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Quell’eretico di Caravaggio

Nel Camerino di Del Monte

l Giove, Nettuno e Plutone (1599) di Caravaggio si trova in una stanza segreta del Casino dell’Aurora, ancora esistente nei pressi di via Veneto a Roma. Lo studiolo, stretto e lungo, crea un effetto di compressione da chi arriva dal grande salone dell’Aurora. Il dipinto (3,16 x 1,52 m) sulla volta sembra aprire lo sguardo verso il cielo, combinando figure umane, animali e costellazioni in una prospettiva dal “basso in su”. Il Casino era un luogo di studio e incontri segreti o quanto meno riservati per il cardinal Del Monte, che poteva avviare i propri ospiti anche verso una uscita segreta sulla scala secondaria. Il cardinale abitava nei pressi di piazza Navona a Roma, al centro del cosiddetto quadrilatero del Caravaggio che comprendeva le chiese di sant’Agostino di san Luigi dei Francesi, il Pantheon e appunto la sontuosa dimora del cardinale in Palazzo Madama. Del Monte, ambasciatore dei Medici a Roma, era un raffinato intellettuale appassionato di musica, scienza, arte e pittura. Si dice che abbia scoperto Caravaggio dopo aver visto La Buona Ventura presso un mercante vicino al suo palazzo. Divenne suo protettore, ospitandolo e facilitandone la prima commissione pubblica. Intorno al 1597, Caravaggio dipinse più volte allusivi giovani musicanti legati alla cerchia del cardinale. Nel contesto di questa intima relazione, Del Monte concepisce con Caravaggio l’opera. Un’idea profonda e raffinata che, nel suo stesso essere, mostra e nasconde, alludendo e dichiarando quasi simultaneamente.

Il come

Jabalya, un cumulo di immagini infrante

Non ho potuto impedire a me stesso di scrivere del campo di Jabalya quando ho visto le immagini che rivelano l’entità della distruzione subita e le scene della deportazione forzata che colpisce i suoi abitanti, dopo aver resistito per più di un anno ad un’orrenda guerra di sterminio. Jabalya viene annientato, e il nord viene cancellato dall’esistenza svuotandolo dei suoi abitanti e distruggendo ogni cosa che vi si trova, senza lasciare alcuna traccia della vita che vi esisteva. Il piano per svuotare il nord della Striscia di Gaza viene attuato come un modello che potrebbe estendersi fino a includere lo svuotamento graduale della città di Gaza. Guardo tutte quelle immagini strazianti provenienti dal campo di Jabalya, dove ancora si trovano gran parte della mia famiglia, i miei cari, i miei amici e i miei vicini. E, come facciamo sempre quando cerchiamo di ricostruire la nostalgia guardando le immagini che sfuggono allo sterminio, fuggiamo dal nostro presente verso il mondo dei ricordi familiari. Il campo non esiste più e il nord non esiste più, come non esisterà più Gaza se il criminale continuerà a portare avanti il suo piano nel silenzio del mondo. Riconosco a malapena le strade, e riesco a malapena a distinguere i vicoli o gli edifici; la distruzione ha trasformato tutto in un «cumulo di immagini infrante», per usare le parole di T. S. Eliot. Sono nato lì e ho vissuto lì tutta la mia vita, tranne gli anni trascorsi all’università.

Kenya, i bambini fantasma di Mayungu

Da “mangiare” arriva tutti i mercoledì. Tutti i mercoledì è guerra. A piedi nudi, ignorando rischi mortali di ogni tipo, i bambini si lanciano sulle montagne di spazzatura dove le macchine che vengono “dall’altro mondo” rovesciano i rifiuti dei resort per miliardari a poco più di un miglio in linea d’aria. Scavano, lottano tra loro, lottano con i corvi che a ripetizione si fiondano giù a centinaia come aerei da combattimento impazziti. Occorre sopravvivere. Correndo, scavando, battersi per un mango marcio, una testa di pesce senza carne, senza occhi, oppure per nulla, tra fuochi e fumi perenni, putrefazioni tossiche, quest’aria irrespirabile. È la non vita dei “bambini spazzatura”, li chiamano così, nati e cresciuti tra i sopravvissuti della Mayungu dumpsite, la grande discarica alle porte di Malindi, celebre città costiera a sud di quel Kenya a immagine delle orde di turisti tatuati. Gli italiani non si contano più, comandano la legione con bandana, braccialetti Masai e anzitutto conti in banca adeguati alle centinaia di euro al giorno che occorrono per una villeggiatura di lusso, programmando champagne, aragoste, safari, scambiando così l’Africa per un enorme parco di divertimenti e basta.

Guerra in Congo, un intrigo internazionale nel cuore dell’Africa

Congo… Congo… Questo nome torna spesso nelle cronache dall’estero, quasi sempre per eventi drammatici: guerre, malattie terribili come Aids ed Ebola. Oggi si parla ancora di un sanguinoso conflitto, ma regna grande confusione: nelle orecchie dei cittadini europei si mescolano nomi come il Congo francese e quello belga, Zaire e Repubblica democratica del Congo, Leopoldville e Kinshasa, Tutsi e Hutu: ma queste popolazioni non si erano già scannate in Ruanda a metà negli anni Novanta? E cosa c’entrano adesso col Congo?

Per capire l’attuale crisi, serve un po’ di contesto storico. Alla fine dell’Ottocento, l’Africa fu spartita tra le potenze europee. Nell’area centrale, il colonialismo francese e quello belga generarono due Paesi: l’attuale Repubblica del Congo (ex francese) e la Repubblica democratica del Congo (RdC). Entrambi ottennero l’indipendenza nel 1960 dopo violenti scontri. Il Congo belga divenne Zaire (1971-1997), per poi assumere il nome attuale. La capitale Leopoldville, dal Re Leopoldo II che considerava il Congo sua proprietà privata, dal 1966 ha cambiato il nome in Kinshasa.

Ghosting: non ti lascio, ti cancello

La “scomparsa improvvisa” nelle relazioni rivela dinamiche psicologiche profonde
Negli ultimi anni è emerso un fenomeno sociale talmente significativo da meritarsi un nome specifico: il ghosting. Questo termine, entrato ormai nel linguaggio comune, descrive uno dei fenomeni sociali più emblematici dell’era digitale. Viene definito ghosting l’atto di interrompere improvvisamente ogni contatto con una persona, senza alcuna spiegazione o preavviso. Questo fenomeno rende visibile come, se da un lato la tecnologia ha rivoluzionato le modalità di comunicazione, dall’altro ha anche favorito comportamenti che sembrano negare la stessa essenza delle relazioni. Paradossalmente, il ghosting, si manifesta proprio in quegli spazi virtuali – come social network e app di incontri – progettati per facilitare la nascita di legami. Se è innegabile che in molti casi tale obbiettivo viene raggiunto anche con esiti felici e duraturi, talvolta anziché agevolare connessioni autentiche, queste piattaforme hanno finito per normalizzare dinamiche di distacco improvviso. Sebbene spesso minimizzato o giustificato come una scelta “comoda”, il ghosting comporta conseguenze emotive profonde per entrambe le parti coinvolte.

Cosa si intende per ghosting

Cosa significa essere cittadini italiani

La campagna referendaria sulla Cittadinanza, insieme a quella sul lavoro, riporta al centro del dibattito pubblico due questioni fondamentali e interconnesse per la società italiana. In un contesto politico che osteggia ogni tentativo di ridefinizione dell’identità nazionale in maniera plurale, il referendum sulla Cittadinanza del 2025 si configura come una sfida cruciale. Non solo si propone di ottenere il sostegno di 25 milioni di persone, ma solleva anche interrogativi profondi su cosa significhi essere persone italiane oggi e chi venga considerata persona straniera o cittadina di prima, seconda, terza generazione.

La legge n. 91 del 1992 sulla cittadinanza, necessita di una revisione radicale. Si tratta di una normativa anacronistica, discriminatoria e classista, che non rispecchia l’Italia attuale, quella di domani, ma nemmeno quella di ieri.

Il decennio delle donne che cambiò l’Italia

Dobbiamo essere molto grati all’impegno civile di Paola Agosti, straordinaria fotografa, che ha fissato per sempre in scatti indelebili le lotte delle donne che cinquanta anni fa hanno portato a grandi conquiste, per tutte e tutti. Gli anni Settanta, come ci ricorda su questo numero di Left Enzo Ciconte non sono stati solo gli anni di piombo ma anche anni di straordinario avanzamento sul piano dei diritti, dei lavoratori e delle donne. Dallo statuto dei lavoratori, al divorzio (1974,) alla riforma del diritto di famiglia (1975), per arrivare alla legge 194 (1978) contro lo scempio dell’aborto clandestino. Ma nulla fu regalato. Furono diritti conquistati ad uno ad uno, dal basso.

La legge che sconfisse il patriarcato

Il 22 aprile 1975, esattamente cinquant’anni fa, il Parlamento approvò il nuovo diritto di famiglia che diventa legge, la n. 151 del 19 maggio. Per comprendere la portata rivoluzionaria della norma occorre guardare alla situazione precedente. Chi si è sposato prima del 22 aprile 1975 – e io sono fra quelli – doveva sottostare alla legge precedente. All’epoca vigevano le disposizioni del Codice civile approvato con Regio decreto 16 marzo 1942, ancora in epoca fascista, seppure agli sgoccioli. E questo forse spiega, almeno in parte, la posizione del Msi che si astenne sul voto finale. Le disposizioni del codice citato recitavano all’art. 144: “Il marito è capo della famiglia: la moglie segue la condizione civile di lui, ne assume il cognome ed è obbligata ad accompagnarlo ovunque egli crede opportuno fissare la sua residenza”.

L’impronta fascista era molto netta. La famiglia tradizionale si reggeva sulla figura patriarcale del marito che era l’indiscusso capofamiglia, il dominus di tutto. La moglie era in posizione totalmente sottomessa e subalterna, e così i figli soggiogati dalla figura del pater familias. La figura di capofamiglia, erede della figura plurimillenaria del pater familias presente nel diritto romano, era completamente, o quasi, cancellata dalla legge.

Sanità e salute sono due concetti diversi, con storie ed esigenze diverse

Sino ad ora, la sanità intesa come attenzione ai bisogni di salute della popolazione che produce mercato e incentrata sulle prestazioni, ha prevalso nell’ambito della discussione politica, oscurando la salute che invece dovrebbe essere il centro dell’agire politico, della programmazione e della definizione legislativa.

Penso che in un mondo in cui l’incuria regna sovrana sia necessario tornare alla cura come principio ordinatore della nostra società, della nostra collettività, del mondo in cui viviamo.

Una politica della cura ha a cuore l’autodeterminazione di donne ed uomini, non la loro semplice assistenza; ha a cuore la loro identità, come soggetti politici e giuridici, il loro diritto ad emanciparsi da ogni svantaggio.

Così la destra nega il diritto alla salute

Siamo di fronte ad una crisi del Servizio sanitario nazionale profonda e strutturale, un’emergenza che non può essere affrontata con risposte tampone e di propaganda. Le liste d’attesa infinite, i 4,5 milioni di italiani che rinunciano alle cure; la cifra record di oltre 40 miliardi di euro di spesa privata out of pocket; il divario tra Nord e Sud, le difficoltà di chi vive nelle aree interne; lo stato di malessere e frustrazione di operatrici e operatori sanitari a tutti i livelli e la troppo frequente fuga di professionisti dal Ssn: tutti questi fattori ci dicono che se davvero vogliamo affrontare il tema della Sanità pubblica e salvare il nostro Sistema sanitario nazionale dobbiamo produrre una svolta nelle politiche pubbliche. I dati sulla spesa sanitaria sono inequivocabili: per troppi anni la Sanità italiana è stata sotto finanziata. Anche governi sostenuti da noi nel passato non sono stati sufficientemente consapevoli delle conseguenze di un inadeguato investimento finanziario sulla sanità pubblica.

Proprio per questo, nel pieno dell’emergenza pandemica, in cui si fece uno sforzo finanziario straordinario, il Pd prese un impegno solenne ad allineare progressivamente la spesa sanitaria pubblica del nostro Paese almeno alla media europea.