La sanità è in codice rosso. Non è l’allarmismo di un esponente dell’opposizione, ma la fondata preoccupazione di un medico e cittadino. È la realtà dei dati, a partire dal più drammatico: 4 milioni e mezzo di cittadini rinunciano ogni anno a curarsi. Per non indebitarsi rivolgendosi alla sanità privata, cui il governo non perde occasione per fare regali, mostrando il suo vero obiettivo: distruggere la sanità pubblica. Non a caso, la spesa “out of pocket”, quella a carico delle famiglie, è cresciuta nel 2023 di 3,8 miliardi. Con insopportabili differenze di accesso alle cure a seconda delle capacità economiche dei cittadini o della regione di provenienza. Divari che la destra vorrebbe rendere incolmabili con l’autonomia differenziata, una follia cui noi opponiamo la riforma del Titolo V della Costituzione per riportare la gestione della sanità sotto il controllo dello Stato. Rinunciano per non attendere fino a 468 giorni per una visita oculistica, fino a 526 giorni per un ecodoppler, fino a 480 giorni per una visita oncologica di controllo. Come si fa a chiedere di aspettare quasi un anno e mezzo per un appuntamento così delicato e urgente?
Filippi (Fp Cgil medici): La salute mentale non è una merce
«Le politiche del governo Meloni sulla sanità sono un disastro». Non usa mezzi termini Andrea Filippi, segretario nazionale della Fp Cigl medici e dirigenti Ssn. «Del resto – prosegue – la presidente del Consiglio lo aveva già detto al momento del suo insediamento che la sanità non sarebbe stata una priorità del suo governo. Ad ogni legge di bilancio viene annunciato il rifinanziamento del fondo sanitario nazionale che però alla prova dei fatti è progressivamente de-finanziato non tanto in rapporto al Pil (indicatore discutibile e usato impropriamente dalla politica) quanto in rapporto all’inflazione, all’aumento della spesa energetica, alla crescita inevitabile della spesa farmaceutica, dello sviluppo delle biotecnologie e della presa in carico della cronicità, le quali se non vengono rifinanziate adeguatamente non possono che mettere in ginocchio i servizi».
Il promesso piano straordinario di assunzioni in sanità non c’è stato. Sul fronte del personale che sta accadendo?
Quante bugie della destra sull’aborto farmacologico
Nell’ambito del programma “Salviamo il nostro Servizio Sanitario”, la fondazione Gimbe pubblica annualmente, dal 2016, i dati del suo Osservatorio sul servizio sanitario nazionale. Anche l’ultimo rapporto ha confermato la tendenza verso lo smantellamento della dimensione pubblica del nostro sistema sanitario e dei suoi principi fondanti, in una inesorabile avanzata della privatizzazione dei servizi. In tale contesto di ispirazione conservatrice e neoliberista, che ha caratterizzato la politica sanitaria degli ultimi governi, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni si caratterizza per l’impronta nettamente ideologica, declinata soprattutto a livello regionale, che mette in secondo piano le evidenze scientifiche e i principi di base dell’economia sanitaria, e ne condiziona fortemente le scelte politiche. Ciò è particolarmente evidente nel campo dei diritti e della salute sessuale e riproduttiva, e la vicenda dei paletti all’aborto farmacologico nel nostro Paese deve essere letta in quest’ottica.
Sanità pubblica e insanità privata
In un recente studio di Mediobanca c’è un’analisi sui primi 15 grandi gruppi sanitari italiani e stranieri che operano nel territorio italiano. Gli utili realizzati nel 2021, come si desume dai bilanci dei gruppi, si aggirano attorno ai 10 miliardi di euro. In particolare il gruppo S. Donato (Gsd) con un miliardo e 629 milioni di euro, e il gruppo Humanitas con 994 milioni. Utili nella maggior parte reinvestiti nell’acquisto di cliniche e per aumentare il parco patrimoniale di posti letto. Si prenda il gruppo S. Donato, il più grande gruppo della sanità privata italiana che parte, durante la giunta Formigoni, da una sola casa di cura con 200 posti letto per la sola medicina internistica, posti letto rinumerati a giornata di degenza.
Oggi il Gsd ha nella sola Lombardia 19 ospedali, di cui tre istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs) a maggiorazione tariffaria e varie sedi accademiche, sempre a maggiorazione tariffaria, per un totale di 6mila posti letto.
Il gruppo è diffuso capillarmente nella sanità extraospedaliera e in altre Regioni italiane.
Così scompare la Sanità pubblica
La spesa sanitaria complessiva in Italia ha toccato quota 176,1 miliardi. Di questi, la spesa pubblica copre il 74% (130,3 miliardi), mentre il restante 26%, pari a 45,8 miliardi, è sostenuto direttamente dalle famiglie (40,6 miliardi, 23%), oppure si tratta sempre di una voce di spesa privata ma è intermediata da fondi sanitari e assicurazioni (5,2 miliardi, 3%). I dati, elaborati dalla Fondazione Gimbe in un report commissionato dall’Osservatorio nazionale welfare & salute, si riferiscono al 2023. Secondo Gimbe, che ha analizzato l’ultimo rapporto Istat-Sha, questa situazione è generata da tre fenomeni principali: il sottofinanziamento del sistema sanitario pubblico, la debolezza del sistema di intermediazione delle spese sanitarie e l’aumento del peso economico che grava sulle famiglie. L’Osservatorio della Fondazione che dal 2016 monitora l’andamento della spesa pubblica in Sanità, sostiene infatti che la quota out of pocket – cioè quel 26% di spesa sanitaria privata – non dovrebbe superare il 15% per garantire a tutti i cittadini «equità e accessibilità alle cure». Non è un caso se la spesa sanitaria out of pocket pro-capite in Italia, pari a 1.115 dollari, superi di 209 dollari sia la media Ocse che quella dei Paesi Ue (entrambe pari a 906 dollari). Tra i Paesi europei solo Portogallo, Belgio, Austria e Lituania spendono più del nostro.
Dallo studio Istat-Sha emerge che le principali voci di spesa sanitaria privata delle famiglie italiane sono di fatto tre.
Cartabellotta (Gimbe): Se la salute, in Italia, non è più un diritto universale
«È tempo che la politica faccia chiarezza e condivida con i cittadini una visione concreta sul futuro del Servizio sanitario nazionale (Ssn). Serve una presa di responsabilità collettiva: se le azioni devono seguire gli annunci, oggi è indispensabile un nuovo patto politico e sociale per rilanciare la sanità pubblica. Un accordo che vada oltre le ideologie partitiche e gli avvicendamenti di governo, riconoscendo nel Ssn un pilastro fondamentale della democrazia, uno strumento di coesione sociale e un motore per lo sviluppo economico del Paese. Se non si interviene subito, perderemo definitivamente un modello di sanità pubblica che, per decenni, ha garantito il diritto alla tutela della salute di tutte le persone e che il mondo intero ci ha invidiato». Arriva forte e chiaro il grido d’allarme di Nino Cartabellotta, medico e presidente della Fondazione Gimbe, sullo stato di salute del Ssn. Da quasi dieci anni l’Osservatorio della Fondazione documenta il progressivo smantellamento della dimensione pubblica e universalistica del nostro sistema sanitario e dei suoi principi fondanti, in una inesorabile avanzata della privatizzazione dei servizi. Per orientarci nella ricerca di possibili soluzioni abbiamo rivolto alcune domande a Cartabellotta, ed ecco cosa ci ha risposto.
Le politiche sanitarie degli ultimi governi sono andate tutte nella stessa direzione, togliendo risorse alla sanità pubblica in favore della privatizzazione dei servizi. Come dovrebbe intervenire il governo Meloni per garantire ai cittadini, senza distinzione, il diritto alle cure?
Quando c’è la salute pubblica
Abbiamo scelto di destinare alla sanità stanziamenti record, portando nel 2025 il Fondo sanitario nazionale a 136,5 miliardi di euro e ad una spesa pro-capite di 2.317 euro», ha detto la presidente del Consiglio Meloni. Aggiungendo elogi alla «detassazione delle retribuzioni per le prestazioni aggiuntive che servono ad abbattere i tempi delle liste d’attesa». La propaganda impera dalle parti di Palazzo Chigi. Purtroppo la verità è un’altra. In proporzione al Pil il governo di centrodestra ha ridotto l’investimento sulla sanità. E, nonostante promesse e decreti, le liste d’attesa per visite e accertamenti sono lunghissime e prevedono tempi ciclopici. Tanto che ormai, come documenta la Fondazione Gimbe, sono 4 milioni e mezzo gli italiani che rinunciano a curarsi, e più di 2,5 milioni rinunciano per ragioni economiche perché l’unica alternativa è rivolgersi a strutture private. Da questo dato di realtà siamo partiti per fare un lungo viaggio nella sanità in Italia rivolgendoci alle voci più competenti sul campo, tra cui studiosi come Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe, e sindacalisti come Andrea Filippi, segretario nazionale della Fp Cgil medici e dirigenti Ssn. E abbiamo chiesto ai responsabili Sanità delle principali forze di sinistra presenti in Parlamento una disamina critica della politica del governo Meloni, chiamandoli ad avanzare concrete proposte.
Una vera opposizione, ampia e popolare, non può che partire da qui: dalla difesa e dal rilancio della sanità pubblica e universalistica, asse democratico di coesione sociale, imprescindibile perché basato sull’uguaglianza. La lezione della pandemia è stata durissima e chiara: senza investimenti sulla medicina territoriale, senza investimenti sul personale e sulla ricerca è impossibile affrontare emergenze pandemiche che potrebbero riproporsi. Ma quei medici e quegli infermieri che avevamo chiamato eroi quando erano in prima linea per salvare vite umane oggi sono dimenticati dal governo e dalla maggioranza, che invece di sostenere e promuovere chi ha lavorato giorno e notte per campagne di vaccinazione di massa pensa di togliere le multe ai no vax e mette in piedi una Commissione Covid chiamando a “testimoniare” contro le misure adottate in quei due anni difficilissimi una sequela di improbabili personaggi e di incompetenti. Sono tantissimi ormai i medici che, massacrati da impossibili turni di lavoro, lasciano il servizio pubblico. E moltissimi sono i giovani medici, infermieri e ricercatori costretti a trasferirsi all’estero perché altrove la loro identità professionale è maggiormente riconosciuta ed è adeguatamente remunerata. Il governo di destra non fa nulla per arginare questa emorragia. Anzi, appoggia e accelera una privatizzazione che avanza a passi da gigante, come documenta su questo numero il docente della Sapienza Ferdinando Terranova. La ricetta della destra è sempre la stessa: si svuotano i servizi pubblici, si depauperano di fondi e competenze per poi poter dire che il pubblico non funziona e va privatizzato. Beninteso non è un meccanismo nato ora. Il definanziamento della sanità pubblica, purtroppo, va avanti da tempo. Basti dire che negli ultimi quindici anni le sono stati tolti 37 miliardi. Oggi con il ministro della Sanità Schillaci – campione per assenza – abbiamo però toccato lo zenit. Nella Finanziaria hanno previsto solo 2,5 miliardi per la Sanità, quando lo stesso ministro ne chiedeva almeno 5. (Intanto se ne investono almeno 12 sul Ponte di Messina e la spesa militare è di 32 miliardi).
Ma dobbiamo essere onesti e dirla tutta: anche se miracolosamente il governo riprendesse ad investire in sanità (cosa che non è, e anzi pensa a distruggere il diritto universale di accesso alle cure con l’autonomia differenziata) si rischierebbe di finanziare un sistema attuale incardinato sul modello neoliberista basato sulle “Asl azienda”, che hanno come mission il profitto e che non rispondono ai bisogni e alle esigenze dei cittadini perché trattano la salute come se fosse una merce. Perciò torniamo a ribadire che per salvare un bene comune inestimabile come il servizio sanitario pubblico serve un radicale cambiamento culturale e di politica sanitaria sul territorio. E solo una sinistra con una più complessa visione dell’essere umano (senza scissione fra realtà psichica e fisica per dirla in estrema sintesi), che metta al centro la lotta alle disuguaglianze, può compiere questa rivoluzione. Ricreando e rilanciando la democratizzazione sottesa alla legge 833 che soppresse il sistema mutualistico e istituì il Ssn nel 1978, in quel fondamentale decennio dei diritti che furono (nonostante tutto) gli anni Settanta punteggiati da conquiste come lo Statuto dei lavoratori, il divorzio e – come ci ricordano Enzo Ciconte, Benedetta Tobagi e Paola Agosti su questo Left – contrassegnati da leggi che puntavano alla abolizione del patriarcato: un retaggio granitico e violento, che (almeno) sul piano giuridico è stato sconfitto con la riforma dello Statuto di famiglia e istituendo 50 anni fa (con la legge 405/19) i consultori come servizi di base a tutela della salute della donna, del bambino e della coppia e della famiglia. Questi fondamentali presidi pubblici, essenziali per promuovere la contraccezione e che potrebbero essere anche utili presidi per l’aborto farmacologico, sono invece depotenziati dal governo Meloni e resi terreno di propaganda religiosa e confessionale ad uso di associazioni anti abortiste e contro i diritti delle donne. Anche da qui, dalla difesa e dal rilancio della rete territoriale dei consultori, contro chi ancora accusa le donne che decidono di abortire di essere delle assassine, potrebbe ripartire una coalizione di sinistra che avesse ben chiaro che senza il pieno riconoscimento dell’identità e delle donne non ci può essere democrazia degna di questo nome. Ma per farlo ci vuole una concezione nuova dell’idea stessa di salute, che non è solo salute fisica ma anche psichica. Per questo, tornando a porre al centro il tema della sanità rilanciamo la battaglia dei giovanissimi che, con sensibilità e consapevolezza nuove, chiedono più attenzione alla salute mentale a scuola e non solo. Perciò torniamo a parlare dell’importanza dell’ampliamento della rete territoriale dei centri di salute mentale e della battaglia per la psicoterapia nei presidi pubblici, contro le politiche dei bonus – inefficaci e controproducenti – cavallo di battaglia (di retroguardia) del governo Meloni.
In apertura, disegno di Marilena Nardi
Un pensiero nuovo per una nuova Europa
Trump non smentisce se stesso e le promesse fatte ai suoi elettori: ha iniziato la sua presidenza con una raffica di iniziative che hanno lasciato sbalordito il mondo, in particolare gli interlocutori europei. Anche se quella di Trump è una modalità sicuramente eccessiva nell’affermare le priorità per gli Usa, come abbiamo già più volte scritto su Left si tratta di un riposizionamento degli Stati Uniti che sta avvenendo ormai da tempo. A 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale e a 25 anni dall’ingresso della Cina nel Wto, gli Stati Uniti stanno progressivamente perdendo il ruolo di prima potenza economica del mondo. Già adesso la Cina da sola produce circa il 30% della manifattura mondiale, sostanzialmente pari alla manifattura di Usa, Ue e Giappone messi insieme.
Il superamento della Cina sugli Usa in termini di manifattura è in realtà avvenuto ben 15 anni fa, nel 2010. Nei 25 anni dal 2000, la Cina è passata da un Pil di 1.200 miliardi di dollari (ingresso nel Wto) ad un Pil stimato per quest’anno di circa 20mila miliardi di dollari. È una crescita del 12% all’anno per 25 anni. Nello stesso periodo gli Usa sono passati da 10mila a 28mila miliardi di Pil, ossia una crescita del 4,2% l’anno per 25 anni e l’Eu da 9mila miliardi a 19mila miliardi di dollari, ossia una crescita di circa il 3% l’anno.
La crescita impetuosa della Cina ha resistito alle tante crisi che si sono verificate in questi anni: crisi finanziaria del 2008, crisi della Ue nel 2015, pandemia nel 2020, guerra in Ucraina nel 2022. La novità di questi anni, e la grande preoccupazione americana, è che questa crescita non è solo nella manifattura perché ormai da diversi anni la Cina è diventata anche una potenza nell’innovazione, settore che è sempre stato monopolio degli Usa.
Per capire meglio possiamo considerare ad esempio la spesa in ricerca e sviluppo: la Cina è passata dall’1% del Pil nel 2020 al 2,8% del Pil attuale. Considerando la crescita del Pil che è stata di circa 20 volte, è un aumento di spesa di oltre 50 volte in 25 anni ossia un aumento annuale di risorse per la ricerca di oltre il 17% all’anno! Inutile sottolineare la miopia delle classi politiche italiane che hanno invece sempre tagliato i fondi alla ricerca…
Gli effetti di questa crescita di risorse per la ricerca in questo quarto di secolo sono quello che vediamo oggi: la Cina è leader mondiale nella quantità di brevetti registrati (tra il 2015 e il 2020 sono stati il 37% del totale) e nella produzione scientifica (supera Ue e Usa nella produzione di articoli scientifici).
Oltre a questo, nel 2020 la pandemia ci ha fatto realizzare quanto il sistema economico occidentale sia dipendente dalla Cina. Questo ha portato l’Europa e gli Usa a ripensare le catene produttive cercando, laddove possibile, di rendersi più indipendenti dalla produzione cinese. Le azioni che vediamo oggi messe in atto da Trump sono in realtà in perfetta continuità con una volontà, non solo americana, di recuperare questa autonomia nel confronto con la Cina. Per gli Usa è una questione non solo di primato economico ma anche e forse soprattutto di sopravvivenza di un modello politico, sociale e culturale che di fatto è diventato nel dopoguerra il riferimento unico per l’Occidente. Ed è incredibile pensare che noi europei siamo stati accecati per decenni su un sistema che ha enormi contraddizioni. Così accecati che continuiamo a definire gli Stati Uniti come la “più grande democrazia del mondo” e non si capisce se questa grandezza si riferisca al numero degli elettori. In realtà non sono poi così tanti se confrontati per esempio con l’India. Quanto alla struttura dello Stato e al bilanciamento dei poteri – lo abbiamo capito, in questi ultimi giorni in modo evidente – hanno più di qualche problema.
Ecco allora che anche l’Europa non è più strategica per gli Usa e quindi diventa un problema economico. Di conseguenza anche il Medio oriente diventa non più strategico, visto che ormai gli Usa sono autonomi da un punto di vista energetico. Noi europei forse non avevamo ancora realizzato questo allontanamento così netto degli Usa, questo volersi togliere dalle questioni europee non più considerate evidentemente importanti nel confronto con la Cina. L’accelerazione formidabile del riposizionamento strategico Usa porta con sé la necessità per l’Europa di ridefinire se stessa.
Quello che dobbiamo decidere è su quali basi ricostruire o forse meglio costruire la nuova Europa. E io penso che questo possa essere un momento anche per aprire gli occhi e capire che il sistema americano non funziona perché non fa star bene le persone. Per far ciò è bene ripartire proprio da ciò che abbiamo in Europa che invece funziona e fa vivere bene le persone, come per esempio il sistema sanitario pubblico. E qui penso sia importante sottolineare un aspetto: la sanità universale gratuita per tutti non è solo una questione di giustizia sociale o economica (è qualcosa che abbiamo indietro perché paghiamo le tasse) ma è anche e soprattutto un presidio culturale e politico perché definisce un’idea di socialità e di stare insieme, di pensare agli altri come importanti a prescindere da chi sono o cosa fanno.
Se la sanità viene mercificata quello che diventa merce non è (solo) l’attività medica ma è l’essere umano malato cioè l’essere umano nel momento in cui è più fragile, comunicando un’idea di essere umano come oggetto e quindi come tale sostituibile e fungibile (uno vale l’altro), non realmente importante per la collettività. Un’idea di socialità animale in cui vince solo il più forte, quello che riesce a badare a sé stesso e a competere con gli altri. E chi non ce la fa? Dobbiamo fare attenzione al messaggio che passa con una sanità privatizzata.
Per questo è più che fondamentale che sia lo Stato, inteso come espressione di una collettività, a gestire la sanità. Perché questo propone un’idea di singolo essere umano importante a prescindere dall’identità sociale per cui lo Stato si occupa di tutti senza fare alcuna differenza nella malattia del ricco o del povero, del presidente della Repubblica e del fruttivendolo. Ovvero un’idea di essere umano e di collettività che esprime un rapporto di interesse verso il benessere degli altri. È un’idea semplice che si oppone totalmente all’individualismo proposto dalle teorie neoliberiste che ispirano le nuove oligarchie della destra internazionale. Penso che sia soprattutto per questo che le destre vogliono smontare la sanità pubblica: è una questione prima di tutto di pensiero sulla realtà degli esseri umani.
Se noi ripartiamo da queste idee fondamentali, ricostruiamo l’Europa a partire da questi principi cardine di centralità dell’essere umano nella sua interezza di bisogni materiali ed esigenze non materiali, ecco che potremo competere nel mondo non su una base strettamente economica ma sulla base di dare la possibilità a tutti di realizzare se stessi, in accordo con quello che stabilisce l’articolo 3 della nostra Costituzione.
La grande innovazione della Rivoluzione francese, il pensiero nuovo sull’essere umano che diventa forma dello Stato deve evolversi e svilupparsi e comprendere ciò che non era stato pensato in principio come umano perché non razionale. Il discorso è enorme ma intanto iniziamo da una delle più importanti politiche “irrazionali” che abbiamo già: una sanità pubblica, gratuita e di eccellenza per tutti.
Ustica non è un mistero, è una resa
Ci sono storie che il potere preferisce seppellire sotto il peso del tempo. La strage di Ustica è una di queste. La richiesta di archiviazione non cancella i fatti, ma certifica l’impotenza di uno Stato che ha scelto il silenzio come strategia politica.
Quarantacinque anni di menzogne, insabbiamenti, complicità internazionali. E oggi, ancora una volta, si chiude un fascicolo con la formula più vigliacca: non si può andare oltre per “mancanza di collaborazione”. Come se la verità fosse un bene di lusso concesso solo su gentile richiesta degli Stati alleati.
Le indagini hanno confermato quello che ormai è chiaro da decenni: la notte del 27 giugno 1980 nei cieli sopra Ustica si combatteva una guerra mai dichiarata. Il DC9 dell’Itavia non è esploso per un guasto o per una bomba interna, ma è stato abbattuto in un’operazione militare di cui l’Italia è stata vittima. I radar militari hanno registrato la presenza di caccia stranieri, le testimonianze si sono accumulate, le prove distrutte o sparite nel nulla. Eppure, nessun governo ha mai preteso risposte.
Cosa significa oggi archiviare Ustica? Significa inchinarsi, ancora una volta, al ricatto della “ragion di Stato”. Significa accettare che 81 persone siano morte in nome di un equilibrio geopolitico che ancora oggi non può essere scosso. Significa dire ai familiari delle vittime che la loro battaglia per la verità è stata vana.
Servirebbe un sussulto. Un governo che non lotta per la verità è un governo che accetta di essere irrilevante. E l’Italia ha già subito abbastanza umiliazioni.
Buon giovedì.
Il relitto dell’areo al Museo della memoria di Bologna, fonte della foto wikipedia










