norberto Bobbio, Paolo Cinanni, Riccardo Peretti Griva. E lo è pure per Amerigo Clocchiatti e Angelo Leris, i funzionari del Pci che nel novembre del 1942 giungono a Torino con l’incarico di rimettere in piedi l’organizzazione del partito. Alla caduta di Mussolini Capriolo sale sulla scena principale dell’antifascismo torinese come il simbolo vivente della coerenza e del rigore dell’antifascismo mai domato dalla violenza e dalla repressione del regime.

La forza inarrestabile della Liberazione

Ottant’anni fa, il 25 aprile 1945, il proclama del Comitato di liberazione nazionale alta Italia (Clnai) e il manifesto del giorno dopo con il quale assumeva il governo legale «in nome del popolo e dei volontari della libertà» – firmato da Luigi Longo ed Emilio Sereni per il Pci, da Ferruccio Parri e Leo Valiani per il Partito d’azione, da Achille Marazza e Alcide De Gasperi per la Dc, da Giustino Arpesani e Filippo Jacini per il Pli, da Rodolfo Morandi e Sandro Pertini per il Psiup – incitavano all’insurrezione nazionale nei territori ancora occupati dai nazifascisti ordinando a tutte le formazioni partigiane di attaccare i fascisti e i tedeschi. Era il momento tanto atteso, la giornata culminante di una guerra cruenta contro i nazisti e i fascisti. La Resistenza ebbe il suo culmine nelle giornate di aprile che portarono alla Liberazione dell’Italia. Il 25 aprile 1945 unì tutte le forze antifasciste e fu un emblema così potente della Liberazione che, sin dal primo anniversario, la giornata del 25 aprile fu proclamata festa nazionale, festa della Liberazione. Fu un tornante storico di grande importanza.

25 Aprile, contro i falsari della Storia

L’istante, l’effimero, l’immediato lo ghermiscono [il presente, ndr] e solo l’amnesia può essere la sua sorte. Questi sono i tratti del presente multiforme e multivoco: un presente mostro. Nello stesso tempo è tutto (non c’è che il presente) e quasi niente (la tirannia dell’immediato). “Allora lo spirito non guarda né avanti né indietro. Il presente solo è la nostra felicità”, basta far ascoltare una nuova volta i versi del Secondo Faust per capire che questo presentismo non è, o non è più, il nostro. Noi, al contrario, non cessiamo di guardare in avanti e indietro, ma senza uscire da un presente di cui abbiamo fatto il nostro solo orizzonte»

Con queste parole François Hartog, nel suo Regimi di storicità (2003), designava quel particolare “ordine del tempo”, che segna il mondo contemporaneo, con il termine “presentismo”. Diversamente da quanto accaduto nelle epoche trascorse, in cui il presente era letto e vissuto a partire dal passato (come nell’Umanesimo-Rinascimento) oppure si proiettava in un futuro gravido di certezze (nell’Ottocento e fino a buona parte del XX secolo) oggi, sosteneva lo storico francese, siamo immersi in un tempo “fermo”, in cui «tutto avviene come se non ci fosse che il presente, sorta di vasta estensione di acqua che agita un incessante sciabordio»: i legami con il passato faticano ad acquisire un senso che oltrepassi la memoria – individuale o pubblica che sia – la capacità di immaginare il domani è tutta schiacciata sul “qui e ora”. Come falene che si agitano intorno al lume di una lampadina fioca, ci muoviamo inquieti andando avanti e indietro sul grande oceano della storia, alla ricerca di radici che “sappiamo” non esistere più, rappresentandoci un futuro che “diciamo” non sarà mai. E il grande oceano assume l’aspetto di un piccolo lago di acqua stagnante.

Liberi di mentire: la politica di Musk&Co

L’inizio del 2025 ha segnato in maniera profonda lo scenario geopolitico globale, dando molto su cui riflettere, con preoccupazione. A ben vedere, però, il mutamento precede il cambio di calendario: l’elezione di Trump e l’ulteriore ascesa di potere di Musk sono il vero spartiacque, geopolitico e non solo, nel segno di una nuova e incendiaria aggressività. «You are the media now», ha profetizzato il tecnocrate di X subito dopo la vittoria di The Donald, e dell’altrettanto minaccioso vice J. D. Vance. È l’ideale del free speech, decantato dalla (nuova) Silicon Valley e dalle destre mondiali, a detta loro in difesa della libertà di espressione, ma in realtà deformando completamente il nobile principio illuminista, a partire dalla più becera estremizzazione verso un presunto – e scorretto – diritto di offesa e discriminazione, che nulla a che vedere ha con l’ironia illuministica.

Esattamente come con la laicità (specie nella Francia degli ultimi decenni), i partiti reazionari si appropriano di un concetto dei lumi alterandolo, in funzione dei loro abituali scopi avversi ad ogni forma di alterità culturale, con una neanche tanto velata pretesa di superiorità (sul caso francese si veda Jean Baubérot, La laïcité falsifiée, Paris, La Découverte).

Chi ha paura dell’articolo 11

Ruolo e funzione della storia trovano significato e collocazione nella sfera pubblica tanto nell’indispensabile ricostruzione dei fatti quanto nella costruzione di un orizzonte di senso di quegli eventi. Un processo in grado di restituire il rapporto dialettico tra passato e presente che spiega non solo da dove veniamo e dove siamo arrivati ma soprattutto il perché. Così l’ottantesimo anniversario della Liberazione d’Italia si pone, in un momento particolarmente critico del contesto internazionale, non soltanto come riferimento storico ma come orientamento per la società democratica attraversata da potenti spinte disgregatrici che rievocano tragicamente le cupe espressioni liberiste di Margaret Thatcher del 1987: «Non esiste la società, esistono gli individui».

La storia della liberazione dal nazifascismo, in Europa e nel mondo, ha invece storicamente dimostrato come senza uno sforzo collettivo i singoli individui sarebbero stati inesorabilmente condannati agli stermini di massa, alla guerra o alla sottomissione. La traiettoria storica dell’Italia fino ed oltre l’approdo al 25 aprile 1945 consente, fuori da retoriche celebrative, di individuare condizioni, contesti, punti di rottura e linee di faglia che hanno accompagnato la società italiana ed europea nel «viaggio al termine della notte» della dittatura iniziato al tramonto della Prima guerra mondiale.

Gennaro Spinelli: L’Italia è l’unico Paese in Europa ad avere legalizzato e finanziato i Campi “Nomadi” che di nomade non hanno nulla

L’8 aprile è la giornata internazionale dei rom e dei sinti, una popolazione purtroppo ancora vittima di pregiudizi e discriminazioni, anche nel nostro Paese. Per l’occasione abbiamo deciso di intervistare Gennaro Spinelli, presidente nazionale di Ucri- Unione comunità Romanès Italia. Gennaro è un violinista italiano di etnia rom, con oltre 1.500 concerti all’attivo in più di trenta nazioni, inoltre, nel 2018, l’International Romaní Union lo ha nominato ambasciatore per l’arte e la cultura romaní nel mondo. Gennaro ha anche scritto un libro, uscito per People nel 2022, intitolato Rom e sinti. Dieci cose che dovreste sapere.

Gennaro Spinelli, chi sono i Rom e i Sinti e come vengono percepiti in Italia?
I Rom sono un gruppo etnico presente in tutto il mondo, chiamati in tanti modi, da sempre giudicati e perseguitati ma mai conosciuti davvero. I Rom e Sinti in Italia sono uno dei gruppi storico-linguistici più numerosi ma non sono riconosciuti dallo stato italiano. I Rom sono una ricchezza culturale che troppo spesso viene scambiata per problema sociale.

Nel maggio 2024, a seguito di una denuncia presentata da Amnesty International nel marzo 2019, all’unanimità il Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa ha condannato l’Italia per aver gravemente e sistematicamente violato la Carta sociale europea riguardo alla situazione abitativa dei rom e sinti, invitando inoltre a promuovere un cambiamento nelle politiche discriminatorie italiane in materia di alloggio. Com’era la situazione allora? C’è stato un cambiamento sostanziale dopo questa condanna?
L’Italia è l’unico Paese in Europa ad avere legalizzato e finanziato i Campi “Nomadi” che di nomade non hanno nulla. Ormai sono 50 anni che le persone che scappavano dalla guerra dei Balcani si sono recate in Italia e lo stato le ha chiuse in campi e da allora non se ne sono più andate, li definiresti nomadi? In Italia i Rom e Sinti storicamente abitano nelle case e i numeri affermano che solo circa il 5% vive nei campi, e sono quegli esseri umani scappati dalla guerra.

Recentemente è stata presentata una proposta di legge per fa riconoscere all’Italia il Samudaripen, il genocidio dei rom e dei sinti nel corso della seconda guerra mondiale. Una proposta nata su invito dell’Unione Europea, che lo aveva riconosciuto nel 2015 invitando tutti i paesi membri a fare altrettanto. Quanto sarebbe importante che l’Italia riconoscesse il Samudaripen, e successivamente lo status di minoranza linguistica ai rom e sinti?
Vuol dire rispettare, una memoria comune sempre troppo spesso dimentica come quella del Samudaripen. Riconoscere il genocidio dei rom vuol dire studiarlo nelle scuole, cosa che ad oggi non avviene come con altri genocidi invece, anche se i Rom sono passati per gli stessi forni crematori. Conoscere il Samudaripen è una forma di civiltà verso la quale la nostra società dovrebbe ambire ad andare.

Che cos’è l’Ucri e di cosa si occupa?
L’Ucri unione delle comunità romanès in Italia, di cui sono presidente, è la più grande organizzazione Rom e Sinti italiana a favore della cultura romanì. Ci occupiamo di diffusione e valorizzazione culturale in diversi aspetti, dalla letteratura al cinema alla musica, alle scuole alle questioni sociali. Forniamo supporto allo stato, agli enti e alle organizzazioni su ogni ambito della questione Rom.

Venerdì 4 aprile, alle ore 15 il Salone degli Specchi, Teatro San Carlo di Napoli, ospita un concerto per celebrare la Giornata Internazionale dei Rom e Sinti, può parlarcene?
Si tratta di un evento storico, infatti per la prima volta nella storia due solisti di etnia rom suoneranno nel teatro più antico del mondo in occasione della Romanì Week. Io e Santino Spinelli, saremo accompagnati da alcuni musicisti del Teatro di San Carlo guidati dal violinista Salvatore Lombardo e dell’Orchestra Sinfonica G. Rossini di Pesaro guidati dal violinista Marco Bartolini, e daremo vita a un viaggio musicale che spazia dal repertorio classico rivisitato in chiave etnica a composizioni originali ispirate dalla tradizione romanì. Il concerto vedrà l’esecuzione di composizioni come la “Czarda” di V. Monti e le “Danze Ungheresi” di J. Brahms, insieme a brani originali di Santino Spinelli, che attraverso la sua musica innalza la tradizione romanì a un livello artistico elevato, distillando la sua essenza più autentica, lontana dai tratti folklorici regionalisti. La musica parla a tutti ed è il linguaggio più immediato per l’integrazione e lo scambio culturale. Si tratta di un traguardo significativo, che non solo celebra l’arte e la cultura romanì, ma segna anche un passo importante verso una maggiore inclusione sociale e culturale delle comunità Rom e Sinti. Il concerto si inserisce all’interno di una serie di eventi che si svolgeranno su tutto il territorio nazionale in occasione della Giornata dell’8 aprile, un’iniziativa che quest’anno coincide con la seconda Settimana della Cultura Rom e Sinta lanciata dall’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR), con il supporto dell’Unione delle Comunità Romanès in Italia (UCRI), e dell’Associazione Them Romano. Inoltre il concerto ha l’obbiettivo di contrastare le discriminazioni etniche, infatti l’iniziativa si arricchisce della partecipazione di partner prestigiosi come TIM/Timvision, che lancerà in anteprima un cartone animato ispirato alla cultura romanì e curato da UCRI.

Lei è ambasciatore mondiale della cultura romanì, può dirci brevemente le sue caratteristiche più importanti?
Perseveranza, giustizia e uguaglianza sono i concetti che mi guidano, utilizzo la musica come metodo di divulgazione e valorizzazione culturale per cambiare la visione su un popolo che è a tutti gli effetti sconosciuto. Credo fortemente nei valori che la cultura romaní mi ha trasmesso come quello dell’Unione familiare e la forza identitaria. Vi saluto con un augurio nella nostra lingua, But Baxt Ta Sastipè, che voi possiate essere sani e fortunati.

 

L’autore: Andrea Vitello collabora con Pressenza, ha scritto “Il nazista che salvò gli ebrei” (Le Lettere)

 

Che dicono gli scendiletto del danno Usa?

La cravatta rossa, il cappellino Maga in mano e un tabellone illeggibile. Trump ha annunciato i suoi dazi come fosse in campagna elettorale, nel giardino della Casa Bianca trasformato in palcoscenico per l’ennesimo show. Lo chiama “Liberation Day”, ma sa di resa dei conti: 20% all’Unione europea, 54% alla Cina, 46% al Vietnam. Nessuna strategia, solo rancore moltiplicato per arroganza.

Trump tratta il commercio internazionale come una guerra personale. Parla di “reciprocità”, ma ignora che il sistema è già basato su regole condivise. Ignora che chi pagherà non saranno gli alleati infedeli ma i cittadini americani: le famiglie, che vedranno i prezzi salire, e le industrie, che rischiano l’isolamento. Lo ricorda Leon Panetta: così si spara nei piedi. Fitch prevede una recessione. Moody’s stima 5,5 milioni di posti persi.

E l’Italia? È tra i 60 “cattivi”. Per Trump siamo colpevoli di eccellenza. Colpire il nostro export è colpire il cuore dell’economia italiana. Mattarella parla di errore profondo, Meloni prova a mediare, Bruxelles abbozza. Ma intanto il danno è già in corso.

Trump non tratta, impone. Usa i dazi come manganello geopolitico, disegna un’America che somiglia più all’autarchia del Novecento che a una potenza del XXI secolo. L’Europa, se vuole contare, deve scegliere: o il silenzio o la dignità.

Oltre ad essere uno dei peggiori presidenti è anche il più incapace e dannoso. Meloni e Salvini, gli scendiletto del danno, che dicono? 

La mediatrice immaginaria

“Meloni ponte”, “Meloni grande mediatrice”, “Meloni tra Trump e von der Leyen”. Ne abbiamo lette così tante, fin qui, sulla presidente del Consiglio come grimaldello fondamentale di una relazione tra Usa e Unione europea che alla fine qualcuno ci aveva creduto davvero. Del resto è stata proprio la presidente a prendere le parti del vicepresidente Usa J.D. Vance quando ha definito l’Europa «antidemocratica».

La credibilità internazionale del governo italiano e la capacità di mediazione dell’inquilina di Palazzo Chigi sono una favola che scorre a fiumi su giornali e televisioni. Fino a qualche settimana fa Meloni avrebbe dovuto essere colei che avrebbe smussato le intenzioni di Trump. «Lasciatela lavorare», dicevano i suoi fedelissimi, «e vedrete che i dazi Usa saranno solo una minaccia per alzare il livello delle trattative». No, non è andata proprio così.

Oggi alla Casa Bianca andrà in scena lo show. Trump comunicherà i dazi contro l’Unione europea. «È il liberation day», annuncia Trump, che promette comunque di essere «gentile». A von der Leyen e compagnia non resta che rispondere all’attacco commerciale americano infilandosi in una guerra che pagheranno le aziende e i cittadini. Non andrà bene, sicuro. Trump dichiara di sentirsi «derubato» dall’Europa, von der Leyen promette «vendetta».

E la nostra «grande mediatrice»? I retroscena dicono che sia lì a chiedere di «abbassare i toni». Meloni starebbe valutando almeno di ridurre i balzelli per l’Italia, come se fosse davvero possibile isolare il nostro Paese dalle conseguenze concatenate. Ancora una volta era tutto solo narrazione. Tanto a pagare il conto della messinscena sono sempre le aziende e i cittadini.

Buon mercoledì.