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Morti di Stato: il carcere come condanna senza processo

Ventidue. Come i giorni che servono a un uomo per abituarsi alla prigionia, dicono gli studi. Ventidue, come le vite spezzate nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno. L’ultima, quella di un ragazzo di ventotto anni, senza fissa dimora, che si sarebbe tolto la vita nel carcere di Trieste. Era dentro per il furto di uno zaino. Dentro un sistema che punisce la povertà con la morte.
Prima aggredito, poi isolato. Infine, l’impiccagione. Un suicidio che non è una fuga, ma una sentenza scritta dall’indifferenza. Portato in ospedale, ha trovato comunque il modo di andarsene. Perché in carcere non si muore, ci si uccide. E fuori si continua a parlare di emergenza sicurezza, senza mai nominare la mattanza dietro le sbarre.

Il carcere di Trieste ha un tasso di sovraffollamento del 169%. Significa che ogni tre persone detenute, almeno una non dovrebbe esserci. Ma c’era. Lui c’era. Lui, con altri 21 morti in tre mesi. Lui, dentro un sistema che si regge su celle chiuse e umanità aperta in due. Lui, dentro una democrazia che ha fatto dell’indifferenza una politica criminale.
Non è una statistica, è un fallimento. Non un numero, ma una condanna senza processo. Lo chiamano suicidio, ma è la lenta esecuzione di uno Stato che uccide lasciando soli. E noi, tutti, complici silenziosi, mentre il carcere si riempie di corpi e si svuota di giustizia.

Buon lunedì.

Foto AS

La giustizia internazionale lo cerca, l’Italia lo ospita: il caso Al-Kikli

Abdul Ghani Al-Kikli (4), signore della guerra accusato di torture e omicidi, fotografato in un ospedale di Roma con Ammar Joma (1) – fratello di Adel Joma, Adel Jumaa Amer (2) – ministro di Stato per il PM e gli affari di gabinetto, Mohamed Ismail (3) – ex miliziano e alto funzionario finanziario, Ibrahim Ali Al-Dabaiba (5) – figlio di Ali Al-Dabaiba e potente broker politico, Abdul Basit Al-Badri (6) – ambasciatore libico in Giordania, Ahmed Al-Sharkasi (7) – parente del premier Dabaiba e membro del consiglio dell’Arab Bank, e Dagoor (8) – stretto collaboratore di Adel Jumaa

Un altro criminale di guerra libico si aggira liberamente in Italia. Dopo il caso di Mahmoud Almasri, adesso tocca ad Abdul Ghani Al-Kikli, noto signore della guerra di Tripoli, accusato di torture, sparizioni forzate e omicidi extragiudiziali. Lo denuncia l’account @RefugeesinLibya, pubblicando una foto che lo ritrae in una stanza dell’Ospedale Europeo di Roma, circondato da uomini chiave del governo libico di Abdul Hamid Dbeibah.

Al-Kikli, secondo alcune fonti, è nella lista dei ricercati della Corte penale internazionale, ma l’Italia, invece di collaborare con la giustizia internazionale, sembra offrirgli ospitalità. Non è il primo caso. Già con Almasri, accusato di traffico di esseri umani e crimini contro le persone migranti, il governo Meloni si era dimostrato più incline all’accoglienza dei carnefici che delle vittime. Il paradosso è che mentre l’esecutivo si vanta di aver trasformato l’Italia in una fortezza contro l’immigrazione, consente a chi di quell’immigrazione ha fatto un business sanguinario di muoversi indisturbato nel nostro Paese.

La foto pubblicata da @RefugeesinLibya non lascia spazio a interpretazioni: Al-Kikli è in Italia, ospite di un sistema che ignora la giustizia e i diritti umani. E se la comunità internazionale chiede risposte, da Roma si alza il solito silenzio complice.

Buon venerdì. 

 

Foto @RefugeesinLibya

Il manifesto di Ventotene e le radici dell’Europa neoliberale

In una piccola isola alle coste dell’Italia, un gruppo di antifascisti si interrogava sulle sorti di un continente che pochi decenni prima dominava il mondo e che, dopo orrori inenarrabili, era in macerie. In quel contesto Ernesto Rossi e Altiero Spinelli scrissero quel Manifesto di Ventotene che è talvolta considerato un documento fondativo al quale riferirsi per completare un’integrazione incompiuta. Ad Altiero Spinelli, che fu eurodeputato grazie al Partito comunista italiano, è peraltro dedicato l’edificio principale del parlamento europeo. Nel gennaio scorso, quasi a voler mostrare l’incultura che contraddistingue le attuali classi dirigenti europee, il parlamento la cui sede porta il suo nome ha votato una risoluzione che assimila la falce e il martello alla croce uncinata nazista.

Inizialmente il Manifesto ricevette scarsa attenzione, anche perché il sistema internazionale come definito dagli accordi di Bretton Woods aveva negli Stati nazionali il suo perno, mentre quel testo, come ora vedremo, mira all’indebolimento dei poteri statali in quanto attribuisce ad essi la responsabilità dei conflitti del Novecento. In seguito, orientativamente dagli anni Novanta del secolo scorso, da sinistra ci si richiama spesso ad esso nella speranza che – anche grazie al particolare contesto in cui è stato redatto – possa fornire una spinta ideale per l’unità politica dei popoli del continente.

Leggendo dunque il Manifesto, sia nella Prefazione del 1944 redatta da Eugenio Colorni, sia nella prima parte attribuita a Spinelli, troviamo un pensiero per il quale la causa delle crisi, delle guerre, delle miserie e degli sfruttamenti va ricercata nella formazione di Stati sovrani guidati dalla volontà di dominare sugli altri e di ampliare i propri «spazi vitali». Gli Stati, in quest’analisi, sarebbero portati inesorabilmente a confliggere tra loro. L’idea è ripresa da un saggio dei 1919 di Lionel Robbins – economista noto per aver formulato la definizione neoclassica di economia che troviamo in ogni libro di testo -, secondo il quale «oggi sappiamo che se non distruggiamo lo Stato sovrano, lo Stato sovrano distruggerà noi». Ed è in effetti vero che gli Stati furono strumento essenziale dell’espansione imperialista dell’Ottocento e dell’inizio del Novecento: essa ha condotto alle guerre dell’oppio, ai massacri in India, in Africa, a colonizzare in sostanza ogni angolo del globo ove fosse opportuno espandersi, e a portare infine quegli stessi stati a scontrarsi distruggendo il continente.

Ma gli Stati nazionali sono destinati a confliggere per loro stessa natura, o c’è qualcosa di più profondo da affrontare affinché i rischi di conflitti e di guerre possano essere scongiurati? Se seguiamo un’antropologia secondo la quale la condizione naturale umana è quella della guerra di tutti contro tutti, è indubbio che la violenza umana sia potenziata dalla costruzione di stati armati e omogenei per razza, lingua, religione. Ma se accettiamo questa antropologia, perché mai un’entità statale sovranazionale, dotata di esercito e politica estera comune, non dovrebbe riprodurre su scala ancora più distruttiva quegli stessi rischi di guerra? È evidente che gli estensori del Manifesto si trovano di fronte ad un dilemma difficilmente risolvibile. E oggi coloro che sono pronti ad indossare l’elmetto per superare l’impotenza geopolitica del continente, mostrano con tutta evidenza quanto questa strada per assicurare la pace sia illusoria.

La seconda parte del Manifesto contiene invece l’indicazione di una serie di riforme ispirate ai principi del socialismo liberale: nazionalizzazione dei monopoli privati in alcuni settori di interesse collettivo quali quello elettrico, bancario, degli armamenti; riforma agraria con assegnazione delle terre a chi le lavora e sostegni alla piccola proprietà contadina; scuola pubblica che garantisca a tutti la possibilità di studiare fino ai più alti gradi di istruzione; e infine, ovviamente, piena rivendicazione di quelle libertà politiche calpestate dalle dittature, indipendenza della magistratura, laicità dello Stato, e per l’Italia abolizione del Concordato. Obiettivi, questi, da perseguire tramite un’alleanza tra le classi popolari e gli spiriti intellettuali soffocati dai regimi fascista e nazista.

Il carattere contraddittorio del testo emerge da un’affermazione decisiva che ricorre sia nella prefazione, sia nella sua prima parte. Essa è la base di quella deriva tecnocratica che ha fatto perdere al progetto europeo quella carica ideale che in alcune parti conteneva, ed è forse una chiave per comprenderne alcuni sviluppi. Queste riforme nella direzione del socialismo, infatti, non dovrebbero costituire il motore per la costituzione dell’Europa federale, semmai venire dopo la sua realizzazione:
«La linea di divisione tra partiti progressisti e partiti reazionari cade ormai non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa quelli che concepiscono come fine essenziale della lotta politica quello antico, cioè la conquista del potere politico nazionale e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale».

Ad avviso degli estensori del documento, dunque, prima si costruiscono le istituzioni europee, dopo semmai si soddisfano le esigenze delle classi popolari: un gruppo di tecnocrati dovrebbe erigersi sulle macerie di quei devastanti conflitti ed agire al di fuori e forse contro la volontà dei popoli e dei parlamenti democraticamente eletti, costruendo un’entità statale che, indipendente di una maggiore o minore realizzazione dei principi del socialismo e della democrazia, sarebbe priva del carattere bellicoso degli stati nazionali che l’hanno preceduta e in grado di assicurare pace, sicurezza e benessere.

Inizialmente il Manifesto ebbe scarsa diffusione, anche perché gli Stati – e non la dimensione europea – erano il terreno su cui si andavano affermando quei diritti sociali e politici sanciti da molte delle Costituzioni nate dalle ceneri del fascismo, come la nostra. Come si è accennato, infatti, i governi nazionali disponevano di una vasta gamma di strumenti atti a perseguire obiettivi economici quali l’equilibrio con l’estero, il sostegno della domanda interna, lo sviluppo industriale e delle aree economiche depresse, una fiscalità in grado di contenere gli squilibri nella distribuzione del reddito e di assicurare l’offerta di servizi pubblici; inoltre i partiti comunisti e socialisti, anche quando non avevano accesso al governo, avevano la forza per contrattare tassazione, spesa sociale e orientamenti economici. Tutto questo portò alla costruzione di quel modello sociale europeo che probabilmente è stato il punto più alto di composizione tra i principi della libertà economica e la difesa dei diritti economici delle fasce sociali più disagiate. Lo Stato, piuttosto che condurre alla guerra, pur in presenza di difficoltà e contraddizioni dava la prova di poter essere un efficace strumento di emancipazione e di partecipazione democratica.

Certo, tutto ciò avveniva all’interno di un’area geopolitica saldamente sotto il controllo degli Stati Uniti. Essi, pur intervenendo anche pesantemente per evitare che la partecipazione democratica potesse evolvere verso il socialismo, dovevano mostrare che, contrariamente a quanto affermava Marx, il capitalismo non impoveriva i popoli ma garantiva benessere. Poi, quando con gli anni Ottanta gli orientamenti dell’alta sponda dell’Oceano cambiarono, anche il quadro europeo subì profonde modificazioni. Non è questa la sede per ripercorrere le tappe che hanno condotto alla liberalizzazione dei movimenti di capitale, alla globalizzazione dei processi produttivi e al crollo del potere contrattuale dei lavoratori. Vediamo piuttosto come la tesi contenuta nel Manifesto di Ventotene per la quale il superamento delle sovranità statali sarebbe necessario per assicurare la pace, abbia potuto svolgere un ruolo in questo contesto.

Il neoliberismo afferma che la condizione naturale dell’uomo non è tanto quella hobbesiana dell’homo homini lupus, quanto piuttosto quella che spinge il singolo individuo a perseguire il proprio tornaconto individuale. Questa spinta sarebbe riscontrabile in ogni società e in ogni epoca storica, dunque anche in popolazioni selvagge non civilizzate. Questa idea è sempre stata contestata da gran parte degli antropologi, ma poco conta per un’ideologia del tutto disinteressata ai fatti. Negli anni Novanta del secolo scorso, a seguito del crollo del sistema sovietico, si è così formata l’illusione per la quale, poiché la natura umana è caratterizzata dalla tendenza a barattare in funzione dell’utile individuale, dopo un lungo e accidentato percorso tutti i popoli del mondo avrebbero potuto riconoscersi nei principi della democrazia e della libertà economica come declinati nei paesi occidentali, conducendo, nella sostanza, ad una “fine della storia”. Pace e prosperità sotto le insegne dei valori occidentali si sarebbero affermati ovunque.

L’applicazione di questi principi in Europa è stata leggermente diversa. L’Europa, infatti, ha seguito una variante tedesca del neoliberismo, nata negli anni Trenta del Novecento e detta ordoliberalismo, secondo la quale, se è pur vero che l’ordine di mercato corrisponde alla condizione naturale dell’uomo, esso non sorge spontaneamente ma deve essere istituito e protetto. In questa concezione del mercato, dunque, lo Stato non scompare, ma è chiamato a definire un quadro istituzionale e normativo che ne garantisca il funzionamento: lotta contro i monopoli per assicurare la concorrenza; leggi che regolano e difendono la proprietà privata; emissione di moneta affidata ad un’istituzione indipendente; una spesa pubblica minima in grado di assicurare il funzionamento della società attorno all’ordine di mercato. Un sistema economico integrato tra diversi paesi deve inoltre scongiurare la possibilità che i governi nazionali operino per interferire nella concorrenza, riducendo al minimo gli strumenti di politica economica di cui essi dispongono, per recuperarli semmai su scala più ampia nell’interesse comune.

L’ordoliberalismo fu il pensiero dominante nella Germania Occidentale dopo il 1945 ed ha ispirato quell’insieme di istituzioni, regole e divieti che costituiscono l’ossatura dell’Unione Europea. Tra di esse ricordiamo i limiti al disavanzo e al debito pubblico come definiti dal Trattato di Maastricht, il divieto ai governi di sostenere le industrie nazionali, una banca centrale e una moneta unica il cui compito è garantire la stabilità dei prezzi. La stessa fiscalità, sebbene sia rimasta di competenza dei governi nazionali, in un contesto di libero movimento dei capitali è fortemente condizionata: si possono tassare immobili e redditi da lavoro, ma più difficilmente i profitti, i valori e i rendimenti finanziari, che possono volar via verso paradisi fiscali – anche interni all’Unione – dove le condizioni sono più favorevoli.
Questo insieme di regole e divieti costitutivi dell’Unione, associato alla mancanza di una moneta nazionale e ad una fiscalità gravemente distorta, ha ridotto la capacità dei governi di far fronte alla domanda di servizi e di giustizia sociale proveniente dalle proprie popolazioni. Come è drammaticamente emerso in occasione della crisi del debito sovrano europeo del 2010, quest’ordine tecnocratico basato sui principi neoliberali, piuttosto che unire i popoli europei ha avvelenato i loro rapporti.

Nella sostanza l’ordoliberismo, associato alla diffidenza nei confronti dei poteri statali presente nel Manifesto, ha portato all’indebolimento della democrazia, del potere dei governi nazionali e dello Stato sociale, alimentando risentimenti e sfiducia nei confronti del progetto europeo. L’idea che quest’ultimo possa trovare un nuovo impulso per il risorgere del fantasma della guerra ci riporta ad una storia vecchia come ogni conflitto: il nemico esterno più o meno immaginato, o provocato, utilizzato come fattore di coesione interna. Così allo scoppio del conflitto in Ucraina, l’Europa, piuttosto che operare per il ristabilimento della pace, ha soffiato sulla guerra, alimentando i rischi di un altro disastroso conflitto che il superamento degli stati nazionali avrebbero dovuto scongiurare.

Spiace per i sostenitori del papa, come anche per i paladini della globalizzazione, ma né la religione, né la finanza, né le catene globali del valore sono in grado di assicurare la pace tra i popoli, ponendoli invece gli uni contro gli altri e creando fratture che, sebbene non siano geografiche, sono ugualmente profonde. Ci si dovrebbe chiedere invece perché letteratura, poesia, pittura, musica e arte in genere, pur articolandosi assai diversamente sulla base delle storie e delle culture dei popoli, li avvicinino anziché dividerli. La chiave per una ricerca in questa direzione è costituita dalla distinzione tra bisogni ed esigenze.

Le esigenze, cioè il piano all’interno del quale abbiamo appunto lo sviluppo culturale, si affermano non nella contrapposizione e nello scontro, ma nel rapporto, e in particolare nel rapporto col diverso. Il diverso può essere colui che ha raggiunto capacità artistiche più raffinate, o un popolo che presenta tratti culturali lontano dai nostri perché ha seguito differenti sentieri di sviluppo. Sul piano delle esigenze, dunque, è possibile realizzare l’uguaglianza valorizzando la diversità, escludendo violenza e oppressione. Certo anche l’economia, nello scambio e nella divisione del lavoro, può condurre all’arricchimento dei partner del rapporto, ma l’economia capitalistica, in quanto finalizzata alla massimizzazione del profitto, conduce inevitabilmente allo sfruttamento e all’impoverimento di chi dispone di inferiori capacità e strumenti tecnici. In sostanza un’economia governata politicamente può essere uno strumento di avvicinamento tra popoli, ma lasciata alle dinamiche capitalistiche porta allo scontro e forse anche alla guerra.

Oggi l’Europa appare segnata dalla contrapposizione tra un elitismo autoreferenziale, intellettualmente corrotto e lontano dai bisogni dei popoli, e un populismo che propone facili scorciatoie a problemi complessi. Questa contrapposizione può essere fatale. La politica deve trovare nuove fondamenta: abbiamo armi sufficienti a rendere la terra inabitabile, non c’è bisogno di costruirne ancora; abbiamo scienza, mezzi tecnici e potenza economica che se sottratti alla logica capitalistica sarebbero in grado di soddisfare i bisogni fondamentali di tutti. Non vi è coesione, né funzione geopolitica che possa svolgere l’Europa, senza una idea di sviluppo umano, di uguaglianza e di civilizzazione che superi i dogmi del passato sulla natura umana portata alla violenza, o sul mitico selvaggio barattante volto all’arricchimento personale. È necessario il recupero e il radicale rinnovamento di quei valori del socialismo che hanno caratterizzato gran parte della storia europea.

L’autore: Andrea Ventura, P.h.D. in Politica economica, ha insegnato Economia per le scienze sociali ed Economia del settore pubblico presso la Scuola di Scienze Politiche “Cesare Alfieri”, Università di Firenze. È autore di numerosi saggi e storico collabora di Left

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Meloni si rifugia nel mito nero per nascondere il vuoto

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni oggi si imbarca per Bruxelles senza il mandato del suo governo per votare il piano ReArm Europe voluto da von der Leyen. Non è un retroscena: lo ha detto chiaramente il capogruppo leghista alla Camera, Riccardo Molinari, e lo ha ribadito ieri pomeriggio il vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini.

Dopo aver detto a Bruxelles che il problema era solo un nome poco goloso – poiché per lei la politica è una continua rappresentazione – oggi Meloni deve riferire agli altri leader di Stato che la sua maggioranza è a pezzi, che i nodi sono venuti al pettine: troppi amici di Trump, troppi nemici dell’Europa, troppi nazionalismi spicci, troppi ex innamorati di Putin affastellano la sua compagine di governo.

È un fallimento politico enorme. L’Italia, quando non si tratta di cianciare di immigrati e minoranze, non riesce a trovare una quadra. Il governo italiano non ha una politica estera. Per nascondere il disastro, la capa del governo ha fatto ciò che sa fare meglio: fare leva sulla sua malinconia nera, infangando il manifesto di Ventotene per rassicurare la sua base (nera) e sollevare un polverone.

L’infingarda sceneggiata di ieri alla Camera è la trappola perfetta per opposizione e giornalisti. Sputando sulla storia, ha condito il vuoto pneumatico del governo con la polemica. Ma che alla premier non piaccia l’idea di Europa lo sappiamo da tempo. I sovranisti governano con piccoli cabotaggi nel mare ristretto delle loro idee locali. Per natura, sono incapaci di unioni di qualsiasi portata. È la loro natura.

Buon giovedì.

Alzare i salari, combattere il lavoro povero

La denuncia, fatta in un’intervista a La Stampa da Fabrizio Russo, segretario della Filcams, il sindacato dei Lavoratori del Commercio, del Turismo e dei Servizi della Cgil, ci offre un buon riassunto della situazione del mercato del lavoro italiano.
In quei settori, in particolare ristorazione e turismo, il lavoro povero è una questione strutturale. Il livello delle retribuzioni giornaliere non ha bisogno di aggettivi: in media, negli altri settori economici – eccezion fatta per l’agricoltura – ci si attesta sui 96 euro lordi. Ma nel turismo e nella ristorazione si viaggia sui 55-60 euro giornalieri, come ci ha ricordato Russo.
Ora, da lungo tempo, ci vengono presentati dati che attestano una costante crescita dell’occupazione in Italia. Sono dati veri, indiscutibili, certificati dall’Istat Ma, il più delle volte, questi dati non vengono separati per settore e accompagnati dall’andamento delle specifiche ore lavorate. La crisi dei settori industriali è nota. E la crescita dell’occupazione avviene proprio nei settori del terziario. Per essere più precisi: nei settori del commercio, del turismo e delle pulizie. Quelli nei quali le paghe sono più basse, dove vengono imposti part-time forzati ed è più intenso il peso della stagionalità e del contratto a termine. Nella media nazionale il part-time si ferma al 27%; nel turismo è al 52%; negli appalti per le pulizie e per le manutenzioni si tocca il 70-80%. Con orari settimanali medi al di sotto delle 20 ore. In queste aree troviamo centinaia di migliaia di lavoratrici lavoratori che stanno tra le 5 e le 10 ore settimanali di lavoro.
Anche questa è, di fatto e statisticamente, occupazione. Ma il fatto è che cresce il numero dei lavoratori che sono meno pagati e hanno una paga assai più scarsa rispetto a quelle dei settori della manifattura. In sintesi, dove la paga è più ricca diminuisce l’occupazione; dove la paga è più povera l’occupazione aumenta. Parliamo, insomma, di una massa considerevole di redditi da lavoro di 400-500 euro lordi o poco più al mese.
Dobbiamo avere la capacità di dire le cose come stanno. A gennaio 2025, il tasso di occupazione in Italia è salito al 62,2. Questo valore è ancora il più basso in Europa. Infatti, l’Italia rimane ultima tra i 27 paesi dell’Unione europea per tasso di occupazione. E, come abbiamo visto, quel tasso in costante crescita non rappresenta, nella sua sostanza, un mercato del lavoro sano e di qualità. La povertà del lavoro in questo Paese è forte e sostanziale e riguarda circa tre milioni di lavoratori.
La consapevolezza di questo fatto non dovrebbe essere limitata agli studiosi, ai sindacalisti e agli imprenditori. Dovrebbe essere un argomento di primo piano nel dibattito politico. Confronto che dovrebbe sostanziarsi dei dati di realtà e abbandonare partigianerie e propaganda che non servono a nessuno e che, soprattutto, non affrontano la situazione reale.

L’autore: L’ex ministro Cesare Damiano è presidente dell’associazione Lavoro&Welfare

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Gaza, la farsa della tregua e il laboratorio dell’impunità

Gaza brucia ancora, come se la storia non fosse mai servita a niente. La tregua, una farsa utile ai governi per guadagnare tempo, si è dissolta nel fumo delle esplosioni. Netanyahu, sempre più prigioniero della sua stessa guerra, sacrifica tutto, ostaggi compresi, pur di non cedere alla realtà di un fallimento. E l’Europa? L’Europa osserva, deplora, e nel frattempo fornisce a Israele il necessario per continuare la mattanza.

Il laboratorio Gaza dimostra che si può fare: si può assediare una popolazione fino a ridurla in macerie, si può condannare alla fame, si può violare una tregua senza pagare alcun prezzo politico. Una scuola di impunità, dove la legge internazionale è carta straccia e il diritto di autodeterminazione non vale per tutti. Non per i palestinesi, non per chi non rientra nella geografia della civiltà che l’Occidente si racconta.

Nel frattempo, a Gerusalemme, le famiglie degli ostaggi riempiono le piazze gridando quello che nessuno al potere vuole ammettere: Netanyahu non ha il mandato per sacrificarli. Ma non c’è spazio per i dubbi quando la sopravvivenza politica si misura in bombardamenti. Netanyahu lo sa e scommette tutto sulla guerra, mentre i cadaveri si accumulano e la comunità internazionale volta la testa dall’altra parte.

La grande illusione era pensare che tutto fosse finito. Ma chi vive sotto le bombe non ha mai avuto il privilegio di illudersi.

Buon mercoledì. 

 

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La disfatta dell’Europa

L’ultimo saggio di Piero Bevilacqua, La guerra mondiale a pezzi e la disfatta dell’Unione Europea, Castelvecchi è di quelli che faranno molto discutere. Non è una frase fatta. Le tesi dello storico sono nette, non lasciano spazio a dubbi o a interpretazioni, spargono senza risparmio sale sulle divisioni che si sono aperte nella sinistra, non solo italiana, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel febbraio del 2022. Scritto con grande accuratezza, è un libro da consigliare soprattutto a chi ha già formato una propria opinione perché sarà costretto a rimetterla in discussione.

Il primo grave giudizio riguarda i nostri alleati americani. A partire dalle bombe nucleari cinicamente sganciate su Hiroshima e Nagasaki al termine della seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno messo in atto una violenta politica imperiale che non ha risparmiato nessun angolo del pianeta. L’elenco dei misfatti americani nel dopoguerra è lunghissimo e lo stesso autore non può che riferirne solo in parte. Il volto della democrazia nata a Filadelfia con la Dichiarazione d’indipendenza del 1776 appare oggi così sfregiato da giustificare la definizione data agli Usa di Stato criminale.

Non meno dura è l’opinione che Bevilacqua ha nei confronti dei governi di Israele che inseguono il disegno di una nazione ebraica estesa dal Giordano al Mediterraneo, pur sapendo che questo comporta la cacciata e lo sterminio del popolo palestinese. La terza, ferma presa di posizione è riservata all’Europa, il continente più ricco e progredito del pianeta, divenuto succube e complice dell’imperialismo americano. L’Alleanza atlantica, nata per scopi difensivi, è divenuta il braccio armato dell’aggressiva politica estera statunitense, ampliando ingiustificatamente la sua sfera di influenza sul continente europeo sino ad “abbaiare ai confini della Russia”, come molto efficacemente ha detto papa Francesco.

Si tratta, come si vede, di giudizi taglienti ma con pochi margini di contestazione. Laddove, invece, il confronto si farà certamente acceso è su quelle parti del libro che si occupano di Russia e della guerra in corso in Ucraina. L’autore ritiene che la Federazione russa, pur gravata da un innegabile deficit democratico, non abbia ambizioni imperiali essendo un paese vastissimo, ricco di materie prime e povero di popolazione. L’invasione dell’Ucraina troverebbe esclusivo fondamento nelle persecuzioni subite per anni dalla comunità russofona del Donbass e nella necessità di spezzare l’accerchiamento che la Nato ha messo in atto ai danni di Mosca a partire dall’89. Un ruolo positivo, osserva poi Bevilacqua, la Russia svolge insieme ai Brics, l’organizzazione cui fanno capo 36 nazioni che costituiscono il 40% della popolazione mondiale e il 37% del Pil. Spezzare l’arrogante monopolio del dollaro e avviare un nuovo ordine mondiale fondato sul multilateralismo e la cooperazione economica sarebbe nell’interesse di tutti.

Farei un torto all’autore se non precisassi che queste ultime considerazioni occupano uno spazio perfettamente equilibrato all’interno del saggio e che concentrerò l’attenzione su di esse soltanto perché è qui che si registra una varietà di opinioni all’interno della sinistra non solo italiana, si pensi ad esempio a Bernie Sanders e a Noam Chomsky negli Stati Uniti. Le ragioni, invero, non mancano. La Russia è la quarta economia mondiale dopo Cina, Usa e India ma è anche tra i Paesi più diseguali al mondo, superata soltanto da Quatar, Turchia, Mozambico, Yemen, Arabia Saudita, Bahrain, Angola e Peru. L’1% della popolazione russa detiene il 23,8% del prodotto nazionale (World Inequality Report 2023). In Italia l’1% più ricco possiede il 12,3% del Pil, in Usa il 20,7%, in Ucraina sorprendentemente il 9,3% (e anche in Bielorussia è appena il 9,7%). Non è il solo primato negativo della Russia. Lo Human Freedom Index 2023 – che include, fra le altre, la libertà di espressione, di associazione, di religione e il rispetto dei diritti umani – colloca la Russia al 121° posto su 165 paesi (gli Usa sono diciassettesimi, l’Italia trentaseiesima). La stampa russa, in particolare, gode di una libertà estremamente limitata occupando la 164a posizione su 180 (Reporters sans Frontières 2023). Non è del resto un caso se quasi tutto quello che sappiamo sui crimini commessi dall’impero americano nel mondo viene da inchieste prodotte negli stessi Usa o in altri Paesi occidentali. In Russia, poi, secondo gli ultimi rapporti di Amnesty International, la tortura e altri maltrattamenti nei luoghi di detenzione hanno carattere endemico, proseguono i rapimenti e le sparizioni di individui in Cecenia, gli oppositori sono sottoposti a procedimenti giudiziari arbitrari e a lunghe pene detentive, le principali Ong ambientaliste sono bandite dal paese e le persone Lgbti regolarmente discriminate.

In sostanza la Russia odierna appare, agli occhi dei principali osservatori internazionali, un paese capitalista segnato da profonde diseguaglianze e dalla sostanziale assenza di tutte le libertà fondamentali, ciò che è senza dubbio frutto del suo passato. L’impero russo ha una storia plurisecolare. È nato nel 1721 con Pietro I il Grande ma già nei secoli precedenti la Russia moscovita aveva avviato la conquista della Siberia e degli immensi territori dagli Urali al Pacifico così che l’Unione Sovietica nel 1922 ereditò un paese vastissimo con una grande varietà di popolazioni dalle lingue e culture diverse, assoggettate con la violenza e russificate. Nel corso del XX secolo l’Unione Sovietica ha esercitato un controllo asfissiante e assoluto sui paesi dell’Europa dell’Est entrati nella sua sfera di influenza dopo la conferenza di Jalta del febbraio del ’45, provocando le rivolte di Budapest nel ’56 e di Praga nel ’68 represse con i carri armati. Ancor prima il patto siglato da Josif Stalin con Adolf Hitler e la conseguente spartizione della Polonia nel ’39 non trovano legittimazione nella necessità di difendere il bene supremo della sicurezza russa, perché così facendo saremmo costretti a riconoscere il diritto di ogni stato a calpestare la sovranità di un paese terzo pur di salvaguardare la propria. Ma pur volendo considerare spregiudicato realismo politico quella scelta, non c’è modo di giustificare l’eccidio compiuto nella primavera del 1940 dal capo della polizia segreta Lavrentij Pavlovič Berija che nel villaggio di Katyń fece massacrare ben 22 mila prigionieri, ufficiali dell’esercito, magistrati, giornalisti, politici, professori, esponenti vari della intellighenzia polacca, un’intera classe dirigente. Questo spiega, invero, la particolare avversione che i polacchi nutrono per i russi. Non per giustificare ma ancora una volta per capire, la scelta di Stepan Bandera di seguire le insegne naziste hanno radice nell’holodomor, la grande carestia causata dalla politica di industrializzazione forzata e di collettivizzazione in agricoltura promossa da Stalin. Nel biennio 1932-33, appena 8 anni prima dell’arrivo in quel paese dell’esercito di Hitler, avevano perso la vita almeno 3 milioni di ucraini, il 10% della popolazione dell’epoca. Per tornare in campo occidentale, l’attuale secolo di violenza americana è stato preceduto dal colonialismo inglese, francese, belga, olandese e anche italiano. Nel febbraio del 1937, come rappresaglia per l’attentato, peraltro fallito, da parte della resistenza etiope al generale Rodolfo Graziani, soldati italiani e squadracce fasciste massacrarono 19 mila civili ad Addis Abeba, tra loro molte donne e bambini. Non c’è grande nazione che possa considerarsi immune dal virus della violenza suprematista, nessuna è sinora parsa in grado di sottrarsi alla nietzschiana volontà di potenza.

Quanto all’ascesa al potere di Vladimir Vladimirovič Putin, al fianco è bene ricordarlo di Boris Nikolaevič El’cin, è stata documentata molto bene dal compianto giornalista Andrea Purgatori che ha mostrato come gli oligarchi siano stati decisivi per la sua scalata al potere e come i mercenari della brigata Wagner fossero il suo personale esercito. Putin governa di fatto ininterrottamente da un quarto di secolo, un lasso di tempo più congeniale a un dittatore che a un presidente regolarmente eletto ma ciò che è ancor più inquietante è il rapporto di alcuni suoi stretti collaboratori con Aleksandr Gel’evič Dugin, noto per le sue posizioni apertamente reazionarie, ultranazionaliste, razziste. Lo stesso Putin, sostengono alcuni studiosi (si veda Guido Caldiron, Ivan Il’in, tutto il nero del Cremlino, Il Manifesto 17 aprile 2022), fa spesso riferimento nei suoi discorsi al filosofo fascista Ivan Aleksandrovic Il’in, esiliato dopo la nascita dell’Urss, ammiratore di Mussolini e di Hitler, assertore di una innocenza russa insidiata dall’Occidente decadente e corrotto. È quanto sostiene anche Kirill, il patriarca ortodosso di Mosca, che evoca costantemente la necessità di difendere il Russkij mir, il mondo russo minacciato dal satana occidentale. Non stupisce, pertanto, che il presidente russo sia divenuto ovunque nel mondo un’icona dell’estrema destra nazionalista, rappresentata oggi in Italia da Matteo Salvini. Il 17 marzo 2023 la Corte penale internazionale ha emesso due mandati di arresto nei confronti di Putin e di Maria Alekseyevna Lvova-Belova, commissaria per i diritti dei bambini presso l’Ufficio del Presidente della Federazione Russa, per aver commesso il crimine di guerra di deportazione illegale di popolazione, bambini in particolare, dalle regioni ucraine occupate alla Russia. Questi crimini sono stati accertati dai giudici dell’Aia; ma neppure è facile disgiungere le responsabilità di Putin nell’assassinio della giornalista Anna Politkovskaya, rea di aver raccontato i massacri compiuti dall’esercito russo in Cecenia, nell’improvviso “incidente” aereo che è costato la vita a Evgenij Viktorovich Prigozhin dopo aver tentato una marcia su Mosca, o nella morte in carcere di Aleksej Navalny, suo principale oppositore. Come si vede, anche riconoscendo il positivo impulso verso il multipolarismo e il contenimento dell’arrogante imperialismo americano, non è facile solidarizzare con la Russia di Putin.

Nel post-scriptum, infine, Bevilacqua, riserva al lettore un’ultima sorpresa. L’Europa, egli ritiene, è morta a causa della sua incapacità a sottrarsi al dominio americano persino di fronte al drammatico scenario di una guerra mondiale, ed è necessario un ritorno allo Stato-nazione. Anche questa opinione farà certamente discutere perché come lo stesso autore ammette i problemi che l’umanità ha di fronte, la difesa della biosfera anzitutto, superano i confini nazionali e neppure è possibile tornare indietro sulla moneta unica europea. A chi, come me, crede ancora nel sogno di Ventotene un nuovo ordine mondiale non può prescindere dall’Europa che, pur tra limiti e regressi, esprime ancora le forme migliori fra le democrazie attuate e gli stati sociali più avanzati al mondo.

L’appuntamento: Il 20 marzo il libro di Piero Bevilacqua sarà presentato alla Fondazione Basso a Roma da Ferrajoli, Prospero e altri

L’autore: Pino Ippolito Armino ingegnere e giornalista, dirige la rivista “Sud Contemporaneo” e fa parte del comitato direttivo dell’Istituto “Ugo Arcuri” per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea. Tra i suoi libri, “Il fantastico regno delle due Sicilie” (Laterza 2021)

La tregua è finita, non restate in pace

La tregua era una tregua solo per chi non guardava abbastanza. Per chi poteva permettersi di dimenticare che ogni giorno a Gaza significava assedio, fame, sete, e il suono costante dei droni in cielo. Adesso non c’è neanche più quell’illusione: l’aviazione israeliana ha ripreso i bombardamenti con la forza promessa da Netanyahu e con la complicità di chi si affretta a giustificare l’orrore. Più di 300 morti nella prima notte, decine di bambini, le case che crollano come carta, gli ospedali che ormai non sono più niente se non fosse per i medici che restano, consapevoli che salvarne uno vuol dire condannarne altri mille per mancanza di tutto.

Netanyahu ha deciso che la guerra è più conveniente della pace. Serve a schiacciare l’opposizione interna, serve a negoziare meglio con gli Stati Uniti, serve a ridisegnare il futuro di Gaza con il linguaggio della forza. Hamas non rilascia gli ostaggi e la punizione collettiva diventa la dottrina ufficiale: colpire tutti, donne e bambini inclusi, per dimostrare che Israele non tollera resistenze. Il ministro della Difesa minaccia che “le porte dell’inferno si apriranno” su Gaza. L’inferno lo ha già visto chi ancora scava tra le macerie.

Dicono che non c’era scelta. Dicono che la responsabilità è solo di Hamas. Dicono tante cose. Intanto, gli stessi che parlano di diritto alla sicurezza di Israele guardano altrove mentre un popolo viene annientato con il consenso della comunità internazionale. La tregua è finita. Il massacro continua.

Buon martedì.

Foto AS

Se questa è l’Europa, dov’è la politica?

Com’era facilmente prevedibile, c’è certa stampa inebriata dal profumo dei soldi delle armi che da un paio di giorni sta usando la piazza piena per l’Europa come roncola contro chiunque si permetta di porre dei dubbi. A leggere certe dichiarazioni e certi editoriali, pare che tutti siano d’accordo sul folle piano di riarmo di von der Leyen, a parte qualche screanzato nemico della patria.

Conviene quindi ricordare che sono contro il piano Rearm Europe il Partito democratico – al di là della minoranza interna che farebbe la guerra alla segretaria anche per un voto sul semolino in commissione agricoltura –, il Movimento 5 stelle, Alleanza verdi sinistra e Italia Viva, con Matteo Renzi che lo ha definito “fuffa”. Questo solo nell’opposizione, al di là di Salvini nella maggioranza.

Vale la pena tenerlo a mente, perché la “sicurezza dell’Europa” è un’idea talmente vasta che non merita proprio di diventare l’ammennicolo di qualche esagitato che ne vorrebbe imporre una e indivisibile.

Dopo il ministro Valditara, che ci ha spiegato che “solo l’Occidente conosce la storia”, abbiamo ascoltato in piazza del Popolo Roberto Vecchioni dire che “solo noi abbiamo la cultura” e Antonio Scurati dimenticarsi che Bruxelles paga autocrati per torturare le persone migranti, mentre chiude gli occhi su Gaza.

Contrapporre al suprematismo di Trump e di Putin un presunto suprematismo europeo è la negazione dello spirito di Altiero Spinelli. Quella piazza non è il manganello di qualche saccente assertivo. Quella piazza chiede di voler bene a un’idea di Europa. Quale sia l’idea è il punto centrale. Lì sta la politica.

Buon lunedì.

Sentire. Solo così si può fare arte

Pittrice, scultrice, attrice e performer, Marilina Succo spazia fra linguaggi espressivi diversi ma uniti da un suo originale filo rosso di ricerca. Oltre alle sue creazioni pittoriche, su larga scala, e alle sue sculture, ci ha incuriosito la sua performance The Process (Silent please), in cui si mette in gioco totalmente, usando il silenzio per dialogare con l’altro, un silenzio pieno e vivo in cui è il “sentire” è protagonista.

“Questa è la mia prima performance in assoluto – ci racconta -. L’ho scritta e ideata perché avvertivo l’esigenza di unire il mio lavoro teatrale con quello pittorico. Spesso mi sento chiedere, ma tu dipingi anche? Quell’anche mi è sempre rimasto indigesto. Se ragioniamo troppo a compartimenti stagni limitiamo la visione. L’arte è dappertutto. E’ fluida. La mia esigenza è di comunicare un linguaggio e un mio pensiero, una mia idea, una mia etica, che poi lo faccia attraverso il teatro, portando in scena uno spettacolo o lo faccia attraverso una performance, una pittura o un canto o un ballo, non cambia la sostanza. L’importante è riuscire a dire quello che si sente, il mezzo lo si trova, viene da sé, di conseguenza.

Come nascono i tuoi ritratti astratti, di grandi dimensioni, che appaiono un po’ come fossero delle presenze oniriche?

Con questi grandi occhi a spirale vorrei bucare l’indifferenza, quella certa alienazione che connota la realtà in cui siamo immersi. Vorrei poter raggiungere la gente che guarda ma non osserva, che non si sofferma più sui particolari. Non si nota più nulla perché anche quando si va a vedere una mostra siamo tutti lì con il cellulare in mano a “fare storie”, ma non si vive più l’emozione. Questi occhi vogliono coinvolgere l’osservatore per stimolare una visione parallela.

Ciò che lega il tuo lavoro teatrale e pittorico è la ricerca di una visione che va oltre la superficie delle cose. In che modo cerchi un rapporto diverso con il pubblico?

Lavoro sulle sensazioni che si creano. La vista è il senso più utilizzato, perché è quello più immediato, più veloce, ma abbiamo tanti altri modi per metterci in relazione. Vorrei che i miei quadri venissero osservati anche con gli altri sensi, non solo con gli occhi. E che risvegliassero un “sentire”. E’ un verbo chiave che mi ha accompagnato per tutto il mio percorso teatrale, fin dagli anni di studio all’Accademia di arte drammatica a Milano dove mi sono laureata, perché l’attore prima di tutto deve sentire, non deve diventare, deve essere.

La fantasia che si esprime attraverso il corpo è il filo rosso che percorre il tuo lavoro lo ritroviamo nella tua pittura di grandi dimensioni, dove importante è anche il gesto fisico. Lo ritroviamo quando sei attrice e “usi il tuo corpo” come pennello. Come lo vivi?

Con la pittura rappresento dei volti, magari chissà sono volti di personaggi che ho interpretato. Nel nostro inconscio rimane ciò che viviamo profondamente. I volti che dipingo non nascono da una decisione fredda, razionale del tipo “ora disegno questo”. Vengono spontaneamente. Poi però una volta finiti, effettivamente, se uno va a vedere potrebbero alludere a personaggi che ho interpretato e in qualche modo ho vissuto. E qui torno alla connessione fra la mia pittura e il mio modo di fare teatro. A cui ho aggiunto la performance, perché quando interpreto un personaggio non è Marilina che parla e dice la sua idea. Mentre qui sono interamente io.

Sei tu, in un contesto il 22 marzo non semplice, al Vittoriale dove l’ombra di D’Annunzio aleggia fortemente, come l’affronterai?

Si sente fortemente la sua presenza e quel suo essere “maniacale”, lui ha creato il Vittoriale a propria misura. Entrando in quel luogo si percepisce proprio il profumo di tutto ciò che lui è stato, ogni angolo di quel posto rappresenta un suo carattere, un aspetto della sua personalità. La cosa che abbiamo in comune io e D’Annunzio, se posso dire così, è quel suo modo di mettere un po’ in imbarazzo le persone. Lui lo faceva con questo suo proporsi come presenza ieratica. Io invece costringo il pubblico a mettersi a nudo, con le proprie emozioni. Costringo lo dico tra virgolette, nel senso che quando la persona si siede accanto a me si mette in gioco. La performance può essere vissuta in due modi: puoi partecipare e interagire con me, oppure rimanere in piedi intorno e osservare quello che succede. Anche le persone che osservano si interfacciano. Io ho solo una lavagna e un gessetto, perché non voglio minimamente condizionare lo spettatore, neanche con la voce. A fronte di tutto ciò le persone tendenzialmente reagiscono e si raccontano.

D’Annunzio resta sicuramente una figura imponete, anche nel senso negativo del termine, mentre tu ci metti un elemento femminile che cerca il rapporto con l’altro, che in qualche modo lo spinge ad evolversi o quanto meno ad andare in crisi…

D’Annunzio era molto ego riferito, io invece mi metto a disposizione dell’altro, mi dedico a quella persona. Cosa che – a mio avviso- nell’arte contemporanea degli ultimi decenni pochi fanno. Vedo molte mostre, frequento le Biennali, vedo che molto è fatto per arrivare alle masse. Vedo poca arte che si dedichi al singolo. Invece abbiamo un bisogno enorme di amore e di attenzione, ma attenzione vera, proprio di sentire l’affetto da parte dell’altra persona. E questo è quello che cerco di fare, cerco di unirmi all’altra persona mettendomi sulla stessa frequenza dell’altro e cercando di stimolare, punzecchiando quelli che sono le debolezze, tirandole fiori però in modo positivo. Facendo in modo che la crisi sia un’occasione di crescita.

Parlando del tuo lavoro alcuni ti paragonano a Marina Abramovich, ma a mio avviso tu fai un’operazione diversa. Sbaglio?

La sua scelta è stata di esporsi dando l’occasione agli altri di esercitare “violenza” su di lei. Sì io tento di fare qualcosa di molto diverso. Molti mi paragonano a lei ma non mi corrisponde. Beninteso, lei ha segnato il secondo Novecento e i primi anni Duemila, parliamo di una artista che ha dato una svolta all’arte della performance, lei è stata un punto di riferimento importante a cui anche io ho attinto. Il paragone fra le nostre performance nasce dalla scenografia, il luogo che ricreo potrebbe evocare quello che lei ideò nel 2010 al Moma di New York per la performance The artist is present. In realtà l’unica similitudine sono le due siede una di fronte all’altra. Per il resto non c’è niente che accomuni le due performance: io sono nuda con una lavagna in mano, lei era vestita e non usava il linguaggio neanche scritto. Io cerco di mettermi in relazione all’altro, mentre lei era molto austera. Io mi metto a disposizione, mi plasmo, ascoltando l’altro.

Questo  lavoro di “metterti a disposizione” è il lavoro che fai anche al cinema quando sei diretta da maestri come Pupi Avati o da nuovi talenti?

Un po’ sì, alla fine si lavora su flussi di energia e ci si mette a disposizione di un personaggio. Io devo capire il personaggio com’è. Si affina il processo nel capire l’altro. Con Pupi Avati ho fatto Nato il 6 ottobre, mi muovo tra tv e cinema, che rimane il mio più forte amore.

Marilina Succo nella performance The process