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Privati con potere da Stato: il futuro distopico è già qui

Elon Musk ha di nuovo mostrato il suo vero volto: quello di un uomo che tiene in ostaggio nazioni intere con la sua tecnologia. “Se stacco Starlink, l’Ucraina crolla”, ha dichiarato, ammettendo candidamente di essere il perno della resistenza di Kiev e, allo stesso tempo, il suo potenziale carnefice. Un uomo solo, con una connessione satellitare, si arroga il diritto di decidere le sorti di un conflitto mondiale. Se non è follia questa, cos’è?

Ma il problema non è solo l’Ucraina. L’Italia, con il suo consueto entusiasmo nell’affidarsi a privati senza alcun controllo, sta valutando di consegnare parte della propria sicurezza nazionale a Musk e alla sua flotta di satelliti. Salvini scalpita: “Si può firmare anche domani”. Meloni esita, per ora, ma il disegno è chiaro. Eppure, basta guardare la cronaca per capire quanto sia rischioso dipendere dalla volontà di un miliardario imprevedibile. Se domani Musk decidesse che l’Italia non gli conviene più? Se dovesse spegnere Starlink per un capriccio o una mossa politica?

Non è solo una questione di infrastrutture digitali, ma di sovranità. Affidarsi a Starlink significa consegnare a Musk il potere di accendere o spegnere comunicazioni vitali, con una leva che nessuno stato sovrano dovrebbe mai concedere a un privato. La Polonia l’ha capito, l’Ucraina l’ha subito sulla propria pelle. E l’Italia?

Aspettiamo il giorno in cui Musk deciderà che Roma non gli piace più e ci spegnerà il cielo.

Buon lunedì.

Jeffrey Sachs e la geopolitica della pace

Il 19 febbraio 2024 Jeffrey Sachs ha tenuto una conferenza al Parlamento europeo. Siamo difronte ad un documento storico eccezionale. L’invitato, infatti, è un protagonista della scena mondiale. Egli conosce i meccanismi che descrive, gli scenari e i protagonisti delle vicende che ricostruisce:

«Sono stato consulente del governo polacco nel 1989 – ricorda Sachs – del team economico del Presidente Gorbaciov nel 1990 e 1991, del team economico del Presidente Eltsin nel 1991-1993 e del team economico del Presidente Kuchma in Ucraina nel 1993-1994. Ho contribuito all’introduzione della moneta estone. Ho aiutato diversi Paesi dell’ex Jugoslavia, in particolare la Slovenia. Dopo Maidan, il nuovo governo mi ha chiesto di venire a Kiev e ho imparato molte cose. Sono in contatto con i leader russi da più di 30 anni. Conosco da vicino anche la leadership politica americana. Il nostro precedente Segretario al Tesoro, Janet Yellen, è stata la mia meravigliosa insegnante di macroeconomia cinquantadue anni fa. Siamo amici da mezzo secolo. Conosco queste persone. Dico questo perché ciò che voglio raccontare non è di seconda mano».

La portata della testimonianza, non a caso sfuggita ai principali mezzi di comunicazione, è che nel tenere questa conferenza Sachs compie un atto assolutamente atipico. Di solito chi è ai più alti livelli decisionali non racconta quello che succede al loro interno, mentre chi ne è fuori ha difficoltà nel ricostruire le dinamiche degli eventi. In questo caso un insider decide di raccontare per filo e per segno tutto quello ha visto e vissuto, fornendo un quadro non solo delle scelte dell’Amministrazione americana, ma anche delle modalità con cui vengono prese alcune decisioni decisive per i destini di popoli. La trascrizione dell’intervento – corredata dall’indicazione dei documenti indicati da Sachs -, è sul sito web Sinistra in rete. La rivista on line di informazione francese Mediapart ha scritto che non vi è documento più convincente contro la guerra, affermando che Sachs meriterebbe il Premio Nobel per la pace. Anche il Manifesto ha dedicato un articolo all’evento, ma, salvo sviste, non risulta al momento che in Italia altri organi di informazione abbiano dato alla conferenza l’attenzione che merita.

Sintetizzare un intervento densissimo di informazioni della durata di un’ora farebbe torto al suo spessore. Vale comunque la pena di tratteggiare il quadro che emerge, frutto appunto non di complottismi o di furore antiamericano, ma dell’analisi di un uomo che ama il proprio paese tanto quanto la pace nel mondo.

L’idea che è circolata a lungo, ma che ormai è coperta da disinformazione e discredito, è che la guerra possa aver avuto origine dalla violazione di un’intesa tra Stati Uniti e Russia raggiunta a seguito dello scioglimento del Patto di Varsavia. Invece, come racconta Sachs:

«Era stata raggiunta un’intesa sul fatto che la NATO non si sarebbe spostata di un solo centimetro verso est. Si trova in innumerevoli documenti. Basta cercare il National Security Archive della George Washington University per trovarne a decine. C’è un sito web What Gorbachev Heard About NATO. Dateci un’occhiata, per favore, perché tutto ciò che vi viene detto su questa promessa è una bugia: gli archivi sono perfettamente chiari».

Sachs cita anche un documento della Rand Corporation che descrive come far precipitare la Russia in una crisi economica e causare un cambio di regime. Dunque la guerra è stata il prodotto di una strategia americana ben definita, che si è infine mostrata fallimentare. Essa ha ripreso una vecchia idea britannica secondo la quale chi controlla i paesi dell’Est europeo controlla l’Eurasia, e dunque il mondo. Sachs ricostruisce come l’espansione a Est della Nato fosse orientata a ridurre la Russia a potenza locale. Al Pentagono, infatti, ritenevano che questo fosse possibile perché la Russia, avendo solo una vocazione Europea, staccata da essa non avrebbe avuto scampo.

Quello che colpisce è quanto questa strategia fosse frutto di analisi astratte svolte a tavolino, quasi che, ironizza Sachs, si giocasse a Risiko, come si faceva da bambini:  «Secondo Brzezinski, la Russia non ha altra vocazione che quella europea. Quindi, se l’Europa si sposta verso est, la Russia non può farci nulla. C’è da chiederci: perché siamo sempre in guerra? Perché “sappiamo” sempre cosa faranno le nostre controparti. Ma ci sbagliamo sempre! Uno dei motivi per cui ci sbagliamo è che nella teoria dei giochi non cooperativi che gli strateghi americani praticano, non si parla mai con l’altra parte. Si sa solo qual è la strategia dell’altra parte. È meraviglioso. Si risparmia così tanto tempo. Semplicemente non c’è bisogno della diplomazia».

Dunque nel 1999, violando intese concordate al momento della riunificazione tedesca, Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca entrano nella NATO. La Russia è contrariata, ma sono paesi non adiacenti ai suoi confini. Poi, nel 2007, altri sette paesi entrano nella NATO: tre Stati baltici, Romania, Bulgaria, Slovenia e Slovacchia. Un cablogramma dell’allora ambasciatore degli Stati Uniti in Russia, ex dirigente della Cia – tenuto segreto all’opinione pubblica ma che ci è noto grazie ad Assange -, comunica al segretario di Stato Condoleezza Rice che tutta la dirigenza russa, non solo Putin, era fortemente contraria a quella scelta: Niet means Niet. Alla violazione degli accordi compiuta nel 1999 segue l’abbandono unilaterale da parte degli Stati Uniti del trattato ABM, avvenuta nel 2002, che nella misura in cui scoraggiava il primo attacco nucleare, garantiva un clima di relativa fiducia tra Stati Uniti e Russia.

La Cia, ricorda Sachs, dal 1947 ha organizzato circa cento di colpi di stato, più elegantemente detti “cambi di regime”. Tra questi particolarmente rilevante per questa storia è quello che ha condotto al rovesciamento del presidente ucraino Yanukovych. Sachs ne parla per conoscenza diretta:«Signore e signori, per favore, come sono apparsi all’improvviso tutti questi media ucraini all’epoca di Maidan? Da dove viene tutta questa organizzazione? Da dove sono arrivati tutti quegli autobus e tutte quelle persone? Ma stiamo scherzando? Questo è uno sforzo organizzato. E non è un segreto, tranne forse che per i cittadini europei e statunitensi».

Dopo la caduta di Yanukovych, il nuovo governo ucraino firmò gli accordi di Minsk II, che seguivano il modello italiano dell’autonomia dell’Alto Adige. Essi furono sostenuti all’unanimità dal consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma vennero violati da Stati Uniti e Ucraina. Poi, nel 2016, Trump ha aumentato le spedizioni di armi in Ucraina e lo stesso fece Biden nel 2021, finché nel 2022 Putin cercò inutilmente un accordo con Europa e Stati Uniti. Sachs allora, allarmatissimo, chiama al telefono il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan: «“Jake, evita la guerra, si può evitare la guerra. Stati Uniti devono solo dire: ‘La NATO non si allargherà all’Ucraina’”. Lui mi ha risposto: “Oh, la NATO non si allargherà all’Ucraina, non preoccuparti”. Gli ho detto: “Jake, dillo pubblicamente”. E lui: “No, no, no. Non possiamo dirlo pubblicamente”. Gli ho chiesto: “Jake, vuoi fare una guerra per qualcosa che non accadrà mai?” E lui: “Non preoccuparti Jeff, non ci sarà nessuna guerra”. Queste non sono persone molto intelligenti. Parlano da soli, non parlano con nessun altro, giocano alla teoria dei giochi».

Secondo Sachs è probabile che Trump e Putin troveranno un accordo in quanto il nuovo presidente americano non vuole sostenere ulteriormente i costi di una sconfitta. È dunque irrilevante che l’Europa soffi ancora sul fuoco:

«Vi prego di avere una politica estera europea, implora Sachs. Dovrete convivere con la Russia, quindi vi prego di negoziare con la Russia. Ci sono questioni reali di sicurezza sul tavolo sia per l’Europa che per la Russia, ma la boria e la russofobia non servono affatto alla vostra sicurezza, né a quella dell’Ucraina. L’avventura americana a cui avete aderito ha contribuito a causare circa un milione di vittime ucraine».

La testimonianza racconta di altri tentativi di pace sabotati, fornisce descrizioni di personaggi di primo piano della politica mondiale, e riporta colloqui e documenti che supportano il quadro descritto. Si racconta del bombardamento della Serbia, di Netanyahu, di Israele. Troverete molto, dedicateci un po’ del vostro tempo: sarà ben speso in questo mare di menzogne che ci circonda.

L’autore: Già docente di economia politica, Andrea Ventura è autore di numerosi saggi, fra i quali Il flagello del neoliberismo

 

Il cessate il fuoco del Pkk è un segno di forza. Per la pace

«Concordiamo con il contenuto dell’appello del leader Öcalan e dichiariamo un cessate il fuoco effettivo a partire dal primo marzo.2025».Così ha scritto il Comitato esecutivo del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan) ha affermato in una nota il Comitato esecutivo del Partito dei lavoratori del Kurdistan in risposta allo storico appello lanciato dal leader curdo Abdullah Öcalan il 27 febbraio 2025.
Öcalan ha sottolineato l’urgente necessità di democratizzazione in Turchia e ha chiesto al Pkk di deporre le armi e di sciogliersi. Il Pkk, in risposta, ha dichiarato «nessuna delle nostre forze intraprenderà azioni armate a meno che non venga attaccata».
È chiaro che un nuovo processo storico sta iniziando in Kurdistan e in Medio Oriente grazie a questa chiamata che avrà anche un grande impatto sullo sviluppo di un contesto di libertà e della governance democratica in Turchia e in Medioriente . Indubbiamente, essere in grado di fare un appello del genere è stato di importanza storica; ora, l’implementazione di successo del suo contenuto è di pari importanza. Dal Pkk concordano con il contenuto dell’appello così com’è e affermano che rispetteranno pienamente e implementeranno i requisiti che contiene. Tuttavia, il Pkk sottolinea che anche la politica democratica e le basi legali devono essere garantite per il suo successo.
Appare molto chiaro che il Pkk è stato il grande movimento dell’ultimo mezzo secolo in Kurdistan. Attraverso una lotta molto coraggiosa e di sacrificio, pagando un prezzo molto alto. La consapevolezza sviluppata da Öcalan e la grande eredità di esperienza creata dal Pkk danno al popolo curdo la forza di continuare la lotta per il bene in comune, la giustizia e la libertà sulla base della politica democratica.
Ora solo la leadership di Öcalan può rendere pratiche questioni come la deposizione delle armi. D’altro canto, come chiesto da Öcalan , verrà presto convocato un congresso del Partito. I fatti concreti mostrano chiaramente che affinché l’Appello per la pace e la società democratica venga implementato con successo, per la democratizzazione della Turchia e del Medio Oriente basata su una soluzione democratica alla questione curda e per lo sviluppo del movimento democratico globale, a Abdullah Öcalan devono essere concesse le condizioni per vivere e lavorare in libertà fisica e stabilire relazioni senza ostacoli con chiunque desideri.
La democratizzazione della Turchia è un punto di svolta in termini di dissoluzione del Medio Oriente sulla base della democratizzazione e della trasformazione. È un punto di svolta non solo per i curdi, ma anche per tutti i popoli della Turchia, per l’intero Medio Oriente. l’esistenza di uno spazio democratico e politico è possibile solo attraverso il rispetto delle identità, della loro libera espressione e organizzazione democratica, e delle strutture socio-economiche e politiche.

Il segretario generale delle Nazioni Unite, il cancelliere tedesco, il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, il relatore del Parlamento Europeo sulla Turchia, gli Stati del Regno Unito, della Germania, dell’Iran, dell’Iraq, dell’Arabia Saudita e il Portavoce per la Politica estera dell’Unione Europea hanno dato un forte sostegno all’appello di Abdullah Öcalan.
L’uscita della questione curda dal conflitto e dalla violenza, è basata sul riconoscimento della politica democratica e della dimensione giuridica. Tutti dovrebbero sapere che la democratizzazione non è mai una debolezza. La pace non è opera dei deboli, la pace è opera dei coraggiosi, la pace è opera dei forti. Costruire la democrazia è il lavoro dei coraggiosi. La democratizzazione e la pace sono elementi preziose e importanti per essere oggetto di negoziati politici. I diritti umani più elementari e i diritti più fondamentali dei popoli non possono e non devono mai essere negoziabili. Questo processo non è un processo di sconfitta.
Abdullah Öcalan durante gli incontri ha affermato: “La democrazia è l’arte di aprire liberamente la bocca alle persone”. È tempo che la Turchia parli. Ora è il momento per la società di esprimersi liberamente.

L’autrice: Hazal Koyuncuer è rappresentante della Comunità curda milanese

Tania Sacchetti (Spi Cgil): Le nostre pensionate in campo per difendere i diritti delle donne con la mobilitazione

In Italia il tasso di occupazione femminile tra i 20 e i 64 anni si attesta al 55%, mentre la media dell’Unione europea sfiora il 70%. Le donne italiane ricevono in media pensioni inferiori del 33.2% rispetto agli uomini e dedicano in media cinque ore al giorno al lavoro di cura non retribuito per la famiglia, uno dei tassi più alti tra i Paesi dell’Ocse.
Questi sono solo alcuni dei numeri che fotografano la condizione femminile nel nostro Paese e che il sindacato dei pensionati della Cgil ritiene opportuno ricordare in occasione dell’8 marzo.

Per la segretaria generale dello Spi Cgil Tania Scacchetti: «Queste cifre rafforzano le ragioni e le rivendicazioni portate avanti dalla Cgil anche attraverso la campagna referendaria. Lavoro sicuro, dignitoso, ben retribuito. Migliorare le condizioni per accedere al diritto di cittadinanza per chi è già legalmente nel nostro Paese. Sembrano cose piccole, scontate che tuttavia oggi non sono garantite, anzi sono spesso ostacolate, a maggior ragione per le donne».
«Le donne dello Spi – prosegue Scacchetti – sanno, perché lo hanno dimostrato con le loro storie e le loro battaglie che le donne possono cambiare il mondo. E sappiamo che questo mondo va cambiato».
«Se le donne tutte insieme sospendessero le loro attività, lavorative, di cura, sociali, affettive, culturali anche solo per qualche ora, forse sarebbero più visibili e tangibili il valore, il peso e il protagonismo delle donne nella società, che molti, quasi tutti, nei convegni declamano ma su cui si fa troppo poco per renderlo possibile e riconosciuto. Per queste ragioni – conclude la dirigente sindacale – come sindacato dei pensionati promuoveremo e promuoviamo tutte le iniziative di mobilitazione possibili e sosteniamo le ragioni e le iniziative di sciopero che saranno decise e definite».

Urso frena (ma non troppo): il ddl spazio è un regalo per Musk

C’era una volta il sovranismo che difendeva i confini, la patria e il controllo nazionale. Poi, quando si tratta di spazio, le porte si spalancano e l’accoglienza diventa entusiastica, purché il beneficiario abbia il pedigree giusto: Elon Musk, il signore dei satelliti, il magnate che ha fatto della sua impronta planetaria un passe-partout anche per i governi più nazionalisti. Il disegno di legge sulla space economy, approvato alla Camera e in attesa del Senato, è la dimostrazione plastica di come l’ideologia ceda il passo agli interessi, specie quando sono intrecciati a quelli dell’uomo più ricco del mondo.

Il ministro Urso ha provato a frenare l’entusiasmo filo-Musk, ma il risultato è un compromesso che lascia più di una porta aperta. Il silenzio in aula, l’assenza di un confronto vero e la fretta con cui si è arrivati al voto parlano chiaro: l’Italia si appresta a diventare un hub strategico per Starlink senza che nessuno ponga reali condizioni. Il sovranismo, qui, si traduce in accondiscendenza.

Intanto, Fratelli d’Italia cerca di mantenere il punto, ostentando una difesa della sovranità tecnologica che suona più come una foglia di fico. Ma il malumore interno esiste, specie per quel dialogo con Eutelsat che fa storcere il naso ai fedelissimi di Musk. Andrea Stroppa, il suo emissario in Italia, ha già dettato la linea sui social: chi non si allinea, finisce nel mirino.

E mentre il governo parla di strategia spaziale nazionale, la realtà è un’altra: nessun vincolo chiaro, nessuna regia europea e un pezzo di industria italiana pronto a essere svenduto. Lo spazio, in fondo, è l’ultima frontiera del mercato. E anche del sovranismo a geometria variabile.

Buon venerdì. 

Foto WP

Gianni Fresu: Vi racconto Gramsci terzomondista

«Io penso che Antonio Gramsci non possa essere sottratto dalla lotta politica contemporanea, trasformando la sua eredità in memoria letteraria del passato o riservando le sue categorie all’esegesi di un clero di specialisti». Si ribella radicalmente a una musealizzazione del pensiero del politico e autore dei Quaderni del Carcere Gianni Fresu, professore di filosofia politica all’Università di Cagliari dopo una lunga esperienza di insegnamento all’Università Federale di Uberlândia in Brasile. Siamo tornati a cercarlo per sapere di più del suo nuovo libro Questioni gramsciane (Meltemi).

«Questo mio nuovo lavoro raccoglie una sintesi di riflessioni maturate negli anni della mia esperienza in Brasile. È fondamentale leggere Gramsci alla luce della lotta politica attuale, come accennavo e aggiungo che l’indagine attorno alla sua opera oggi non può che scaturire dall’interazione tra filologia e traduzione filosofica, perché i due termini, reciprocamente funzionali, sono immanenti alla sua concezione del mondo. Disinteressarci del momento della traduzione della filosofia nella praxis significa privare il suo lascito teorico del principale contributo al pensiero critico mondiale, monumentalizzarne l’opera come se fosse un classico che poco ha da dire alla realtà odierna.

Il lungo “viaggio” di Gramsci in Latinoamerica

Il 20 settembre del 2012 scompariva a Rio de Janeiro, Carlos Nelson Coutinho, professore di Teoria politica presso la Universidade Federal do Rio de Janeiro (UfRJ), appassionato militante marxista, traduttore e raffinato studioso (anche della cultura italiana): in una parola, un intellettuale autentico (tra i più noti del suo Paese), inteso alla maniera di Sartre, ossia come colui che «abbraccia interamente la sua epoca». Nato a Bahia nel 1943, Carlos aveva iniziato l’attività di studioso nell’ambito della critica culturale e letteraria, avvicinandosi alla figura e all’opera di György Lukács (col quale aveva intrattenuto una corrispondenza negli anni giovanili), contribuendo alla diffusione delle opere del filosofo ungherese nel suo Paese. Ma Coutinho è stato soprattutto il più importante interprete e traduttore di Gramsci in Brasile, curandone la pubblicazione di tutte le principali opere; a lui si deve, tra l’altro (insieme con Luiz Sérgio Henriques e Marco Aurélio Nogueira), la versione integrale portoghese in sei volumi dei Quaderni del carcere, in una edizione che suscitò critiche, ma che ha resistito finora, quando è stata affiancata da una nuova traduzione, curata da un team coordinato da Giovanni Semeraro. Accogliamo quindi con vero piacere la pubblicazione del volume di Carlos Nelson Coutinho, Scritti gramsciani (Bordeaux), curato da Guido Liguori e Alvaro Bianchi – eminenti studiosi gramsciani e amici di lungo corso dell’autore – che raccoglie, nella collana della International Gramsci Society, di cui Coutinho è stato componente e dirigente, i più rilevanti scritti su Gramsci.

Ammalarsi di razzismo e far ammalare di razzismo

Domanda: perché uno psichiatra si dovrebbe interessare di razzismo?

Per rispondere partirei proprio da questo libro, Esseri umani uguali. Una ricerca sulle radici del razzismo di Carolina Carbonari, Rossella Carnevali, Filippo Montanelli, Ada Montellanico e Simone Roffi (L’Asino d’oro ed.), perché il primo capitolo è scritto da una psichiatra che da anni, fin dai tempi degli studi di medicina, si è occupata con dedizione e ostinazione di un argomento strettamente connesso al tema del razzismo, ovvero della salute mentale della popolazione migrante.

E come dice la collega nel libro, in realtà il nesso tra salute mentale e razzismo è ormai assodato. In vari studi recenti, tra cui un intero volume della rivista The Lancet uscito nel 2022 e uno studio dello scorso anno pubblicato su World Psychiatry, sui determinanti sociali della salute e della patologia mentale, il razzismo è, infatti, annoverato tra i fattori sociali che determinano lo sviluppo di patologia mentale.

La vitalità contagiosa dei bambini nel nuovo libro di Francesco Troccoli

Dugo e le stelle è il titolo del nuovo romanzo di Francesco Troccoli edito da L’Asino d’oro, e, dopo Roma e Firenze, sarà presentato il 23 marzo a Libri Come, la festa del libro e della lettura all’Auditorium.

Ci si chiede il perché di questo titolo e quali siano le stelle di Dugo. Forse una delle risposte potrebbe essere che le stelle di Dugo siano tutti i rapporti validi che ha avuto intorno e che ha saputo costruire con la sua affettività e con il suo amore. Ad esempio quello per la giovane comandante Jovana o quello per i suoi nipoti Ferdi e Tadeus.

Questo romanzo fa immergere immediatamente il lettore in una lettura intensa, facendolo entrare fin da subito in un’empatia incredibile con ogni personaggio a partire dal piccolo Ferdi che scappa da una banda di fascisti che hanno dato fuoco al campo rom dove viveva. È un libro che si legge tutto d’un fiato e che, nonostante i temi importanti che affronta – lotta al razzismo, ai pregiudizi, alla discriminazione, al fascismo e resistenza partigiana – lascia addosso un senso di leggerezza. La leggerezza che si ha quando si pensa che non tutte le storie che iniziano male finiscono male.

Archeologia di un amore segreto

Appia è stata la prima grande arteria viaria del mondo antico, celebrata da un sito Unesco che vorrebbe preservarne lo straordinario equilibrio tra cornice naturale e monumenti: un unico grande museo a cielo aperto, da salvare – scriveva Antonio Cederna – «religiosamente intatto, per la sua storia e le sue leggende, per le sue rovine e i suoi alberi, per la campagna ed il paesaggio, la vista, la solitudine, il silenzio, la sua luce, le sue albe e i suoi tramonti» (“I Gangsters dell’Appia”, Il Mondo 1953). In questo scenario di eccezionale spessore archeologico, che le battaglie d’opinione della seconda metà del Novecento hanno contribuito a salvaguardare, è riaffiorato poco più di vent’anni fa un piccolo frammento di storia contemporanea, racchiuso all’interno di due tubi di piombo sigillati e datati “XXX – IX – MXCXXIX”. Si tratta della corrispondenza scambiata tra un funzionario delle ferrovie dello Stato, Ugo H., e una giovane collaboratrice, Letizia L., nel corso di una relazione durata poco meno di tre anni e troncata dal trasferimento della ragazza in un’altra città e forse da un altro evento che si intuisce appena.