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La Biennale accenda i riflettori su Gaza, porta aperta su Mediterraneo da 4500 anni

Gaza com'era

Nella XIX Mostra Internazionale di Architettura che si terrà Venezia dal 10 maggio al 23 novembre, il Padiglione Italia curato da Guendalina Salimei affronta il tema complesso e difficile del rapporto tra le terre abitate e l’acqua, in sintonia con il tema generale della Biennale che propone l’architettura dell’adattamento, capace attraverso “Intelligens. Natural. Artificial. Collective” di rispondere alle sfide della contemporaneità.
Poche sono state le anticipazioni fornite durante la conferenza stampa dalla curatrice architetta Guendalina Salimei, docente alla Facoltà di Architettura di Roma, che ha potuto, per scelta degli organizzatori, solo indicare come la mostra sarà una “wunderkammer” orientata ad illustrare e ripensare il rapporto tra il mare e le nostre coste. Nessuna indicazione sul numero dei progetti esposti, sui nomi degli autori selezionati, sulla forma dell’allestimento, solo un accenno alla presenza di gruppi affermati ed esordienti la cui selezione è in corso tra le 600 proposte che sono state inviate in risposta alla call for visions and projects aperta lo scorso 24 gennaio.
Un numero di contributi che a detta della curatrice rispecchia un evidente successo per il tema proposto che ha visto candidature anche di istituti scolastici e amministrazioni e che confluiranno in una sezione del catalogo della mostra che si annuncia ricco e articolato in tre volumi concepito come un “portolano per la navigazione”.

Guendalina Salimei, curatrice del Padiglione Italia

Il presidente Pietrangelo Buttafuoco ha poi richiamato l’attenzione sulle intelligenze proprie dell’antica lingua del mare che unificava tutti i porti del Mediterraneo: noi siamo ancora quella terra in mezzo al mare e ancora ci riguarda, come allora, creare (o ricreare) la visione, da una centralità posizionata, di un orizzonte comune. Il Padiglione Italia, può essere “il corso velocissimo per la formazione del futuro, perché dal Mediterraneo noi veniamo e solo dal Mediterraneo noi possiamo costruire il futuro”.
Durante questa conferenza stampa quindi non si è parlato di intelligenza artificiale, bensì di intelligenza umana e di intelligenza del mare, di “un convivio di intelligenze riunite nell’intento di trovare soluzioni”. Così le parole di Buttafuoco che ha citato Muhammad-al-Idrisi, il celebre geologo alla corte di Palermo nel 1145 che dal monte Altesina spaziava con lo sguardo in tutto il Mediterraneo.
Il Padiglione Italia, affrontando il tema del rapporto tra le terre abitate e l’acqua, un tema così importante e ad una scala complessiva, nazionale costituisce una occasione pressoché unica per riflettere sui grandi temi urbanistici, ambientali dell’assetto del territorio, su un’idea di sviluppo e sugli effetti indotti dai cambiamenti climatici.
Una occasione rara che speriamo non vada dispersa e da cui far scaturire possibili indicazioni per una visione complessiva del Paese su questo tema.
Va però anche detto che se l’Italia condivide da millenni una connessione intima con i vari popoli e le varie culture del Mediterraneo, in questo momento in cui su un’altra costa dello stesso mare si stanno vivendo momenti drammatici sarebbe stato coraggioso dare uno sguardo dal mare verso quella terra ora devastata ma ricchissima di storia che è la striscia di Gaza.
Gaza una città che vive sul mare e con il mare da almeno 4.500 anni, che parlava allora la nostra stessa lingua, che ha commerciato e scambiato culture con i popoli italici per secoli. La Biennale, generosamente, avrebbe potuto darle uno sguardo, dal mare, contribuire al suo recupero e applicare il senso profondo del titolo Terrae Aquae. L’Italia e l’intelligenza del mare: ”la centralità del rapporto strutturale tra l’acqua e la terra, tra naturale e artificiale, tra infrastruttura e paesaggio, tra città e costa, incide sull’identità del Paese e sui delicati equilibri tra ambiente, uomo, cultura ed economia che devono essere sia tutelati nella loro integrità, sia ri-progettati per quell’imprescindibile adattamento a un futuro pervaso da nuove pressanti esigenze”. Dal comunicato stampa di presentazione del padiglione Italia alla Biennale Architettura 2025.

Gli autori: Corrado Landi, Giancarlo Leonelli e Fiammetta Nante sono architetti

In apertura: la vita a Gaza prima della guerra e della distruzione

Marilina Succo e l’arte di guardare in profondità

Marilina Succo

Fino a che punto siamo disposti a dire sì? È una domanda che ci interroga profondamente e che l’artista Marilina Succo (in foto) formula ad incipit della sua performance The process (Silence please), mettendo a nudo se stessa. Fino a che punto siamo disposti a sentire a pelle l’altro, le sue esigenze più profonde, fino a che punto siamo disposti a esporci allo sconosciuto, con la fiducia che come direbbe Terenzio «Homo sum, humani nihil a me alienum puto». Nulla di ciò che umano mi è estraneo.

Nella latinità il maschile era misura di tutte le cose ed era sempre un “lui”a prendere l’iniziativa. Senza parlare e armata di gessetto e lavagna Marilina Succo sul palco ribalta i ruoli decidendo «di proiettare e definire il proprio sguardo nello sguardo dell’altro», provocando l’altro, spingendolo a mettersi in gioco a 360 gradi. Dopo il successo di The process a Roma e in altre città, il 22 marzo alle 15 approda al Vittoriale (Gardone Riviera, Bs) sfidando l’ombra del Vate, portando scompiglio nella cura maniacale con cui concepì quel monumento a se stesso.

Per alcuni aspetti la performance di Marilina Succo potrebbe far pensare a quella di Marina Abramovich al MoMA di New York, The Artist is present (2010). Ma, forte della propria poliedrica identità di attrice, scultrice, pittrice, Succo prova a spostare ancora più in là l’asticella della sfida: non vuole essere l’artista che si espone come Abramovich perché chiunque possa esercitare violenza su di lei, ma la donna artista che, esponendosi, interroga l’altro invitandolo a mettersi in discussione. Info: vittoriale.it

“Più di quanto un essere umano possa sopportare”

L’orrore non si misura solo nel numero di vittime, ma nelle ferite incise sulla dignità umana. Il rapporto intitolato “More than a human can bear: Israel’s systematic use of sexual, reproductive and other forms of gender-based violence since 7 October 2023”, pubblicato il 13 marzo 2025 dalla Commissione d’Inchiesta indipendente delle Nazioni Unite su Israele e i territori occupati denuncia uno schema preciso: la violenza sessuale e di genere come arma di guerra. Oltre la distruzione fisica di Gaza, il documento svela un sistema di oppressione che si accanisce sui corpi delle donne, sulle loro scelte riproduttive, sulla loro stessa esistenza.

Il dossier descrive ospedali materni colpiti, accessi negati alle cure, donne costrette a partorire in condizioni medievali, mentre il cibo e l’acqua vengono usati come strumenti di sottomissione. E poi ci sono i racconti di violenze inflitte come forma di dominio, di umiliazione, di annientamento identitario. Il rapporto documenta casi di stupri, molestie sessuali e altre forme di violenza di genere perpetrate dalle forze di sicurezza israeliane e da coloni nei territori occupati. In particolare, denuncia episodi di violenza sessuale contro uomini e donne palestinesi durante arresti e detenzioni, sottolineando che questi atti sono stati filmati e diffusi come strumento di terrore psicologico. I numeri non sono meri dati: il rapporto documenta oltre 46.000 persone uccise a Gaza, di cui almeno 7.216 donne e un numero imprecisato di persone morte per complicazioni legate alla gravidanza e al parto. Sono la prova di una sistematica violazione del diritto internazionale, che avviene nel silenzio complice di chi dovrebbe garantire la giustizia.

Non si tratta di eccessi, ma di un metodo. Il rapporto afferma chiaramente: “gli attacchi alle strutture sanitarie e il blocco dell’accesso alle cure riproduttive fanno parte di una strategia deliberata di oppressione e controllo della popolazione palestinese”. Un metodo che utilizza la guerra non solo per uccidere, ma per lasciare cicatrici incancellabili su generazioni di palestinesi. Il rapporto lo dice chiaramente: questa non è una serie di episodi isolati, ma un sistema di oppressione consapevole e voluto. Il mondo, ancora una volta, è chiamato a scegliere tra la complicità e la denuncia.

Buon venerdì. 

 

Foto AS

La ballata dei diritti (negati), il nuovo disco di Stefano Corradino

Stefano Corradino

Stefano Corradino è un giornalista fortemente impegnato in ambito sociale e nella difesa dei diritti umani, inviato di Rainews24, dal 2005 è anche direttore di Articolo21.org, associazione che lotta per la libertà di informazione e di espressione.
Ma Stefano, oltre che grande appassionato di musica, è anche musicista e cantautore, e, grazie ad un progetto di crowdfunding, è riuscito nell’impresa di incidere un disco, Note di Cronaca – Sette storie vere in musica, nel quale ha trasferito alcune delle sue più significative ed emozionanti esperienze di cronista in forma poetica di canzone.
Il suo recente libro con il medesimo titolo – “Note di Cronaca” (Villaggio Maori Edizioni) – va idealmente a completare il progetto di coniugare cronaca ed elaborazione artistica, laddove Stefano, dopo aver trasformato in canzoni alcune storie vere narrate in negli ultimi dieci anni di servizi televisivi, nel libro racconta la genesi del progetto, soffermandosi ed approfondendo le storie, spesso dure, di mafia, di guerra, di immigrazione, di diritti umani negati, e anche di morti sul lavoro di cui è stato testimone in prima linea.
I protagonisti di queste vicende sono spesso e soprattutto donne, come le giornaliste Ilaria Alpi e Federica Angeli, o come Ilaria Cucchi, sorella di Stefano Cucchi.
Ma nel libro ci sono tante altre storie che il giornalista ha raccontato nei suoi servizi. Come le tragiche vicende di Giulio Regeni, ma anche quelle meno note di Mario Paciolla e Andy Rocchelli. In occasione del suo nuovo tour di presentazioni che parte il 16 marzo, gli abbiamo rivolto qualche domanda.
Stefano, come sono nati i due progetti – libro e disco – e qual è stata la spinta emotiva che li ha messi in moto?
Come spiego nella premessa, nasce dall’esigenza di riuscire a fondere le due anime che convivono in me, da una parte la realizzazione professionale come cronista, e dall’altra il mio amore per la musica, coltivato fin da bambino. Devo dire che da giovane, per un certo periodo ho accarezzato l’idea di dedicarmi totalmente alla musica come occupazione principale, poi, col passare del tempo è rimasta l’ambizione di dare forma a qualcosa che fosse molto più concreto di semplice un hobby personale. L’ispirazione mi è venuto durante il periodo del Covid, nel marzo del 2020, quando, tornando in macchina dalle Marche, dopo la morte di Giorgio Sacrofani, un soccorritore fulminato dal contagio, ho pensato di scrivere una canzone dedicata al sacrificio di tutto il personale sanitario che in quel periodo drammatico era impegnato “a mani nude” e con turni massacranti a fronteggiare un’emergenza mai vista, e che oggi ci stiamo quasi dimenticando. Nacque così “Contagiò”, la prima canzone del disco, a partire dalla quale, piano piano, partendo dalla mia esperienza di cronista, ho cominciato a focalizzare i temi da trattare e conseguentemente a trasformarli in altrettante canzoni.

È stato più difficile realizzare il disco o pubblicare il libro?
Sicuramente molto più difficile la realizzazione del disco, che oltretutto ho preteso venisse stampato proprio in vinile, formato a cui resto particolarmente affezionato. Pur essendo da anni lontano dal circuito musicale mi sono presentato e proposto a diverse case discografiche senza alcun riscontro concreto, finché ho ricontattato un amico musicista di Orvieto, Stefano Profeta, che con la sua l’etichetta “Carpe Diem” ha creduto nel progetto.
A quel punto servivano le risorse per realizzare ed editare professionalmente il lavoro, e alla fine l’ho risolto tramite un crowdfunding che quasi inaspettatamente ha raccolto quattordicimila euro mi ha permesso di finanziare il progetto. La ciliegina sulla torta è stata il bellissimo disegno di copertina di Mauro Biani, che considero come un collega, un autentico “cronista per immagini”.

 Visto che sei un giornalista ci si sarebbe aspettato che uscisse prima il libro e poi il disco, e non viceversa?
In realtà è stata proprio la casa editrice – Villaggio Maori Edizioni di Palermo – che mi ha suggerito di ricucire e ricollegare tutto il lavoro mettendo a fuoco gli argomenti, ripartendo dalle sette canzoni che avevo scritto, riportandole in altrettanti capitoli del libro, ognuno dei quali è commentato ed arricchito dalle interviste a sette autorevoli personaggi: Giovanna Botteri, Nando dalla Chiesa, Bruno Giordano, Mamadou Kouassi Pli Adama, Dacia Maraini, Riccardo Noury, Antonella Viola. In chiusura ho voluto riportare il racconto della fortunosa “Intervista (im)possibile” fatta a Londra a Bob Geldof nell’ormai lontano 2006.

Dal punto di vista musicale quali sono stati i tuoi riferimenti?
Da grande appassionato di musica sono sempre stato affascinato dai grandi cantautori italiani – la grande “scuola genovese” di Lauzi, Tenco, Paoli, Fossati etc. – ma anche francesi, e dal Rock anglo-americano, a partire da Bruce Springsteen.
In questo caso, trattandosi di storie quasi sempre drammatiche, se non tragiche, il nesso immediato è con il grande Fabrizio De Andrè ed il suo celebre capolavoro “Non al Denaro, né all’Amore né al Cielo”, basato sull’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters.
Certamente “Sulla Nostra Pelle” – la canzone in cui racconto la storia di Stefano Cucchi – rimanda immediatamente a Spoon River – che ho voluto appositamente citare a chiusura del capitolo a lui dedicato. «Non mi uccise la sorte, ma due guardie bigotte: mi cercarono l’anima a forza di botte» (Fabrizio De André, dal brano “Il blasfemo”). Voglio però sottolineare come in ogni capitolo, accanto ciascuna storia tragica, ho voluto mantenere un filo di speranza, una luce in fondo al buio, che è rappresentata dal coraggio e dalla determinazione dei sopravvissuti, che, come Ilaria Cucchi, non si sono mai arresi ed hanno voluto perseguire la verità con tutte le proprie forze.

Qual è stata la storia più importante dal punto di vista emotivo e del tuo coinvolgimento personale?
Tra tutte ne citerei due. La prima, e forse la più straziante, è quella Yaya Sangare che ho raccontato ne “La Nave della Speranza”. L’ho incontrato nel 2017 a Napoli in riva al mare. La sua storia è la stessa di migliaia di persone. In Costa d’Avorio c’era la guerra e Yaya decise di scappare con tutta la sua famiglia. Arrivò in Mali, proseguì per l’Algeria. Poi la decisione di venire in Europa. È l’ottobre 2017. Yaya e la sua famiglia si imbarcarono sul malfermo gommone di uno scafista, stracarico di persone. A metà traversata il gommone si inabissò trascinando con sé la moglie, il fratello e tre dei suoi quattro figli. Nessuno di loro riemerse dalle acque. Si salvò solo Deborah, la sua figlia più piccola, che durante l’intervista continuava a giocare sulla spiaggia. Yaya scrutava l’orizzonte commuovendosi: «Ogni volta che guardo il mare li vedo». L’altra è quella di Marianna Viscardi, la madre di Lisa Picozzi, giovane ingegnere morta sul lavoro, cadendo da un solaio di copertura durante un sopralluogo in cantiere. L’ho incontrata nel 2017, a casa sua dove in salotto mi fece vedere alcuni libri fotografici. Ma non c’erano le foto di Lisa, della sua infanzia, del suo lavoro, o della sua passione per la pallavolo. Marianna in quei libroni ci conservava uno per uno i ritagli degli articoli sulla morte di Lisa e sull’inchiesta scaturita dopo la sua morte. Dopo i vari gradi di giudizio i titolari dell’azienda furono tutti assolti, oppure non scontarono mai la pena. «Come posso credere nella giustizia? – fu il commento di Marianna – da questo punto al luogo dove Lisa riposa sono centodue passi, li ho contati».
“102 Passi” è il titolo che ho scelto di dare alla canzone e al capitolo dedicato a Lisa.

Hai deciso di devolvere i proventi della vendita del disco ad Amnesty International?
In effetti, una volta coperte le spese, ho deciso che una parte del ricavato dalla vendita dei dischi andrà ad Amnesty International. Ho pensato a varie organizzazioni, da Emergency a Unicef, da Save the Children ad Action Aid, ma ho trovato in Amnesty e nelle sue battaglie internazionali quella che più si lega al filo conduttore del mio lavoro: i diritti umani negati.

Tutto questo si ricollega anche al tuo impegno civile ed al tuo ruolo di direttore di Articolo 21.org?
Articolo21 è un’associazione nata nel 2002, per la libertà di informazione e di espressione che si ispira al medesimo articolo della Costituzione. Mi onoro di esserne membro fin dalla sua fondazione e dirigo il sito di Articolo21.org dal 2005. L’Associazione porta avanti la sua battaglia quotidiana contro le censure, i bavagli, le intimidazioni, denunciando i condizionamenti governativi dell’informazione, ed è composta non solo da giornalisti ma anche da scrittori, registi, attori, musicisti, attivisti nel sociale. Si impegna inoltre a tenere accesi i riflettori su tutte quelle vicende di casi ancora irrisolti che rischiano di cadere nel dimenticatoio, come quello di Andrea Rocchelli, fotoreporter di Pavia ucciso in Donbass nel 2014, o quella di Mario Paciolla, cooperante, attivista e volontario, la cui morte nel 2020 in Colombia è stata sbrigativamente classificata come suicidio, senza dimenticare Alberto Trentini, tuttora detenuto in Venezuela con capi d’accusa del tutto generici e di cui purtroppo si parla ancora pochissimo.

Stefano Corradino in tour presenta il suo lavoro il 16 marzo a Maranello. il 26 marzo a Fusignano . E ancora il 4 aprile a Crotone, il 14 a Napoli,  il 16 aprile a Castelnuovo Vomano,  il 2 maggio a Trieste, il 17 maggio. a Città della Pieve, il 28 giugno a Fano

Cover illustrata da Mauro Biani

L’autore: Roberto Biasco è critico musicale e collaboratore di Left

Guerra in Europa? No, guerra nel Pd. E i soliti noti non vedono l’ora

E così, un mercoledì di metà marzo, il Partito democratico si scopre incapace di trattenersi dalla sua natura. A Bruxelles, il delicato voto sul faraonico progetto di riarmo (in ordine sparso) di Ursula von der Leyen è l’occasione per mettere in discussione la segreteria.

Persino il presidente del partito, Stefano Bonaccini, per la prima volta si schiera contro la linea ufficiale e rompe quello che finora era sembrato un patto di non belligeranza con Elly Schlein. Con lui ci sono Antonio Decaro, Giorgio Gori, Elisabetta Gualmini, Giuseppe Lupo, Pierfrancesco Maran, Alessandra Moretti, Pina Picierno, Irene Tinagli e Raffaele Topo.

La linea della segretaria era ed è chiara: la sicurezza europea è fondamentale, ma non può passare da una corsa alle armi di 27 singoli Stati, per di più a discapito del già fragile welfare europeo, impoverito da crisi e pandemia. La cosiddetta ala riformista risponde: «Non votare il piano ReArm Europe ci avrebbe isolati». La differenza tra isolarsi e distinguersi è sottile, e su quel crinale si gioca tutto lo scontro.

Verrebbe da pensare, più banalmente, che una componente del partito – la solita, da sempre – non vedesse l’ora di disconoscere una segretaria democraticamente eletta, in vista delle prossime elezioni del 2027. Non vedevano l’ora di farlo, e la guerra, si sa, è da sempre un’ottima occasione di polarizzazione.

Eccola, la nuova vecchia linea politica del partito: usare gli eventi del mondo per logorare la segreteria di turno. Di nuovo, eccoci qua.

Buon giovedì.

Clero e pedofilia. L’Italia fa finta di nulla e lascia che la Chiesa “indaghi” su se stessa

Il caso di Bertharam, dal nome della scuola cattolica altoatesina dove sono state perpetrate indicibili violenze e abusi sessuali, è stato portato alla luce da un’indagine commissionata dalla stessa Diocesi di Bolzano-Bressanone.
L’inchiesta parla di 67 casi, con 59 vittime accertate e 29 sacerdoti coinvolti, in un arco temporale che va dal 1964 al 2023.
Il 51% delle vittime erano bambine e ragazze, in prevalenza di età tra gli 8 e i 14 anni. E gli abusanti un’età compresa fra i 28 e i 35 anni. Di cui ben 43 erano già noti prima del 2010. Smentendo così la teoria delle “pecore nere” isolate.
«Tutti i numeri che indichiamo – ha sottolineato l’avvocato Ulrich Wastl – presentando il rapporto – sono una parte minima di quello che è realmente accaduto». Un rapporto di 610 pagine che fa emergere una realtà fatta di silenzi e vite distrutte.
Circa 1.000 i fascicoli personali di sacerdoti esaminati, coperti da un sistema strutturale di insabbiamenti e trasferimenti dei responsabili, che così continuavano indisturbati la loro attività di predatori d’infanzia.
C’è di tutto in quelle 610 pagine. Emblematici alcuni casi: come quello classificato «numero 5», dove un sacerdote nonostante le continue segnalazioni di abusi su bambine, era spostato di parrocchia in parrocchia. O il «caso numero 15», in cui un prete fortemente sospettato di abusi su una ragazza che poi si è suicidata, pretende e ottiene di celebrare lui stesso il rito funebre della ragazza. Come fosse una cosa di sua proprietà.

L’alta curia proclama (qui come altrove) la necessità di una svolta. Ma tutto resta però nel circuito interno a Santa Romana Chiesa.
Anche le inchieste commissionate, allora, quanto senso hanno senza la denuncia e la collaborazione con la magistratura ordinaria?
Varrebbe la pena vedere o rivedere il coraggioso film Il caso Spotlight del regista americano Thomas McCarthy, che mise in scena l’inchiesta giornalistica del Boston Globe.
La squadra di giornalisti investigativi Spotlight che il direttore della testata spinge a occuparsi del caso di un sacerdote, padre Geoghan, che in oltre trent’anni ha abusato di molti bambini e adolescenti. Contro Geoghan non sono mai stati presi provvedimenti drastici, le alte sfere della curia si sono semplicemente limitate a spostare, di volta in volta, il sacerdote da una parrocchia all’altra. E in questo emerge il ruolo di insabbiamento avuto dal cardinale Bernard Francis Law.

Siamo agli inizi degli anni 2000, e per chi era a Roma, forse si è potuto imbattere nel cardinale Law, responsabile di aver nascosto gli abusi di padre Geoghan e di altri preti.
Questo “pastore d’anime”, che ha partecipato al conclave dell’aprile 2005 che ha eletto papa Benedetto XVI, ha vissuto infatti tranquillamente nella Capitale fino alla sua morte (2017). Nel 2004 era stato nominato arciprete della Patriarcale (ora Papale) Basilica Liberiana di Santa Maria Maggiore. Divenendone dal 21 novembre 2011 «arciprete emerito».

Oggi, in Italia, siamo nell’era del cardinale Matteo Zuppi che nel 2022, alla prima conferenza stampa da presidente della Conferenza episcopale annunciava la nuova linea di contrasto alla pedofilia ecclesiastica con un documento di 40 pagine dal titolo promettente: «Proteggere, prevenire, formare».
Peccato che, come denunciò Left e pochissimi altri media italiani, il documento-rapporto non prendesse in considerazione tutte le diocesi, e che anche al punto forte: «Azioni di accompagnamento alle presunte vittime» (tabella 3.14) dei 57 casi di “presunte violazioni”, soltanto in 3 situazioni le vittime hanno fatto ricorso alla magistratura penale.
La questione anche per Matteo Maria Zuppi, cardinale e arcivescovo cattolico italiano, continua a essere interna alla Chiesa che deve proteggere, prevenire, formare. Senza preoccuparsi della necessità di distinguere tra peccato e reato.

Nel 1764, nell’opera Dei delitti e delle pene, Cesare Beccaria pone la questione della distinzione tra «peccato» e «reato». Una distinzione imprescindibile per l’autonomia e laicità dello Stato.
Infatti – mentre il «reato» consiste in un danno arrecato all’intera collettività, tale per cui il responsabile di tale atto meriterebbe di essere giudicato dalla Società nei modi e nelle forme dalla stessa stabiliti (diremmo oggi, dalla Giustizia ordinaria); – il «peccato», invece, non sarebbe altro che un’offesa arrecata a Dio, ragion per cui il suo autore meriterebbe (almeno per chi è credente) di essere giudicato (punito o perdonato) solo da Dio.
Come Left denuncia da sempre, unico nel panorama dei media italiani, non possono coesistere due giurisdizioni, per cui, mentre nel tribunale canonico l’oggetto del procedimento è l’offesa a dio, nel procedimento del tribunale civile l’oggetto è il danno alla persona, cioè la vittima. Ed è questa che va protetta, non a parole, ma dai tribunali statali.
Altrimenti anche quel Proteggere, prevenire, formare… continua ad essere la copertura solo e soltanto per l’apparato clericale.

Allora occorre svincolarsi dal Concordato, che ad esempio all’articolo 4 prevede che «Gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero».
Una norma che offre così copertura alle posizioni di quella parte della Chiesa cattolica che si ritiene esentata dall’obbligo di denunciare alla magistratura anche i casi di abusi sessuali segnalati alla Curia.
Occorre un atto di coraggio e di dignità da parte dello Stato perché la legge è uguale per tutti e compito dello stato è rimuovere gli ostacoli alla violazione della dignità individuale. Quella che violano proprio quanti pretendono ancora la superiorità dei principi religiosi su quelli di appartenenza alla cittadinanza democratica.
Qualcosa però si muove, grazie alla Magistratura italiana, con la sentenza emessa nel 2024 contro don Giuseppe Rugolo, prete di Enna, che grazie alla denuncia di un abusato è stato condannato a quattro anni e sei mesi per violenza sessuale ex articolo 609 bis e quater del codice penale (quindi su minori di 16 anni) e tentata violenza sessuale, con interdizione per cinque anni dai pubblici uffici e interdizione perpetua dall’insegnamento nella scuola di ogni ordine e grado.
E – fatto molto importante – la curia vescovile della diocesi di Piazza Armerina (Enna) è stata riconosciuta responsabile civile e dovrà rispondere in solido con il sacerdote del risarcimento delle parti civili. «La Curia nella persona del vescovo – recita la sentenza – ometteva con ogni evidenza qualsivoglia, seria iniziativa a tutela dei minori della sua comunità e dei loro genitori nonostante la titolarità di puntuali poteri/doveri conferiti nell’ambito della rivestita funzione di tutela dei fedeli, facilitando l’attività predatoria già oggetto di segnalazione».
Una sentenza arrivata dopo 22 udienze a porte chiuse e 53 testimoni sentiti. Il procedimento si era aperto il 7 ottobre 2021 davanti al tribunale di Enna. Il ragazzo preda di don Rugolo, oggi trentenne, aveva raccontato agli inquirenti di essere stato abusato dal sacerdote per quattro anni, dal 2009 al 2013.

*L’autrice: Maria Mantello è giornalista, saggista e presidente della Associazione nazionale del libero pensiero “Giordano Bruno”. Fa parte del consiglio direttivo dell’Association Internationale de la Libre Pensée (Ailp)

Foto AS

Paura di una copertina: la polizia israeliana contro i libri “sbagliati”

Ci sono gesti che parlano più delle parole. La polizia israeliana ha fatto irruzione per la seconda volta in un mese nella Educational Bookshop di Gerusalemme Est. Nessun mandato, nessuna accusa chiara, solo il bisogno di silenziare. Hanno sequestrato libri con la parola “Palestina” in copertina, testi di Noam Chomsky e Ilan Pappé, perfino volumi su Banksy. Hanno arrestato il co-proprietario, lo hanno rilasciato senza accuse, lasciando nell’aria un avvertimento chiaro.

Non è un caso isolato. A febbraio, il figlio e il fratello del proprietario erano stati fermati, trattenuti per giorni e poi costretti ai domiciliari. Il motivo? La presenza di un libro da colorare per bambini, etichettato come “incitamento al terrorismo”. Ora, a marzo, la scena si ripete. Gli agenti hanno usato Google Translate per cercare parole proibite, hanno sfogliato copertine con sospetto, hanno selezionato i volumi da sequestrare in base ai colori e alle immagini. Un metodo sommario, ridicolo, che racconta molto più di un semplice raid.

Una libreria non è un deposito di carta, è un archivio di memoria. Chi teme i libri non combatte il terrorismo, ma la conoscenza. Strappare pagine da uno scaffale significa tentare di strappare il diritto di esistere. Se una libreria diventa un bersaglio, significa che il problema non sono solo le idee che contiene, ma il popolo a cui quelle idee appartengono.

Colpire una libreria è il simbolo di un potere che teme le idee più delle armi. Un potere che si barrica dietro alla retorica della sicurezza per censurare la memoria. Perché la cultura, nel suo essere disarmata, è la minaccia più grande per chi vuole riscrivere la storia a colpi di repressione.

Buon mercoledì. 

Caso Diciotti e risarcimento ai migranti, quante bugie del governo. Ecco la verità ricostruita punto per punto

Il caso Diciotti è arrivato a un tale punto di evoluzione che non si può seguire senza un filo di Arianna che ci accompagni nel percorso. Riassumiamo i fatti.

Alle 4 del mattino del giorno 16 agosto 2018, a circa due mesi dall’insediamento del governo giallo-verde con Matteo Salvini sulla poltrona del Ministero dell’interno, la nave della Guardia Costiera italiana “Ubaldo Diciotti – CP 941” raccolse in mare 190 migranti che le autorità di Malta non avevano soccorso, sebbene i naufraghi si trovassero nella sua area marittima di salvataggio (SAR). Tra i salvati c’erano 10 donne e 37 minori. La nave “Diciotti” si avviò verso Lampedusa su disposizione del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti Toninelli, responsabile del dicastero da cui dipende la Guardia Costiera e qui sbarcarono 13 persone a causa delle loro gravi condizioni di salute. Ma il Ministro degli interni Salvini impedì lo sbarco degli altri naufraghi intrecciando un dibattito con Malta su quale dei due Paesi dovesse farsi carico dei salvati.

Intervenne nuovamente il Ministro Toninelli che indirizzò la nave Diciotti verso il porto di Catania dove arrivò il 20 agosto, ma ancora una volta intervenne il Ministro Salvini che, innescato un dibattito con l’Europa per il dislocamento dei migranti, ove li avesse fatti sbarcare in Italia, vietò che i 177 naufraghi scendessero a terra. Il divieto di sbarco venne rimosso solo il 22 agosto, a seguito l’intervento della Procura per i minori di Catania, limitatamente a 29 minorenni non accompagnati. Il 23 agosto salì a bordo il Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute che, all’esito della visita, inviò informative alle Procure di Agrigento e di Catania segnalando l’assenza di alcun atto motivato di limitazione della libertà personale da parte della competente autorità, oltre alla requisizione dei cellulari dei migranti ai quali era così impedita ogni comunicazione con familiari ed affetti. Finalmente, nella notte tra il 25 e il 26 agosto, fu permesso ai restanti 148 naufraghi di scendere a terra in quanto dichiararono di farsene carico la Conferenza episcopale italiana, l’Albania e l’Irlanda.

Questo esito fu favorito anche dal fatto che il 25 agosto Matteo Salvini aveva ricevuto un avviso di garanzia con il quale la Procura della Repubblica di Agrigento, in persona del Pubblico Ministero Luigi Patronaggio, lo informava dell’apertura a suo carico di un’inchiesta per sequestro di persona aggravato, arresto illegale e abuso di ufficio associando nell’indagine anche il suo Capo di Gabinetto Matteo Piantedosi. Trattandosi di un’indagine riguardante un Ministro della Repubblica, il 31 agosto il PM Patronaggio inviò gli atti alla Procura di Palermo che il 7 settembre li trasmise al Tribunale di Ministri.
A ottobre 2018 il Tribunale di ministri di Palermo, con un’ordinanza di 60 pagine, archiviò l’intera attività dell’autorità italiana fra il recupero dei naufraghi in mare e l’arrivo a Lampedusa scrivendo che il lavoro della Guardia Costiera era stato “meritorio” ma, per la settimana di trattenimento nel porto di Catania, restituì gli atti alla Procura della Repubblica di Palermo che a sua volta, ritenutasi incompetente, li trasmise alla Procura di Catania.

Il 2 novembre 2018 Matteo Salvini poteva comunicare urbi et orbi, tramite il suo canale Facebook, di aver ricevuto la comunicazione con la quale il PM di Catania Carmelo Zuccaro (già noto per la sua contrarietà alle operazioni di salvataggio in mare delle ONG internazionali) aveva chiesto al Tribunale dei Ministri etneo l’archiviazione.
La Procura di Catania aveva infatti interpretato il comportamento di Salvini come corretto perché, se il Tribunale dei Ministri di Palermo aveva ritenuto che non fossero stati commessi reati nei giorni tra il 16 e il 20 agosto perché c’erano le trattative con Malta, allo stesso modo, non potevano esserne stati commessi tra il 20 e il 26 agosto perché erano pendenti trattative con l’Europa.

Ma il Tribunale dei ministri di Catania non accolse la richiesta di archiviazione della Procura e il 23.01.2019 chiese al Senato della Repubblica, ai sensi dell’art. 96 della Cost., l’autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini per i reati di sequestro di persona aggravato, arresto illegale e abuso d’ufficio. Quell’organo giudiziario, presieduto da Nicola La Mantia, giudici a latere Sandra Levanti e Paolo Corda, fu molto chiaro quando scrisse: “E’ convincimento di questo tribunale che la condotta in esame abbia determinato plurime violazioni di norme internazionali e nazionali, connotandosi per ciò solo di quella indubbia illegittimità integrante il reato ipotizzato in quanto l’obbligo di salvare la vita in mare costituisce un preciso dovere degli Stati e prevale su tutte le norme finalizzate al contrasto dell’immigrazione irregolare”. E proseguiva: “Va sgomberato il campo da un possibile equivoco, va ribadito come questo tribunale intenda censurare non già un “atto politico” dell’Esecutivo, bensì lo strumentale ed illegittimo utilizzo di una potestà amministrativa”. Il Senato della Repubblica, tuttavia, non concesse l’autorizzazione a procedere nella seduta del 20 marzo 2019 e così finì la vicenda penale del caso Diciotti.

Con questa, non va confusa la vicenda “Open Arms”, un caso pressoché analogo, ma che si svolse dal 14 al 19 agosto 2019. Anche in quel caso Matteo Salvini, Ministro dell’interno del governo Conte 1, impedì lo sbarco di migranti salvati dalla nave dell’ONG spagnola “Open Arms”. Nel corso del processo svoltosi dinanzi al Tribunale di Palermo, la Procura ha chiesto per lui sei anni di carcere. L’avvocata della difesa Giulia Bongiorno ha chiesto invece l’assoluzione sostenendo che “il diritto allo sbarco non si discute, ma non si può scegliere dove, come, con chi e quando” risultando che la nave Open Arms avesse rifiutato più volte di sbarcare i migranti. La sentenza, letta il 20 dicembre 2024, ha assolto pienamente Salvini con la formula “perché il fatto non sussiste”.

Ma il caso Diciotti non si esaurì con l’indagine penale abortita in Senato. Infatti, 41 dei migranti eritrei trattenuti a bordo, tra cui M.G.K., presentarono ricorso al Tribunale di Roma chiedendo la condanna del governo italiano, in persona del Presidente del consiglio dei ministri, e del Ministero dell’interno, al risarcimento dei danni non patrimoniali per l’impedimento frapposto allo sbarco per l’intero periodo dal 16 al 25 agosto 2018 o, in subordine, limitatamente al periodo dal 20 al 25 agosto in cui la nave venne trattenuta nel porto di Catania senza far scendere i naufraghi. Le autorità italiane si costituirono in giudizio eccependo, in via preliminare, la carenza di giurisdizione della magistratura dovendosi qualificare il divieto quale “atto politico”, come tale sottratto alle valutazioni giurisdizionali e, nel merito, deducendo che i due periodi di trattenimento a bordo erano giustificati dalle trattative col governo maltese (periodo Lampedusa) e con le autorità europee (periodo Catania). Con ordinanza del 9 luglio 2019, il Tribunale di Roma dichiarò la carenza di giurisdizione ritenendo gli atti impugnati di natura politica in accoglimento delle tesi delle Pubbliche Amministrazioni. La Corte d’Appello adita dai migranti, invece, con sentenza n. 1803/2024 del 13 marzo 2024, pur ammettendo la giurisdizione ordinaria, ha rigettato la domanda nel merito per mancanza di colpa della Pubblica amministrazione e per mancanza del danno conseguente.

Solo M.G.K. ha impugnato con un unico motivo detta sentenza dinanzi alla Corte di Cassazione con ricorso cui hanno risposto, con controricorso e ricorso incidentale condizionato, la Presidenza del Consiglio dei ministri ed il Ministero dell’interno sollevando ancora la questione di giurisdizione che, per legge (art. 41 cod. proc. civ.), può essere decisa solo dalla Corte di cassazione a Sezioni Unite.

Il motivo sollevato da M.G.K. denuncia, con riferimento all’art. 360, primo comma, n. 3, cod. proc. civ., la «violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2043 e 2059 c.c. in relazione agli artt. 13, 24, 111 e 117 Cost., articolo 5 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo ed art. 6 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea ed artt. 7 e 14 della direttiva 2008/115/CE».

A sostegno della propria censura M.G.K. ha osservato:
che il trattenimento a bordo era avvenuto in via di mero fatto, in assenza di provvedimenti amministrativi o giudiziari (come rilevato dall’Autorità garante nazionale dei diritti delle persone detenute nell’accesso sulla nave Diciotti del 23 agosto 2018), in violazione degli artt. 3, 24 e 111 della Cost. che riservano alla sola autorità giudiziaria il potere di privare taluno della libertà;
che erroneamente la Corte d’appello aveva ritenuto non provato il danno non patrimoniale da ritenersi implicito nell’abusiva privazione della libertà personale per dieci giorni, sicché il giudice può ricorrere alle presunzioni semplici per valutare l’incidenza negativa sulle condizioni di vita e, quindi, liquidare il danno con equità.

Dal canto suo, la Pubblica Amministrazione (PA) ha insistito:
che il divieto di sbarco integrava un “atto politico” sia perché proveniente da un organo di governo, sia perché espressione della funzione di indirizzo politico con carenza di giurisdizione del giudice ordinario;
nel merito, per l’assenza dell’illiceità dei comportamenti e l’assenza del danno.
La Corte di Cassazione a Sezioni Unite, con l’ordinanza n. 17687/2024, adottata nella camera di consiglio del 18 febbraio 2025 e pubblicata il 6 marzo successivo, ha accolto il ricorso di M.G.K., rigettato il ricorso incidentale dell’Autorità italiana ed ha rinviato la vertenza alla Corte d’Appello di Roma che, in diversa composizione rispetto alla precedente pronuncia del marzo 2024, dovrà liquidare i danni e provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Per giungere a tale conclusione, la Corte di cassazione ha sviluppato i seguenti argomenti a favore di M.G.K., tralasciando qui le questioni tecniche afferenti alla questione di giurisdizione:
L’intervento ministeriale che ha impedito lo sbarco dei naufraghi non è un “atto politico” la cui definizione è strettamente circoscritta proprio per evitare la sottrazione alla giustizia di atti emanati sulla base di valutazioni politiche. Esso consiste, infatti, in atti che attengono alla direzione suprema generale dello Stato considerato nella sua unità e nelle sue istituzioni fondamentali ed è insindacabile in sede giurisdizionale qualora non sia sottoposto a vincoli di natura giuridica. Se, invece, nella specifica materia, esistono canoni di legalità, il sindacato giurisdizionale è consentito.

Il divieto di sbarco del Caso Diciotti non fu un “atto politico” sottratto alla giurisdizione, perché la materia è regolamentata da normative nazionali e internazionali.
Alla luce di quanto sopra rilevato, il motivo di impugnazione di M.G.K. è risultato fondato sotto tutti gli aspetti che si concentrano sulla responsabilità da illecito extracontrattuale della PA ai sensi dell’art. 2043 cod. civ. costituito dalla restrizione della libertà personale non giustificata da provvedimenti amministrativi o giudiziari in violazione dell’art. 13 Cost..
Oltre alla fonte costituzionale, l’obbligo del soccorso in mare è universalmente riconosciuto per antica consuetudine e, come tale, si colloca al di sopra di qualunque ipotesi di contrasto all’immigrazione irregolare.

Vi sono poi le convenzioni internazionali alle quali l’Italia ha aderito tra le quali la Convenzione SOLAS del 1974; la Convenzione SAR del 1989 (Convenzione di Amburgo) con la concreta attuazione di cui al D.P.R. 662/1994, nonché la Convenzione delle Nazioni Unite UNCLOS del 1982.
In base a queste convenzioni tutti gli Stati aderenti devono organizzarsi per svolgere l’attività di soccorso in mare e vige anche il principio di sussidiarietà per supplire alla mancata attivazione di uno Stato che dovrebbe intervenire e non lo fa.
Lo Stato che esegue il soccorso, ai sensi della Convenzione SAR capitolo 3.1.9, deve organizzare lo sbarco «nel più breve tempo ragionevolmente possibile» fornendo un luogo sicuro in cui terminare le operazioni di soccorso; è solo con la concreta indicazione del POS (Place of Safety), e con il successivo arrivo dei naufraghi nel luogo sicuro designato che l’attività di Search and Rescue può considerarsi conclusa.

Con la locuzione “luogo sicuro” deve intendersi un “luogo” in cui sia garantita non solo la “sicurezza” – intesa come protezione fisica – delle persone soccorse in mare, ma anche il pieno esercizio dei loro diritti fondamentali tra i quali, ad esempio, il diritto dei rifugiati di chiedere asilo.
In capo agli Stati aderenti alla Convenzione SAR residua solo un margine di “discrezionalità tecnica” per l’individuazione del punto di sbarco più opportuno in considerazione delle specifiche esigenze che, caso per caso, si presentano.
Alla luce di queste considerazioni, la Corte di Cassazione conclude che: « Non può dubitarsi allora che la mancata tempestiva indicazione del POS, unitamente alla decisione di non far scendere i 177 migranti per cinque giorni sebbene la nave fosse già ormeggiata nel porto di Catania, costituisca una chiara violazione della predetta normativa internazionale».

Un paragrafo dell’ordinanza delle Sezioni Unite è anche dedicato alla negazione dell’autorizzazione a procedere contro il Ministro Salvini votata dal Senato della Repubblica il 20 marzo 2019. Sul punto la Corte suprema spiega che il procedimento di cui all’art. 96 Cost. ha un carattere assolutamente eccezionale e quindi di interpretazione restrittiva. E poiché tale norma tratta solo della responsabilità penale del Presidente del Consiglio dei ministri e dei ministri, anche se cessati dalla carica, l’esito della votazione parlamentare non influisce sulle vicende risarcitorie civilistiche.

L’ammontare del risarcimento del danno non patrimoniale di cui all’art. 2059 cod. civ., in concreto, è deferito alla Corte d’Appello di Roma in diversa composizione che stabilirà, in via equitativa, la somma dovuta per ogni giorno di illecita privazione della libertà personale di M.G.K. (unico ricorrente per cassazione) a bordo della nave Diciotti.
L’itinerario logico giuridico esposto dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione appare ancorato a precise norme giuridiche e principi derivanti anche da convenzioni internazionali ben noti (li aveva già richiamati il Tribunale dei ministri di Catania quando aveva chiesto al Senato l’autorizzazione a procedere contro Salvini con l’Ordinanza del 23.01.2019) sicché le reazioni delle parti politiche di destra sono del tutto ingiustificate. Tanto più che non scendono nella critica delle specifiche motivazioni, ma si diffondono in tutti quei paradossi che dall’esito del giudizio si possono immaginare.

In particolare, la Corte di legittimità non ha affatto detto che ad ogni migrante irregolare spetterà una somma a titolo di risarcimento del danno per la permanenza a bordo, bensì ha chiarito quale sia l’interpretazione più corretta da dare a quelle convenzioni internazionali (alle quali l’Italia ha aderito) che disciplinano il recupero dei naufraghi nonché il luogo ed i tempi di assegnazione di un POS (luogo sicuro). È quindi solo dalla violazione dei trattati internazionali che scatta l’obbligo di risarcire le vittime.
E viene qui in mente che il governo italiano forse si espone eccessivamente a possibili richieste risarcitorie quando recupera naufraghi nel mezzo del Mediterraneo ma poi assegna loro, quale porto sicuro, quello di Ravenna o di Genova, in quanto dovrebbe poi spiegare perché, in quel caso specifico, costringe i migranti a ulteriori giornate di mare invece di sbarcarli nel più vicino “luogo sicuro”.
E che dire del portare i naufraghi in Albania? Ma qui il capitolo giurisdizionale è ancora in corso.
Per adesso il Caso Diciotti risponde ad un principio: “Risarcirne uno per educare giuridicamente un intero governo”. E sarebbe bene imparare la lezione perché un risarcimento sarà pena modesta, ma quando i ricorrenti fossero di più, si aprirebbero le porte anche dell’azione della Corte dei Conti per il relativo danno all’erario. In tal caso il risarcimento pagato dalla PA ai migranti danneggiati dovrebbe poi essere recuperato dalle tasche stesse del responsabile governativo.
In definitiva: non sarebbe bene che questo governo imparasse a rispettare le leggi e le convenzioni internazionali? Ne guadagnerebbe soprattutto la dignità dello Stato.

L’autrice: Shukri Said è giornalista. Coautrice e co conduttrice di “Africa Oggi” per Radio Radicale, firma il blog “Primavera Africana” su Repubblica.it; è inoltre corrispondente dall’Italia per la Bbc e per Voice of America

Manifestazione europeista: più bandiere che idee

La politica italiana è riuscita ad attorcigliarsi intorno a una manifestazione proposta da Michele Serra «per l’Europa». L’editorialista di Repubblica, qualche giorno fa, ha lanciato l’idea di «una manifestazione di sole bandiere europee, che abbia come unico obiettivo […] la libertà e l’unità dei popoli europei, per dare almeno l’impressione che esista un’opinione pubblica che si sente europea e non vorrebbe morire stretta nella tenaglia Trump-Putin».

Il Partito democratico guidato da Elly Schlein ha dato la propria adesione, i partiti centristi che usano l’Europa come ritornello ne sono felicissimi e il quotidiano degli Elkann sta investendo molte pagine sull’evento. In effetti, a prima vista, sono molte le persone disposte a manifestare contro l’imperialismo trumpiano e «per la libertà e l’unità dei popoli europei».

Ci sono almeno due evidenti problemi. Il primo è che l’Europa di oggi è la stessa che stringe accordi con i tagliagole in Libia e in Tunisia, la stessa che protegge la democrazia illiberale di Orbán, la stessa che accompagna lo smantellamento del welfare e dei servizi pubblici, la stessa che sventola il riarmo come via primaria per il trionfo democratico.

Poi c’è la diversa Europa che hanno in mente i Socialisti rispetto ai Popolari, per non parlare dei Patrioti o dei Conservatori. Insomma, si manifesta per un’idea che conviene non approfondire per non dividersi. Quindi si manifesta per una sensazione, che ognuno declina diversamente. Basta saperlo.

Buon martedì.

Verba volant? La questione della disabilità è più che mai cruciale

Verba volant scripta manent, sostiene un vecchio motto latino per sostenere l’importanza di mettere nero su bianco e di dare certezza ed ufficialità ad un atto.
E se succede che anche “verba manent”?
Questo è l’interrogativo che, in questi ultime settimane, si sono posti molti di coloro che vivono in modo diretto una situazione di disabilità. L’annuncio con il quale il presente argentino Milei ha sancito legalmente la possibilità di utilizzare termini quali imbecille, ritardato, idiota per definire le persone con disabilità intellettiva, che segue di qualche giorno l’intenzione espressa da Trump di eliminare i finanziamenti per le agenzie governative che si occupano dell’ inclusione lavorativa delle persone con disabilità, perché ritenute dal neo presidente americano inadatte a svolgere attività lavorative a prescindere da qualsiasi tipologia sia fisica, che neurologica o cognitiva e dal grado di gravità, sono parole, ma con un peso specifico enorme e, per molti versi, devastante.
“Le parole sono importanti” gridava Nanni Moretti al suo interlocutore, per evitare che si usassero con leggerezza, senza peso, in un suo vecchio film. “Le parole sono pietre”, era invece il titolo di un famoso libro di Carlo Levi.
Infatti, le parole dei due Presidenti d’oltre oceano configurano l’idea che il lavoro non sia un diritto universale, ma serva esclusivamente per generare profitto. Conseguentemente, in base a questo ragionamento disumanizzante che non considera il valore delle persone, il lavoratore disabile è una sorta di contraddizione in termini.
È come se il consumismo, nella sua forma ultra liberista, avesse compiuto una sorta di mutazione genetica, passando da una visione usa e getta delle cose alle medesima concezione delle persone.
Questa idea di una parte dell’umanità che viene considerata come uno scarto, cammina sottotraccia, a macchia di leopardo, in alcuni strati della società, nei nostri Paesi occidentali e rappresenta, se non disinnescata, un vero e proprio pericolo per le democrazie.
Dobbiamo ribadire senza tentennamenti che il lavoro è un diritto sacrosanto per le persone, tutte, e va difeso, promosso e sostenuto, non solo perché è il principale strumento di inclusione nel tessuto sociale di un Paese di chi è abile e di chi è disabile, ma perché è una delle principali cartine di tornasole dello stato di salute di una democrazia, che in quanto tale dovrebbe offrire maggiori strumenti per chi ha meno possibilità.
La tragedia nazifascista che ha segnato il novecento è iniziata disconoscendo prima i diritti basilari ai più fragili e poi la loro stessa esistenza. Agiamo tutti affinché alla storia non venga concesso di ripetersi.

Gli autori: Nina Daita è esperta di politiche sulla disabilità,
Cesare Damiano è ex ministro e presidente dell’associazione Lavoro&Welfare