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Sepolti sotto la sabbia e sotto il silenzio

C’erano le ambulanze, c’erano le divise, c’erano i guanti. Tutto era lì, riconoscibile. Perfino le luci di emergenza hanno continuato a lampeggiare, come un ultimo segnale, come un disperato codice Morse che raccontava l’orrore: qui sotto ci sono soccorritori uccisi. Uccisi mentre correvano verso altri corpi. Uccisi perché facevano ciò che fa chi dovrebbe salvare. A Gaza, l’esercito israeliano ha colpito e sepolto. Letteralmente. I corpi di quindici operatori umanitari – della Mezzaluna Rossa, della Protezione civile, delle Nazioni Unite – sono stati recuperati da una fossa comune insieme ai loro veicoli. Non è un’esagerazione, è una testimonianza documentata dalle Nazioni Unite.

Erano operatori umanitari. Non combattenti. Non “scudi umani”. Non ambiguità semantiche. Eppure sono finiti sotto terra, sotto il peso di ambulanze schiacciate, e sotto un’altra sabbia, forse più pesante: quella del silenzio. Per giorni non è stato concesso l’accesso per recuperarli. E anche adesso che i loro nomi tornano a galla, non muovono le coscienze. Il diritto umanitario internazionale, dicono, è chiarissimo. Ma le bombe, si sa, fanno male anche alla grammatica.

Chi ha ancora il coraggio di usare la parola “errore”, oggi, è parte del problema. Chi ha lo stomaco di parlare di “difesa” è un agevolatore di assassini. Chi smussa i termini, chi arrotonda gli editoriali è complice del genocidio. Perché il crimine più grande, oltre all’assassinio, è la normalizzazione.

Buon martedì.

Foto dalla pagina Facebook della Croce rossa palestinese

L’intima gioia del potere

Novanta morti per suicidio nel 2024. Venti nei primi tre mesi del 2025. Le celle scoppiano, i cellulari entrano più facilmente dei medici. Mancano ottomila agenti. E il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria è senza guida da tre mesi. Non per caso, ma per scelta.

Il governo Meloni ha deciso che le carceri possono attendere. O meglio: possono restare proprietà privata di un sottosegretario, Andrea Delmastro, che da mesi si comporta come capo non nominato, premiando agenti in diretta Rai e scegliendo i suoi fedelissimi. Il nome c’è: Lina Di Domenico, ma il Quirinale – cui spetta la nomina – si è ritrovato spettatore di un teatrino che scavalca la Costituzione. E tace.

Nel frattempo, chi è in carcere comunica con l’esterno come se fosse fuori. Gratteri denuncia, i sindacati implorano, i medici mancano, i morti si contano. Ma Delmastro resta. Perché le carceri, dice, sono “roba sua”. E se la gioca come una scalata di partito, con “intima gioia”.

Ci hanno spiegato che la sicurezza è una priorità. Ma il carcere, che dovrebbe essere specchio della civiltà, resta campo di battaglia ideologica. Con i corpi dei reclusi a fare da sfondo.

Buon lunedì.

 

Foto AS

Il Pnrr è in ritardo. Ma per loro il problema è ammetterlo

Siamo in ritardo. Non è un’opinione, è nei numeri. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza è in affanno, la spesa procede più lenta del previsto, e le scadenze si avvicinano come lame. Il ministro Giorgetti vorrebbe guadagnare tempo chiedendo all’Europa una proroga al 2027. Ma da Bruxelles la risposta è secca: il termine resta il 2026. E per cambiarlo servirebbe l’unanimità dei 27 Paesi Ue. Tradotto: è quasi impossibile.

Nel frattempo a Roma si litiga. Meloni non vuole sentir parlare di rinvio: teme che ammettere i ritardi significhi smentire tutta la retorica del “governo del fare”. Meglio far finta che tutto proceda, mentre Ministeri e Comuni navigano a vista. Anche i dati non coincidono: la Ragioneria certifica una spesa lenta, il governo rilancia cifre più ottimistiche. Ma il problema non è nella contabilità: è nella sostanza.

Abbiamo incassato più soldi di tutti e ora rischiamo di essere quelli che non riescono a spenderli. Bruxelles non ha tempo per le sceneggiate italiane: vuole cantieri, non scuse. La retorica non costruisce asili, né ponti. E mentre ci accapigliamo sul racconto, perdiamo l’unica occasione che avevamo.

Buon venerdì.

In apertura una foto dalla cabina di regia sul Pnrr del 27 marzo 2025

Guerra reale e guerra immaginaria

Un clima bellicista e allarmista veramente fuorviante e pericoloso si diffonde in Europa. Non sono i messaggi social di qualche esaltato, ma disposizioni della commissione europea, cioè chi comanda il vecchio continente. L’ultima pensata è un vero salto di qualità: si invitano le popolazioni a dotarsi di scorte d’acqua e di cibo per affrontare un’eventuale emergenza dovuta ad un’aggressione militare o per fronteggiare un evento estremo causato dal cambio climatico.
Ci informa di tutto ciò un importante quotidiano spagnolo, El Pais.

La sensazione è che si alzi il livello dell’allarme perché la proposta di riarmarsi contro un’eventuale aggressione russa e i relativi 800 miliardi di euro per finanziarla hanno lasciato l’opinione pubblica un poco indifferente se non contraria. Per convincerla il copione è quello di sempre: drammatizzazione della situazione, demonizzazione del nemico, Putin è il nuovo Hitler (qualcuno ricorda quando nel 2003 il governo di George W. Bush invase l’Iraq accusando Saddam Hussein di avere armi di distruzione di massa e non era vero?), e si continua a ripetere che l’Europa non ha la forza militare sufficiente per respingere l’invasore, ora che Trump ha tolto il sostegno militare americano, quindi bisogna riarmarsi comprando dalle aziende che le armi producono, soprattutto dalle aziende statunitensi.

Due considerazioni. La prima riguarda la guerra nel senso che penso che la signora Von der Leyen e capi di Stato come il dimezzato Macron e il defenestrato Scholz che la supportano, pensino che Putin sia un deficiente. Chiedo: se fosse vera la volontà espansionistica della Russia perché mai per attaccarci dovrebbe aspettare che l’Europa si sia armata fino ai denti?

La seconda sui due pericoli di cui si parla: guerra e cambio climatico. La prima è fortunatamente non più di un’ipotesi, il secondo è invece una palpabile realtà che da tempo distrugge interi territori, li sommerge o li desertifica. La differenza fra le due è che per il pericolo ipotetico la Commissione europea vuole spendere in armi 800 miliardi di euro, mentre per quello reale nulla. Fra guerra ipotetica quella con la Russia e guerra reale quella del cambio climatico c’è una sproporzione evidente a favore di quella pensata a tavolino.

Alla base di questo incontrollato clima bellicista c’è l’abbandono della protezione americana. L’ex-amico statunitense vuole imporre a Kiev una pace ingiusta e lascia all’Europa la decisione di far proseguire la guerra per ottenere una pace giusta. Certamente viviamo tempi carichi di incertezza sul futuro che ci attende, ma il pericolo di una invasione russa è poco credibile. Quello del cosacco alle porte, è un gioco molto pericoloso. Sono altre le insidie che le popolazioni stanno vivendo ormai da anni di cui nel passato si parlava molto e poco si faceva, mentre ora se ne parla di sfuggita e si continua a non far nulla.

Mi e vi chiedo se mentre ci prepariamo alla guerra con la Russia esondassero il Po o l’Arno o il Tevere o il Danubio o la Senna? Possibile! Molto più di un’aggressione russa; se arrivassero mesi con temperature insopportabili? Possibile. Se fossimo condannati alla sete? Possibile. Perché per mesi non piove e la siccità prolungata, i fenomeni di deforestazione, l’eccessivo sfruttamento del suolo hanno avviato un processo di desertificazione e poi quando tutto si secca e torna la pioggia le esondazioni diventano catastrofiche; ed ancora se fossimo condannati alla fame? Possibile. Perché i terreni fertili che ora ci forniscono il cibo quando si desertificano diventano aridi e improduttivi; e se fossimo sommersi dai rifiuti velenosi che produciamo? Possibile.
ReArm Europa è un progetto di falsa sicurezza.

Cosa si sta facendo invece per rispondere all’emergenza climatica?
Solo chiacchiere! Non esiste né un progetto di mitigazione né un piano di adattamento. Mi si dirà che non è vero, che per la crisi climatica sono stati stanziati 520 miliardi. Lo si fece per riparare i danni economici e sociali immediati causati dalla pandemia di coronavirus, ideando il NextGenerationUe. È vero come è vero che in quel progetto c’era un’idea di futuro gradevole. I risultati però sono stati pressoché inesistenti: le emissioni climalteranti sono aumentate e l’Europa post Covid non è più verde e più resiliente e adeguata alle sfide presenti e future. Non poteva che essere così perché è stato ostacolato qualsiasi nuovo modello energetico rinnovabile e poco bisognoso di energia, per favorire l’uso del gas, ora addirittura si pensa a un ritorno al nucleare; non si è reso più efficiente il patrimonio abitativo che resta un colabrodo in termini di consumo energetico; i trasporti sono rimasti quelli di sempre con molte emissioni, poca efficienza, troppi ritardi, nessuna soluzione per i pendolari, con il rifiuto di adempiere al superamento del parco auto a benzina e diesel. Si potrebbe continuare.

È ipocrita e falso sostenere che la lotta per il governo del clima può proseguire insieme alla decisione di riarmarsi: sul riarmo c’è la volontà politica di procedere e gli 800 miliardi per riarmarsi potranno essere recuperati dai fondi per la Coesione, attingendo cioè a risorse reali e già stanziate, una via preferenziale e pericolosa. Al contrario la lotta per il governo del clima appare sempre più fuori dall’agenda politica e senza finanziamenti. La situazione in cui siamo è ben riassunta dal celebre slogan che Sandro Pertini, uno dei presidenti della repubblica più amato dagli italiani, ripeteva continuamente – «svuotate gli arsenali, riempite i granai» – e che ora è completamente ribaltato. L’Europa è un continente in decadenza, con una classe dirigente mediocre che parla a sproposito di valori europei, da tempo evaporati, un continente che si compiace nel parlare di diritto internazionale e diritto umanitario e poi pratica l’indifferenza per il genocidio dei palestinesi.

Il risultato è che si lasceranno le popolazioni europee nella più completa insicurezza di fronte alla crisi climatica mentre si spenderanno tanti soldi per combattere un’invasione immaginaria. Si scambiano lucciole per lanterne in un gioco che serve solo agli interessi dell’industria militare.

Nel Paese dell’inquisizione al rovescio: chi denuncia è colpevole

Nel Paese in cui delle persone organizzate per salvare vite in mare vengono spiate dal governo, il ministro della Giustizia parla di «clima di inquisizione» perché le opposizioni gli chiedono conto della liberazione, con tutti gli onori, di uno stupratore violento amico dei trafficanti.

L’inversione della realtà accade nel giro di poche ore. Prima il sottosegretario Mantovano ammette che l’Onu e Mediterranea sono state intercettate con il software Paragon dai nostri servizi segreti. «Indagine preventiva», la chiamano. In effetti, ci vorrebbe coraggio per ammettere che si tratta di intercettazioni non autorizzate dalla magistratura da parte di un governo che straccia per legge le intercettazioni degli altri.

Poi, ieri, il ministro Nordio in Parlamento è stato salvato dalla mozione di sfiducia che gli chiedeva conto di aver liberato il torturatore libico Almasri, generale ricercato dalla Corte penale internazionale, serenamente liberato in Italia e riportato in patria.

Il favoreggiamento politico al traffico di esseri umani compiuto da un governo che avrebbe dovuto stanare i trafficanti «in tutto l’orbe terraqueo» è l’impronta di un sopruso sistematico che ha diviso questo Paese in amici e nemici.

Adottare pratiche e opinioni contrarie ai desiderata del governo implica l’intercettazione, la querela intimidatoria, l’esposizione via social, il deliberato attacco in pubblico, perfino la derisione. Non manca nessun ingrediente per poter definire tutto questo l’opera di un’autocrazia dalla parvenza democratica.

Buon giovedì.

Il valore dei contratti nazionali di lavoro

Entro il 31 di marzo si svolgeranno le assemblee sindacali per l’approvazione della piattaforma presentata dai sindacati confederali del settore chimico e farmaceutico, Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uiltec-Uil, per il rinnovo del contratto che scade il 30 giugno.
Tra i punti fondamentali della piattaforma, la richiesta di aumento del salario: 305 euro lordi mensili a livello medio. Argomento, quello delle retribuzioni, divenuto critico per le grandi categorie industriali. Va ricordato, infatti, che la trattativa per il rinnovo contrattuale dell’altro principale comparto industriale, quello metalmeccanico, è rimasta inchiodata, fin dal suo inizio, il 30 maggio dello scorso anno, proprio sulla richiesta sindacale di aumento salariale di 280 euro lordi mensili, sempre a livello medio.
Va detto che la tradizione di relazioni industriali del comparto chimico-farmaceutico è diversa dalle altre. Il confronto tra Federchimica – la Confederazione datoriale del settore – e le Organizzazioni confederali è caratterizzato da decenni da una forte propensione alla consultazione continua e da un livello di conflittualità molto basso. Tanto che, in passato, gli accordi di rinnovo contrattuale sono stati chiusi anche nel giro di uno o due incontri formali.
Vedremo, dunque, se le condizioni di estrema criticità dell’economia e, nel suo complesso, del nostro tessuto industriale che perde colpi da 24 mesi di fila, renderanno difficile mantenere questo trend positivo o se la tradizione di bassa conflittualità resterà salda.
C’è da interrogarsi anche su quale potrà essere il peso della situazione estremamente critica che ha investito la Versalis, azienda controllata dall’Eni, che opera negli impianti di Ragusa e di Brindisi. Situazione che può sfociare nell’abbandono della chimica di base nel nostro Paese.
Intanto, quali sono gli altri elementi che caratterizzano la piattaforma confederale? Dicevamo sopra delle retribuzioni, in merito alle quali le Organizzazioni confederali dichiarano: “dopo gli interventi di modifica delle tranche nell’attuale decorrenza contrattuale, anticipandole di 6 mesi nel 2024, dovuti alla necessità di recuperare il delta inflattivo degli scorsi anni, insieme al previsionale e ai costi determinati dalle nostre richieste, la cifra indicata è di 305 euro complessivi al livello di riferimento D1”.
Altro argomento centrale, la formazione continua. Sullo sviluppo delle competenze i sindacati affermano che “l’analisi della transizione digitale ed ecologica ha l’obiettivo di identificare le nuove competenze necessarie e i cambiamenti nei ruoli organizzativi”. Come in ogni altro settore lavorativo, viene sentita con forza la sfida rappresentata dall’avvento dell’intelligenza artificiale che, se porta con sé opportunità per lo sviluppo della qualità del lavoro, presenta anche i rischi di violazioni della privacy e di possibili discriminazioni algoritmiche.
Forte anche il tema della salute e della sicurezza con la precisa rivendicazione di una partecipazione dei lavoratori allo sviluppo dei relativi processi di organizzazione del lavoro nelle aziende.
Sul piano della qualità dei rapporti di lavoro, essa è di fatto già alta in questo comparto: il 96% degli impieghi sono a tempo indeterminato. Non di meno, i sindacati insistono sull’implementazione di misure specifiche per lo sviluppo e il miglioramento del welfare contrattuale, con l’obiettivo principale di un miglioramento dell’integrazione con i servizi pubblici.
Dunque, in una stagione tanto difficile, i tavoli contrattuali dei due principali comparti industriali sono aperti. Abbiamo visto con quali difficoltà quello dei metalmeccanici. Vedremo con quali sviluppi quello della chimica-farmaceutica. Una stagione da seguire con la consapevolezza che, così come tanti altri processi fondamentali, anche la contrattazione collettiva è di fronte a un bivio di grandissima importanza per il futuro industriale del Paese. Questo discorso è tanto più importante dopo la pubblicazione del Rapporto Mondiale sui salari dell’OIL, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, che ha certificato che le retribuzioni dei lavoratori italiani hanno perso l’8,7% del loro potere d’acquisto negli ultimi 16 anni, dal 2008 al 2024. Nessun Paese, appartenente al G 20, ha fatto peggio di noi. Per questo, rinnovare i contratti presto e bene è indispensabile per ridare fiato al potere d’acquisto dei salari. Il Governo, se vuole contribuire con fatti concreti, dovrebbe mettere in cantiere un provvedimento di detassazione degli aumenti retributivi, come richiesto dai sindacati.

L’autore: Cesare Damiano, già sindacalista e parlamentare in tre legislature, è stato ministro del Lavoro ed è presidente dell’associazione Lavoro & Welfare

Come una gita alcolica fuori porta

Come un gruppo di amici che pianificano una gita alcolica fuori porta, il capo del Pentagono Hegseth, il consigliere per la sicurezza nazionale Waltz, la direttrice dell’intelligence nazionale Gabbard e il vicepresidente Usa J. D. Vance hanno allegramente pianificato un attacco di guerra in una chat privata, in cui è stato invitato per errore anche il direttore di The Atlantic, Jeffrey Goldberg.

Il giornalista ha fatto il giornalista e ha raccontato al mondo come la classe dirigente del governo Trump abbia deciso i raid Usa contro gli Houthi, bombardando lo Yemen.
In quella stessa chat il vicepresidente J. D. Vance e il segretario alla Difesa Pete Hegseth hanno parlato di “odio” e “disgusto” verso l’Europa. Donald Trump ieri ha rincarato la dose: “Penso che gli europei siano dei parassiti”.

“Odio soltanto – aveva scritto Vance – dover salvare di nuovo l’Europa”. “Condivido il tuo disgusto per l’Europa che se ne approfitta gratis – aveva risposto Hegseth – è patetico. Ma Mike ha ragione, siamo gli unici al mondo che possono farlo. La questione è il tempismo”.
Essere “anti” qualcosa è la cifra stilistica della politica quando si riduce a spettacolo e narrazione. Come da noi l’anti-antifascismo è il verbo per la maggioranza, nel trumpismo l’antieuropeismo è la caratteristica fondante della messa in scena.

In Parlamento qualcuno aveva chiesto a Giorgia Meloni dove stesse tra l’Europa e gli Usa. Furbescamente la presidente del Consiglio rispose che stava “con l’Italia”. Le si potrebbe riproporre la domanda: dove sta l’Italia tra questi Usa che ci vedono come parassiti e l’Ue?

Buon mercoledì.

“Case matte” contro i venti di destra

Viviamo un terremoto politico e sociale che impone un ripensamento radicale per le forze d’alternativa. La destra internazionale ha trovato una nuova coerenza, un linguaggio semplice e spietato, un’egemonia culturale che avanza di pari passo con la crisi della democrazia rappresentativa. E mentre le destre occupano lo spazio pubblico con parole d’ordine nette e strategie aggressive, la sinistra tradizionale si aggira smarrita, incerta su sé stessa, priva di una direzione chiara.
Chi governa gonfia il proprio consenso con la paura. Il vento forte che soffia dagli Stati Uniti attraversa l’Europa e si abbatte ovunque con la stessa violenza, è il vento dell’estrema destra: sicurezza contro libertà, ordine contro giustizia, confini contro diritti. Una visione proprietaria e privata dello Stato, capace di imprimere svolte repentine alla politica estera e di guerra, che l’Unione europea ha seguito come mantra fino ad oggi. L’arrivo di Trump accelera un paradigma già segnato e toglie il velo ad un nuovo processo di accumulazione che accentra il potere nelle mani di pochi oligarchi e schiaccia le persone. Il video trumpiano di Gaza sommersa di dollari e, contestualmente, la sospensione unilaterale del supporto all’Ucraina ci confermano che non vi può essere più alcuna fiducia nell’approccio globale degli Usa che sta determinando una modificazione del sistema economico e di sviluppo, indirizzando la spesa pubblica verso le armi e smantellando le fondamenta delle costituzioni occidentali praticando la separazione tra libertà e democrazia.
E di fronte a questo assedio, cosa fa la sinistra? Si rifugia nelle sue roccaforti logore, si perde in dibattiti autoreferenziali, organizza convegni sulle buone pratiche amministrative. Come se il fascismo diffuso potesse essere fermato con la manutenzione partecipata dei marciapiedi.
No, non basta più. Serve un salto di paradigma, un’azione politica che torni a parlare alla carne viva della società. Perché la politica non può essere solo un esercizio di mediazione e gestione della cosa pubblica: deve essere visione, conflitto e trasformazione.
Se la politica nazionale è paralizzata, le città possono diventare le nuove “casematte” della sinistra. Luoghi di resistenza e sperimentazione, officine di una democrazia che non si riduce al voto ogni cinque anni, ma si costruisce ogni giorno, nei quartieri, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. Non è un’utopia: è già realtà.
Negli ultimi anni, nei municipi e nelle amministrazioni locali, si sono aperti spazi di lotta e processi di governo che hanno dimostrato una cosa fondamentale: il municipalismo non è solo gestione, è una visione politica alternativa. È il rifiuto della rappresentanza passiva, la costruzione di comunità agenti capaci di autogovernarsi, il superamento di un modello economico che svuota le città di senso lasciandole in balìa della speculazione e della rendita finanziaria.
Questa è la sfida. E non è una sfida astratta. È fatta di battaglie concrete: la casa, l’emergenza abitativa, la turistificazione selvaggia che trasforma i centri storici in luna park per ricchi e le periferie in recinti sociali. È fatta di lotte per il clima, per la giustizia sociale, per una sicurezza che non sia manganelli e telecamere, ma servizi, lavoro e spazi di aggregazione.
Siamo convinti che, per cambiare il mondo, la rappresentanza debba marciare insieme alle pratiche di trasformazione sociale e a una cultura politica non subalterna, capace di alimentare uno spazio politico partecipato e partecipabile. Senza questo intreccio, la sinistra resta un guscio vuoto, incapace di incidere sulla realtà. L’azione nelle istituzioni deve nutrirsi di movimento, conflitto e organizzazione dal basso. L’ottica municipalista determina un approccio che rende tutto questo praticabile: quando il governo locale incontra le lotte sociali, quando le istituzioni si aprono alla partecipazione diretta, si creano le condizioni per un cambiamento reale.
Non si tratta solo di amministrare, ma di costruire una politica che abbia un’anima, parole che accendano i cuori, un’idea di società radicalmente alternativa a quella della destra. Serve un nuovo patto tra istituzioni progressiste e movimenti, tra chi governa i territori e chi anima le piazze, tra chi ha responsabilità istituzionali e chi sperimenta nuovi modelli di convivenza e mutualismo.
Se la sinistra vuole tornare a essere un’opzione credibile, deve ripartire da qui. Non dalle alchimie elettorali, non dalle sigle stanche, ma dalle città e dai territori. Occorre, oggi più che mai, un patto per l’alternativa, un’alleanza di amministratori, movimenti, forze civiche e sociali che rimettano al centro le persone, la vita vissuta, i bisogni reali, la democrazia dal basso.
Non possiamo più permetterci il lusso dell’attendismo. La destra non aspetta, la crisi climatica non aspetta, l’impoverimento dei salari non aspetta. Serve coraggio, credibilità e generosità: merci rare nel nostro campo, ma senza le quali siamo condannati alla marginalità.
Dalle città può nascere una nuova “internazionale municipalista”, capace di sfidare la destra sovranista e tecnopopulista. Perché nessuno, nessuna, in nessuna città sceglierebbe la guerra, la paura, la disuguaglianza.
Questo è il tempo per ripartire. Questo è il tempo per dimostrare che si può fare.

L’appuntamento: domenica 30 marzo Sinistra Civica Ecologista Roma e le reti civiche del Lazio indicono un’assemblea a Roma ( dalle 9 al Nuovo cinema Aquila sui temi del municipalismo e dell’alternativa alla destra globale. «Siamo convinti che l’ottica municipalista può determinare un approccio in cui il governo locale incontra le lotte sociali e le istituzioni si aprono alla partecipazione diretta, creando le condizioni per un cambiamento reale», dicono gli organizzatori.

Questo è il link che lancia l’evento: https://www.facebook.com/share/p/1BzyxkqLgU/
Molti gli ospiti , in presenza o in video, tra cui: Ada Colau, Massimo Zedda, Roberto Gualtieri, Francesca Ghirra, Fausto Bertinotti, Francesca Druetti, Raphael Arnault, Emily Clancy, Massimiliano Smeriglio, Loredana De Petris, Luca Bergamo e tanti altri.
L’autore: Claudio Marotta è consigliere regionale Lazio 

Hollywood applaude, Israele arresta: la replica di No Other Land è dal vivo

Nel giro di tre settimane, dal palco dorato degli Academy Awards a Los Angeles al perdere sangue fuori dalla porta di casa.

Uno dei quattro registi premiati con l’Oscar per il documentario No Other Land, il palestinese Hamdan Ballal, 33 anni, è stato linciato dai coloni israeliani a Susyia, uno dei 19 villaggi che compongono il circondario di Masafer Yatta, nei territori occupati della Cisgiordania, dove da vent’anni Israele strappa pezzi di terra con la violenza.

L’abitazione di Ballal, secondo le testimonianze, è stata attaccata da una ventina di coloni con il volto coperto e armati, che hanno iniziato a lanciare sassi e poi hanno pestato gli abitanti. Erano presenti anche i militari dell’Idf, l’esercito israeliano, che hanno aiutato i violenti sparando in aria e illuminando gli obiettivi. Dopo essere stato massacrato di botte, Ballal è stato arrestato. Nessuno dei suoi familiari sa dove sia detenuto. Con lui è stato arrestato Yuval Abraham, co-regista israeliano del documentario, e un minorenne, già rilasciato.

Il documentario No Other Land racconta la quotidianità dei 2.800 abitanti di questa zona, che da anni subiscono attacchi, incendi, violenze e devastazioni. Il pubblico degli Oscar si è inumidito gli occhi applaudendo la rappresentazione dell’oppressione. «Almeno il mondo non potrà dire che non sapeva quello che succede qui», dicevano gli abitanti dopo la premiazione.

E invece il mondo ha applaudito il film e poi ieri ha osservato la replica, dal vivo, con gli stessi protagonisti. Ma gli oppressi della commozione da sala buia non sanno che farsene, là fuori.

Buon martedì.

In foto, un frame del video di sorveglianza dell’abitazione di Ballal pubblicato su X dal giornalista israeliano Yuval Abraham che ha co-diretto e co-sceneggiato No Other Land

La memoria tradita dei desaparecidos. Il 24 marzo ai tempi della motosega di Milei

Oggi ricorrono i quarantanove anni dal colpo di Stato civile-militare in Argentina. Dal 1983, anno del ritorno alla democrazia, ogni 24 marzo in Plaza de Mayo, a Buenos Aires, si tengono in forma ufficiosa grandi manifestazioni per chiedere verità e giustizia. Solo nel 2002, sotto il governo del peronista Eduardo Duhalde la giornata ha assunto valore istituzionale, sotto il nome di Dia de la memoria por la verdad y la justicia, per ricordare le decine di migliaia di persone sequestrate dai militari del regime, torturate, uccise e fatte scomparire durante i sei anni di dittatura (1976-1983). Un evento dalla grande carica simbolica, caratterizzato da manifestazioni, mostre, dibattiti e incontri di vario genere. Una giornata con tante iniziative che hanno l’obiettivo di costruire e nutrire la memoria collettiva degli argentini, ma che negli ultimi due anni, da quando Milei è al potere, è costantemente sotto attacco e oggetto di un’operazione per cambiarne valore e significato storico.

La dittatura è stata una tragedia: ha sterminato e distrutto il futuro di un’intera generazione. La giunta militare ha utilizzato la violenza per annichilire qualsiasi voce contraria, moderata o radicale che fosse. Per anni hanno tentato di insabbiare il loro sadismo: torture, sevizie, violenze psicologiche, nei centri di detenzioni. I voli della morte per gettare le persone ancora vive nell’Oceano o nel Rio de la Plata. Neonati e bambini strappati dalle braccia dei loro genitori, condannati a morte dalla polizia segreta. Trentamila desaparecidos. Si operava nell’omertà e nell’oscurità E ciò che non si poteva vedere o dimostrare, semplicemente non esisteva. Per chi è riuscito a salvarsi, ancora oggi, è un dovere raccontare il proprio vissuto per contribuire a nutrire la memoria collettiva.

«Sto raccontando cose che non ho mai raccontato in cinquant’anni», dice con la voce rotta Julio Frondizi, sopravvissuto ed esiliato argentino. Decide di aprirsi per la prima volta davanti alla platea che ha assistito alla proiezione di ieri a Roma, al CSOA La Strada, del docu-film Resistenza. Julio parla delle vicende che lo hanno costretto a fuggire dal suo Paese: i genitori sono stati sequestrati dalla polizia segreta, mentre, suo cognato, ucciso in seduta stante. Gli occhi sono lucidi e non riesce a parlare. Vicino a lui ci sono altri compagni esuli e alcuni membri dell’associazione Progetto Sur che lo sostengono. Termina il suo intervento, lacrime a pioggia. Julio e i suoi compagni si avvolgono in un lunghissimo abbraccio. Una scena commovente. Dura da vedere. Soprattutto se si pensa che sono passati quasi cinquant’anni dal golpe che cambiò le loro vite e la ferita è ancora aperta. Basterebbe solo quell’immagine, di lacrime e abbracci, per capire quanto sia necessario e importante ricordare e parlare di quanto accaduto. Purtroppo in Italia si ricorda molto poco. E poca è l’attenzione mediatica verso questa ricorrenza. Un fatto molto curioso se si pensa che molte delle vittime di quella torbida stagione furono italiani o persone di origine italiana.

Ma i riflettori oggi sono tutti puntati sulle manifestazioni che si terranno in Argentina. Diversi settori della società parteciperanno ai cortei. Le organizzazioni per i diritti umani e i partiti politici che organizzano la marcia a Buenos Aires – come riporta il quotidiano argentino La Nacion – «metteranno in discussione l’amministrazione libertaria per l’andamento del piano economico e per la violenza istituzionale» che rimproverano al presidente Javier Milei e al ministro della Sicurezza, Patricia Bullrich, dopo quanto accaduto nelle ultime settimane durante le proteste per i pensionati nella zona del Congresso. Per la società civile e le opposizioni questa giornata assume una grande importanza, diventa un vero e proprio momento per resistere.

La motosega di Milei è passata anche sopra le politiche pubbliche volte a sostenere la memoria e la ricerca della verità e della giustizia. Lo scorso anno, pochi giorni prima della commemorazione, Luis Petri, Ministro della Difesa, ha deciso di eliminare l’ ERyA, il team che dal 2010 avevano censito e analizzato gli archivi delle Forze Armate per contribuire ai casi di crimini contro l’umanità. Gli esperti che ne facevano parte furono definiti «vendicatori» e accusati di «maccartismo» nei confronti dei militari.

Alberto Baños, ex giudice e alla guida della segreteria dei diritti Umani della Nazione (SDH), che sta smantellando poco a poco. Nel giro di un anno e mezzo, il personale che lavora nell’ex Escuela de Mecánica de la Armada, ESMA, (ex centro di detenzione dei gorillas) è stato ridotto di oltre la metà. Così come sono stati tagliati i fondi agli avvocati che si sono costituiti parte civile nei processi contro l’umanità, scoraggiandone il lavoro. Tagli che rientrano alla perfezione nell’operazione negazionista messa in atto dal governo Milei, per mortificare la memoria e tentare di riscrivere la storia. Sono azioni accompagnate da uscite mediatiche gravi, come quella di oggi (più o meno simile a quella dello scorso anno), in cui in un video commemorativo diffuso dalla Casa Rosada, si parla di “Memoria completa”, facendo dunque leva su una narrazione negazionista, secondo cui i militari intervennero per sedare l’ondata di violenza messa in atto dalle opposizioni di sinistra e radicali e quindi ribaltando la verità ufficiale, considerata da Milei e i suoi seguaci, come una storia di parte, appunto, incompleta.

Nessuno legittima (o nega) la violenza del terrorismo della fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta in Argentina. Ma il 24 marzo è la giornata della memoria per ricordare le vittime e gli orrori della dittatura militare. Punto. L’intento dichiarato è sempre quello di creare una data unitaria, ma il vero obiettivo è quello di sminuire le nefandezze della giunta civico-militare di quegli anni. Dargli una nuova lettura. Tuttavia, mettere tutto nello stesso calderone significa mortificare la carica simbolica della data e quindi colpire la memoria collettiva e la verità storica.

A non condividere la memoria collettiva, questa memoria su cui si costruisce ogni giorno l’Argentina democratica, sono solo i nostalgici. Questi goffi, ma pericolosissimi tentativi di riscrivere la storia, avranno una grande risposta dalle piazze del Paese sudamericano. Ed è quello che ci vuole, per commemorare le vittime di una delle più brutte pagine della storia dell’umanità

L’autore: Simone Careddu è giornalista e ricercatore
Foto Abuelas di Plaza de Mayo